La teoria dei sociopatici al potere

Ovvero i predatori della giungla capitalistica

di ENRICO VALERIO AVERSA

American Psycho, Mary Harron (2000)

Il giornalista e scrittore Paolo Barnard (1) nel suo libro Il più grande crimine, sintetizza l’evoluzione economico-sociale dell’Occidente spiegando che, dopo secoli di lotte, alcune nazioni illuminate conseguirono i capisaldi del benessere e del progresso umano in termini umani: la «democrazia» e la «moneta sovrana moderna». Grazie a ciò si giunse alla civile gestione dei beni comuni, con economie più sane e socialmente più benefiche.

Siccome a goderne erano in molti e soprattutto il popolo “sovrano”, ecco che a “qualche ristretta élite” la cosa non piacque affatto.


Dal secondo dopoguerra a oggi questi signori hanno lavorato per distruggere il nuovo corso virtuoso, portando moltissime persone alla disperazione, alla sofferenza, rendendogli la vita
impossibile
e non più degna di questo nome. Un raro esempio di avidità, sete di potere e sadismo post-modernista, da parte di un’élite onnipotente. Come scrive Barnard: «pochi spregiudicati criminali, assistiti dai loro sicari intellettuali e politici» che scelsero scientemente a tavolino di manovrare le leve finanziarie e
politiche a livello globale per azzerare il processo di emancipazione dell’umanità.
Si attuò così un più vasto disegno criminale definito «Piano Neoclassico, Neomercantile e Neoliberista», come specifica nuovamente Barnard nel suo libro: «[…] sto parlando dei leader dei maggiori istituti finanziari del mondo e delle corporations di stazza multinazionale, accompagnati da uno stuolo di fedeli pensatori economici e di tecnocrati. I politici, obbedienti, spesso li seguono a ruota. A volte li sentirete chiamare “gli Investitori internazionali” che si riuniscono in alcuni club esclusivi come la Commissione Trilaterale, il Bilderberg, il World Economic Forum di Davos, l’Aspen Institute e altri. Sono coloro che il settimanale The Economist ha di recente chiamato “I Globocrati».


Prendendo spunto anche da un articolo pubblicato sul sito Avvenire.it nel 2009 (2), un pezzo molto interessante dal titolo “Affari a gonfie vele se il manager è psicopatico
e approfondendo la bibliografia scientifica della criminologia che si occupa di imprenditori e dirigenti d’azienda, si apprendono altre notizie interessanti.
Come vedremo, le ricerche dimostrano una chiara correlazione tra le attitudini antisociali tipiche dei criminali psicopatici e i profili di personalità dei professionisti dell’alta finanza responsabili delle grandi bolle speculative e dei disastri borsistici nel periodo 1994-2009. Il fenomeno era ed è studiato da moltissimi anni, ma oggi se ne parla ancora troppo poco. Lo si sottovaluta, forse, a causa del fatto che la maggioranza delle persone, anche le più
informate e acculturate, di fronte al problema fa “spallucce” e dice: «lo sappiamo, ci sono i criminali e allora?». Come sarebbe a dire “… e allora?”. Questo non è un fenomeno raro, isolato, appannaggio di pochi ricercatori specialistici. Non è una notizia che non abbia ricadute concrete nel quotidiano di tutti noi. Sveglia! Il cuore del problema è tutto qui. Se non risolviamo il marciume della cultura criminale che avvelena la mentalità della maggioranza dei dormienti e non eliminiamo gli psicopatici dal potere, non andremo da nessuna parte.

I «predatori della giungla capitalistica» (3), come vengono chiamati, possiedono personalità patologiche perfettamente adatte a competere con successo nel mondo affaristico dominato dalle leggi darwiniane dello “rank & yank” (4), dove chi non si dimostra all’altezza è eliminato. Le loro caratteristiche patologiche di personalità sono:

  • l’arroganza;
  • la propensione eccessiva al rischio e la disponibilità all’azzardo;
  • l’orientamento alla frode e alla gestione criminale delle aziende (corporate psychopaty).

Si afferma nell’articolo di Avvenire.it: «Top manager come serial-killer di massa? Secondo alcuni studi americani e inglesi, sì». Approfondendo questi studi citati (nota 5-6) si scoprono ulteriori risvolti interessanti.

I ricercatori hanno utilizzato strumenti clinico-diagnostici (Psychopathy Checklist), che misurano il grado di psicopatia criminale, per somministrarli agli esponenti dell’alta finanza responsabili dei suddetti disastri economici. Si capisce così, che tali sciagure non furono il risultato di errori decisionali di persone pronte a pentirsi, ma causate da veri e propri perversi-immorali cronici, incapaci di senso di colpa o di provare altri sentimenti, se non mimandoli per mantenere una facciata di rispettabilità.

Chiariamo meglio: questa élite di persone ai vertici aziendali e sociali, quando viene valutata clinicamente, manifesta chiari profili di personalità degni dei peggiori criminali: mancanza di scrupoli, di responsabilità, di empatia, tendenza esasperata alla menzogna e alla manipolazione.

Approfondendo ulteriormente la letteratura scientifica sui disturbi di personalità tra gli erroneamente considerati “normali” colletti bianchi, si trova un altro studio, stavolta inglese. Emerge che gli “psicopatici”, che operano all’interno della società tradizionale, hanno successo nei ruoli dirigenziali di alto livello grazie alle loro caratteristiche emotive patologiche (nota 7):

  • fascino superficiale, insincerità, egocentrismo, manipolazione (istrionismo);
  • grandiosità, cinismo, sfruttamento (narcisismo);
  • perfezionismo, eccessiva devozione al lavoro e tendenze dittatoriali (compulsione).

Ma non è tutto. Questi disturbi legati al comportamento deviante non sarebbero appannaggio solo del mondo del lavoro. Sarebbero molto diffusi anche nella comunità sociale generale.

La sottostima del fenomeno sarebbe dovuta alla minore gravità psicopatica di certe persone e dal loro sforzo cosciente di apparire socialmente accettabili. Infatti, la personalità istrionica (nota 8) in forma mite trasforma la persona più in un “gregario” patologico, ma altrettanto pericoloso, se non più pericoloso di un predatore attivo.

E la società civile dal canto suo che cosa fa? Premia e incoraggia molti aspetti dei comportamenti devianti, ecco perché gli psicopatici “di successo” stanno aumentando nel tempo (nota 9), come i loro ammiratori e seguaci. Emerge anche, da uno studio condotto su studenti universitari che alcuni di loro possiedono i tratti caratteristici del disturbo psicopatico. Proprio grazie al fattore emotivo narcisistico, che occulta il tratto antisociale dello stile di vita deviante, quel tipo di persone riesce ad ottenere successo sul lavoro e nella società, perché le loro strategie emotive contribuiscono alla “facciata affascinante” e alla grande abilità nell’influenzare le persone.


Anche le Istituzioni non sono esenti dal problema (10) . Gli psicopatici sono abili a sviluppare relazioni proficue con persone della massima autorità istituzionale, manipolandole per fare carriera. Quindi, ce li troviamo anche lì. Si, abbiamo capito bene: gli psicopatici, spinti dal bisogno di potere e prestigio, conseguono posizioni di leadership istituzionale esercitando il potere e il controllo sulle risorse. È proprio così, gli psicopatici fanno sì che la loro personalità perversa, non appaia diversa
da quella degli individui “normali”. A livello sociale, i sondaggi comunitari (11) stimano che fino all’11% della popolazione adulta soffra di disturbi di personalità, mentre i tassi aumentano al 30-50% nelle persone che si rivolgono ai centri di salute mentale, al 75% nella popolazione carceraria, per giungere al 93% nel gruppo dei pazienti con disordini mentali (12) .

Perfino nei testi universitari di psichiatria si identifica un certo tipo di classe dirigente patologica come manifestazione sociologica del disturbo di personalità antisociale: «Certo, alcuni disvalori sono nella società attuale premianti. L’aumento relativo dei crimini contro la persona rispetto a quelli contro il patrimonio nelle classi sociali più basse e l’irresponsabilità criminale delle alte classi sociali corrotte, in Italia e diffusamente anche in Europa,
rappresentano l’immagine sociologica del disturbo di personalità antisociale» (13).
Accettiamolo, i disvalori criminali sono premianti nelle nostre società e che lo psicopatico è facilitato nell’indossare la “maschera della normalità” a causa degli stereotipi sociali che si fermano alle apparenze, giudicando positivamente gli istrionici solo perché appaiono più
sicuri di sé, persone educate, vestite alla moda e di successo. Non commettiamo però l’errore di etichettare questi disturbati come malati di mente.

L’antisociale si comporta nel pieno delle sue responsabilità e sceglie lucidamente di agire coerentemente con i suoi fini predatori e opportunistici. Sono persone che ricercano il piacere nel delinquere per sentirsi emotivamente vive, scelgono intenzionalmente di ignorare la legalità e le regole morali. Non provano mai né pentimento né paura delle conseguenze dei propri atti. Ed ecco l’aspetto sadico: provano piacere nel rendere impossibile e disagevole la vita degli altri. Non conoscono l’etica kantiana secondo cui l’essere umano va sempre considerato un fine e mai un mezzo. Usano gli altri come strumenti per conseguire i propri obiettivi di visibilità, ricchezza e potere economico-politico.


L’articolo di Avvenire.it dimostra come la psicopatia aumenti esponenzialmente nei luoghi di potere e di come il capitalismo neo-liberista e selvaggio rappresenti un habitat naturale per queste patologie. Se i delinquenti tradizionali sono impulsivi e fisicamente aggressivi, quindi entro poco
tempo avranno guai con la giustizia, i delinquenti della classe dirigente, capaci di autocontrollo e di celare abilmente la loro immoralità, riusciranno per molto tempo a nascondere la loro pericolosità sociale (14). Essi rappresentano l’evoluzione del criminale classico – termina l’articolo su Avveire.it – che ha imparato ad adattarsi al nuovo sistema socioeconomico. E questo principio è confermato anche dagli studi più attuali (15). Addirittura un recentissimo studio (16) sprona i cosiddetti “ricercatori dei tratti oscuri della
personalità nei luoghi di comando”, a migliorare i loro standard di qualità, sia in termini di teorie scientifiche che di misurazioni. Perché? Perché, termina lo studio, «non possiamo lasciare che il male sia più forte del bene».


Ma, perché facciamo fatica ad accettare questa realtà delle cose?


Ronald Laing (17) ci dà la sua spiegazione, quando ragiona sulla massa dormiente e inconsapevole della realtà che la riguarda, parlando di “normale alienazione dell’esperienza”: «L’importanza di Freud per il nostro tempo risiede in larga misura nel fatto che egli ha saputo vedere e, in gran parte, dimostrare come la persona comune sia un brandello, contratto e disseccato, di ciò che una persona può essere. […] La nostra capacità di pensare […] è pietosamente limitata: persino la nostra capacità di vedere, udire, toccare, percepire sapori ed odori è talmente annebbiata dai veli della mistificazione che per tutti è necessaria una intensa disciplina volta a disimparare, prima che possiamo incominciare ad avere di nuovo esperienza del mondo, con innocenza, verità ed amore. […] Questo stato di cose costituisce una devastazione quasi irreparabile della nostra esperienza: allora si ciarla a vuoto di maturità, amore, gioia, pace. Ciò che viene chiamato “normale” è un prodotto di repressione, negazione, scissione, proie-
zione, introiezione, e di altre forme di azioni distruttive operate contro l’esperienza […].
Vi sono forme di alienazione che sono relativamente rare rispetto a quelle statisticamente “normali”. La persona “normalmente” alienata, per il fatto di agire più o meno come tutti gli altri, è presa per sana. Le altre forme di alienazione che non stiano al passo con lo stato di alienazione predominante sono quelle che vengono etichettate dalla maggioranza “normale”
come nocive o folli. La condizione di alienazione, quella di essere un dormiente, inconsapevole, fuori di sé, è la condizione dell’uomo normale. La società fa gran conto del suo uomo normale: educa i fanciulli a smarrire se stessi e a divenire assurdi, e ad essere così normali. Gli uomini normali hanno assassinato 100 milioni circa dei loro simili uomini normali negli ultimi cinquant’anni. Il nostro comportamento è una funzione della nostra esperienza: agiamo in accordo con il nostro modo di vedere le cose»
(18).

C’è speranza per il futuro, secondo voi, se non ci svegliamo e se non cambiamo atteggiamento nei confronti di quelle persone? Dobbiamo smetterla di ammirarle e invidiarne la scalata sociale, le ricchezze e la facciata di falsa onorabilità.
Diversamente, che promesse potrà farci il futuro?

NOTE

1) Paolo Barnard (2011). Il più grande crimine. Ecco cosa è accaduto veramente alla democrazia e alla ricchezza comune. E a vantaggio di chi. Edizioni Andromeda; pag. 6.
2) Alessandro Beltrami (07/10/2009). La ricerca. Gli affari andranno a gonfie vele se il top manager è psicopatico. Avvenire.it
3) Avvenire.it, articolo citato.
4) Il rank & yank è anche un modello di valutazione del personale basato sulla produttività, per cui i dipendenti sono inseriti in graduatorie dove il 20% più produttivo è premiato e meglio remunerato, il 70% nella media viene considerato ancora adeguato, ma un 10%, a causa della bassa produttività, verrebbe licenziato.
5) P. Biabiak, R.D. Hare (2007). Snakes in Suits: When Psychopaths Go to Work. HarperCollins publishers.
6) Robert D. Hare et All. (1990). The Revised Psychopathy Checklist: Reliability and Factor Structure. Psychological Assessment, Vol. 2, No 3; 338-341.

7) B.J. Board, K. Fritzon (2003). Disordered personalities at work. Psychology, Crime & Law, March 2003, Vol. 11(1), pp. 17-32.
8) Millon, T. and Everly, G. (1985). Personality and Its Disorders: a Biosocial Learning Approach. New York: Wiley.
9) Lilienfeld, S. (1998). Methodological advances and developments in the assessment of psychopathy. Behaviour Research and Therapy, 36, 99-125.
10) Doren, D. (1987). Understanding and Treating the Psychopath . New York: Wiley.
11) Zimmerman, M. and Coryell,W. (1990). Diagnosing personality disorders in the community. A comparison of self-report and interview measures. Archives of General Psychiatry, 47, 527-531.
12) Coid, J., Kahtan, N., Gault, S. and Jarman, B. (1999). Patients with personality disorder admitted to secure forensic psychiatry services. British Journal of Psychiatry, 175, 528_/536.
13) Giordano Invernizzi (2000). Manuale di Psichiatria e Psicologia Clinica – Mc Graw-Hill 2a edizione, pag. 240.

14) B.J. Board, K. Fritzon (2003). Disordered personalities at work. Psychology, Crime & Law, March 2005, Vol. 11(1), pp. 17-32.
15) Landay, K., Harms, P. D., & Credé, M. (2019). Shall we serve the dark lords? A meta-analytic review of psychopathy and leadership. Journal of Applied Psychology, 104(1), 183–196.
16) P. D. Harms (2022). Bad Is Stronger Than Good. A Review of the Models and Measures of Dark Personality. Zeitschrift für Psychologie. Advance online publication.
17) Ronald David Laing (1927-1989) è stato uno psichiatra scozzese, che studiò e scrisse profondamente la malattia mentale e la psicosi. Il pensiero di Laing sulle cause e sul trattamento di importanti disfunzioni mentali furono influenzate dalla filosofia esistenzialista.
18) Laing R.D., (1967), La politica dell’esperienza, Feltrinelli Economica, Milano, IV ediz. 1977; pp.22-26.

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Enrico Valerio Aversa è psicoterapeuta, e autore di diverse pubblicazioni.

Nostalgica apologia della mano in una società tecnologica

di IRENE BERTOGLIO

Costretta per cause evidenti a rinunciare (temporaneamente) al mio lavoro a contatto diretto con le persone nello studio professionale, mi accingo – non con una certa perplessità – a ripensare alle sedute di rieducazione della scrittura tramite lo schermo.

Riflettere sulle conseguenze che la sostituzione del digitale alla fisicità concreta sta comportando sul piano umano…

Ciò mi porta inevitabilmente a riflettere sulle conseguenze che la sostituzione del digitale alla fisicità concreta sta comportando sul piano umano in questi anni.

Rispetto a cinquant’anni fa, uno dei più ragguardevoli cambiamenti avvenuti nella nostra società riguarda, infatti, proprio il minor utilizzo delle mani. 

Se ci pensiamo bene, i giochi di una volta si svolgevano all’aria aperta, permettendo ai piccoli di sviluppare tutti i sensi; erano per lo più manuali e coinvolgevano tutto il corpo: una palla, una bici, una fionda, una corda…

Ora i giochi sono soprattutto tecnologici e quando i ragazzi si trovano insieme condividono spesso del tempo di fronte a un monitor.

Tuttavia, è un dato di fatto che l’incontro e una vera relazione passano attraverso il corpo

La maggior parte delle sedute con i miei bimbi permette loro di risolvere la loro difficoltà grafiche, di migliorare la loro motivazione ed autostima proprio perché ci si coinvolge completamente, anima e corpo.

La sensorialità è anche la prima forma di conoscenza della realtà nel bambino e il tatto è sostanziale soprattutto nell’infanzia perché incide fortemente sulla formazione della personalità.

Oggi, venendo meno il contatto fisico, sono aumentati prima di tutto lo scoordinamento e la disorganizzazione corporea

Oggi, venendo meno il contatto fisico, sono aumentati prima di tutto lo scoordinamento e la disorganizzazione corporea.

Con l’uso smisurato della tecnologia, che soprattutto l’urgenza sanitaria attuale ha incrementato, i giovani (e non solo) sono sempre meno capaci di scrivere a mano.

I dati sull’aumento della disgrafia e dei disturbi di apprendimento lo dimostrano ampliamente.

Il problema però non riguarda soltanto l’incapacità grafica, ma è molto più profondo: scrivere con il tablet e scrivere in corsivo strutturano il cervello in modo diverso. Uno sviluppo differente del cervello comporta l’insorgenza di una diversa forma di pensiero, meno lineare e più “ad impulsi”.

In questa seconda organizzazione della mente, le operazioni mentali risultano impoverite, comportando una diminuzione dell’attività mentale, difficoltà nel mantenimento della soglia di attenzione ed aumento dei livelli di stress.

Di fronte a tale cambiamento epocale ritengo doveroso porci la questione etica su quale direzione stiamo prendendo.

È la moderna neuropsicologia a confermare che, se non permettiamo alle mani di muoversi, non stimoliamo sufficientemente le strutture sottocorticali encefaliche. È fondamentale allora che si ritorni al più presto ad una cultura tattile che valorizzi l’aspetto motorio.

Nonostante tutto ci porti verso il digitale, continuiamo a scrivere a mano, per non farci rubare la libertà di pensiero

Studi scientifici sull’importanza della scrittura a mano hanno evidenziato come, attraverso la sua acquisizione e il suo uso, nel cervello avviene una stimolazione di molte aree cerebrali e comporta uno sviluppo più ampio delle capacità mnemoniche, la strutturazione di un pensiero più rapido, oltreché una maggiore libertà espressiva dovuta all’attivazione della parte emozionale. 

Come ci insegna la disciplina grafologica, il corsivo permette infatti l’espressione di sé, incoraggiando l’originalità e la creatività.

Indurre all’apprendimento di un gesto armonico e fluido, tipico del corsivo, favorisce inoltre stati d’animo positivi, libera i circuiti muscolari dalle tensioni emotive, implica riflessi benefici nella sfera relazionale e sociale e contrasta la stanchezza.

E per gli adulti o per i bambini che hanno già imparato a scrivere, ma lo fanno in modo poco spontaneo e naturale, esiste la possibilità concreta, attraverso la figura del grafologo rieducatore della scrittura, di intervenire con un training scrittorio. In questo modo le difficoltà di scrittura vengono superate e i bambini imparano a scrivere bene, e quindi a pensare bene. 

Nonostante tutto ci porti verso il digitale, continuiamo a scrivere a mano, per non farci rubare la libertà di pensiero.

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Irene Bertoglio è scrittrice, grafologa, rieducatrice della scrittura e perito grafico-giudiziario. Per anni ha gestito una struttura nell’ambito formativo ed educativo. Ha tenuto e tiene numerosi corsi di aggiornamento e innovativi progetti sperimentali nelle Scuole dell’Infanzia, Primaria e Secondaria, soprattutto di prevenzione della disgrafia e di orientamento scolastico e professionale. È autrice di diversi libri, tra cui, con lo psicoterapeuta Giuseppe Rescaldina: “Il corsivo encefalogramma dell’anima” (Ed. “La Memoria del Mondo”). È direttrice dell’Accademia di Scienze Psicografologiche con sede nel centro di Magenta, che organizza corsi e incontri di psicologia, grafologia, calligrafia e non solo ed è direttrice della collana editoriale “Scripta Manent”.  

(Per contattare l’autrice psicologiadellascrittura@gmail.com)