L’altra epidemia

Quando la psichiatria è usata per eliminare il dissenso

Droni cinesi utilizzati per i lockdown

di SONIA CASSIANI

La psichiatria è una disciplina di confine tra medicina e scienza sociale: pertanto ci si aspetterebbe da un saggio pubblicato su una rivista specialistica (Rivista Italiana di Psichiatria) come “L’altra epidemia” del Professor Giuseppe Bersani un linguaggio aperto alla falsificabilità della propria tesi, secondo il principio che dovrebbe contraddistinguere il metodo secondo la cosiddetta “comunità scientifica” e coerente con il principio di “avalutatività” delle scienze sociali teorizzato da Max Weber.

L’altra epidemia di G. Bersani si presenta al contrario come una sorta di pamphlet politico contro i “negazionisti della pandemia” e i “no vax”: la parola che apre il saggio è idioti, e l’autore considera questi soggetti come tali esattamente nell’accezione intesa nel senso comune, “untori” di un’epidemia di idiozia più grave di quella sanitaria.

Dai “sorci” di Burioni alla “poltiglia verde” di Selvaggia Lucarelli, fino al fantasma del generale Bava Beccaris da scatenare contro le piazze no pass evocate dall’ex sindacalista e parlamentare Giuliano Cazzola, la violenza linguistica contro quella che Bersani definisce, non senza un qualche fondo di ragione dal punto di vista sociologica, una “subculturala violenza linguistica contro i cosiddetti negazionisti e i no vax ha caratterizzato ampiamente il discorso pubblico tra il 2020 e oggi.

Per subcultura si intende infatti un gruppo sociale che porta avanti visioni e valori almeno in parte diversi da quelli dominanti in un dato periodo storico.

L’autore del saggio parte da un concetto assunto in maniera dogmatica come verità: la narrazione ufficiale della pandemia è sicuramente vera, perché mai i governi agirebbero contro l’interesse e la salute dei cittadini, e la scienza è “pura”, un’isola felice aliena da conflitti di interesse. 

L’uso del termine “negazionismo” oltre ad associare i cosiddetti no vax ai neonazisti che affermano di non credere alla realtà dei lager, denota un approccio dogmatico e quasi religioso alla “verità” scientifica.

In primo luogo, l’analisi di Bersani che appunto è uno psichiatra è caratterizzata da un approccio clinico (ovvero, incentrato sull’individuo) e non sociale. 

Questo comporta che le affermazioni riprese da alcuni soggetti o gruppi contrari alla narrazione pandemica ufficiale possano risultare apparentemente “deliranti” se avulse dal contesto. 

Quello che Bersani omette totalmente è però il cambio di paradigma consumato nel marzo 2020.

In quelle che erano democrazie liberali anche se imperfette, i cittadini sono stati da quel momento considerati malati asintomatici fino a prova contraria da esibire allo stato: dal tampone, il cuore del nuovo paradigma di società medicalizzata, al green pass da esibire come “garanzia di non contagiosità” come affermato nell’estate 2021 dal premier italiano Draghi, qualcosa di mai visto in precedenza. 

Bersani omette totalmente questo aspetto e si lancia in una tassonomia delle “teorie alternative” alla scienza ufficiale. 

La sua argomentazione risulta debolissima e fallace, in quanto mette insieme tesi bizzarre oggettivamente non dimostrabili in alcun modo “i vaccini ci trasformeranno in esseri incapaci di reagire alle vessazioni del potere” con tesi che pur espresse in maniera ingenua risultano invece credibili: che la cosiddetta “Big Pharma” tragga profitti da questa situazione è pacifico, e che la ricerca scientifica finanziata da aziende private sia esposta a enormi rischi di conflitto di interessi, anche. 

Bersani inserisce nello stesso elenco anche la tesi della pandemia come castigo divino, avanzata tra gli altri dal cardinal Viganò nell’aprile 2020: una visione non “negazionista” quindi ma ispirata da quello che potremmo definire pensiero magico.

Fra i colpiti “dall’altra epidemia” Bersani inserisce anche coloro che “contestano le scelte operative dei governi” e “minano la credibilità delle politiche sanitarie”. L’autore del saggio non riconosce quindi il ruolo critico dell’intellettuale e del filosofo: quello appunto di seminare il dubbio e analizzare le comunicazioni ufficiali in maniera imparziale. 

Un atteggiamento che ricorda la caccia alle streghe e agli eretici, e non ci sorprende: la lotta alla stregoneria, come riconoscono i maggiori storici del fenomeno, fu condotta insieme dalla Chiesa e da quella che oggi è diventata “la scienza” ovvero il paradigma che ha vinto una guerra culturale contro approcci diversi, in particolare alla medicina.

L’argomentazione di Bersani ricalca i più scontati clichés della rappresentazione mediale di coloro che si sono opposti alle restrizioni e alla vaccinazione di massa, mettendo in evidenza le punte più improbabili e strampalate di un movimento molto variegato, dai seguaci della teoria cospirazionista Qanon a coloro che parlano di controllo dei corpi a distanza con i microchip. 

La tecnica usata è quella del cosiddetto framingteorizzata da E. Goffman e ben nota in sociologia della comunicazione: si prende un qualcosa che realmente esiste e lo si forza in modo da far corrispondere la realtà alla propria tesi. 

Ora è palese che queste tesi estreme esistano nella cosiddetta area culturale che si è opposta alle restrizioni e al green pass, insieme a moltissimi altri punti di vista meno folkloristici, da quello liberale che mette l’accento sulla sistematica violazione dell’habeas corpus e dello stato di diritto ai punti di vista che vedono nella nascita e nella gestione dell’emergenza pandemica strategie geo-politiche di largo respiro, tutte tesi socialmente squalificate grazie all’uso di frame come negazionisti o no vax.

Bersani riconosce che rispetto al dibattito pre-2020 l’area cosiddetta no vax si arricchisce di nuovi elementi non riconducibili allo stereotipo sociale del nerd complottista o del seguace di teorie new age

La spiegazione che propone è tuttavia viziata dal pregiudizio clinico; per l’autore del testo, questi soggetti proietterebbero nel “negazionismo” il proprio terrore della malattia e della morte, vedendo in questo processo tratti di carattere psico-patologico. Si tratta a tutti gli effetti di una psichiatrizzazione del dissenso, nonostante l’autore si prenda la briga di negarlo in un passo del testo.

Molte persone lontanissime da un certo stereotipo hanno riconosciuto in quanto avvenuto tra 2020 e 2021 quel cambio di paradigma che Bersani nega, e hanno preso a interrogarsi sulla non neutralità e la politicizzazione della scienza. Il sociologo inglese W. Davies, nel saggio Stati Nervosi del 2018, aveva previsto che la scienza ufficiale avrebbe reagito al decennio populista dell’uno vale uno politicizzandosi.

Esattamente quello che è successo, la scienza si è inserita nel vuoto di visione della politica tradizionale delineando una società medicalizzata e asettica, caratterizzata dalla filosofia della “massima precauzione” e del rischio zero come modello di virtù. E come aveva previsto Michel Foucault, gli scienziati sono diventati i nuovi pastori laici della cittadinanza, dispensando norme di condotta sessuale (si ricorderanno le uscite sul sesso in mascherina o i congiunti) e igienica.

 Nella visione di Foucault questo ruolo di “pastore” laico che avrebbe sostituito quello cattolico sarebbe stato ricoperto dagli psichiatri, appunto. In questa situazione invece è stato svolto da infettivologi e virologi, e il saggio di Bersani si conclude proprio rivendicando il ruolo “pastorale” nei mezzi di comunicazione degli psichiatri accanto a quello di questi ultimi. 

Bersani si contraddice inoltre quando afferma che per delineare una condizione psico-patologica il soggetto deve portare avanti tesi non condivise dalla cultura di riferimento, mentre a inizio del saggio ripete più volte che tutte le tesi “no vax” e “negazioniste” sarebbero condivise nell’universo culturale di riferimento.

L’altra epidemia si caratterizza quindi come una sorta di manifesto politico di una scienza elevata, o ridotta, a ideologia, che non ammette critiche o dubbi come una religione. 

Le tesi di Bersani sono di fatto dimostrate in maniera tautologica, affermando che la scienza ufficiale ha ragione in quanto tale e i governi non potrebbero mai agire per motivi non strettamente sanitari e di bene comune. 

L’ipotesi che l’opposizione alle restrizioni sia motivata dall’emersione di una psico-patologia di massa appare totalmente infondata e non supportata da prove.

Peraltro, se l’approccio è clinico una diagnosi di psico-patologia non può essere fatta per “sentito dire” e invece l’autore si limita a ripetere stereotipi sociali e a ragionare su di essi senza indagare casi singoli.

Nel capitolo finale l’autore si lamenta che gli psichiatri sono considerati non “pensatori” ma “operatori”.

In un saggio come “L’altra epidemia” di pensiero ne vediamo effettivamente pochissimo o nulla: si tratta appunto di un elenco raffazzonato di clichés, stereotipi e luoghi sui cosiddetti no vax e negazionisti, privo di qualsiasi riferimento a casi empirici. Dietro la veste accademica, il saggio trasuda lo stesso odio sociale delle dichiarazioni contro i “sorci” o la “poltiglia verde”.

La “scienza” rappresentata da questo saggio altro non sembra che propaganda travestita, una scienza che non solo si mette al servizio del potere ma che usa questo saggio per reclamare “un posto a tavola” assieme ai nuovi pastori della cittadinanza, dagli infettivologi ai virologi

La psichiatrizzazione del dissenso, neppure troppo strisciante, che propone l’autore di questo saggio appare estremamente pericolosa per una democrazia già messa a durissimo prova dalle “misure sanitarie” e, se venisse realmente recepita dalle istituzioni, finirebbe per dare ragione alle piazze no pass che nel 2021 paragonavano quanto stava avvenendo in Italia ai più feroci regimi totalitari del Novecento.

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Sonia Cassiani è Segretario del Partito Libertario 

Quello sterminio chiamato “transizione ecologica”

Istat: 15 milioni in povertà assoluta, 60% di famiglie non arrivano a fine mese

di MARCO PALLADINO

Camerieri, Leone Pompucci 1995

Il delirio incalcolabile con cui è stato accolto in Romagna il pilota automatico in persona, è di per sé fin troppo significativo di cosa sia diventata l’Italia in questo tempo.


L’isteria per il potere personificato (che non è più quello politico, ma quello finanziario speculativo), assimila ciò che resta di questo Paese, alle più squalificate dittature che vedevamo in TV quando eravamo piccoli, e non ci spiegavamo come, delle folle sotto ipnosi, idolatrassero delle figure umane, che gli avevano assicurato povertà, guerra, disperazione e totale assenza di libertà.


Ci siamo arrivati, anzi siamo oltre.
Perché allora si usava la bandiera, la fedeltà, il patriottismo, i presunti valori fondanti e tradizionali. Da noi no, neanche quelli. Anzi da noi la bandiera è stata stracciata a favore di un panno blu, i sacri confini sono stati polverizzati e sono violati ogni giorno, il saccheggio dei nostri gioielli è continuo, come la subordinazione coloniale. Cioè noi gioiamo dello smembramento, dell’autocastrazione, dell’annullamento. Siamo entusiasti di essere fatti a pezzi e svenduti, di essere invasi, di dipendere totalmente da altri.


Se non sbaglio in nessun paese del mondo si è arrivati a mettere un banchiere al timone, uno che rappresenta egregiamente tutto il contrario di ciò che può essere benefico per un popolo. Ne abbiamo avuti due in un decennio. E ancora non ci basta.
E il banchiere è stato fin troppo chiaro e ha fatto giustizia delle stupide chiacchiere degli illusi: chiunque vada al governo, l’agenda non è assolutamente in discussione. Gli obiettivi saranno conseguiti pienamente. Andate tutti a votare.


La padronanza beffarda di chi sa di controllare pienamente il gioco: partecipate prego. Accomodatevi. Vinciamo sempre noi. Volete davvero andare alla sagra del nulla? Fate pure.


E notate anche un’altra cosa: la differenza abissale tra il peso delle parole di costui, pesate, sottolineate, santificate e il nulla dei politici di contorno, protagonisti di un confronto surreale, vuoto, da baraccone di periferia. Da qui si vede chiaramente dove risiede la decisionalità e dove invece alberga il nulla cosmico; che ormai sta come la muta di Setter irlandesi al cacciatore.


E quali sono gli obiettivi che saranno, comunque vada, raggiunti?


Ce lo certifica l’ultimo rapporto Eurostat sul nostro Paese pubblicato proprio ieri: 15 milioni in povertà assoluta, 60% di famiglie che non arrivano a fine mese, aumento spaventoso dei cosiddetti Working Poor, cioè lavoratori, ma poverissimi.


Cioè si lavora e non si vive. Il tutto con la prospettiva catastrofica alle porte, che ormai non nega più nessuno. Lo sterminio. Denominato transizione ecologica.
A tutto questo si inneggiava scompostamente ieri. Ma evidentemente agli italiani non basta. Non ancora.


Preso da catalessi autodistruttiva inarrestabile, questo stivale al centro del mediterraneo, mi ricorda esattamente un film del 1995 di Leone Pompucci: Camerieri. Andatelo a guardare.
Quello sgangherato ristorante su un litorale spettrale, in mano ad una umanità ridotta, suicida, ributtante, “conflittiva”, altezzosa e inconcludente, mi riporta amaramente al mio paese.
Sotto una maledizione che pare non avere fine e dal cui agitarsi viene fuori di tutto, tranne il bene. Ci sono persone sane e lucide, come il solo cameriere Riccardo, che prova a sfuggire alla follia individualista e fratricida che gli sta attorno, ma alla fine viene travolto anche lui. Dall’insipienza infinita dei suoi colleghi e dalla volgarità incommensurabile dei commensali.
Senza trovare una via d’uscita accettabile.
O riuscire ad accendere una luce in questa oscurità delle menti. Con gli occhi scevri da ogni fine personale, con la casella “tifoso” completamente vuota, ma soprattutto con il cuore, vedo questo scenario.


E non so cosa darei perché non fosse così.

Elisabetta Frezza a “ContiamoCi”

Contro la biopolitica, il raduno di Vicenza

L’intervento di Elisabetta Frezza, giurista ed autrice, alla manifestazione ContiamoCi.

Manifestazione Nazionale ContiamoCi! 30 luglio 2022, Campo Marzo Vicenza.

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Tornare a vivere insieme 

di MATTIA SPANÓ

Dobbiamo tornare a vivere insieme. Ciò significa che dobbiamo tornare a fare politica. L’essere umano vive in comunità organizzate: la politica è l’attività di organizzazione positiva orientata al bene del singolo e della società.

Dalla fine della Prima Repubblica segnata da Tangentopoli, un ritornello si è imposto agli italiani: la politica è un affare sporco per gente incapace e corrotta.

Questa idea semplice si è incistata ad un livello talmente profondo della psiche che ormai viene percepita come una legge fisica, o un’evidenze empirica come “la pioggia bagna”.

Dire che la politica è sporca e cattiva è come dire che al ristorante si mangia sempre bene. Oppure che la “Scienza” è sempre buona e gli scienziati sono esseri angelici sempre totalmente disinteressati. Affermazioni talmente false da essere comunemente accettate, in forza della loro banalità priva di sfumature.

Questa insistenza nel confondere un’opera indispensabile come la politica con il suo autore accidentale ha scatenato una guerra sotterranea fra una generazione di politici infinitamente mediocri e la società civile. 

Tizio promette a Caio la luna, Caio lo vota, Tizio in parlamento vota Sempronio primo ministro, Sempronio fa l’esatto contrario di quanto Tizio ha promesso a Caio.

Per un effetto paradosso, bersagliare di improperi la politica ha messo al riparo i politici da critiche e accuse, o meglio dagli effetti concreti di queste (nel Medioevo, cacciarli con torce e forconi o ricoprirli di pece bollente e piume, ma erano tempi bui popolati da gente ottusa e rozza).

Ecco come, per eterogenesi dei fini, l’idea che la politica sia brutta sporca e cattiva si è avverata. C’è un principio dell’economia che mette in guardia dalle profezie e aspettative negative, le quali hanno la straordinaria tendenza ad avverarsi. Vale anche per la politica.

Parlare un giorno sì e l’altro pure di governo ladro ha fatto sì che avessimo esattamente ciò che abbiamo evocato. Ci si è concentrati sulla trama del brutto film dimenticando gli attori cani.

Questo giochino mentale ha permesso, in Italia, di piazzare qua e là “governi tecnici” o “del presidente” che certificassero per autopoiesi “il fallimento della politica”: i vari Ciampi, Amato, Dini, Monti, Draghi. Con la scusa delle “competenze” mancanti (concetto, quello di “competenza”, ermetico e fumoso quanto quello di “merito”) si sono imposti al potere figure “competenti” nel governare il paese.

Per ghiribizzo, questo sì populista, si è preso l’aggettivo “competente” generalizzandolo. Cioè si è fatto compiere ad una competenza per definizione verticale – so fare la pizza – un tuffo carpiato logico con triplo avvitamento – so governare un paese. 

Il falso sillogismo che se ne ricava è: so fare la pizza buona, quindi so governare il paese, ergo il mio governo è buono come la pizza.

Mettiamo il giocattolo sotto la lente d’ingrandimento e osserviamolo bene.

Politici incapaci e incompetenti eleggono uno di loro presidente della Repubblica. Appena eletto, su costui scende la fiammella della Spirito Santo e diventa un esempio di virtù preclara, un illuminato statista votato al miglior interesse della nazione.

Questo Gran Sacerdote dell’unità nazionale, una volta insignito della più alta carica prende miracolosamente coscienza del fatto che coloro che lo hanno eletto sono degli incapaci incompetenti, per di più autori di svariate marachelle ai danni dell’erario (banchi a rotelle e mascherine, per citare gli ultimi sperperi… nelle more: anche Domenico Arcuri è un “tecnico” di Stato). 

Nomina allora un “tecnico” a capo di un governo di “tecnici” che guidi la nazione verso un avvenire dove scorrono fiumi di latte e miele.

Peccato che anche i tecnici si inchiodino alle tecnicissime poltrone su proposta degli stessi politici incapaci e corrotti con l’eccezione, come abbiamo visto, del presidente che un bacio parlamentare ha tramutato da ranocchio in bel principe. E non solo lui: anche i “tecnici”. Si prendano in esame i valzer dei partiti quando scadono le nomine nei CdA delle controllate statali.

Commissari europei, presidenti della Commissione Europea, direttori del Tesoro, della Banca Centrale nazionale o europea. Tutte nomine politiche. Si vedano le carriere dei tecnici summenzionati e mi si dimostri che sbaglio.

In soldoni, politici incapaci e corrotti sono capaci e onesti quando si tratta di eleggere il presidente della Repubblica (super partes, ça va sans dire) e di proporre per ruoli tecnici figure di altissima competenza e valore morale.

Non rimane che votare la fiducia al governo tecnico che salverà il paese dal disastro. Coerentemente, i politici appoggiano tali governi “tecnici” che decretano la loro inettitudine. La distinzione fra “politici” e “tecnici” è puro fumo negli occhi. Nella realtà, non esiste.

Ora: è un fatto che questa impalpabile dissonanza cognitiva non sfiori neppure la chimerica coscienza collettiva. Non pone alcun problema logico. 

Forse non si fa gran pubblicità alla cosa, in ogni caso chi si accorge delle crepe nei ragionamenti tace per paura dello stigma sociale, e della perdita di quei piccoli benefici che il potere accorda volentieri a chi brucia il granello d’incenso in suo onore – in genere, generosamente non lo uccide.

Arriviamo così conciati alla pandemia, che non fa altro che avverare il vecchio adagio latino homo homini lupus. L’uomo è un pericolo mortale – e morale – per l’altro uomo. La società va letteralmente in pezzi. Il legame, la relazione umana diventano il veicolo di contagio di pesti e piaghe bibliche a cui la Scienza e la Tecnica pongono rimedio. O meglio no, ma bisogna credere che così sia, amen.

Conclusione: la politica fa schifo, i tecnici sono bravi e scientifici, la società non esiste più. C’è un bel libro del professor Alberto Contri, La sindrome del criceto, che spiega con grande chiarezza e arguzia questo fenomeno terminale di disgregamento dell’identità consapevole di sé e del mondo.

Che fare, allora? Come uscirne?

Preso atto che In Italia esiste una minoranza che ha capito il gioco ed è stanca di giocare, si tratta di unirla sotto un’unica bandiera e presentarsi alle elezioni.

Questo non è possibile: in una società frantumata, le piccole isole che come banchi di ghiaccio vagano alla deriva nell’Artico quando va bene non comunicano fra loro. Quando va male si guardano in cagnesco, sospettano fra loro, difendono interessi di bottega e personalismi dei leader.

Per di più, dalla legge Calderoli – il Porcellum – i candidati alle politiche vengono decisi dalle segreterie di partito. Una democrazia in crisi come quella italiana sfocia, volente o nolente, in una forma più o meno violenta di totalitarismo.

L’ultima isola felice prima dell’autarchia – che sospetto verrà soffocata nel sangue – sono le elezioni comunali. Si cominci allora presentando candidati alle elezioni comunali e si sostengano anche dando l’appoggio esterno, vale a dire senza trasformarsi in partiti politici che otterrebbero percentuali dello zero virgola.

Si cominci un lavoro di tessitura di rapporti personali nei comuni. Si abbandoni l’idea di federare le comunità, le associazioni culturali, i gruppi di resistenti. Si pensi piuttosto a coordinarli.

Soprattutto, e questo è l’aspetto fondamentale, si abbandoni l’idea di fondare nuovi partiti politici e si pensi molto seriamente a formare uomini e donne che sappiano fare politica.

Fatto ciò, un libero congresso delle realtà territoriali eleggerà i propri rappresentanti nelle istituzioni nazionali. Questi prenderanno la strada più congeniale collocandosi a destra, centro o sinistra del parlamento, ma con un’idea precisa di come funziona un paese. Non “cittadini a 5 stelle” né “tecnici”, ma politici di professione. Inevitabilmente, agiranno bene o male, ma saranno formati dal popolo che li sostiene, non da lobby oscure e interessi sovranazionali.

Si tratta di abbandonare un gioco per inventarne un altro che sia democratico non in senso meramente ideale, ma pratico. Non è la politica che governa gli uomini, ma sono gli uomini a governare la politica.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Dai vaccini Covid alla guerra in Ucraina, stiamo affogando nel politicamente corretto

di ALBERTO CONTRI


Dio è morto, Marx è morto, e nemmeno io mi sento troppo bene”. Oggi si potrebbe parafrasare questa famosa battuta di Ionesco (a dispetto di quanti pensano fosse di Woody Allen) in questo modo: la guerra infuria, i talk show impazzano, ci mancava pure la wokery. Che in inglese significa un atteggiamento di dogmatismo intollerante e censorio come quello che sta prendendo sempre più piede con la sconsiderata propensione a essere o mostrarsi politically correct. Con tutta una serie di conseguenze assurde come l’abbattimento delle statue di Colombo ritenuto schiavista, o l’ostracismo dato alla scrittrice J.K. Rowling colpevole di avere denunciato la dittatura del pensiero unico woke. In base al quale l’Università di Northampton ha pensato bene di emettere un avviso di pericolo per gli studenti riguardo al romanzo 1984 di George Orwell, che conterrebbe “materiale esplicito che alcuni potrebbero trovare offensivo e sconvolgente”. Ovunque sta avvenendo che chi denunciava limitazioni della propria liberà di pensiero, si stia tenacemente impegnando a limitare quella altrui. Davvero curiosa, per non dire drammatica, la preoccupazione espressa dai media mainstream di tutto il mondo per il fatto che Elon Musk, oggi nuovo proprietario di Twitter, abbia annunciato di voler eliminare la censura vigente oggi sul social network, in base al quale Donald Trump ne era stato escluso. Dunque, ci si spaventa perché su Twitter potrebbero tornare a circolare tutti i pensieri, e non soltanto quello unico.

Altrettanto sta succedendo in Italia, dove alcuni deputati del PD stanno insistendo con la Commissione di Vigilanza perché almeno in RAI non si invitino più nei talk-show gli ospiti critici con gli Usa o la Nato, definiti automaticamente filo-Putin. Oggi i più scatenati filo-atlantisti sono i vertici del PD: è proprio vero che si nasce incendiari e si muore pompieri.

Mentre a un osservatore attento non può sfuggire che in tutti i talk show, programmi e telegiornali le voci critiche siano in realtà ridotte al minimo. Eppure, non si vuole permettere nemmeno una piccola percentuale di dissenso. Qualche critico viene invitato solo per accendere la rissa e per fare scorrere il sangue nell’arena televisiva, moderna rappresentazione dei combattimenti dei gladiatori. Nulla che possa essere utile per poter ragionare sul serio.

Era già successo con il Covid, con la stigmatizzazione di chi si permetteva di non ritenere i vaccini così efficaci e sicuri, eppure oggi, nel silenzio generale, nella comunità scientifica si mormora addirittura di un possibile ritiro dal mercato di alcuni di questi, mentre studi ufficiali di diversi paesi dimostrano che attualmente tre persone su quattro, che siano contagiate, ricoverate o decedute, sono vaccinate con tre dosi. Per non parlare del danno economico provocato dai lockdown, superiore ai vantaggi per la salute, visto che nel frattempo sta emergendo che la malattia da Covid è in larga parte curabile con antiinfiammatori se prescritti precocemente. Ma per due anni, medici in primis, chi lo sosteneva è stato addirittura perseguitato.

Analogamente oggi non è possibile fare dei distinguo sulla guerra in corso, nemmeno dopo aver dichiarato l’illegittimità dell’intervento russo. Se ai tempi dei dibattiti sul vaccino andavano per la maggiore virologi con noti conflitti di interesse, oggi perlopiù si vedono nei talk show rappresentanti di istituti di studi geopolitici o di strategie militari che vivono sostanzialmente di progetti e studi commissionati da enti e istituzioni schierati a prescindere con la Nato. Che considerano la Nato guidata dagli USA come l’angelo protettore del mondo. Quando è noto che ha fomentato guerre disastrose senza chiedere niente a nessuno e senza subire mai nessuna sanzione.

Avvenire del primo maggio ci ha ricordato che attualmente “si combattono 169 conflitti nascosti o ben lontani dai riflettori dei media”. Ci voleva: perché appena qualcuno cerca di ricordare in un dibattito questo tema, il malcapitato viene sommerso di accuse di benaltrismo. Il problema è che oggi la guerra la vediamo in diretta ad ogni ora, mentre della guerra in Iraq si vedevano solo gli effetti delle cosiddette bombe intelligenti, sotto forma di bagliori grigiastri come in un videogioco: né sangue né cadaveri. Come in tutte le guerre, in questo caso poi la propaganda gioca un ruolo fondamentale, e da entrambe le parti. Mentre giornalisti e conduttori sono portati a credere per definizione alle notizie fornite da chi sta subendo l’invasione.

Magari fosse solo un problema di propaganda: qui si sta rischiando davvero la terza guerra mondiale, con le devastazioni previste dal Terzo Segreto di Fatima. Eppure illustri personalità come l’economista americano Jeffrey Sachs della Columbia University (chiamato da Papa Francesco all’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali) o l’ex ambasciatore Sergio Romano hanno seri dubbi sulla volontà di pace della Nato e degli USA: <<Il grande errore degli americani – ha detto Sachs al Corriere della Sera – è credere che la Nato sconfiggerà la Russia: tipica arroganza e miopia americana. È difficile capire cosa significhi “sconfiggere la Russia”, dato che Vladimir Putin controlla migliaia di testate nucleari. I politici americani hanno un desiderio di morte? Conosco bene il mio paese. I leader sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino. Sarebbe molto meglio fare la pace che distruggere l’Ucraina in nome della “sconfitta” di Putin. La mia ipotesi è che gli Stati Uniti siano più riluttanti della Russia a una pace negoziata. La Russia vuole un’Ucraina neutrale e l’accesso ai suoi mercati e alle sue risorse. Alcuni di questi obiettivi sono inaccettabili, ma sono comunque chiari in vista di un negoziato. Gli Stati Uniti e l’Ucraina invece non hanno mai dichiarato i loro termini per trattare. Gli Stati Uniti vogliono un’Ucraina nel campo euro-americano, in termini militari, politici ed economici. Qui si trova la ragione principale di questa guerra. Gli Stati Uniti non hanno mai mostrato un segno di compromesso, né prima che la guerra scoppiasse, né dopo».

È la stessa amara verità espressa con altre parole da Sergio Romano. A fronte del rischio di una guerra mondiale che trasformerebbe la terra in un deserto, sarebbe invece il caso di cercare ogni possibile compromesso, mettendo da parte anche qualche principio cosiddetto irrinunciabile se l’unica ipotesi alternativa è la distruzione del pianeta.

L’aereo più pazzo del mondo

di ANDREA ZHOK

Vivere in Occidente oggi è come viaggiare sull’aereo più pazzo del mondo, ma con Di Maio al posto di Leslie Nielsen.


Se fossimo marziani sarebbe uno spasso vedere dallo spazio gente che si prodiga in contorsioni verbali per santificare quelli che fino a ierlaltro erano il Male Assoluto, gente che condanna Dostojevsky e Ciaikovsky come complici di Putin, che si impettisce a voler “insegnare le regole” a quel maledetto serbo selvaggio di Djokovich, gente che parla di “vincere una guerra nucleare” (sic!) e che ha un tale senso della realtà da pensare di dare il proprio contributo alla vittoria non lavandosi le ascelle con l’acqua calda e coprendo di vernice le case private dei russi.
Come marziani, sarebbe da sganasciarsi dalle risate vedere i giornali promuovere il libro con “i grandi discorsi della storia” mettendo Zelenski accanto, anzi un po’ sopra, a Gesù, Buddha e San Francesco.


Sarebbe tutto divertentissimo, se sull’aereo più pazzo del mondo non ci stessimo davvero viaggiando, a dieci chilometri d’altezza, con alla guida gente che sta litigando sugli usi legittimi della lettera Z e una tempesta in arrivo.

Purtroppo gran parte della popolazione, ma soprattutto la sedicente borghesia colta, vive da tempo in una realtà parallela, una bolla fatta solo di opinioni fumose ma nettissime, di sentenze morali, di finzioni mediatiche il cui contenuto dipende da rapporti di potere, ricatti privati o leccate di culo, da qualunque cosa tranne il tentativo di dar conto della realtà. Questa è gente che applaudirebbe anche l’Olocausto nucleare se gli desse ragione, e prima di diventare una decalcomania su un muro griderebbe soddisfatta “Ben ti sta! Così impari!“.

Prigionieri del villaggio globale

di ARTEMISIA MARTINA

Al tempo della mia giovinezza ricordo una serie televisiva molto ben fatta, “Il prigioniero” il cui protagonista, un agente dello spionaggio il cui nome era “Numero Sei” tentava in ogni modo di fuggire da un inquietante villaggio controllato da una omnipervasiva presenza, che nonostante le astuzie del protagonista riusciva sempre, invariabilmente, a sabotarne i piani di fuga e di libertà.

Il protagonista, oltre che tentare di fuggire, al contempo tentava anche di capire dove fosse questo villaggio in cui era stato trasportato in stato di incoscienza, e chi ne fosse il capo. Il successo della serie stava nel fatto che lo spettatore si trovava esattamente allo stesso livello di consapevolezza del protagonista, e tentava di capire inutilmente chi governasse quel soffocante microcosmo -anche grazie all’aiuto di cittadini -spie e di numerose telecamere disseminate ovunque, che potevano registrare e vedere ogni cosa.

Questi episodi a puntate erano assolutamente strepitosi per una mente giovane, poiché nella monotona vita del villaggio si celavano insospettabili doppiezze ma anche inesauribili tentativi del Numero Sei di vincere il suo invisibile e potentissimo avversario: il misterioso “Numero Uno”. Il villaggio era abitato da molte persone apparentemente amichevoli e comprensive che potevano però celare la loro doppia natura, riportando al numero Due, capo della sicurezza, ogni piano messo in atto dal numero Sei per la fuga.

In tutti gli episodi non mancavano di comparire delle enormi sfere bianche, i Rover, che fisicamente atterravano gli indisciplinati e i ribelli, riportandoli all’ordine dopo averli fagocitati, e qualche volta anche uccisi. Un dialogo in particolare veniva riproposto ad ogni puntata, ed era il seguente: 

Numero 6: Dove sono?

Numero 2: Nel Villaggio.

Numero 6: Cosa volete?

Numero 2: Informazioni.

Numero 6: Da che parte state?

Numero 2: Non posso dirlo. Vogliamo informazioni. Informazioni. Informazioni.

Numero 6: Non ne avrete!

Numero 2: Le avremo, con le buone o con le cattive.

Numero 6: Chi è lei?

Numero 2: Il Numero 2.

Numero 6: Chi è il Numero 1?

Numero 2: Lei è il Numero 6.

Numero 6: Io non sono un numero! Sono un uomo libero!

Numero 2(Risate di scherno)

Questa serie Tv fu inventata da Patrick Mc Goohan e George Markstein nel lontano 1967 ma fu trasmessa in Italia tra il ’74 e l’81. Ciò che maggiormente sorprende è che questo film si svolga, con i suoi ambienti claustrofobici e il pesante tema censorio, in un’età spensierata e di grande rigoglio come furono gli anni sessanta-settanta in tutta Europa, con il loro fermento culturale, politico, economico e di costume, ma anche artistico e tecnologico.

Chi ha avuto la fortuna di essere giovane in quegli anni non può non avere in sé, anche se sopito dalla tristezza degli ultimi tempi, un anelito alla libertà, alla creatività, allo spirito di ricerca e innovazione, al rispetto per il prossimo. Naturalmente, furono anni molto complicati. Accanto a tanta gioia di vivere, benessere e ottimismo (la guerra era finita da pochi lustri, col suo carico di tragedia) c’erano pur sempre ideologie malate, frutto di regìe occulte e politicizzate, di dogmatismi e totalitarismi mai risolti. Da una parte la libertà dei costumi, gli hippies, le droghe, il benessere economico, lo sviluppo industriale, dall’altro la strategia della tensione, l’austerity, le stragi di Stato, i servizi deviati. I due mondi, quello del diritto e quello del rovescio, quello della libera iniziativa e quello della ragione di Stato, dell’anelito al bene e del suo contrario, in fondo si sono sempre contrapposti e affrontati; si sono presi sempre reciprocamente le misure, fino a che uno dei due non ha avuto il sopravvento. 

Ecco quindi che improvvisamente questo racconto disturbante di un progresso vòlto al controllo della mente e del corpo degli individui di una società futura, si riaffaccia alla mente carico di implicazioni.

Ci siamo normalmente addormentati due anni fa per ritrovarci a sorpresa dentro un Villaggio governato da un invincibile numero Uno spalleggiato dai Rover.

Tentare di fuggire, di tornare anche semplicemente con la fantasia ai nostri anni di giovinezza e di libertà è diventato un processo quasi proibitivo, che forse ad alcuni di noi è rimasto solo di notte, nei sogni. Da bravi cittadini, abbiamo atteso pazientemente la fine di questo incubo, dominato da controllori non ben identificati, che ci ripetevano ogni giorno che “oggi sarà un’altra giornata di sole” mentre restavamo chiusi a sera nelle nostre stanze, esattamente come i prigionieri del Villaggio, poiché vigeva anche qui lo stesso coprifuoco. Nessuno usciva di sera nelle strade del Villaggio; per essere certi che ogni abitante se ne stesse buono venivano somministrati droghe e sonniferi nelle bevande; noi avevamo i nostri televisori e i nostri computer, potenti mezzi di sfogo e di tranquillamento sociale. 

Tutti ci siamo chiesti come fosse stato possibile arrivare a tanto. 

Eppure Orwell, membro della discussa Fabian Society, ci aveva avvertito con settanta anni di anticipo di ciò che sarebbe potuto accadere grazie all’uso del potere senza controllo, esercitato in questo caso da un Big Brother dagli infiniti possedimenti.

Già, ma noi non siamo figli di Albione, della nebbia e dello spleen londinese. Come possono attecchire certi progetti distopici nel paese che dette i natali a Michelangelo, Botticelli, Canova, Dante, Giordano Bruno, Galileo, solo per citarne alcuni? Nel DNA italiano, posto che si possa rintracciare un’origine comune in un popolo per sua natura eterogeneo e brillante proprio per la sua disomogeneità, non c’era posto per l’irregimentazione tipica dei sistemi socialisti e necessaria per il fiorire di certa omologazione. Eppure, forse anche grazie alla scomparsa di molti intellettuali, il paese del sole e delle invenzioni ha cambiato faccia, è diventata un luogo tetragono e triste come una colonia penale, o un Villaggio globale. I piani del Grande Fratello Fabian prevedono un’invasione capillare, un cambiamento mai drastico ma sempre dolce, che è passato infatti attraverso lo yuppiesmo degli anni ottanta e i nerd degli anni novanta fino all’età delle criptovalute e delle pandemie; per fare tutto questo, però, era necessario che l’Italia si piegasse ad un ricatto: si svestisse dei suoi panni sgargianti per entrare in Europa, ovvero che perdesse la propria identità, la propria cultura, la propria italianità, e ben inteso, la propria sovranità economica, per indossare una bigia casacca presa in prestito dai suoi carcerieri. Il Numero Sei, che abbiamo lasciato prigioniero nel suo villaggio virtuale, infatti, è stato imprigionato con un inganno: narcotizzato nella sua stanza di Londra si è svegliato in una stanza che era la fedele riproduzione della precedente, solo che era finta.

E come lui, privi di protezione, di mezzi, di potere, di autorità, ci dibattiamo in questo incubo riuscito, nel quale, per quanto ridicolo, assurdo e mostruoso sia, si combatte una guerra invisibile, ma con veri morti e feriti, morti e feriti che nessuno conta. Una guerra come sempre di ricchi contro poveri, in cui come diceva C.Beneil popolo prende a calci nel sedere il popolo su mandato del popolo” in questo fantoccio di democrazia che assomiglia ogni giorno di più ad una dittatura economica, perché sei solo se hai

Ogni prigione però ha una via d’uscita. Nell’episodio finale del film, lo spettatore capisce che la collocazione geografica del villaggio non ha importanza: mentre il Numero Sei all’inizio del film tentava in tutti i modi di capire dove fosse il Villaggio, ora diventa prioritario capire cosa fosse, per sapere come poterne fuggire. Quando il Numero 6 ha capito come potere scappare dal Villaggio, non ha più importanza sapere dove sia, può anche trovarsi a pochi chilometri da Londra, separato dal resto del mondo attraverso un semplice tunnel chiuso da un cancello: non era la distanza geografica a tenere prigioniero il Numero 6, ma l’organizzazione socio-politica del Villaggio, che lui ha saputo distruggere dall’interno.

La serie si basa sul concetto che il Villaggio possa essere ovunque, compresa la stessa città in cui si vive. Nell’ultimo episodio della serie, il Numero sei riesce a strappare la maschera che cela il volto del numero Uno, scoprendo il muso di un gorilla, che urla la parola “Io” quindi strappa anche questa maschera e sotto ancora, con enorme sorpresa del telespettatore, si cela il volto del numero Sei. Secondo alcuni tale invenzione era già palese nel dialogo riportato all’inizio, quando alla domanda “chi è il numero uno?” il numero due risponde “tu sei il numero sei”.

La liberazione come sempre passa attraverso la consapevolezza, e la consapevolezza passa attraverso l’informazione. Il popolo globale, trattato da certe élites come mandria da allevamento, può sempre in qualunque momento far ricorso alla potente arma del sapere, della consapevolezza, per rompere la sfera e far crollare il Villaggio di cartone. 

Nessun incantesimo è per sempre.

La banalità dell’emergenza

di DARIO GIACOMINI, GIORGIO AGAMBEN, GIOVANNI FRAJESE, ELISABETTA FREZZA

Ci siamo ritrovati a guardarci negli occhi, pensando a cosa si sarebbe potuto fare partendo da quello che, di buono, già era stato fatto. Ne è uscito questo scritto, intorno al quale chiamiamo a raccolta tutti coloro che, senza protagonismi, desiderino darsi vicendevolmente una mano e riprendersi la vita con l’umanità che le spetta.

LA BANALITÀ DELL’EMERGENZA

Il sistema oppressivo che si è manifestato in questi due anni non ha neppure la tragica grandezza della «banalità del male» colta da Hannah Arendt. Covid-19 e Green Pass sarebbero persino termini da operetta se, a loro causa e in loro nome, non ci fossimo ritrovati esposti, d’improvviso, alle intemperie di un tempo spietato in cui la paralisi della democrazia, il sovvertimento dell’assetto istituzionale, la violazione dei principi fondativi del vivere comune hanno portato con sé lo stravolgimento dei rapporti sociali e la mortificazione di ogni umanità.


D’improvviso, siamo stati travolti da un diluvio di provvedimenti arbitrari, emanati su presupposti di fatto erronei o distorti quando non del tutto inconsistenti, senza alcun riguardo a quel perseguimento del bene comune che è la funzione primordiale della politica.

«La società» come scriveva fin dagli Anni Trenta del secolo scorso Simone Weil in Oppressione e libertà «è diventata una macchina per comprimere il cuore» e di conseguenza «per fabbricare l’incoscienza, la stupidità, la corruzione, la disonestà e soprattutto, la vertigine del caos».

UN TOTALITARISMO DALLE RADICI PROFONDE

Sarebbe un grave errore non dare a questa «macchina per comprimere il cuore» il suo vero nome: totalitarismo. Il fatto che sia condiviso da una vasta parte di cittadini non ne muta l’essenza.

Anzi, mostra che i tempi erano maturi per cogliere il frutto avvelenato, seminato e coltivato con cura e a lungo. Ci si chiede come mai la gente non capisca quello che è così chiaro e non veda ciò che è tanto evidente. Siamo giunti al momento in cui, come paventava Simone Weil, non si comprendono più i significati pratici e contingenti delle azioni.

Azione e conoscenza, lavoro e progettualità, cause ed effetti sono separati. Conta solo la funzione, l’uomo è sacrificato al meccanismo, il mezzo diventa fine; e l’autorità, per quanto esercitata in modo arbitrario, diventa un idolo, un totem, un talismano capace di curare tutti i mali. L’uomo è una marionetta che si agita in un teatrino in cui non c’è più proporzione tra il fare e il conoscere e in cui è divenuto un essere sradicato, incapace di rapportarsi alla realtà.

UN TOTALITARISMO CONDIVISO. MA NON DA TUTTI

Dentro questa rappresentazione, per aver coltivato un pensiero non conforme a quello di una massa manipolata, confusa e impaurita; per non esserci piegati ai ricatti di un potere coercitivo cinico e spregiudicato e alle sue misure irragionevoli e incongruenti; per non avere ceduto il corpo alla somministrazione coatta di farmaci che non assicurano l’immunità né impediscono il contagio, abbiamo subìto la sospensione dallo stipendio o la privazione del posto di lavoro, la soppressione del diritto di circolazione e di accesso a servizi pubblici pagati con le nostre tasse, la compressione della libertà di espressione, l’esclusione dalla scuola, dall’università e dai luoghi della cultura, il peso della minaccia sempre incombente sui nostri figli. E lo abbiamo subìto nel plauso generale, con il pieno e deliberato consenso di familiari, amici, colleghi, vicini di casa.


È su questo terreno impervio che, per iniziativa del dottor Dario Giacomini, nella primavera del 2021, a ridosso dell’introduzione dell’obbligo vaccinale per i sanitari a mezzo decretazione d’urgenza (d.l. 44/2021), nasce ContiamoCi!, per riunire in associazione quanti, tra i destinatari della norma, intendono opporsi alla sua applicazione considerandola intrinsecamente ingiusta oltre che incompatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento. In una fase successiva, l’associazione si apre ai dipendenti della scuola e poi via via alle altre categorie di lavoratori ed a tutti i cittadini, fino a stendere una rete di mutuo sostegno su tutto il territorio nazionale.


Si è scoperto così come quel terreno arso, in apparenza votato alla sterilità, fosse in realtà straordinariamente fertile. Perché capace di far emergere qualcosa che afferisce alla radice dell’essere uomini e precede qualsiasi appartenenza. Perché capace di dare corpo a pensieri buoni e opere buone, di far crescere legami nuovi di amicizia, solidarietà, fratellanza, insieme alla voglia di mettere a frutto i talenti di cui ciascuno per parte sua è portatore, per battere strade alternative: nella ricerca scientifica, nella socialità, nei servizi, nella cultura, nell’arte.

PROSPETTIVE PER RESISTERE ALLA MACCHINA CHE COMPRIME IL CUORE

Il Novecento, secolo tutt’altro che breve, è ricco di insegnamenti e di esperienze che testimoniano la possibilità teorica e pratica di vivere al di là delle costrizioni totalitarie. Tra le molte intuizioni sorte nell’Europa dell’est, è particolarmente felice, sul piano degli intenti e della loro comunicazione, quella della “pólis parallela”, messa a punto da Václav Benda, membro del movimento “Charta 77” attivo in Cecoslovacchia. Nel breve saggio La polis parallela diceva tra l’altro: «Propongo perciò di unire le nostre forze per costruire poco a poco delle strutture parallele in grado di supplire, anche in misura limitata, a quelle funzioni comunemente utili e necessarie ora assenti; laddove sia possibile, occorre sfruttare le strutture esistenti e umanizzarle». In uno scritto successivo, Situazione, prospettive e significato della polis parallela, auspicava come fase finale la fusione della comunità resistente con quella ufficiale risanata o, addirittura, il «predominio pacifico della comunità ancorata alla verità su quella della mera manipolazione del potere».


È con questo stesso spirito che, oggi, ContiamoCi! si propone di allargare le sue fila e chiama a raccolta intorno al suo cuore già pulsante tutti coloro che, sperimentando quotidianamente su di sé e sui propri figli una discriminazione via via sempre più capillare e feroce, desiderino ricreare le condizioni per vivere e, per questo, sentano di dover mettere insieme i pezzi di una ragione distrutta e di una umanità negata: un po’ come tanti frammenti di qualcosa di più grande e di più bello di cui conservare memoria e tramandarla a chi ci succede.


ContiamoCi! intende costituire un luogo di aggregazione per chi non si rassegni a essere trasferito a peso morto nel recinto cosmopolita, digitale, tecnologico ed “ecologico” dei nuovi sudditi uguali e obbedienti, in attesa di essere ibridati e, finalmente, sostituiti; ma, viceversa, sia determinato a resistere agli insulti di uno strapotere fuori controllo, e sia pronto a sacrificare quanto acquisito pur di onorare la propria coscienza, e rimanere uomo.


ContiamoCi! vuole cercare di corrispondere a quei bisogni essenziali che, d’improvviso, ostacoli inediti impediscono ai cittadini di perseguire. Offre le prestazioni di medici, infermieri, legali, insegnanti, commercianti, artigiani, artisti, uomini di buona volontà che si mettono a servizio degli altri con spirito di collaborazione e slancio disinteressato. E così, pian piano, punta a edificare un’altra medicina, un’altra scuola, un’altra assistenza, in una parola un’altra polis che funzioni, parallela, nel rispetto delle leggi non scritte ma incastonate nella natura dell’essere umano.

VIVERE SENZA MENZOGNA

Nella consapevolezza che il vedere altri che pensano come te, vivono come te, soffrono e combattono come te, regala a ciascuno di noi un sostegno molto più forte di qualsiasi astratto proclama; che a ciascuno di noi fa bene farsi medicare, confortare, consolare per guarire nell’animo e recuperare le forze, ContiamoCi! intende rendere più vivibile la nostra quotidianità contando sul contributo di uomini vivi, integri e coraggiosi che sappiano guardare oltre i reticolati dei nuovi lager tecnologici e regalarci la speranza di esserne liberati. Solo così si potrà immaginare di invertire il segno di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi in danno nostro e dei nostri figli: per sopravvivere a un oggi disumano, e guardare al futuro con fiducia non velleitaria, o si ritrova la comune umanità, la si cura e la si coltiva a ogni costo, o si è destinati a perderla del tutto. «Non è possibile farsi semplicemente da parte, credere di potersi trar fuori dalle macerie del mondo che ci è crollato intorno. Perché il crollo ci riguarda e ci apostrofa, siamo anche noi soltanto una di quelle macerie e dovremo imparare cautamente a usarle nel modo più giusto, senza farci notare» (Giorgio Agamben, Quando la casa brucia).
In altre parole, lo spirito che guida una tale opera ha in radice quanto Solženicyn diceva, nel 1974, in Vivere senza menzogna: «Ciò che ci sta addosso non si staccherà mai da sé se continueremo tutti ogni giorno ad accettarlo, ossequiarlo, consolidarlo, se non respingeremo almeno la cosa a cui più è sensibile. Se non respingeremo la menzogna. (…) Ed è proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia!».

Le facili emozioni

di GIORGIO BIANCHI

Photo credit Giorgio Bianchi

Non utilizzo quasi mai immagini di bambini nei miei progetti fotografici, a meno che non sia narrativamente importante. Al contrario la propaganda di regime, per suscitare facili emozioni nelle anime belle sempre pronte all’indignazione da salotto, sta dando fondo a tutto l’arsenale a sua disposizione non risparmiando più neanche i minori.


Questa bambina viveva a Zaitsevo con la mamma e i fratellini in condizioni disperate. Visitai la sua casa nel 2016. La zona era sottoposta a continui bombardamenti da parte delle truppe Ucraine. All’epoca nessuno si indignava, nessuno abbandonava la propria postazione all’ONU, nessuno offriva le seconde e le terze case.


Siete delle tragiche marionette che si muovono a comando: un giorno vi indignate per i migranti, un altro per i profughi ucraini, nell’intervallo vi chiudete dentro casa e sterilizzate la spesa. Basta premere un tasto del telecomando e cambiate psicosi.


Il vuoto pneumatico della vostra insipienza, come il Nulla de La storia infinita, sta risucchiando gli ultimi barlumi della nostra civiltà.

Quella campana chioccia e petulante sui vaccini

Conflitti di interesse, fondi di investimento, responsabilità per aver occultato e impedito le cure e altre amenità sul disastro in corso. Intervista a Alberto Contri

(Originariamente pubblicata su Affari Italiani.it, per gentile concessione di Affari Italiani e Alberto Contri)

Sui social network, il caso del momento è costituito da un post di solo testo. Niente Tik-Tok, niente video acchiappa-like, solo testo. Per di più su un network frequentato da professionisti come Linkedin, sul quale 20.000 visualizzazioni in tre giorni e centinaia di commenti per un post di testo costituiscono una eccezione davvero rilevante. C’è di mezzo il tema dei temi, i vaccini, e un professionista della comunicazione come Alberto Contri, da mezzo secolo ai vertici di multinazionali e di associazioni del settore (per 20 anni è stato anche presidente di Pubblicità Progresso), da tempo docente di comunicazione sociale in diverse università.

Prof. Contri, ma cosa ci combina? Si è messo alla testa dei No-Vax, adesso?

Questo è quello che dicono alcuni detrattori. Ma non è affatto vero. Ho sempre creduto nei vaccini ben sperimentati e ne conosco la storia. Ma è successo che ho cominciato ad osservare tutti gli accadimenti legati al SARS-CoV-2 partendo proprio dalla comunicazione, rilevando una serie di elementi che mi hanno fatto riflettere. 

Quali?

Sono rimasto colpito da una narrazione insistente intorno ad un termine usato in maniera non corretta. Alludo ai vaccini, che tali non sono, in quanto si tratta di terapie geniche sperimentali. 

Mentre il termine “vaccini” riporta alla mente di ognuno quelli fatti nell’infanzia e in altre occasioni, tutti a base di germi attenuati, uccisi, o loro componenti, con i quali vengono fatti paragoni del tutto impropri.

Mentre quelli anti-Covid seguono un procedimento del tutto diverso, interessante ma ancora sperimentale.

Ho rilevato poi sui mass media una informazione del tutto univoca, troppo simile ad una campana talmente chioccia e petulante da risultare stonata, e quindi sempre più sospetta. 

Palese il tentativo di delegittimare o ridicolizzare le poche voci dissonanti, mentre ad un gruppetto di virologi, di membri del Cts e del Ministro della Salute sono sempre state fatte delle classiche interviste “in ginocchio”, anche da giornalisti specializzati nell’informazione medica.

Ulteriore interesse hanno destato i cosiddetti siti “anti-bufale”, gestiti anche da incompetenti in medicina, sempre pronti a controbattere usando i comunicati stampa dei produttori dei vaccini ora in uso, e a smentire dati di criticità con ragionamenti fantasiosi. Se ci fosse ancora uno straccio di giornalismo di inchiesta, sarebbe interessante indagasse su chi li finanzia. Anche perché non è cosí difficile scoprirlo. 

Infine mi hanno profondamente stupito le affermazioni invero apodittiche come quelle del Presidente Mattarella e soprattutto del Premier Draghi, perché tutto quello che sta succedendo nei paesi con il più alto numero di vaccinati dimostra che sono scientificamente improponibili. E ora si stanno esponendo ad una figura perlomeno imbarazzante.

Questo per quanto riguarda la comunicazione.

I suoi detrattori la sfottono proprio in quanto docente di comunicazione, e non di materie scientifiche.

 Dovrebbe vedere il loro disappunto quando rivelo che per venti anni sono stato ai vertici del più grande network multinazionale specializzato nella comunicazione alla classe medica, lavorando gomito a gomito con tutte, ma proprio tutte, le aziende farmaceutiche internazionali e nazionali. Conoscendo a fondo le loro attività di ricerca e le loro modalità di lobby nei confronti della classe medica, dei media e della società. Ma quello che più conta è che, dovendo approfondire tematiche  di ogni genere per spiegarle ai medici, ho sviluppato un approccio interdisciplinare ed olistico alle varie branche della medicina, ben diversamente da quello dei virologi televisivi e degli esperti di statistica.

Ci parli del caso Linkedin

Ho postato un fondo di Sallusti, ora condirettore a Libero, che dopo l’approvazione definitiva da parte dell’FDA americana al vaccino Comirnaty della Pizer (senza attendere la conclusione del follow up pianificato per il 2023), si è letteralmente scatenato contro i preoccupati o renitenti verso questo tipo di vaccini, sostenendo che finalmente “la Scienza” aveva posto la parola fine a tutti i dubbi su efficacia e sicurezza, e che i non vaccinati sono degli sciagurati che mettono a rischio la salute della comunità. Ho rilevato che i suoi toni mi parevano eccessivi, proprio a fronte della crescita dei contagi nei paesi con il maggior numero di vaccinati, e ho notato che anche Libero si era aggiunto ad un coro praticamente unanime di stampa e tv che non ammette discussioni sulle criticità di farmaci che non sono affatto vaccini tradizionali, giova ripeterlo.

E cosa è successo?

Che in tre giorni questo post ha totalizzato 20.000 visualizzazioni, oltre un centinaio di commenti e, sorpresa delle sorprese, al 95% d’accordo con la mia posizione. Smentendo la vulgata che i critici di questa modalità di affrontare il Covid 19 appartengano ad una classe medio-bassa e ignorante, dato che su Linkedin si ritrovano soprattutto laureati, manager, professionisti, operatori assai qualificati. Molti dei quali in grado di leggere un lavoro o una tabella di dati pur non avendo un background medico-scientifico. 

La discussione è diventata particolarmente interessante, dato che giusto un giorno dopo l’intemerata di Sallusti con tutte le sue granitiche certezze, è intervenuto il British Medical Journal (una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo) che, ad opera del suo senior editor Peter Goshi ha criticato aspramente l’FDA per aver violato una serie di procedure sempre rispettate per altri vaccini e farmaci. Rilevando la costante crescita di effetti collaterali gravi, l’efficacia che si è ridotta già a sei mesi e anche meno, e il fatto che i vaccinati in molti casi risultano comunque contagiosi. Nel frattempo è stata pubblicata una intervista del dr. Malone (l’inventore della tecnica mRNA messaggero) molto dubbioso sul fatto che i vantaggi superino i rischi. Il colpo di grazia è stato dato da un autorevole professore di virologia di Harvard, Martin Kulldorf, che in una dettagliatissima intervista ha parlato senza mezzi termini di “fiasco” dell’intero approccio al Covid 19, smentendo senza mezzi termini l’efficacia dei lockdown e dei Green Pass.

È probabile che questo interesse si sia sviluppato perché in generale sui mass media le informazioni critiche non si trovano?

Sicuramente. Ma anche perché riguardo ad efficacia e sicurezza i soliti camici bianchi intervistati ovunque fanno affermazioni con tale certezza da sembrare convincenti, quando a volte sono palesemente false, e per forza di cose i dubbi cominciano a diffondersi. Nella trasmissione “In onda” su La 7, l’onnipresente prof. Bassetti ha tentato di smontare la vulgata secondo la quale i nuovi vaccini non sarebbero ancora in fase sperimentale. Secondo il garrulo professore, “non è vero che sono stati trovati in fretta come si dice, perché in realtà la tecnologia RNA messaggero la si sta studiando dal 1990, e inoltre si tratta di vaccini a tutti gli effetti assolutamente efficaci e sicuri”.

Ora, un conto è lo studio delle terapie geniche in generale, un conto è la oggettiva breve durata della sperimentazione degli attuali vaccini, dichiarata e ammessa in modo temporaneo e condizionato nelle stesse documentazioni di registrazione, a fronte della situazione di emergenza. 

La risposta a Bassetti in termini di sicurezza la troviamo in un seminario tenuto in Senato proprio su questo tema. Tra i vari relatori vale la pena di citare il prof. Frajese, endocrinologo dell’Università degli Studi di Roma “Foro Italico”. Fra i tanti problemi evidenziati, ha segnalato che per la fretta non sono stati fatti gli studi sulle interazioni farmacocinetiche, né quelli di tossicocinetica, né di genotossicità, e – udite udite – di carcinogenicità, il che, parlando di vaccinare bambini e bambine, è davvero grave. Tanto più che in un annesso della documentazione Pfizer, si trova un lavoro da cui si apprende che nei ratti le proteine spike si distribuiscono in 48 ore in diversi organi, e in percentuale assai alta nelle ovaie” (qui il suo intero intervento). Recentemente il dr. Peter Schirmacher, uno dei più autorevoli patologi tedeschi, docente all’Università di Heidelberg, ha sostenuto che le morti causate dal vaccino sono ampiamente sottostimate, riportando una analisi su 40 autopsie in base alle quali i casi di morte correlata al vaccino sono risultati pari fino al 40%.

Lei ha criticato anche il prof Abrignani, che è pure  membro del Cts.

Non ho parole per definire quello che ha detto sulle pericarditi nei bambini, “che se capita si risolvono in breve tempo”. Il dr. Malone ha spiegato molto efficacemente che le pericarditi invece lasciano delle cicatrici che si possono far sentire più in là negli anni. Ma anche subito, come accaduto alla pallavolista Francesca Marcon, che a causa di una pericardite da vaccino non riesce più a giocare. È inaccettabile che un membro del Cts faccia simili affermazioni. 

Secondo lei come mai questi illustri cattedratici sono unanimi nel sostenere questa narrazione di efficacia e sicurezza in modo cosí convinto?

Ci sono sicuramente quelli in buona fede, ma anche quelli che hanno conflitti di interesse a causa di stretti rapporti con le case farmaceutiche. Ho letto che proprio il prof. Bassetti è stato pizzicato a sbianchettare dal curriculum la sua presenza nel Global Advisory Board di Pfizer. Ora, data la mia esperienza nel Network Medicus Intercon, non ci vedo nulla di male, in quanto le imprese farmaceutiche vivono in simbiosi con la medicina sul campo, hanno bisogno dei clinici disponibili a fare le sperimentazioni e tanto altro. Ma il limite è la coscienza professionale. Un conto è fornire consulenze sulla base della propria competenza, un conto è trasformarsi in propagandisti di farmaci non sufficientemente testati, che altri colleghi internazionali – di assai maggiore autorevolezza, inoltre – ritengono non cosí efficaci né sicuri. 

Secondo il sistema di rilevamento passivo VAERS americano, questo tipo di vaccini è stato associato con più morti di quelle associate con tutti i vaccini presi assieme nei precedenti 21 anni. Per non parlare delle reazioni avverse gravi (“severe”, in pratica temporaneamente inabilitanti nella prima settimana, ma talora piu a lungo), che il sistema di rilevazione attiva dei CDC, V-safe, riporta ad es. nella misura di oltre un giovane (16-25 anni) su quattro. Tornando a Bassetti, il fatto di aver cancellato quel dato è una ammissione di lampante conflitto di interessi. Ma lui compare dappertutto lo stesso.

Tra i temi dibattuti ci sono i farmaci alternativi o complementari ai vaccini e il famoso protocollo del Ministero “Paracetamolo e vigile attesa”.

Qui ci vuole una breve premessa: è oramai assodato che la sindrome da Covid 19 si divide in due fasi: la prima, quella infettiva, virenica, in cui febbre e infiammazione giocano ancora il ruolo difensivo assegnato loro dall’evoluzione, si fa strada nei primi giorni. La seconda, in cui si sviluppa la trombosi dei vasi polmonari e di altri distretti, è molto più difficile da curare, e può risultare letale per gli individui compromessi da altre patologie. La prima può essere bloccata nella gran parte dei casi grazie alle difese innate o con farmaci di uso molto comune, ce ne sono oramai una decina con ricerche scientifiche valide a sostegno, e che costano pochissimo.

Ci potrebbero dire EMA, OMS, Aifa, ISS, Cts, Ministero della Salute, perché si è ritenuto lecito approvare in via emergenziale nuovi tipi di vaccini che stanno dimostrando di avere diversi punti di contatto con “L’Apprendista stregone” di goethiana memoria, e non si consenta di applicare in via emergenziale terapie che stanno dando risultati sorprendentemente buoni (e validati) in diversi paesi del mondo? Se la pandemia è cosí grave, perché lasciare qualcosa di intentato che magari, come spesso avviene, potrebbe rivelarsi l’uovo di Colombo? Che esista, lo dimostra un grande metastudio pubblicato da Elsevier, la casa editrice di The Lancet, la più autorevole in campo scientifico, che illustra come le terapie precoci  azzerino il rischio di ospedalizzazione nelle case di cura per anziani, che sono notoriamente uno dei focolai più pericolosi.

Tutt’altro che il protocollo “paracetamolo e vigile attesa”…

Questo è un fatto che ha dell’incredibile. Nessuno è mai stato in grado di spiegare le sue basi scientifiche. In nessuna intervista nessun giornalista lo ha chiesto al Ministro Speranza (esiste anche il peccato di omissione, mi pare). Diversi ricercatori di tutto il mondo hanno oramai mostrato che il paracetamolo in questo caso svolge un ruolo negativo perché abbassa la febbre – che è una importante difesa iniziale contro l’infezione virale – e poi perché interferisce con il glutatione e con la sua potente azione antiossidante. Sempre più medici, che hanno una seria paura di esprimersi per paura di essere sanzionati o addirittura radiati, ritengono che somministrare paracetamolo e attendere sia una scelta molto grave. 

In realtà quando si parla dei molti morti per sostenere la vaccinazione di massa, si omette di dire che ce ne sarebbero meno se si applicassero le terapie domiciliari precoci. Il dr. Georg Fareed, una carriera nella P.A. americana e ad Harvard, sostiene che se si fossero applicate da subito le terapie domiciliari precoci, la mortalità complessiva sarebbe stata molto inferiore.

Su questa base, e con gli stessi argomenti del virologo di Harward Kulldorf, (anche se i media italiani non ci dicono nulla) l’avvocato tedesco Fuellmich sta coordinando una class action insieme a migliaia di avvocati e medici contro CDC, OMS e il Gruppo di Davos, e vari Ministeri della Salute per la violazione dei 10 principi di Norimberga.

Può sembrare fantascienza. 

Ma potrebbe anche non esserlo, visto che l’avv. Fuellmich è colui che ha messo in ginocchio la Volkswagen sulla faccenda del diesel-gate, e scoperchiato la corruzione nella Deutsche Bank. 

Quindi lei pensa ad un complotto ordito da Big Pharma?

No. Ritengo che le aziende farmaceutiche abbiano svolto negli anni un ruolo chiave per la salute dell’umanità. Osservo però che, venendo avanti nel tempo, nel loro azionariato le famiglie dei fondatori – che erano medici e ricercatori – sono state via via affiancate o sostituite dai grandi Fondi di investimento come ad esempio Black Rock, il cui spasmodico interesse per i risultati economici trimestrali è ben noto. Black Rock è presente in Pfizer, con i Fondi Vanguard e Wellington.  Insieme a Bank of America, Deutsche Bank, Morgan Stanley, JP Morgan. Che non sono esattamente degli enti di beneficenza, e sono ben felici che Pfizer abbia raddoppiato la previsione del fatturato 2021 per il solo vaccino: 26 miliardi di dollari. Previsione che andrà vista al rialzo dopo l’annuncio di un aumento di prezzo del 15%. Figuriamoci con l’ipotesi della terza dose e con le anticipazioni del Ministro Speranza sulla vaccinazione da ripetere ogni anno (se basterà).

Gli stessi Fondi sono presenti anche nei social network più famosi, molto premurosi nel sovvenzionare i siti “anti-bufale” cui ho accennato, o nel limitare e addirittura cancellare i post critici sulla vaccinazione di massa.

Conoscendo questi dati, ognuno può trarre le proprie conclusioni. Magari non prima di aver dato un’occhiata alle dichiarazioni shock dell’ex Ministro della Sanità francese Philippe Douste-Blazy.

Per concludere, se lei fosse al Governo, cosa farebbe?

Abolirei subito il Green Pass: che senso ha, se i vaccinati infettano e si ammalano ugualmente?

Manterrei mascherine (non all’aperto, se non in caso di prossimità continuativa), distanziamento, pulizia delle dita delle mani, soprattutto quelle di chi lavora in bar, ristoranti, negozi.

Poi farei una grande campagna di prevenzione, consigliando di assumere con l’alimentazione le sostanze in grado di tenere lontano il virus, sulla cui efficacia esistono lavori scientifici randomizzati controllati.

Sostituirei immediatamente il protocollo “Paracetamolo e vigile attesa” con uno aggiornato su terapie domiciliari precoci di buona o molto probabile efficacia, istruendo in merito tutti i medici di famiglia.

Quanto al vaccino lo riserverei solo agli anziani e ai pazienti a rischio, e solo dopo una esauriente informazione medica su benefici attesi e rischi, in quanto il cosiddetto “consenso informato” è una pratica burocratica semplicemente inqualificabile per il modo i cui viene quotidianamente disapplicata.

Infine chiederei ai media di far specificare sempre agli intervistati i loro eventuali conflitti di interessi.