Quella campana chioccia e petulante sui vaccini

Conflitti di interesse, fondi di investimento, responsabilità per aver occultato e impedito le cure e altre amenità sul disastro in corso. Intervista a Alberto Contri

(Originariamente pubblicata su Affari Italiani.it, per gentile concessione di Affari Italiani e Alberto Contri)

Sui social network, il caso del momento è costituito da un post di solo testo. Niente Tik-Tok, niente video acchiappa-like, solo testo. Per di più su un network frequentato da professionisti come Linkedin, sul quale 20.000 visualizzazioni in tre giorni e centinaia di commenti per un post di testo costituiscono una eccezione davvero rilevante. C’è di mezzo il tema dei temi, i vaccini, e un professionista della comunicazione come Alberto Contri, da mezzo secolo ai vertici di multinazionali e di associazioni del settore (per 20 anni è stato anche presidente di Pubblicità Progresso), da tempo docente di comunicazione sociale in diverse università.

Prof. Contri, ma cosa ci combina? Si è messo alla testa dei No-Vax, adesso?

Questo è quello che dicono alcuni detrattori. Ma non è affatto vero. Ho sempre creduto nei vaccini ben sperimentati e ne conosco la storia. Ma è successo che ho cominciato ad osservare tutti gli accadimenti legati al SARS-CoV-2 partendo proprio dalla comunicazione, rilevando una serie di elementi che mi hanno fatto riflettere. 

Quali?

Sono rimasto colpito da una narrazione insistente intorno ad un termine usato in maniera non corretta. Alludo ai vaccini, che tali non sono, in quanto si tratta di terapie geniche sperimentali. 

Mentre il termine “vaccini” riporta alla mente di ognuno quelli fatti nell’infanzia e in altre occasioni, tutti a base di germi attenuati, uccisi, o loro componenti, con i quali vengono fatti paragoni del tutto impropri.

Mentre quelli anti-Covid seguono un procedimento del tutto diverso, interessante ma ancora sperimentale.

Ho rilevato poi sui mass media una informazione del tutto univoca, troppo simile ad una campana talmente chioccia e petulante da risultare stonata, e quindi sempre più sospetta. 

Palese il tentativo di delegittimare o ridicolizzare le poche voci dissonanti, mentre ad un gruppetto di virologi, di membri del Cts e del Ministro della Salute sono sempre state fatte delle classiche interviste “in ginocchio”, anche da giornalisti specializzati nell’informazione medica.

Ulteriore interesse hanno destato i cosiddetti siti “anti-bufale”, gestiti anche da incompetenti in medicina, sempre pronti a controbattere usando i comunicati stampa dei produttori dei vaccini ora in uso, e a smentire dati di criticità con ragionamenti fantasiosi. Se ci fosse ancora uno straccio di giornalismo di inchiesta, sarebbe interessante indagasse su chi li finanzia. Anche perché non è cosí difficile scoprirlo. 

Infine mi hanno profondamente stupito le affermazioni invero apodittiche come quelle del Presidente Mattarella e soprattutto del Premier Draghi, perché tutto quello che sta succedendo nei paesi con il più alto numero di vaccinati dimostra che sono scientificamente improponibili. E ora si stanno esponendo ad una figura perlomeno imbarazzante.

Questo per quanto riguarda la comunicazione.

I suoi detrattori la sfottono proprio in quanto docente di comunicazione, e non di materie scientifiche.

 Dovrebbe vedere il loro disappunto quando rivelo che per venti anni sono stato ai vertici del più grande network multinazionale specializzato nella comunicazione alla classe medica, lavorando gomito a gomito con tutte, ma proprio tutte, le aziende farmaceutiche internazionali e nazionali. Conoscendo a fondo le loro attività di ricerca e le loro modalità di lobby nei confronti della classe medica, dei media e della società. Ma quello che più conta è che, dovendo approfondire tematiche  di ogni genere per spiegarle ai medici, ho sviluppato un approccio interdisciplinare ed olistico alle varie branche della medicina, ben diversamente da quello dei virologi televisivi e degli esperti di statistica.

Ci parli del caso Linkedin

Ho postato un fondo di Sallusti, ora condirettore a Libero, che dopo l’approvazione definitiva da parte dell’FDA americana al vaccino Comirnaty della Pizer (senza attendere la conclusione del follow up pianificato per il 2023), si è letteralmente scatenato contro i preoccupati o renitenti verso questo tipo di vaccini, sostenendo che finalmente “la Scienza” aveva posto la parola fine a tutti i dubbi su efficacia e sicurezza, e che i non vaccinati sono degli sciagurati che mettono a rischio la salute della comunità. Ho rilevato che i suoi toni mi parevano eccessivi, proprio a fronte della crescita dei contagi nei paesi con il maggior numero di vaccinati, e ho notato che anche Libero si era aggiunto ad un coro praticamente unanime di stampa e tv che non ammette discussioni sulle criticità di farmaci che non sono affatto vaccini tradizionali, giova ripeterlo.

E cosa è successo?

Che in tre giorni questo post ha totalizzato 20.000 visualizzazioni, oltre un centinaio di commenti e, sorpresa delle sorprese, al 95% d’accordo con la mia posizione. Smentendo la vulgata che i critici di questa modalità di affrontare il Covid 19 appartengano ad una classe medio-bassa e ignorante, dato che su Linkedin si ritrovano soprattutto laureati, manager, professionisti, operatori assai qualificati. Molti dei quali in grado di leggere un lavoro o una tabella di dati pur non avendo un background medico-scientifico. 

La discussione è diventata particolarmente interessante, dato che giusto un giorno dopo l’intemerata di Sallusti con tutte le sue granitiche certezze, è intervenuto il British Medical Journal (una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo) che, ad opera del suo senior editor Peter Goshi ha criticato aspramente l’FDA per aver violato una serie di procedure sempre rispettate per altri vaccini e farmaci. Rilevando la costante crescita di effetti collaterali gravi, l’efficacia che si è ridotta già a sei mesi e anche meno, e il fatto che i vaccinati in molti casi risultano comunque contagiosi. Nel frattempo è stata pubblicata una intervista del dr. Malone (l’inventore della tecnica mRNA messaggero) molto dubbioso sul fatto che i vantaggi superino i rischi. Il colpo di grazia è stato dato da un autorevole professore di virologia di Harvard, Martin Kulldorf, che in una dettagliatissima intervista ha parlato senza mezzi termini di “fiasco” dell’intero approccio al Covid 19, smentendo senza mezzi termini l’efficacia dei lockdown e dei Green Pass.

È probabile che questo interesse si sia sviluppato perché in generale sui mass media le informazioni critiche non si trovano?

Sicuramente. Ma anche perché riguardo ad efficacia e sicurezza i soliti camici bianchi intervistati ovunque fanno affermazioni con tale certezza da sembrare convincenti, quando a volte sono palesemente false, e per forza di cose i dubbi cominciano a diffondersi. Nella trasmissione “In onda” su La 7, l’onnipresente prof. Bassetti ha tentato di smontare la vulgata secondo la quale i nuovi vaccini non sarebbero ancora in fase sperimentale. Secondo il garrulo professore, “non è vero che sono stati trovati in fretta come si dice, perché in realtà la tecnologia RNA messaggero la si sta studiando dal 1990, e inoltre si tratta di vaccini a tutti gli effetti assolutamente efficaci e sicuri”.

Ora, un conto è lo studio delle terapie geniche in generale, un conto è la oggettiva breve durata della sperimentazione degli attuali vaccini, dichiarata e ammessa in modo temporaneo e condizionato nelle stesse documentazioni di registrazione, a fronte della situazione di emergenza. 

La risposta a Bassetti in termini di sicurezza la troviamo in un seminario tenuto in Senato proprio su questo tema. Tra i vari relatori vale la pena di citare il prof. Frajese, endocrinologo dell’Università degli Studi di Roma “Foro Italico”. Fra i tanti problemi evidenziati, ha segnalato che per la fretta non sono stati fatti gli studi sulle interazioni farmacocinetiche, né quelli di tossicocinetica, né di genotossicità, e – udite udite – di carcinogenicità, il che, parlando di vaccinare bambini e bambine, è davvero grave. Tanto più che in un annesso della documentazione Pfizer, si trova un lavoro da cui si apprende che nei ratti le proteine spike si distribuiscono in 48 ore in diversi organi, e in percentuale assai alta nelle ovaie” (qui il suo intero intervento). Recentemente il dr. Peter Schirmacher, uno dei più autorevoli patologi tedeschi, docente all’Università di Heidelberg, ha sostenuto che le morti causate dal vaccino sono ampiamente sottostimate, riportando una analisi su 40 autopsie in base alle quali i casi di morte correlata al vaccino sono risultati pari fino al 40%.

Lei ha criticato anche il prof Abrignani, che è pure  membro del Cts.

Non ho parole per definire quello che ha detto sulle pericarditi nei bambini, “che se capita si risolvono in breve tempo”. Il dr. Malone ha spiegato molto efficacemente che le pericarditi invece lasciano delle cicatrici che si possono far sentire più in là negli anni. Ma anche subito, come accaduto alla pallavolista Francesca Marcon, che a causa di una pericardite da vaccino non riesce più a giocare. È inaccettabile che un membro del Cts faccia simili affermazioni. 

Secondo lei come mai questi illustri cattedratici sono unanimi nel sostenere questa narrazione di efficacia e sicurezza in modo cosí convinto?

Ci sono sicuramente quelli in buona fede, ma anche quelli che hanno conflitti di interesse a causa di stretti rapporti con le case farmaceutiche. Ho letto che proprio il prof. Bassetti è stato pizzicato a sbianchettare dal curriculum la sua presenza nel Global Advisory Board di Pfizer. Ora, data la mia esperienza nel Network Medicus Intercon, non ci vedo nulla di male, in quanto le imprese farmaceutiche vivono in simbiosi con la medicina sul campo, hanno bisogno dei clinici disponibili a fare le sperimentazioni e tanto altro. Ma il limite è la coscienza professionale. Un conto è fornire consulenze sulla base della propria competenza, un conto è trasformarsi in propagandisti di farmaci non sufficientemente testati, che altri colleghi internazionali – di assai maggiore autorevolezza, inoltre – ritengono non cosí efficaci né sicuri. 

Secondo il sistema di rilevamento passivo VAERS americano, questo tipo di vaccini è stato associato con più morti di quelle associate con tutti i vaccini presi assieme nei precedenti 21 anni. Per non parlare delle reazioni avverse gravi (“severe”, in pratica temporaneamente inabilitanti nella prima settimana, ma talora piu a lungo), che il sistema di rilevazione attiva dei CDC, V-safe, riporta ad es. nella misura di oltre un giovane (16-25 anni) su quattro. Tornando a Bassetti, il fatto di aver cancellato quel dato è una ammissione di lampante conflitto di interessi. Ma lui compare dappertutto lo stesso.

Tra i temi dibattuti ci sono i farmaci alternativi o complementari ai vaccini e il famoso protocollo del Ministero “Paracetamolo e vigile attesa”.

Qui ci vuole una breve premessa: è oramai assodato che la sindrome da Covid 19 si divide in due fasi: la prima, quella infettiva, virenica, in cui febbre e infiammazione giocano ancora il ruolo difensivo assegnato loro dall’evoluzione, si fa strada nei primi giorni. La seconda, in cui si sviluppa la trombosi dei vasi polmonari e di altri distretti, è molto più difficile da curare, e può risultare letale per gli individui compromessi da altre patologie. La prima può essere bloccata nella gran parte dei casi grazie alle difese innate o con farmaci di uso molto comune, ce ne sono oramai una decina con ricerche scientifiche valide a sostegno, e che costano pochissimo.

Ci potrebbero dire EMA, OMS, Aifa, ISS, Cts, Ministero della Salute, perché si è ritenuto lecito approvare in via emergenziale nuovi tipi di vaccini che stanno dimostrando di avere diversi punti di contatto con “L’Apprendista stregone” di goethiana memoria, e non si consenta di applicare in via emergenziale terapie che stanno dando risultati sorprendentemente buoni (e validati) in diversi paesi del mondo? Se la pandemia è cosí grave, perché lasciare qualcosa di intentato che magari, come spesso avviene, potrebbe rivelarsi l’uovo di Colombo? Che esista, lo dimostra un grande metastudio pubblicato da Elsevier, la casa editrice di The Lancet, la più autorevole in campo scientifico, che illustra come le terapie precoci  azzerino il rischio di ospedalizzazione nelle case di cura per anziani, che sono notoriamente uno dei focolai più pericolosi.

Tutt’altro che il protocollo “paracetamolo e vigile attesa”…

Questo è un fatto che ha dell’incredibile. Nessuno è mai stato in grado di spiegare le sue basi scientifiche. In nessuna intervista nessun giornalista lo ha chiesto al Ministro Speranza (esiste anche il peccato di omissione, mi pare). Diversi ricercatori di tutto il mondo hanno oramai mostrato che il paracetamolo in questo caso svolge un ruolo negativo perché abbassa la febbre – che è una importante difesa iniziale contro l’infezione virale – e poi perché interferisce con il glutatione e con la sua potente azione antiossidante. Sempre più medici, che hanno una seria paura di esprimersi per paura di essere sanzionati o addirittura radiati, ritengono che somministrare paracetamolo e attendere sia una scelta molto grave. 

In realtà quando si parla dei molti morti per sostenere la vaccinazione di massa, si omette di dire che ce ne sarebbero meno se si applicassero le terapie domiciliari precoci. Il dr. Georg Fareed, una carriera nella P.A. americana e ad Harvard, sostiene che se si fossero applicate da subito le terapie domiciliari precoci, la mortalità complessiva sarebbe stata molto inferiore.

Su questa base, e con gli stessi argomenti del virologo di Harward Kulldorf, (anche se i media italiani non ci dicono nulla) l’avvocato tedesco Fuellmich sta coordinando una class action insieme a migliaia di avvocati e medici contro CDC, OMS e il Gruppo di Davos, e vari Ministeri della Salute per la violazione dei 10 principi di Norimberga.

Può sembrare fantascienza. 

Ma potrebbe anche non esserlo, visto che l’avv. Fuellmich è colui che ha messo in ginocchio la Volkswagen sulla faccenda del diesel-gate, e scoperchiato la corruzione nella Deutsche Bank. 

Quindi lei pensa ad un complotto ordito da Big Pharma?

No. Ritengo che le aziende farmaceutiche abbiano svolto negli anni un ruolo chiave per la salute dell’umanità. Osservo però che, venendo avanti nel tempo, nel loro azionariato le famiglie dei fondatori – che erano medici e ricercatori – sono state via via affiancate o sostituite dai grandi Fondi di investimento come ad esempio Black Rock, il cui spasmodico interesse per i risultati economici trimestrali è ben noto. Black Rock è presente in Pfizer, con i Fondi Vanguard e Wellington.  Insieme a Bank of America, Deutsche Bank, Morgan Stanley, JP Morgan. Che non sono esattamente degli enti di beneficenza, e sono ben felici che Pfizer abbia raddoppiato la previsione del fatturato 2021 per il solo vaccino: 26 miliardi di dollari. Previsione che andrà vista al rialzo dopo l’annuncio di un aumento di prezzo del 15%. Figuriamoci con l’ipotesi della terza dose e con le anticipazioni del Ministro Speranza sulla vaccinazione da ripetere ogni anno (se basterà).

Gli stessi Fondi sono presenti anche nei social network più famosi, molto premurosi nel sovvenzionare i siti “anti-bufale” cui ho accennato, o nel limitare e addirittura cancellare i post critici sulla vaccinazione di massa.

Conoscendo questi dati, ognuno può trarre le proprie conclusioni. Magari non prima di aver dato un’occhiata alle dichiarazioni shock dell’ex Ministro della Sanità francese Philippe Douste-Blazy.

Per concludere, se lei fosse al Governo, cosa farebbe?

Abolirei subito il Green Pass: che senso ha, se i vaccinati infettano e si ammalano ugualmente?

Manterrei mascherine (non all’aperto, se non in caso di prossimità continuativa), distanziamento, pulizia delle dita delle mani, soprattutto quelle di chi lavora in bar, ristoranti, negozi.

Poi farei una grande campagna di prevenzione, consigliando di assumere con l’alimentazione le sostanze in grado di tenere lontano il virus, sulla cui efficacia esistono lavori scientifici randomizzati controllati.

Sostituirei immediatamente il protocollo “Paracetamolo e vigile attesa” con uno aggiornato su terapie domiciliari precoci di buona o molto probabile efficacia, istruendo in merito tutti i medici di famiglia.

Quanto al vaccino lo riserverei solo agli anziani e ai pazienti a rischio, e solo dopo una esauriente informazione medica su benefici attesi e rischi, in quanto il cosiddetto “consenso informato” è una pratica burocratica semplicemente inqualificabile per il modo i cui viene quotidianamente disapplicata.

Infine chiederei ai media di far specificare sempre agli intervistati i loro eventuali conflitti di interessi.

 

I confini della politica tra storia, diritti e violenza

di ROBERTA FIDANZIA

Volume a cura di Roberta Fidanzia. Collana Voci della Politica. Centro Studi Femininum Ingenium. Volume 11

Postfazione

La società contemporanea e la declinazione di nuovi diritti, pone tutti noi di fronte a nuove – o antiche – domande, costituendo quel paradosso definito da alcuni studiosi ‘l’attualità dell’inattuale’. Davanti alle sfide della bioetica, delle biotecnologie, della nuova antropologia, ci si chiede dove si collochi il limite del diritto positivo. La legge naturale ha ancora senso nella contemporaneità tecnologica e tecnicizzata che ci circonda? L’umanità reca ancora intrinsecamente segnato il significato della vita? O meglio, riesce ancora a riconoscerlo? Oppure l’artificio regola ogni aspetto del nostro vivere? 

La questione fondamentale è – e resta – quella di comprendere il rapporto tra diritto naturale e diritto positivo, che definisce la codificazione del diritto costitutivo dell’essere umano e delle sue relazioni, con il limite preciso di non contraddizione del suo fondamento, pena il disconoscimento anche di se stesso.

Sergio Cotta, nel suo lavoro Il diritto come sistema di valori (1), afferma che il diritto non è eteronomo, ovvero non è un artificio esterno all’uomo che ne limita la libertà comportamentale. Il diritto è socionomo, ovvero radica il senso della propria esistenza all’interno delle esigenze propriamente umane. Pertanto, l’uomo necessita il riconoscimento e l’accoglienza dell’altro per completare il limite della finitezza che gli è proprio.

E dunque, una società che pone tra i diritti l’aborto senza se e senza ma, l’eutanasia anche di stato e il fine vita, non riconoscendo e accogliendo l’altro, può ancora definirsi ‘umana’? Cos’è l’umanità?

La chiarificazione circa la definizione di uomo e di cosa sia la persona è – e dev’essere – percepita come elemento intrinseco alla scienza sociale, poiché esso rappresenta la ricerca della conoscenza umana delle cose umane ed include come suo fondamento la conoscenza umana di ciò che costituisce l’umanità (2).

La modernità, pur avendo contribuito in modo decisivo ad assicurare ai diritti umani fondamentali una tutela giuridica, porta con sé la tendenza ad annientare la nozione di dignità umana, quando si fondano i diritti, e dunque le prerogative di ciascun uomo, sulla base di una determinata attualizzazione di caratteristiche umane e non sulla base del suo essere, ovvero della sua appartenenza, come scrive Robert Spaemann, alla specie Homo Sapiens (3).

Il tentativo di superare la normalità della conditio humana è da considerarsi un’utopia dall’esito nefasto, quanto inconsapevole, perché conduce alla distruzione di quella normalità che si chiama ‘vita’ (4).

Nell’attuale società viviamo circondati da fabbriche di morte, portatrici esclusivamente di messaggi di distruzione e di annientamento.

Ci si chiede, quindi, se la legge positiva possa entrare così a gamba tesa nel privato e nel personale di ogni individuo e di ogni nucleo familiare. Il caso di Charlie Gard, ha mostrato il potere penetrante ed invasivo della magistratura, del ‘terzo’ giudice. Il sistema britannico, infatti, impregnato di liberalismo di lockiana memoria, consente allo Stato di erigersi a giudice nel contenzioso fra le parti. Alla volontà genitoriale, espressione di una legge naturale che lo stato dovrebbe ri-conoscere in quanto pre-esistente ad esso, si oppone una volontà statuale e giudiziaria che si autoproclama arbitro della scelta di vivere e di morire del soggetto debole, optando sempre più frequentemente per la seconda opzione e facendosi portatore di distruzione, di eliminazione arrivando, appunto, a negare, come in questo caso, la naturalmente diretta potestà genitoriale. Il terzo-giudice, lo Stato, di fatto, emana una condanna a morte, dichiarando che il ‘best interest’ del soggetto debole, del bambino nello specifico, è quello di morire. Motivando la decisione con deboli appigli giuridici, facendo leva sulla sensazionalità dei casi e sulla pseudo-compassione che vorrebbe convincerci che la morte è la scelta migliore rispetto ad una vita considerata non dignitosa.

Ma ci si chiede: lo Stato può davvero avere questo potere così capillarmente diffuso da limitare, di fatto, la libertà di scelta del singolo soggetto e del singolo nucleo familiare? Può stabilire in senso oggettivo quale sia una vita dignitosa? E, di fondo, cosa definisce la dignità di una persona? L’attuale visione della società, capitalistica e consumistica, ci ha abituati a misurare il valore delle persone attraverso la produttività. Se una persona produce – e di conseguenza consuma – è degna di considerazione da parte della società, se una persona produce meno viene considerata un peso, un problema. In una società così formulata – ovvero in senso utilitarista – viene messa a repentaglio la dignità della persona in quanto tale.

“L’«abolizione dell’uomo» (così come di tutte le culture tradizionali), oggi minacciata dalla universalizzazione dell’oggettivazione scientifica del mondo e dalla sua organizzazione razionale-strumentale, il cui paradosso essenziale sta proprio nello scambiare i mezzi per i fini, mettendo in pericolo la stessa idea di dignità umana (ancor prima che quella di diritti umani), può essere contrastata soltanto riscoprendo un principio di trascendenza e il senso dell’assoluto: senza tuttavia dimenticare che: «la presenza dell’idea dell’assoluto in una società è una condizione necessaria, ma non sufficiente, del fatto che l’incondizionatezza della dignità venga attribuita a quella rappresentazione dell’assoluto che l’uomo stesso costituisce. Per questo occorrono ulteriori condizioni, e, tra queste, una codificazione giuridica. La civilizzazione scientifica – in ragione della minaccia immanente che essa costituisce a se stessa – ha bisogno di una tale codificazione, più di ogni altra»” (5). 

Spaemann  si chiedeva se la definizione tassonomica e biologica di essere umano fosse sufficiente a disegnare la cornice in cui ricomprendere la sua dignità, che non è una qualità biologica dell’uomo, ma ne è il suo fondamento dell’uomo e spiega l’esistenza di diritti e doveri, della libertà e della responsabilità. La dignità ha in sé qualcosa di trascendente, di sacro, di religioso. Solo rappresentando l’Assoluto, l’essere umano possiede ciò che chiamiamo ‘dignità’ (6).

La nozione della ‘persona umana’, infatti, autentica idea portante della cultura occidentale, è oggi messa in discussione da un approccio utilitaristico che vorrebbe ridurre i comportamenti degli esseri umani al funzionamento del sistema nervoso centrale ed alla funzione socialmente utile degli stessi.

Si aprono scenari inquietanti che conducono alla riflessione sul valore riconosciuto alla vita umana nella società occidentale, valore che attualmente sta subendo colpi su colpi, ad uso e consumo di una società tarata sul modello utilitarista, che sta producendo uno svuotamento di senso e di significato dell’intera esistenza. Basti pensare, appunto, al ‘diritto di morire’ (suicidio assistito) e al ‘diritto di uccidere’ (aborto ed eutanasia).

Il ruolo della politica, dunque, nel suo vero senso del termine, è quello di riscoprire il senso della polis, ovvero della comunità, costruendone l’ordinamento che dev’essere volto al bene comune, il quale è necessariamente comprensivo del bene individuale, personale, di ogni soggetto che costituisce la comunità stessa. 

L’errore dei sistemi perfettistici sta nel fatto che presumono di programmare tutta la vita della comunità socio-politica in ogni particolare, escludendo anche che nel futuro programmato qualcuno possa compiere dei passi falsi, allontanandosi dalle scelte progettate per raggiungere infallibilmente gli scopi prefissati.

Come scrive Mario Palmaro, “C’è un tragico processo che le leggi ingiuste innescano nella società e nella testa della gente […]: digerire, assimilare, assorbire poco alla volta l’ingiustizia, in un primo tempo dicendo che sì, è una cosa sbagliata, ma che ormai non c’è più possibilità di eliminarla; dopo qualche anno il giudizio politico – ‘Non abbiamo la forza per eliminare quella legge’ – si trasforma in un giudizio morale e filosofico-giuridico: ‘Quella legge tutto sommato non è poi così cattiva, anzi è buona” (7).

È il rovesciamento del paradigma, che avviene quasi del tutto indisturbato. “Se il diritto positivo non si proponesse di rendere possibile la convivenza attraverso un’equa ripartizione dei beni e dei diritti, allora verrebbe meno la sua ragion d’essere. Un diritto che non mira alla pace, alla coesistenza, alla sicurezza sociale è come un’arte medica che non si propone di guarire l’ammalato ma di sopprimerlo. In tal caso gli uomini non avrebbero alcun motivo per obbedire al diritto positivo, anzi avrebbero ben fondati motivi per disobbedire” (8).

La sfida attuale, dunque, è quella di misurarsi con il mutamento della società occidentale, con gli esiti di questa deriva utilitaristica: l’abolizione dell’uomo, la sua spersonalizzazione a mero funzionario di una grande macchina, di un gigantesco ingranaggio, esiti che testi come quelli L’operaio di Ernst Junger e l’Ulisse di James Joyce, o pellicole come Tempi moderni di Charlie Chaplin – per citarne solo alcuni –, hanno intuito ed evidenziato da tempo.

Note

1 Cfr. S. Cotta, Il diritto come sistema di valori, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004

2  Cfr. L. Strauss, Scienza Sociale e umanesimo, a cura di L. Gattamorta, in «Ideazione», 1, 2004, pp. 198-208

3  Cfr. L. Allodi, La trascendenza, «luogo» dell’umano, in Persone. Sulla differenza tra “qualcosa” e “qualcuno”, a cura di L. Allodi, Laterza, Roma-Bari 2005, p. XI.

4  Cfr. Ivi, p. XIII

5  Cfr. Ivi, p. XV.

6  Cfr. R. Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, ed. Lindau, Torino 2018

7  M. Palmaro, Aborto & 194 – Fenomenologia di una legge ingiusta, SugarCo, Milano 2008, pp. 57-58

8  F. Viola, I diritti umani alla prova del diritto naturale, in «Persona y Derecho» 23 (2), 1990, pp. 101-128.

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Roberta Fidanzia, è Dottore di Ricerca in Storia delle dottrine politiche e Filosofia politica presso l’Università Sapienza di Roma, ove ha collaborato per anni svolgendo anche attività di ricerca e docenza. È Diplomata in Storia e Storiografia multimediale, Università Roma Tre.  È Direttore di Storiadelmondo, Direttore editoriale di Femininum Ingenium. Collana di Studi sul genio femminile, co-Direttore della Collana Voci della Politica e co-Direttore di Christianitas.  E’ Presidente del Centro Studi Femininum Ingenium.

Musk inquina il cielo. Nel silenzio di Greta

di ALBERTO CONTRI

Sempre più persone si stanno accorgendo di uno strano fenomeno, se alla sera o di notte se ne stanno un pò con il naso all’insù, in luoghi dove non c’è troppo inquinamento luminoso.

A molti sembra di vedere delle stelle in movimento.

Ma quali stelle…sono i satelliti con cui Elon Musk sta riempiendo il cielo senza sollevare alcuna protesta degli ambientalisti. Eppure il cielo appartiene a tutti gli abitanti della terra, e non solo a Musk.

Ripropongo quindi quanto ho anticipato in proposito nel pamphlet La sindrome del Criceto, Edizioni La Vela, 2020.

<<… Con una delle sue società, la Space X, Elon Musk ha appena cominciato a riempire il cielo di satelliti (a regime saranno 12.000!) capaci di offrire la connessione internet a tutto il mondo, anche alle zone rurali più povere, pagando, s’intende. Il tutto, però, esponendo gli abitanti del pianeta a un gravissimo effetto collaterale: riflettendo la luce della Luna, i primi satelliti lanciati già ora brillano modificando il panorama notturno della volta celeste, disturbano le attività dei radio-astronomi, moltiplicano la possibilità di collisioni satellitari in orbite già molto affollate e interferiscono con gli strumenti delle stazioni meteorologiche, riportando indietro i progressi in questo campo di oltre 40 anni, come sostengono gli esperti in materia.

Sulle orme di Musk c’è addirittura chi — rispolverando un vecchio progetto rimasto nel cassetto, dove avrebbe dovuto rimanere — vuole creare enormi ologrammi pubblicitari della dimensione di alcuni chilometri quadrati da proiettare nel cielo notturno. Sicché gli innamorati abbracciati su una panchina del Pincio, invece delle stelle, vedrebbero in cielo un enorme logo della Coca-Cola!

Per nulla turbato dai primi gravi incidenti provocati dall’auto senza pilota, e dai primi insuccessi delle sue costose auto elettriche, o della figuraccia raccattata durante la presentazione del suo modernissimo Cybertruck dai vetri indistruttibili che si sono rotti subito, Musk è riuscito a farsi autorizzare dalla FCC (Federal Communications Commission) i primi lanci nello spazio. Grazie alla lobby di cui dispone, le maggiori fonti d’informazione hanno plaudito all’iniziativa come a un grande esempio di mecenatismo, dimenticando che lo stesso Musk ha calcolato di poterci ricavare almeno 30 miliardi di dollari annui di fatturato.

Ora, nel giardino di casa sua, e anche sul suolo americano, Musk può fare quello che vuole, visto che una pur severa Commissione governativa gli ha dato la concessione, ma non è pensabile che possa ritenersi libero di occupare a suo piacimento il cielo illuminandolo di notte con decine di migliaia di corpi luminosi estranei alle stelle, cielo che appartiene a tutti gli abitanti della Terra.

Una sola persona non dovrebbe avere il diritto di riempirlo di spazzatura elettronica solo perché può farci del business, anche se in parte a fin di bene. Non si comprende nemmeno come un organismo serio e autorevole come la FCC si possa arrogare il diritto di dare concessioni per la navigazione nella volta celeste, su cui non ha alcuna giurisdizione.

Qualche mese dopo i primi lanci, all’inizio di settembre 2019, l’Agenzia Spaziale Europea, con una manovra d’emergenza mai tentata prima, ha dovuto deviare la traiettoria del proprio satellite meteorologico Aeolus per evitare lo scontro con il satellite Starlink 44 del progetto SpaceX di Musk.

Diverse fonti ufficiali hanno riferito che la 18a Squadra di controllo spaziale dell’Aviazione americana aveva segnalato che alle 13.02 (ora italiana) del 2 settembre avrebbe potuto verificarsi una collisione tra il satellite lanciato da Musk e Aeolus. Ma Musk ha dichiarato con grande faccia tosta che non aveva alcuna intenzione di spostarlo, in quanto i suoi mini-satelliti sono dotati di motori elettrici troppo piccoli. Più tardi si è invece scusato, evidentemente dopo la levata di scudi della comunità scientifica, affermando che non aveva potuto farlo per un guasto nel sistema di comunicazione!

Cosa succederà quando ne avrà sparati in cielo 12.000, dotati — evidentemente per risparmiare — di questi motori così limitati, disturbando il lavoro di astronomi e meteorologi?

È così che questi scatenati innovatori concepiscono la “sostenibilità”? Possibile che adesso la FCC non ci ripensi? O non può farlo perché i nuovi Padroni del Mondo intendono dimostrare che nessuno li può fermare? O non sarà perché Musk è il fornitore dei razzi vettori della Nasa?

Mi stupisce poi che le grandi organizzazioni ambientaliste (da WWF, a Greenpeace, ad Amici della Terra, ecc.) non abbiano ancora alzato un sopracciglio, mentre almeno le comunità scientifiche dei radio-astronomi e dei meteorologi hanno giustamente cominciato a protestare. Sarebbe il caso che si svegliassero, organizzando una grande petizione mondiale contro l’inquinamento del cielo.

Altro che bottiglie di plastica! E tu Greta, dove sei? E voi, innovatori a oltranza, che ritenete queste critiche frutto di un’ideologia conservatrice — perché secondo voi il progresso non può mai fermarsi — continuerete ugualmente a fare gli ambientalisti della domenica (o del venerdì gretino), dimenticando ogni coerenza?

Tra le altre cose, è noto che Musk è un entusiasta del Transumanesimo, come dimostrano i fantascientifici progetti di connessione mente/computer della sua società Neuralink…>>

Possibile che nessuno si preoccupi? Tutti abbagliati dalle magnifiche sorti e progressive della tecnologia e dell’Intelligenza Artificiale?


Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

DL Covid. Superamento dell’ordine democratico?

Lo stato di emergenza è prorogato fino al 31 luglio 2021.

Sulla gradualità dei provvedimenti e sul concetto di “emergenza“:

Imperial College Report. Era tutto deciso fin dall’inizio?

Sul prolungamento dell’emergenza:

Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n.14

Sulla normativa vigente in fatto di coronavirus, dai DPCM aL Dl:

Coronavirus, la normativa vigente

Il 20 aprile il Consiglio dei Ministri ha dunque approvato il Dl. Che prevede:

  • la reintroduzione delle zone gialle dal 26 aprile 2021
  • riapertura dei ristoranti anche a cena MA le attività di ristorazione consentite sono limitate a quelle all’aperto. Rimane il coprifuoco alle 22.00
  • Fino a fine anno scolastico, il ritorno a scuola e nelle Università è garantito in presenza dal 50% al 75% degli studenti. In zona arancione dal 70% al 100%. Nelle zone rosse si raccomanda di favorire gli studenti del primo anno
  • Riaprono cinema, teatri, sale concerti, live club, con posti a sedere distanziati e capienza del 50% per non più di 500 spettatori al chiuso e 1000 all’aperto
  • Dal 1 giugno aperte manifestazioni sportive di livello agonistico di interesse nazionale, capienza al 25% e non superiore a 1000 spettatori all’aperto e 500 al chiuso
  • Consentite attività palestre all’aperto, anche attività di contatto. Dal 1 giugno in zona gialla riapertura palestre,
  • Dal 15 giugno n zona gialla riapertura fiere, dal 1 luglio apertura convegni e congressi
  • Può ottenere il certificato verde:
    • chi ha completato ciclo di vaccinazioni. Il certificato ha validità di sei mesi e deve indicare le somministrazioni avvenute rispetto a quelle prescritte.
    • Chi è guarito – in ospedali o con cure domiciliari seguite da medico che  attesti la guarigione – , con durata di validità sei mesi.
    • Chi effettua test molecolare o test rapido con esito negativo, ha validità di 48 ore dalla data del test
  • Solo chi è munito di certificato verde può dunque spostarsi da una Regione a un’altra se si tratta di zone a statuto – detto colore -diverso. Dal 26 aprile fino al 15 giugno, in zona arancione, è possibile andare a trovare amici o parenti in una abitazione privata diversa dalla propria in quattro persone al posto di due. Il decreto limita le visite in casa anche in zona gialla.

Il certificato verde è rilasciato in formato cartaceo o digitale.

Su quali basi scientifiche il Governo decide che in un cinema/teatro/live club si possa stare in cinquecento e in un’aula scolastica o universitaria non si possa raggiungere numeri ben minori?

Lo Stato legifera sul contatto personale, sulle attività e i contatti personali all’interno delle abitazioni private. È lecito sottolineare come la norma introdotta, possa essere precedente ideologico per un superamento del concetto di proprietà privata? Ed è lecito confrontare queste decisioni con la consuetudine nei regimi dittatoriali e totalitari?

“L’Art. 3 della bozza del nuovo decreto-legge riporta: «Dal 1° maggio al 15 giugno 2021, nella zona gialla e, in ambito comunale, nella zona arancione, è consentito lo spostamento verso una sola abitazione privata abitata, una volta al giorno, nel rispetto dei limiti orari agli spostamenti di cui ai provvedimenti adottati in attuazione dell’articolo 2, comma 1, del decreto-legge n. 19 del 2020, e nel limite di quattro persone ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi, oltre ai minorenni sui quali tali persone esercitino la responsabilità genitoriale e alle persone con disabilità o non autosufficienti conviventi. Lo spostamento di cui al presente comma non è consentito nei territori nei quali si applicano le misure stabilite per la zona rossa».In sostanza, rispettando il coprifuoco che, salvo novità dell’ultima ora, resterà fissato tra le 22 e le 5 del giorno dopo, la visita a casa è vietata in area rossa, ammessa nel proprio Comune a un massimo di 4 persone (prima erano 2) se si è in zona arancione, mentre è possibile effettuarla in tutta l’area gialla, quindi anche in Regioni diverse purché gialle, sempre però una sola volta al giorno e spostandosi al massimo in 4 persone” Veronasera  20 aprile 2021FONTE

Su quali basi costituzionali il Governo discrimina i cittadini su un punto fondamentale come il diritto al lavoro, alla realizzazione personale, allo stato di necessità – sopravvivenza, mantenimento del nucleo familiare, evitare il pignoramento di beni, scongiurare la sottrazione dei minori a famiglie senza più reddito -, decretando che solo alcuni lavoratori/piccoli imprenditori possono riacquisire, parzialmente, i propri diritti ed altri no?

Lo Stato italiano vieta, di fatto, la libera iniziativa?

Lo Stato italiano viene, di fatto, ridisegnato con una geografia delle microaree e microregioni?

Tutti i diritti di libera circolazione sono sospesi, trasformando il cittadino di fatto, in straniero nella propria terra? Ideologicamente parlando, si ravvisa persino il superamento dello Ius soli e dello Ius Sangunis, una sorta di trasformazione dello stato di cittadino in stato di suddito.

Il diritto allo spostamento diventa oggetto di discriminazione.

Il malato, anzi il sano, è discriminato – con equiparazione tra stato di “positivo” a stato di “malato”-. Il cittadino è libero di circolare solo se in grado di dimostrare il proprio stato di salute. Il corpo sano diventa automaticamente e ideologicamente oggetto di reato? Il corpo sano, non certificato, diventa fuori legge. Con pericolose premesse ideologiche a futura legislazione.

I permessi del certificato verde hanno validità semestrale. [1]

Il cittadino viene a perdere ogni autorità sul proprio stesso corpo, con decadimento del principio dell’Habeas Corpus su cui si fondò il Diritto moderno inglese e che portò al definitivo superamento e abolizione della schiavitù in Europa. In Italia il diritto alla libertà personale fu inizialmente sancito dall’art.35 della Costituzione del Regno di Sicilia del 1812 e dall’articolo 26 dello Statuto Albertino del 1848, fu ripreso dagli articoli 13, 24 e 25 della Costituzione del 1948 dopo che era stato abolito durante il Fascismo.

Il permesso di spostamento legato al tampone che attesti la negatività al virus ha validità di 48 ore ed è legato ai costi e ai tempi di realizzazione. Questo aspetto logistico ed economico, non limita pesantemente o esclude, di fatto, la circolazione persino ai negativi? Come mai non sono presi in considerazione i sierologici che attestino l’immunizzazione al virus?

Su quali basi scientifiche si concede la libera circolazione ai vaccinati, quando gli stessi produttori, venditori e sostenitori di vaccini e la letteratura scientifica dimostrano che il vaccinato può comunque contagiare?

Covid Francia, il Consiglio di Stato respinge  viaggi alle persone vaccinate: “portatori di virus”

NOTE

[1 Sulla certificazione verde, stralci del Decreto:

A) <<Certificazioni verdi. Il decreto prevede l’introduzione, sul territorio nazionale, delle cosiddette “certificazioni verdi Covid-19”, comprovanti lo stato di avvenuta vaccinazione contro il SARS-CoV-2 o la guarigione dall’infezione o l’effettuazione di un test molecolare o antigenico rapido con risultato negativo. Le certificazioni di vaccinazione e quelle di avvenuta guarigione avranno una validità di sei mesi, quella relativa al test risultato negativo sarà valida per 48 ore. Le certificazioni rilasciate negli Stati membri dell’Unione europea sono riconosciute come equivalenti, così come quelle rilasciate in uno Stato terzo a seguito di una vaccinazione riconosciuta nell’Unione Europea>>. Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n.14, del 21 aprile 2021

B) Le certificazioni verdi o green pass. Nella bozza all’Art. 2 si legge che «gli spostamenti in entrata e in uscita dai territori delle Regioni e delle Province autonome collocati in zona arancione o rossa sono consentiti ai soggetti muniti delle certificazioni verdi di cui all’articolo 10». 

Nell’Art. 10 viene quindi spiegato che le certificazioni verdi «sono rilasciate al fine di attestare una delle seguenti condizioni>>:

  • a) avvenuta vaccinazione anti-Sars-CoV-2, al termine del prescritto ciclo.
  • b) avvenuta guarigione da Covid-19, con contestuale cessazione dell’isolamento prescritto in seguito ad infezione da Sars-CoV-2, disposta in ottemperanza ai criteri stabiliti con le circolari del Ministero della salute.
  • c) effettuazione di test antigenico rapido o molecolare con esito negativo al virus Sars-CoV-2».

La validità della certificazione verde per quel che riguarda l’avvenuta vaccinazione oppure l’avvenuta guarigione avrà una durata di sei mesi, mentre in relazione al terzo caso, cioè l’effettuazione di un test rapido o molecolare la validità è di 48 ore. Da Veronasera del 20 aprile 2021  

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Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Autrice su Il Mondo di Pannunzio, design editoriale e co-founder Media Emporia.

Campi per 36.000 persone e strutture di isolamento per minori. Legittime le domande

di EUGENIA MASSARI

Scadeva a metà aprile il bando pubblicato con carattere d’urgenza, volto l’allestimento di campi container per l’assistenza della popolazione in caso di eventi emergenziali.

Il bando da quasi trecento milioni, per campi da 36.000 posti

Il bando è consultabile e scaricabile dalla pagina CONSIP.

Indetto il 24 marzo 2021 e pubblicato su GUUE n. S061, il 29 marzo 2021, con scadenza per la presentazione dei progetti al 12 aprile 2021. La cronologia di gara è reperibile integralmente sulla stessa pagina CONSIP.

Il bando prevede l’allestimento di campi container per una capacità di 8000 posti a lotto, per quattro lotti – Nord, Sud, Centro, isole -, per una spesa di 266.716.544 di euro.

La notizia comincia a circolare in associazione all’emergenza sanitaria: si tratta di campi in qualche modo connessi all’emergenza covid19? Immediatamente media e siti anti bufale si premurano di associare la dicitura “fake”, “bufala, teoria del complotto”, alla notizia. Le argomentazioni sono le seguenti: non è un campo Covid, bensì spazi pensati per generiche emergenze; è una operazione di routine.

La Protezione Civile coglie l’occasione per chiarire il funzionamento della gestione delle emergenze e descrive il bando come normale amministrazione.

La “stampa” anti bufale non coglie a sua volta le argomentazioni di chi sottolinea invece la notizia come interessante. Alcuni di questi siti riportano, associandola alla parola fake, immagine a corredo della notizia circolata. Tuttavia, scelgono immagine generica e non immagine su cui venivano chiesti chiarimenti.

L’immagine in questione si riferisce invece a planimetrie scaricabili tra gli allegati del bando.

Ed è la seguente:

La domanda di chi avrebbe voluto ricevere maggiori chiarimenti sul bando, è relativa alla presenza di spazi specifici aperti al pubblico.

Che tipo di spazi, allestiti per ospitare persone, potrebbero non prevedere l’accesso al pubblico?

Gli 8000 posti a lotto sono da intendersi a loro volta suddivisi per Regione o pensati per le quattro aree? Ovvero, si verranno a finanziare piccole strutture temporanee per accoglienza su territorio, a livello locale o strutture decentrate su cui far convergere ospiti dalle quattro aree? In quest’ultimo caso si tratterebbe di far spostare i cittadini, allontanandoli anche fuori Regione?

Il bando è di routine. Tuttavia, risulta emanato con carattere di forte urgenza ed emergenza.

L’idea del campo covid non è un’idea peregrina.

Qui un campo container che Avvenire indica come campo alla “periferia di Shijiazhuang, la capitale provinciale della provincia di Hebei, il campo può accogliere oltre 4 mila ospiti. Ogni prefabbricato misura 18 metri quadrati”…

Covid. Cina, i campi di quarantena ultima trincea contro il virus

Qui Jan Peter Schröder, amministratore tedesco descrive spazi volti ad ospitare persone positive o venute in contatto con positivi, le quali violino la quarantena: “sono come hotel” esordisce. Il video inquadra spazi con filo spinato e sbarre alle finestre, molto più simili a comuni strutture detentive che a hotel.

Das ist der Corona-Knast für Quarantäne-Verweigerer | Schleswig-Holstein

“Der Norden macht ernst: Wer sich in Schleswig-Holstein künftig trotz mehrfacher Ermahnung nicht an die behördlich angeordnete häusliche Corona-Quarantäne hält, landet hinter Gittern!”, ovvero “Il nord fa sul serio: chiunque non si attenga alla quarantena domestica ufficialmente ordinata nello Schleswig-Holstein in futuro, nonostante i ripetuti avvertimenti, finirà dietro le sbarre!”.

I campi covid sono dunque già realtà in alcune aree. Ragione per cui i cittadini chiedevano rassicurazioni al Governo.

Sardegna. Strutture per isolare i minori positivi asintomatici

Un altro bando interessante è quello emanato dalla Regione Sardegna a gennaio del 2021. Bando per la selezione di almeno due strutture, una nel Nord Sardegna e una nel Sud, idonee ad ospitare minori Covid positivi asintomatici/paucisintomatici o per i quali è comunque prescritto l’isolamento (strutture filtro).

Manifestazione di interesse per selezione di due strutture, una nel nord e una nel sud Sardegna, idonee ad ospitare minori Covid positivi

I documenti del bando sono qui scaricabili.

Strutture specifiche per minori, organizzate in modo da rendere possibile l’isolamento. Di quali minori si tratta? Minori ospiti nelle case famiglia, minori privi di tutela genitoriale?

Non è sufficiente permettere la quarantena a bambini e ragazzi – che, ricordiamo, non hanno sintomatologia grave né rischiano di fatto nulla da questa malattia – all’interno delle attuali strutture? È pensabile isolarli ulteriormente, in strutture pensate appositamente per l’isolamento? E cosa vuol, dire questo, in associazione alla figura del bambino e del minore?

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Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Autrice su Il Mondo di Pannunzio, design editoriale e co-founder Media Emporia.

Perché il governo ignora le cure?

Di ALBERTO CONTRI

Le grandi tensioni che gravano sulle riaperture sia nel governo che nella piazza, traggono la loro origine da una equazione che sembra basata su una logica inoppugnabile: non si deve riaprire finché il numero dei contagiati, dei ricoveri, delle terapie intensive e dei decessi non scende, e finché non sale significativamente il numero dei vaccinati.

Per un anno le Istituzioni della Salute hanno ripetuto questo mantra, dando ai medici di base una sola indicazione, “tachipirina e vigile attesa“: che ora si scopre essere esattamente quello che non si deve fare.

A dirlo non è qualche folkloristico medico isolato, ma il prof. Giuseppe Remuzzi, Direttore Scientifico dell’Istituto Mario Negri, che propone inoltre, per curare il Covid-19,  un precoce intervento nei primi tre giorni dell’infezione a base di farmaci di uso assai comune e di costo molto basso.

Lasciati soli con l’unica indicazione di “tachipirina e vigile attesa” (secondo il prof. Remuzzi il paracetamolo è solo un antifebbrile che può favorire invece l’infiammazione) un numero sempre crescente di medici di base si è inoltre organizzato in reti come quella di IppocrateOrg in cui vengono scambiate indicazioni di cure efficaci con farmaci di impiego tradizionale sperimentati sul campo, e pure di integratori specifici per il rafforzamento del sistema immunitario. Su questo sito è inoltre possibile pubblicare richieste di aiuto in caso di latitanza del proprio medico, richieste che vengono evase da medici volontari.

Da queste colonne  il prof. Luigi Cavannaprimario oncoematologo di Piacenza, pioniere delle cure precoci a domicilio, a cui nei giorni del primo lockdown il Time ha dedicato una copertina, ha messo il dito nella piaga: “La maggior parte dei colleghi che sono nel comitato tecnico scientifico e nelle altre istituzioni di indirizzo hanno un’estrazione ospedaliera. L’ospedale non copre l’intera realtà della malattia, anzi in un certo senso la distorce, perché la schiaccia dentro la sua gravità. Chi segue il paziente oltre l’ospedale e lo prende in carico prima, durante e dopo il ricovero, sa che la sfida alla malattia si combatte in tempi e con strumenti diversi. La sfida al Covid è anzitutto un’impresa del tempismo: curare presto e a casa per evitare che il malato si aggravi e che il suo aggravarsi impatti sul sistema sanitario, indebolendolo”.

Il fondatore di IppocrateOrg, il dr. Mario Rango, nell’introduzione al suo manuale Guarire il Covid19 a casa afferma: “Le persone vengono lasciate sole, atterrite dalla paura. Muoiono perché non ricevono le cure che esistono e che sono sempre esistite. È adesso che va fatto il possibile. È adesso che vanno aiutate. È adesso che vanno salvate. Non si può aspettare ancora. Il Covid19 è una malattia di cui non si muore se curata adeguatamente entro i primi 3-4 giorni dalla manifestazione dei sintomi”. 

A supporto di questa affermazione c’è un dato assai significativo: finora sono stati curati a domicilio con successo, dai medici aderenti al network, oltre 13.000 pazienti. Con soli cinque insuccessi perché presi in ritardo e con gravi patologie pregresse.

Mentre il mantra delle Istituzioni della Salute (come se le molte centinaia di coscienziosi medici sul territorio fossero tutti degli improvvisati impostori) ripete a pappagallo che sulle terapie domiciliari non ci sono ancora studi “rigorosi” pubblicati su riviste di prestigio. Francamente è una obiezione perlomeno curiosa, che non pochi giudicano viziata dall’influenza sulla comunità scientifica della lobby interessata a indicare i vaccini come unica via d’uscita.

Domandiamoci allora perché, vista l’emergenza della pandemia, sono stati autorizzati di gran corsa dei vaccini creati in meno di un anno quando ce ne sono sempre voluti almeno dieci o quindici?

È sotto gli occhi di tutti quello che sta accadendo con la scoperta di imprevisti effetti collaterali molto gravi, certamente molto limitati di numero; ma intanto alcuni vaccini già approvati vengono messi all’indice in alcuni paesi, il che dimostra che sono stati perlomeno accelerati dei passaggi. Infatti, se si vanno a compulsare ad esempio i documenti ufficiali come il Risk Management Plan del vaccino di AstraZeneca, si legge: “Impatto rischio-beneficio: Data la natura accelerata del programma di sviluppo clinico, la comprensione del profilo di sicurezza a lungo termine dell’AZD1222 è attualmente limitata. Sebbene non vi siano al momento prove per sospettare un profilo di sicurezza avverso a lungo termine data la scarsità di dati, la possibilità non può essere esclusa.

Un altro mantra con cui vengono saturate le orecchie dei cittadini è che i vantaggi superano i rischi, e che i vaccini eviteranno migliaia di morti. Ma potrebbe non essere così vero: la Reuters ha appena reso noto uno studio dell’Università di Tel Aviv, secondo il quale il vaccino Pfizer si rivela poco efficace contro la variante sudafricana. La tv pubblica giapponese ha reso noto che la variante locale, denominata E484K, sta risultando altrettanto resistente. Ancora più preoccupante lo studio appena pubblicato sul British Medical Journal, in cui secondo l’Imperial College e la London School of Hygiene and Tropical Medicine, “in seguito all’allentamento delle regole di distanziamento sociale, è altamente probabile una ulteriore recrudescenza di ricoveri e di decessi, anche a causa di una riduzione dell’efficacia del vaccino”.

Come si vede, il problema non è solo italiano: con una testardaggine degna di miglior causa, la cosiddetta scienza ufficiale continua ad occuparsi solo di vaccini, ignorando del tutto la via d’uscita delle terapie domiciliari, che alla fine, si stanno dimostrando più efficaci e assai meno costose in termini sia sociali che economici.

Non resta che fare un appello accorato al Governo e alle autorità sanitarie perché prendano atto del sapere medico che si è diffuso con successo sul territorio, e invitino tutti i medici di base a seguire l’esempio dei loro colleghi più coscienziosi. Perché il rischio che il Governo si prende sia veramente ragionato, come ha detto il presidente Draghi, non c’è alcuna ragione al mondo per non affiancare alla vaccinazione un pressante invito ai medici di base ad intervenire con la necessaria rapidità e con gli indirizzi terapeutici la cui efficacia è oramai confermata da una prassi terapeutica sempre più diffusa.

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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Memoria Negata. Crescere in un Centro di Raccolta Profughi per Esuli Giuliano-Dalmati

di REDAZIONE

Un momento drammatico della Storia italiana.

Frammenti di identità, di cultura e di umanità negata, non solo nel suo essere stata ma addirittura nel diritto legittimo di rientrare nella Storia tramandata. Sono le vicende dei profughi Giuliano-Dalmati.

Il Centro Studi Femininum Ingenium affronta la vicenda dalla prospettiva femminile ed è lieto d’invitare i lettori a partecipare all’evento dedicato alle celebrazioni del Giorno del Ricordo 2021.

L’Esodo e le Donne ripercorrerà le vicende attraverso l’interessante e toccante conversazione con l’autrice Marisa Brugna che presentarà il suo libro Memoria Negata. Crescere in un Centro di Raccolta Profughi per Esuli Giuliano-Dalmati, edito da Condaghes nel 2015.

L’incontro è aperto a tutti e si svolgerà online, mercoledì 17 Febbraio alle ore 18.00 su piattaforma Zoom.

PER PARTECIPARE

L’evento si svolgerà via Zoom e la partecipazione è libera. Pagina web http://www.feminunumingenium.it.

Per iscriversi scrivere a eventi.CSFI@gmail.com entro le 18.00 del giorno prima.

Croci e lumini. Assurdo Capitale

Di MARGHERITA MENELAO

Nei giorni scorsi abbiamo assistito ad alcuni avvenimenti sconcertanti. La Capitale, infatti, è stata protagonista di episodi di violenza inauditi.

A Roma, di notte, si può assistere alle nemmeno tanto timide passeggiate di cinghiali, volpi, faine…


Come ormai è noto a tutti, le strade delle città, comprese quelle della nostra bella Roma, sono tornate ad essere invase da animali selvatici, attratti dall’immondizia non raccolta o gettata impropriamente. E così, soprattutto la notte, si può assistere alle nemmeno tanto timide passeggiate di cinghiali, volpi, faine. A volte si possono intravedere anche ricci e lepri. Se questi ultimi sono certamente per nulla pericolosi direttamente per l’uomo, di certo i primi possono diventarlo.


Gli uomini, in questi ultimi anni, vivono in preda ad un delirio di auto-condanna per la loro stessa esistenza.

Sembrano aver dimenticato, infatti, che l’opera di civilizzazione e urbanizzazione ha eliminato il sorgere e il diffondersi di molte malattie pestilenziali, che l’arginare certi tipi di animali oltre il confine della città ha consentito di avere una minore diffusione di malattie e di incidenti a volte invalidanti.

…Quasi contemporaneamente alla triste vicenda dei cinghiali e della loro mamma barbaramente uccisi in piena città, si svolgeva una polemica terribile e terrificante sul Cimitero degli Angeli, il luogo di sepoltura dei bambini non nati

Ricordo che alcune anziane signore di paesi rurali, del sud e del nord Italia in questo non vi era distinzione, raccontavano di quanti bambini fossero deformi e mutilati perché cresciuti dai contadini insieme ai maiali o ai cinghialetti, che avevano la decisamente poco carina abitudine di mangiucchiare i piedini e le manine degli infanti.


L’uomo contemporaneo, attratto com’è dalla vita di campagna – e giustamente! considerando quanto sia dannoso l’inquinamento e quanto spesso sia oppressiva la città -, non ricorda che la sua attività sulla natura è quella di darle un ordine.


Questa incapacità dell’essere umano contemporaneo, ovvero questa incapacità di ‘ordinare’, corrisponde ad una sua specifica carenza interiore, psichica e spirituale.

L’uomo contemporaneo ha perso il suo riferimento, ha tradito il suo proprio ordine interiore, il suo specifico ordine ontologico. In questo modo non riesce più a distinguere una gerarchia dei valori, a ragionare in termini di peso specifico delle cose e degli eventi. Non è più in grado di prendere le proprie misure intorno alla vita.


Quasi contemporaneamente alla triste vicenda dei cinghiali e della loro mamma, è vero barbaramente uccisi davanti ai bambini in piena città, si svolgeva sempre nella Capitale una polemica terribile e terrificante circa il cosiddetto Cimitero degli Angeli, ovvero il luogo di sepoltura dei bambini non nati.


Se possiamo certamente discutere delle modalità brutali con cui è stato risolto il problema cinghiali, in realtà non è stato risolto ‘il problema cinghiali’ ma quello specifico problema cinghiali, e sui modi certamente poco ortodossi di agire e di assumersi – o non assumersi – responsabilità di fronte alla comunità dei cittadini, che pure si erano attivati per una soluzione alternativa, non possiamo certamente tacere sulle modalità con cui la questione dei bimbi non nati sia stata affrontata dai media e dalla medesima comunità di cittadini (non intendo gli stessi identici cittadini, sia chiaro, ma in senso generale).


Su questo cimitero la polemica è nata perché una madre che ha abortito il proprio figlio – non interessano le motivazioni in questa sede -, dopo aver deciso di non occuparsi della sepoltura del suo bambino e aver demandato ogni pratica all’ospedale, ha scoperto dopo mesi che il suo bambino sarebbe stato sepolto, a cura di una associazione cattolica di volontari, e sulla croce sarebbe stato apposto il suo nome.

Lo scandalo e l’irritazione dei movimenti femministi

Da qui lo scandalo che ha fatto irritare i movimenti femministi e che ha condotto ad una serie di indagini per capire chi fosse il colpevole di cotanto ‘orrore’.


Si sono levate voci in difesa della libera scelta delle donne di abortire, che significa uccidere il proprio figlio; si sono gridate urla contro lo stigma sociale sulla donna che ha deciso di interrompere la gravidanza, contro il patriarcato e la Chiesa cattolica che si occupa abusivamente del ‘materiale fetale e del prodotto abortivo’ (già queste definizioni sono sufficienti di per sé a ridefinire l’uomo stesso).

È  stato urlato il diritto a gettare il proprio figlio nei sacchi dell’umido (entro le venti settimane i feti vengono considerati rifiuti speciali, dopo?), perché non è un essere umano (o forse perché lo è). A non dargli sepoltura e ad impedire che un atto di carità cristiana lo facesse in vece propria. È  stato chiesto di divellere le croci sopra le piccole tombe dei bimbi non nati, perché ci sono donne che abortiscono che non sono cristiane (vorrei vedere!), non sono cattoliche (mi pareva…) e non riconoscono la croce, anzi alcune la disprezzano.

Queste donne, che prima negano l’umanità del proprio figlio, dopo non gli riconoscono dignità di sepoltura, non accettano che qualcuno possa farlo al posto loro per amore, per quella Caritas divina che scintilla anche nell’essere umano e che ambisce a rimanere accesa e splendente. Perché in ogni concepito c’è non soltanto tutto il DNA dell’uomo ma anche ciò che farà e ciò che potrà essere.


Se possiamo discutere sull’opportunità di indicare il nome delle madri abortive, non possiamo certamente fare a meno di ragionare sull’opportunità di non gettare la vita umana via come fosse spazzatura.


E sull’opportunità – o sulla schizofrenia dilagante – di accendere tanti bei lumini per i cinghiali uccisi e di divellere le croci per gli uomini sepolti.


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Margherita Menelao, dopo una formazione accademica di alto livello, lavora nella PA. Svolge attività di ricerca indipendente, si dedica alla divulgazione storica e all’organizzazione di eventi culturali.

Nagorno Parabakh, Fernand Braudel e il venditore di bibite

di ALBERTO CONTRI

In una regione dal nome finora sconosciuto ai più, sta scoccando una scintilla in grado di far esplodere l’attuale sistema di alleanze internazionali.

La Russia sostiene la causa degli Armeni, mentre la Turchia – membro della Nato – ma protetta dalla Russia, sostiene quella degli Azeri.

La Russia sostiene la causa degli Armeni, mentre la Turchia – membro della Nato – ma protetta dalla Russia, sostiene quella degli Azeri.

Sostenere è un eufemismo, perché in realtà si stanno mitragliando e bombardando di santa ragione.

La situazione è delicata perché la Russia non può abbandonare al suo destino il Caucaso del sud, mentre l’Europa non può tollerare un simile conflitto ai suoi confini. Inoltre, cito fonti affidabili, l’America intenderebbe mollare quanto prima la Turchia al suo destino (Erdogan troppo inaffidabile) provocando con questa mossa assai significativi spostamenti sulla scacchiera geopolitica.

Spostamenti che assegnano all’Italia quel ruolo chiave che il grande storico Fernand Braudel ha descritto in una serie di libri semplicemente memorabili.

Spostamenti che assegnano all’Italia quel ruolo chiave che il grande storico Fernand Braudel ha descritto in una serie di libri semplicemente memorabili.

Con la riduzione della Turchia ai minimi termini, l’Italia diventerebbe il nuovo muro di Berlino tra Europa, Asia e Africa, continente in cui i cinesi si stanno espandendo con tenace sistematicità. Agli Americani questo stato di cose non sta affatto bene, motivo per cui sono molto interessati a presidiare un Paese sempre più chiave come il nostro, che si affaccia sull’Africa, e presto prenderà il posto della Turchia. Dal canto loro i Cinesi non stanno perdendo tempo nel conquistare porti italiani e strutture di grande importanza logistica per accedere all’Europa.

In una situazione storicamente favorevole come questa, un Governo degno di questo nome, invece di andare in giro con il cappello in mano accontentandosi delle photo opportunity, potrebbe sfruttare la situazione per trasformare l’Italia nella Svizzera del Mediterraneo.

È altresì noto che i Francesi stiano tentando di consolidare sempre di più la loro presenza nel Bel Paese, acquisendo il controllo di imprese di grande importanza strategica (v. comunicazione e distribuzione) e anche militare.

In una situazione storicamente favorevole come questa, un Governo degno di questo nome, invece di andare in giro con il cappello in mano accontentandosi delle photo opportunity, potrebbe sfruttare la situazione per trasformare l’Italia nella Svizzera del Mediterraneo.

Ma ci vorrebbero dei leader veri, dei diplomatici tosti, mentre noi abbiamo ominicchi intenti a baloccarsi con giocattolini, come la piattaforma Rousseau o smaniosi di andare a pavoneggiarsi e a strillare nei talk show televisivi.

se gli uomini di governo non stanno bene, quelli dell’opposizione non stanno affatto meglio.

In un contesto nel genere, come possiamo accettare che il Ministro degli Esteri abbia la statura e le competenze di un venditore di bibite (con tutto il rispetto per questo umile e utile lavoro)? Natura non facit saltus: né per i venditori di bibite, né per qualunque altro essere inadeguato esiste la grazia di stato. Se non hai studiato e non hai esperienze specifiche e ben sedimentate, come potrai tenere botta in mezzo al tiro incrociato dei potenti del mondo, cercando inoltre di avvantaggiare il tuo Paese grazie ad una occasione storica?

Purtroppo è pure chiaro che se gli uomini di governo non stanno bene, quelli dell’opposizione non stanno affatto meglio. E così, un popolo che è stato capace di creare l’Impero Romano, finirà per svolgere lavoretti residuali per i nuovi occupanti “dagli atri muscosi, dai fori cadenti, dai solchi bagnati di servo sudor”.

Che fare? Arrendersi definitivamente?

Mai.

Non resta che ricominciare dai valori e dalle qualità che in molte parti del paese si sanno ancora esprimere, e soprattutto resistere ad un degrado che ha pure del tragicomico, dato che a menare la danza ci sono pure dei giullari.

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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Alla ricerca delle ragioni ideali

di VINCENZO SPAZIANTE

Gli ultimi trent’anni di storia italiana si chiudono con un bilancio ampiamente insoddisfacente dello stato di salute del Paese nelle sue diverse e interrelate dimensioni.

Dell’Italia che esce da questo periodo si possono comporre i più diversi ritratti, ma quale che sia l’angolazione visiva prescelta la sensazione amara che invariabilmente se ne ricava è che l’oggi, e il domani, dopo tante occasioni perdute, tanta insipienza decostruttiva, tanto pressappochismo miope, presentino una galleria di problemi aggravati, di opzioni ormai precluse, di soluzioni di difficile progettazione e ancor più difficile attuazione.

La logica della spartizione

Il percorso di costruzione delle culture e delle scelte politiche che riguardano la collettività, le sue modalità di vita, di convivenza e di sviluppo, i modi del suo trasformarsi, del suo mutare organizzazione ed assetti, si è fortemente indebolito. L’intervento sui problemi e i nodi di oggi non si cala nella traccia di percorsi futuri condivisibili di più ampio ed ambizioso respiro, ma è ormai ridotto ad una passiva e opportunistica accettazione dello stato dell’arte, delle regole su cui si fonda e dei condizionamenti e vincoli di ogni natura che ne derivano, non di rado individuati insieme ed insieme confusi, a mo’ di giustificazione, con l’elastica ed eterogenea categoria degli effetti della globalizzazione. Ciò che resta alla politica nazionale sembra essere vissuto con la sola logica della spartizione di quanto rimane a disposizione, di ciò che la globalizzazione non ha sottratto. Ovvio che un tale orientamento sembri terreno privilegiato più per la disputa tra gruppi e fazioni che per il confronto tra progetti politici diversi.

Ciò che resta alla politica nazionale sembra essere vissuto con la sola logica della spartizione di quanto rimane a disposizione, di ciò che la globalizzazione non ha sottratto

I processi decisionali all’interno dell’azione pubblica si adeguano, su tutti i fronti, a questa versione di basso profilo della politica. La legge, qualsiasi legge, rischia ogni volta di essere l’affermazione di un principio astratto di autorità, più che la ricerca di soluzioni efficienti: quando non diventi anch’esso, in una sorta di contrappasso altrettanto frustrante, strumento banale di risposta a situazioni contingenti, una sorta di pronto soccorso per ottenere effetti immediati e autoripaganti a prescindere dalle conseguenze che le prime cure avranno in futuro sul decorso della malattia.

Se il processo decisionale pare sbloccarsi solo di fronte a situazioni straordinarie o a scadenze non rinviabili, in qualche modo obbligatorie, senza che si percepisca il respiro organico di una qualche dimensione progettuale, pare evidente che, tra le conseguenze, si registri anche una diminuita attenzione per la qualità delle istruttorie, degli approfondimenti, dell’analisi critica e autocritica.

La politica sembra cercare la propria ragion d’essere su altri piani, intensificando la frequentazione delle sue proprie dimensioni simboliche, di immagine, comunicative, e ricercando la conferma di identità dei protagonisti su piani sempre più astratti e virtuali.

La scomparsa dalla scena delle ideologie contrapposte, sostituite dalle infinite declinazioni possibili dell’unica rimasta in scena per tutti

Su questi come su altri terreni la forza cogente della realtà non offre ancore, approdi e riferimenti concreti, non dà modo di scorgere i propri limiti: la conseguenza è un aumento vertiginoso delle forme di affermazione dell’identità a scapito di tutte le altre dimensioni dell’agire politico. La scomparsa dalla scena delle ideologie contrapposte, sostituite dalle infinite declinazioni possibili dell’unica rimasta in scena per tutti, sembra obbligare ad una sorta di continuo ripiegamento su di sé degli schieramenti, dei partiti, delle coalizioni, ad un ritorno a criteri che parevano superati di continua ridefinizione dei confini tra amico e nemico, ad un perenne ricorso alle categorie dell’appartenenza a priori, che prescinde da ogni valutazione sulla validità di qualsiasi proposta, spesso data per scontata, talora rinviata, e mai comunque sviluppata fino al fondo delle sue conseguenze e dei suoi effetti.

La scomparsa dalla scena delle ideologie contrapposte, sostituite dalle infinite declinazioni possibili dell’unica rimasta in scena per tutti

La conoscenza lascia abbondante spazio alla percezione, il programma alla capacità di suscitare emozioni, la coerenza alla resa televisiva, la competenza alla ricerca del consenso, in un percorso che intreccia significativamente gli itinerari culturali e professionali dei protagonisti, i tempi e le modalità del cambiamento sociale, l’evoluzione-involuzione delle politiche istituzionali e della politica tout court.

E’ ovvio che lo stile della politica degeneri.

Siamo passati all’autoscontro e prevale  il gusto di avventarsi uno sull’altro in assoluta libertà, senza conti dal carrozziere, per vedere chi è più capace di tenere il centro della pista, o dar le botte più forti: componente che sembra diventata essenziale per consentire alla platea di identificarsi, individuando il probabile vincitore.

La politica: uno spettacolo dove si recitare a soggetto

La politica, una volta ridotta la partecipazione a tifo da stadio, a scelta aprioristica dell’una o dell’altra formazione in campo, sembra perdere per questa via i vantaggi di una possibile flessibilizzazione, di una uscita dagli schemi rigidi imposti dalla contrapposizione tra i blocchi, che tanta speranza e tanti sogni hanno alimentato negli ultimi decenni del secolo scorso, quando pareva possibile immaginare che anche le istituzioni potessero alimentarsi non più di ideologie, ma di analisi, di conoscenze, di apporti interdisciplinari capaci di dare ai processi di decisione e gestione gli strumenti per una navigazione più sicura, per disegnare rotte meno dispersive e costose, e che soluzioni prima fuori portata per tutti potessero d’incanto generarsi usando ingredienti ideali e pratici ora scongelati e tornati ad essere nuovamente disponibili.

Anche la riorganizzazione del sistema politico su base bipolare è stata progettata, pensata e voluta per aumentare la governabilità, un adeguamento necessario per profittare appieno delle condizioni ritrovate di operatività politica con più gradi di libertà, svincolate dalle obbligazioni e dalle distorsioni indotte dalla situazione precedente, premessa per un recupero di efficienza ed efficacia destinato ad esaltare, non certo a deprimere, il tasso di democraticità disponibile nel Paese.

Forse abbiamo sottovalutato tutti – e se così fosse davvero sarebbe sottovalutazione grave – il ruolo di cultura condivisa svolto dalle ideologie, anche nella loro fase di declino. Cadute queste, gli attori del sistema in mancanza di una tale cultura condivisa, di un linguaggio comune, di significati univocamente definiti, hanno cominciato a recitare a soggetto, senza copione, senza uno stile, cedendo in fretta agli effetti più gigioneschi e furbeschi dell’ammiccamento, ai cosiddetti “pezzi di bravura”, capaci di strappare l’applauso a scapito della coerenza della rappresentazione.

Cadute le ideologie, i politici, in mancanza di una cultura condivisa, hanno cominciato a recitare a soggetto

Questo contesto ha indotto gli impresari della politica ad abbandonare le preoccupazioni per la buona preparazione degli attori e la creazione di compagnie affiatate e a concentrare l’attenzione unicamente sulla scelta del primo attore e dei pochi comprimari cui è assicurata visibilità, scatenando da un lato la corsa ad apparire, a pensare non senza ragione che il consenso politico dipenda più dalla notorietà dei volti presso il grande pubblico che dalle qualità personali e dalla preparazione, dall’altro relegando in zone d’ombra sempre più vaste e spesse tutti gli altri attori e le comparse. E nell’ombra c’è chi prova a balzare almeno di tanto in tanto sul proscenio sfruttando le occasioni che si presentano, chi sceglie di trovare accomodamenti e convenienze personali peraltro di scarso interesse per il pubblico.

Non c’è da stupirsi se le pratiche individuate dagli interessi personali per sollevarsi, singolarmente o in gruppo, sulla scena pubblica non accennino a diminuire e se su un palcoscenico illuminato solo da uno spot di taglio sui pochi protagonisti nelle parti meno illuminate ci si dia molto da fare.

Diventata spettacolo la politica, resi spettatori i cittadini e gli elettori, divisi tra pochi veramente appassionati al genere ed una quantità crescente di delusi, annoiati e distratti, le “alte scuole” si sciolgono, scompaiono i maestri ed anche i critici più raffinati si ritrovano sempre più spesso a parlare da soli, o a confrontarsi più con gruppi di amici sempre più ristretti che con un pubblico ampio.

Le istituzioni, gli apparati pubblici patiscono di riflesso queste trasformazioni.

Diventata spettacolo la politica, resi spettatori i cittadini e gli elettori, divisi tra pochi veramente appassionati al genere ed una quantità crescente di delusi, annoiati e distratti, le “alte scuole” si sciolgono, scompaiono i maestri ed anche i critici più raffinati si ritrovano sempre più spesso a parlare da soli, o a confrontarsi più con gruppi di amici sempre più ristretti che con un pubblico ampio.

Meccanismi, procedure, istituzioni, criteri di validazione e di giudizio sembrano rimasti quegli stessi che si basavano su un sapere politico-amministrativo tramandato,  appreso con fatica, migliorato in un lavoro continuo, collettivo, paziente; ma i fatti si svolgono in modo diverso, i funzionamenti si son fatti aleatori ed ambigui, fino a compromettere la possibilità stessa di un tale sapere. Le soluzioni non sono più costruite ed affinate in un costante gioco di squadra, ma inventate di volta in volta o magari crossate all’improvviso tra i piedi dei giocatori da una qualche società di consulenza esterna, o da qualche corpo estraneo troppo precipitosamente calato in una realtà difficile e difficile da capire, che come prima cosa si mette a riscrivere formule di gioco nulla conoscendo delle squadre in campo e poco sapendo dello stesso campo di gioco, dell’aria e della polvere che vi si respirano, della terra che c’è da mangiare per acquistare riconosciuta autorevolezza.

Chi lavora nelle istituzioni finisce, in questo contesto, o per alzare bandiera bianca ed arrendersi, cercando di convincersi di aver pagato il suo debito verso se stesso con quanto già fatto, oppure si intigna, opera dove si trova come da una trincea, vietandosi di pensare se e come il suo operato, il suo studio, la sua coerenza possano far parte di un progetto condiviso o almeno condivisibile. Il numero degli interlocutori si restringe, ci si abitua alla scarsità del confronto, del dibattito, della collaborazione come all’aria pesante di una metropoli inquinata, che non impedisce di vivere ma costringe ad una maggior fatica ad ogni respiro.

La gravità del problema che viviamo non basta tuttavia da sé sola ad accendere un qualche interesse a mettere l’argomento al centro di una riflessione capace di coinvolgere collettività sempre più ampie, riscaldandone l’animo e stuzzicandone la mente. Certo non manca chi ancora oggi abbia voglia di dedicare tempo, attenzione, letture, a studiare un problema e a pubblicare le proprie riflessioni e conclusioni con l’intento di portare un “contributo al dibattito”. Ma chi lo fa sa benissimo, lui per primo, che non c’è e non ci sarà nessun dibattito e che il contributo offerto è destinato a rimanere un puro esercizio di stile, per quanto di ottimo livello possa essere. Nel migliore dei casi un “beau geste”, ma l’effetto raramente va oltre quello di un sasso lanciato nello stagno.

Eppure, la mancanza di dibattito non è un buon motivo per smettere di continuare a studiare ed approfondire i problemi che riguardano la buona gestione degli apparati pubblici, e a cercare percorsi virtuosi di soluzione dei problemi di una società democratica

Eppure continuiamo a pensare che la mancanza di dibattito non sia un buon motivo per smettere di continuare a studiare ed approfondire i problemi che riguardano la buona gestione degli apparati pubblici, l’identificazione di percorsi virtuosi di soluzione dei problemi di una società democratica, la definizione di scenari approfonditi nelle variabili prese in considerazione e nella analisi delle loro dinamiche, come premessa utile ad un processo decisionale consapevole e culturalmente appropriato.

Quanti ancora coltivano questo tipo di approccio si sentono tuttavia sempre più isolati, ed in gran parte sottoutilizzati, se non inutili. Chi ancora continuando in una pratica virtuosa solo per perseveranza e tenacia personali, con l’apprezzamento di cerchie ristrette di interlocutori, afflitti da analoghe sensazioni di impotenza, e non certo sui riscontri oggettivi del loro impegno, sulla verifica dei risultati pratici ottenuti in termini di orientamento della classe dirigente, dei suoi comportamenti e delle sue scelte.

In realtà, di dibattiti politici che abbiano ad oggetto strategie reali, fatti concreti, opzioni tra diverse direzioni da prendere, si è persa da noi anche la memoria. Il confronto politico e culturale o si accende su questioni che più hanno a che fare con la psicologia, individuale o collettiva, che con questioni di qualche concretezza, o divampa con modalità da spettacolo truculento e gladiatorio, più simile alla plateale e fittizia brutalità del wrestling che alla nobile arte della boxe.

E’ questo, forse, il lato della situazione italiana di oggi che colpisce maggiormente e che maggiormente preoccupa, perché la chiusura degli spazi e delle possibilità di confronto, di approfondimento, di discussione anche accesa, ma costruita su una condivisa consapevolezza dell’importanza delle soluzioni migliori, nelle scelte che riguardano tutti, e su un comune senso di responsabilità, si è fatta via via più grave, sino ad arrivare oggi ad una situazione di atrofia di pensiero costruttivo che nella nostra storia trova rari precedenti.

Trovarsi e unirsi, alla ricerca delle ragioni ideali

Lo scopo di queste scarne riflessioni non è tuttavia quello di offrire un’analisi puntuale, articolata e ben argomentata della situazione italiana attuale, bensì quello di proporre una chiave di lettura idonea a testimoniare e a render ragione del senso di disagio, di soffocamento, di mancanza di passione e di entusiasmo, di inutilità che colpisce come un’epidemia larghi strati di operatori del settore pubblico, del sociale, dell’impresa, della cultura; persone che talora hanno avuto una storia di responsabilità e un qualche ruolo nelle vicende del nostro Paese e che ancora ricercano nella quotidianità le ragioni stesse della propria scelta professionale, etica, culturale.

Le ragioni ideali che fino a non moltissimo tempo fa abbiamo coltivato costituiscono ancora oggi una parte necessaria del patrimonio, sia pure terremotato e sconnesso, della cultura pubblica del nostro Paese e mantengono inalterata la capacità di convincere e reclutare, per motivazioni e con spinte forse ancora più forti che all’inizio, altre persone, nuove generazioni, nuove leve.

L’obiettivo oggi da raggiungere è quello di dar vita ad un circuito di persone che si sono sentite e che non smettono di volersi sentire vicine, nella vita come nella professione, nell’etica e nel metodo del lavoro, per la sopravvivenza di un modo di lavorare paziente, minuzioso e soprattutto condiviso in grado di opporre caparbiamente il massimo livello di resistenza alle bordate dei cambiamenti, delle degenerazioni, delle ricorrenti e sempre più accentuate situazioni di “crisi delle istituzioni” e del sistema sociale che vive attorno ad esse: ricercando, con ostinazione e pazienza, di restare fedeli ad un metodo di lavoro che a molti di noi continua a sembrare irrinunciabile, e indispensabile all’arte del buon governo.

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Già vicecapo del Dipartimento della Protezione Civile e Commissario Delegato del Governo, Vincenzo Spaziante è stato dirigente della protezione civile. In tutta la sua carriera si è occupato di gestione dell’emergenza e territorio.