La bottega degli uomini liberi

di MATTIA SPANÓ

Partirei dalla percezione più banale possibile di cosa sia la libertà: dare seguito concreto ad un pensiero. Fare letteralmente ciò che passa per la testa. Mi sembra che queste poche parole mettano d’accordo la maggior parte degli esseri umani, e quindi provo a sviluppare l’analisi partendo da qui.

La definizione appena data è un concetto postumo. Che io faccia qualcosa prevede giocoforza un savoir faire. La maggior parte delle persone semplicemente esclude dalle opzioni ciò che non sa fare. Non le pensa neanche. Una persona incapace di dipingere non penserà affatto di essere libera dipingendo un autoritratto. Nemmeno considera una diminuzione il fatto di non dipingere. 

Per la proprietà transitiva la libertà è un concetto postumo, nel senso che l’esercizio della libertà debutta nel momento in cui il saper fare seppellisce il non sapere.

Mi riesce difficile pensare la libertà al di fuori del suo esercizio pratico. Se penso ad un concetto o un’aspirazione, essa diventa sostituibile oppure viene delusa o tradita.

Se la libertà si realizza, significa che ha conseguenze. Come se non si realizza, del resto, e quindi è servitù, cioè l’asservimento alla libertà di un altro. Dico servitù e non schiavitù perché la condizione dello schiavo è coatta, quella del servo consapevole. Questo dovrebbe portarci a pensare la libertà come una pratica binaria. 

A questo proposito, è interessante notare che la distinzione fra libero arbitrio e servo arbitrio sia stata una delle cause principali della separazione fra Chiesa Cattolica e chiese protestanti. La differenza tra una scelta guidata dalla ragione al bene, e una scelta gravata dal male del peccato e perciò impossibile (serva).

Anche se queste brevi riflessioni possono sembrare inutilmente astratte, si deve notare che la pandemia, e soprattutto il governo dello stato di emergenza, hanno insieme messo in luce esattamente il tipo di concezione di libertà che va per la maggiore.

In linea di massima, non mi sembra fuori luogo sostenere che l’homo pandemicus ha rivelato una bassissima propensione ad agire, e per converso un’altissima inclinazione ad essere agito.

La socialità fisica è passata dall’essere un disturbo – viviamo in una comunità fortemente agorafobica, eccezion fatta per quei contesti come il calcio, la discoteca e i concetti in cui il frastuono ci rinchiude nella nostra abituale solitudine – all’essere un pericolo mortale. L’osservanza para-religiosa di provvedimenti sommamente insulsi come il green pass ha restituito un sensus fidei ormai smarrito da decenni: le persone credono nello Stato, si fidano dello Stato, avendone sinora interiorizzato soltanto lo spirito burocratico. Quello, appunto, che elargisce permessi.

La remissione completa delle proprie libertà nelle mani delle istituzioni nate per tutelare, non per elargirle sotto vincolo esterno, ha scatenato una sorta di panico da decisione. Se non penso a me stesso come libero, qualsiasi decisione, anche la più semplice, finisce per spaventarmi. 

Le persone, lentamente private dalla routine della capacità di immaginare la vita, attendono con ansia che venga detto loro cosa fare. Un cambiamento anche minimo previsto dal decreto settimanale riscrive la routine, fornendo l’illusione narcisistica di partecipare ad una comunità vitale, mentre essa è appena cangiante. È una situazione estremamente confortevole.

Tutti discutono se sia giusto o meno ciò che lo Stato prescrive. Nessuno è disposto o indotto a discutere se sia giusto o sbagliato ciò che egli stesso fa.

Diciamo allora che se la libertà è un’opera, come accennavo all’inizio, allora bisogna tornare a bottega. Il tirocinio della libertà deve innanzitutto ripartire dalla ricerca di maestri d’arte che possano insegnarla.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

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