Musk inquina il cielo. Nel silenzio di Greta

di ALBERTO CONTRI

Sempre più persone si stanno accorgendo di uno strano fenomeno, se alla sera o di notte se ne stanno un pò con il naso all’insù, in luoghi dove non c’è troppo inquinamento luminoso.

A molti sembra di vedere delle stelle in movimento.

Ma quali stelle…sono i satelliti con cui Elon Musk sta riempiendo il cielo senza sollevare alcuna protesta degli ambientalisti. Eppure il cielo appartiene a tutti gli abitanti della terra, e non solo a Musk.

Ripropongo quindi quanto ho anticipato in proposito nel pamphlet La sindrome del Criceto, Edizioni La Vela, 2020.

<<… Con una delle sue società, la Space X, Elon Musk ha appena cominciato a riempire il cielo di satelliti (a regime saranno 12.000!) capaci di offrire la connessione internet a tutto il mondo, anche alle zone rurali più povere, pagando, s’intende. Il tutto, però, esponendo gli abitanti del pianeta a un gravissimo effetto collaterale: riflettendo la luce della Luna, i primi satelliti lanciati già ora brillano modificando il panorama notturno della volta celeste, disturbano le attività dei radio-astronomi, moltiplicano la possibilità di collisioni satellitari in orbite già molto affollate e interferiscono con gli strumenti delle stazioni meteorologiche, riportando indietro i progressi in questo campo di oltre 40 anni, come sostengono gli esperti in materia.

Sulle orme di Musk c’è addirittura chi — rispolverando un vecchio progetto rimasto nel cassetto, dove avrebbe dovuto rimanere — vuole creare enormi ologrammi pubblicitari della dimensione di alcuni chilometri quadrati da proiettare nel cielo notturno. Sicché gli innamorati abbracciati su una panchina del Pincio, invece delle stelle, vedrebbero in cielo un enorme logo della Coca-Cola!

Per nulla turbato dai primi gravi incidenti provocati dall’auto senza pilota, e dai primi insuccessi delle sue costose auto elettriche, o della figuraccia raccattata durante la presentazione del suo modernissimo Cybertruck dai vetri indistruttibili che si sono rotti subito, Musk è riuscito a farsi autorizzare dalla FCC (Federal Communications Commission) i primi lanci nello spazio. Grazie alla lobby di cui dispone, le maggiori fonti d’informazione hanno plaudito all’iniziativa come a un grande esempio di mecenatismo, dimenticando che lo stesso Musk ha calcolato di poterci ricavare almeno 30 miliardi di dollari annui di fatturato.

Ora, nel giardino di casa sua, e anche sul suolo americano, Musk può fare quello che vuole, visto che una pur severa Commissione governativa gli ha dato la concessione, ma non è pensabile che possa ritenersi libero di occupare a suo piacimento il cielo illuminandolo di notte con decine di migliaia di corpi luminosi estranei alle stelle, cielo che appartiene a tutti gli abitanti della Terra.

Una sola persona non dovrebbe avere il diritto di riempirlo di spazzatura elettronica solo perché può farci del business, anche se in parte a fin di bene. Non si comprende nemmeno come un organismo serio e autorevole come la FCC si possa arrogare il diritto di dare concessioni per la navigazione nella volta celeste, su cui non ha alcuna giurisdizione.

Qualche mese dopo i primi lanci, all’inizio di settembre 2019, l’Agenzia Spaziale Europea, con una manovra d’emergenza mai tentata prima, ha dovuto deviare la traiettoria del proprio satellite meteorologico Aeolus per evitare lo scontro con il satellite Starlink 44 del progetto SpaceX di Musk.

Diverse fonti ufficiali hanno riferito che la 18a Squadra di controllo spaziale dell’Aviazione americana aveva segnalato che alle 13.02 (ora italiana) del 2 settembre avrebbe potuto verificarsi una collisione tra il satellite lanciato da Musk e Aeolus. Ma Musk ha dichiarato con grande faccia tosta che non aveva alcuna intenzione di spostarlo, in quanto i suoi mini-satelliti sono dotati di motori elettrici troppo piccoli. Più tardi si è invece scusato, evidentemente dopo la levata di scudi della comunità scientifica, affermando che non aveva potuto farlo per un guasto nel sistema di comunicazione!

Cosa succederà quando ne avrà sparati in cielo 12.000, dotati — evidentemente per risparmiare — di questi motori così limitati, disturbando il lavoro di astronomi e meteorologi?

È così che questi scatenati innovatori concepiscono la “sostenibilità”? Possibile che adesso la FCC non ci ripensi? O non può farlo perché i nuovi Padroni del Mondo intendono dimostrare che nessuno li può fermare? O non sarà perché Musk è il fornitore dei razzi vettori della Nasa?

Mi stupisce poi che le grandi organizzazioni ambientaliste (da WWF, a Greenpeace, ad Amici della Terra, ecc.) non abbiano ancora alzato un sopracciglio, mentre almeno le comunità scientifiche dei radio-astronomi e dei meteorologi hanno giustamente cominciato a protestare. Sarebbe il caso che si svegliassero, organizzando una grande petizione mondiale contro l’inquinamento del cielo.

Altro che bottiglie di plastica! E tu Greta, dove sei? E voi, innovatori a oltranza, che ritenete queste critiche frutto di un’ideologia conservatrice — perché secondo voi il progresso non può mai fermarsi — continuerete ugualmente a fare gli ambientalisti della domenica (o del venerdì gretino), dimenticando ogni coerenza?

Tra le altre cose, è noto che Musk è un entusiasta del Transumanesimo, come dimostrano i fantascientifici progetti di connessione mente/computer della sua società Neuralink…>>

Possibile che nessuno si preoccupi? Tutti abbagliati dalle magnifiche sorti e progressive della tecnologia e dell’Intelligenza Artificiale?


Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Nostalgica apologia della mano in una società tecnologica

di IRENE BERTOGLIO

Costretta per cause evidenti a rinunciare (temporaneamente) al mio lavoro a contatto diretto con le persone nello studio professionale, mi accingo – non con una certa perplessità – a ripensare alle sedute di rieducazione della scrittura tramite lo schermo.

Riflettere sulle conseguenze che la sostituzione del digitale alla fisicità concreta sta comportando sul piano umano…

Ciò mi porta inevitabilmente a riflettere sulle conseguenze che la sostituzione del digitale alla fisicità concreta sta comportando sul piano umano in questi anni.

Rispetto a cinquant’anni fa, uno dei più ragguardevoli cambiamenti avvenuti nella nostra società riguarda, infatti, proprio il minor utilizzo delle mani. 

Se ci pensiamo bene, i giochi di una volta si svolgevano all’aria aperta, permettendo ai piccoli di sviluppare tutti i sensi; erano per lo più manuali e coinvolgevano tutto il corpo: una palla, una bici, una fionda, una corda…

Ora i giochi sono soprattutto tecnologici e quando i ragazzi si trovano insieme condividono spesso del tempo di fronte a un monitor.

Tuttavia, è un dato di fatto che l’incontro e una vera relazione passano attraverso il corpo

La maggior parte delle sedute con i miei bimbi permette loro di risolvere la loro difficoltà grafiche, di migliorare la loro motivazione ed autostima proprio perché ci si coinvolge completamente, anima e corpo.

La sensorialità è anche la prima forma di conoscenza della realtà nel bambino e il tatto è sostanziale soprattutto nell’infanzia perché incide fortemente sulla formazione della personalità.

Oggi, venendo meno il contatto fisico, sono aumentati prima di tutto lo scoordinamento e la disorganizzazione corporea

Oggi, venendo meno il contatto fisico, sono aumentati prima di tutto lo scoordinamento e la disorganizzazione corporea.

Con l’uso smisurato della tecnologia, che soprattutto l’urgenza sanitaria attuale ha incrementato, i giovani (e non solo) sono sempre meno capaci di scrivere a mano.

I dati sull’aumento della disgrafia e dei disturbi di apprendimento lo dimostrano ampliamente.

Il problema però non riguarda soltanto l’incapacità grafica, ma è molto più profondo: scrivere con il tablet e scrivere in corsivo strutturano il cervello in modo diverso. Uno sviluppo differente del cervello comporta l’insorgenza di una diversa forma di pensiero, meno lineare e più “ad impulsi”.

In questa seconda organizzazione della mente, le operazioni mentali risultano impoverite, comportando una diminuzione dell’attività mentale, difficoltà nel mantenimento della soglia di attenzione ed aumento dei livelli di stress.

Di fronte a tale cambiamento epocale ritengo doveroso porci la questione etica su quale direzione stiamo prendendo.

È la moderna neuropsicologia a confermare che, se non permettiamo alle mani di muoversi, non stimoliamo sufficientemente le strutture sottocorticali encefaliche. È fondamentale allora che si ritorni al più presto ad una cultura tattile che valorizzi l’aspetto motorio.

Nonostante tutto ci porti verso il digitale, continuiamo a scrivere a mano, per non farci rubare la libertà di pensiero

Studi scientifici sull’importanza della scrittura a mano hanno evidenziato come, attraverso la sua acquisizione e il suo uso, nel cervello avviene una stimolazione di molte aree cerebrali e comporta uno sviluppo più ampio delle capacità mnemoniche, la strutturazione di un pensiero più rapido, oltreché una maggiore libertà espressiva dovuta all’attivazione della parte emozionale. 

Come ci insegna la disciplina grafologica, il corsivo permette infatti l’espressione di sé, incoraggiando l’originalità e la creatività.

Indurre all’apprendimento di un gesto armonico e fluido, tipico del corsivo, favorisce inoltre stati d’animo positivi, libera i circuiti muscolari dalle tensioni emotive, implica riflessi benefici nella sfera relazionale e sociale e contrasta la stanchezza.

E per gli adulti o per i bambini che hanno già imparato a scrivere, ma lo fanno in modo poco spontaneo e naturale, esiste la possibilità concreta, attraverso la figura del grafologo rieducatore della scrittura, di intervenire con un training scrittorio. In questo modo le difficoltà di scrittura vengono superate e i bambini imparano a scrivere bene, e quindi a pensare bene. 

Nonostante tutto ci porti verso il digitale, continuiamo a scrivere a mano, per non farci rubare la libertà di pensiero.

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Irene Bertoglio è scrittrice, grafologa, rieducatrice della scrittura e perito grafico-giudiziario. Per anni ha gestito una struttura nell’ambito formativo ed educativo. Ha tenuto e tiene numerosi corsi di aggiornamento e innovativi progetti sperimentali nelle Scuole dell’Infanzia, Primaria e Secondaria, soprattutto di prevenzione della disgrafia e di orientamento scolastico e professionale. È autrice di diversi libri, tra cui, con lo psicoterapeuta Giuseppe Rescaldina: “Il corsivo encefalogramma dell’anima” (Ed. “La Memoria del Mondo”). È direttrice dell’Accademia di Scienze Psicografologiche con sede nel centro di Magenta, che organizza corsi e incontri di psicologia, grafologia, calligrafia e non solo ed è direttrice della collana editoriale “Scripta Manent”.  

(Per contattare l’autrice psicologiadellascrittura@gmail.com)

The Social Dilemma

di BRUNO BALLARDINI

Il documentario The Social Dilemma diretto da Jeff Orlowski, regista statunitense di 36 anni, è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2020 ed è disponibile su Netflix da settembre.

The Social Dilemma, documentario di Jeff Orlowski presentato al Sundance Film Festival 2020

<<Siamo stati ingenui riguardo al rovescio della medaglia>>, è la prima frase pronunciata da uno degli ospiti, tutti personaggi chiave nello sviluppo dei canali social. Qual è il problema, chiede l’intervistatore.

Silenzio.

Qualcuno risponde: «È difficile dare una risposta». «Non ci aspettavamo tutto questo quando abbiamo creato Twitter una decina di anni fa». E ancora: «Come si può gestire un’epidemia nell’era delle fake news?» .

Tristan Harris, un ex designer di Google e co-inventore di Gmail, fa un lungo mea culpa. Il centro del discorso è lo sviluppo della tecnologia persuasiva.

È decisamente sgradevole scoprire fino a che punto oggi siamo tutti cavie da laboratorio per chi gestisce i canali social.

La rete di dati serve ad accumulare profili individuali per poter capire più rapidamente il modo migliore in cui si può persuadere ciascun individuo. Harris spiega: «I social media non sono soltanto degli strumenti che aspettano di essere usati, i social media hanno obiettivi precisi e usano il tuo modo di pensare contro di te».

Questa affermazione è sufficiente a rendere The Social Dilemma qualcosa di indispensabile: dovrebbe essere resa obbligatoria la sua visione nelle scuole medie e medie superiori, e diventare materia di tesi di laurea all’università. Purtroppo in Italia non siamo in grado di rispondere con questa prontezza all’impatto con i nuovi media e i nostri sociologi della comunicazione si trincerano dietro ad una neutralità accademica e un dubbio sistematico che permette loro di non prendere mai posizione mantenendo un’immagine di arbitri e apparentemente indispensabili interpreti della rivoluzione digitale.

Tecnologia persuasiva e dopamina

Poi gli immancabili intellettuali da blog hanno accusato questo documentario di essere grossolano, quando invece abbiamo bisogno più che mai di semplificare per far ragionare su queste tematiche anche chi ha perso la capacità di connettere. E sono sempre più numerosi. 

Non importa sapere che i social media oggi siano organizzati e programmati per provocare un rilascio di dopamina nel sistema di ricompensa, e nemmeno scoprire che manipolazione è considerata ormai una parola innocua nel vocabolario dei millennial.

I social sono un immenso Luna Park basato su stimolo-risposta e assuefazione alla ricompensa, sia essa un like o siano contatti in più con relativo aumento del consenso di gruppo.

Jaron Lanier, padre della realtà virtuale, fa a questo proposito una delle osservazioni più preziose: «Il prodotto non siamo noi, è la possibilità che le piattaforme hanno di cambiare il nostro comportamento».

Per questo ci sono le tecniche di polarizzazione che servono a mantenere il più tempo possibile la gente online. Non ci accorgiamo minimamente che ci stanno rubando il bene più prezioso: il tempo, cioè tempo della nostra vita, e lo riempiono con fake news e un cumulo di informazioni totalmente inutili. Il motore di questa macchina infernale sono gli algoritmi. Cathy O’Neil, data scientist e autrice del best seller Weapons of Math (“Armi matematiche”) dice: «Stiamo permettendo ai tecnologi di trattare il problema come se fossero in grado di risolverlo. Questa è una bugia. L’intelligenza artificiale non distingue la verità, l’intelligenza artificiale non risolverà questi problemi, non può risolvere il problema delle fake news. Google non può dire ‘Oh, questa è una cospirazione? È la verità?’: non sa quale sia la verità, non ha un proxy per la verità che sia più efficace di un click».

Il fatto è che gli algoritmi sono strumenti di guerra. Guerra commerciale, guerra cognitiva, comunque guerra, ovvero un atto di aggressione verso l’individuo. La singolarità è già stata raggiunta nel controllo sociale: le macchine, l’intelligenza artificiale, controllano noi più di quanto noi siamo in grado di controllare lei.

La distruzione definitiva dell’individuo come soggetto politico

Ho già scritto in passato che il marketing è guerra, un insieme di strategie che mirano ad un solo obiettivo: invadere per primi un territorio. E il territorio in gioco è la nostra mente.

Ora immaginiamo che cosa accade se la cultura del marketing disponesse di nuovi strumenti per creare dipendenza e raccogliere dati personali: si configurerebbe quello che Baudrillard definiva il delitto perfetto, ovvero la distruzione definitiva dell’individuo come soggetto politico. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

Emblematica la replica di Facebook al documentario riportata da Wired. Un divertente catalogo di risposte infantili e poco credibili.

Ma ora basta con queste chiacchiere, sono rimasto fuori dai social per troppo tempo, non vedo l’ora di tornarci. D’altra parte, sono certo che anche voi non vedete l’ora e, terminata la lettura di questa recensione, tornerete di corsa su Facebook e su Instagram.

E probabilmente nemmeno vi ricorderete di vedere The Social Dilemma.

Perché non c’è nessun dilemma.

Avete già scelto.

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Bruno Ballardini è un saggista, scrittore e esperto di comunicazione strategica. Per un elenco dei suoi saggi. 

Pandemia, distopia, perdita di diritti. E quella necessità di equilibrio tra l’uomo e il creato

di ALBERTO CONTRI

La pandemia del coronavirus-Sars-2 ci è piombata addosso come uno tsunami, travolgendo le nostre vite, le nostre abitudini, le nostre certezze, insieme all’economia di tutto il mondo. 

Con decreti emanati d’urgenza per motivi di salute pubblica, i governi hanno sospeso diritti fondamentali segregando i cittadini in casa, e le città deserte sono apparse come un set pronto per una puntata di Black Mirror

L’incertezza della scienza di fronte ad un virus dalle caratteristiche sconosciute, si è trasformata ben presto in una insidiosa paura per un evento incontrollabile.

I governi hanno sospeso diritti fondamentali segregando i cittadini in casa, e le città deserte sono apparse come un set pronto per una puntata di Black Mirror. 

In questo frangente abbiamo cominciato a prendere coscienza della nostra grande fragilità di fronte ad un pur microscopico ed elementare organismo capace di far impazzire il nostro sistema immunitario. La dichiarazione di pandemia globale ad opera dell’OMS ha colto di sorpresa un mondo impegnato a celebrare le magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale, dei robot dotati di coscienza, della libera scelta del proprio sesso, indipendentemente da quanto scritto nel DNA dell’uomo.

Che già si stava dichiarando onnipotente, addirittura transumano, e liberato dall’ingombrante fardello della tradizione, della propria storia, e persino delle leggi  della natura.

La mitizzazione di un incessante progresso tecnologico stava iniziando ad auspicare un pianeta popolato da ominidi sempre più tracciati, manipolabili ed eterodiretti, mentre la sconsiderata diffusione delle teorie gender stava favorendo la trasformazione delle persone in  esseri neutri, senza storia né tradizione, unicamente in balia delle proprie voglie.

L’uomo si dichiara onnipotente, addirittura transumano, liberato dall’ingombrante fardello della tradizione, della propria storia, e persino delle leggi  della natura.

Le pagine dei romanzi di George Orwell, Aldous Huxley e George Benson avevano silenziosamente cominciato a sostituire i fogli nel nostro calendario quotidiano, trasformando in realtà le loro previsioni distopiche. Sebbene scritte all’inizio del Novecento, quelle pagine contenevano i segnali latenti della riduzione dell’umanità alla mercé della dittatura di un pensiero unico pericolosamente totalizzante.

Assai prima che scoppiasse la pandemia, mi ero messo alla ricerca di quanti percepivano i rischi che stavamo correndo. E sono stato confortato dallo scoprire ovunque donne e uomini di qualunque ceto e livello culturale preoccupati per quel problema, animati dal desiderio di non restare inerti, e con l’urgenza di risolverlo.

Ecco perché ho ritenuto fosse venuto il momento di opporsi apertamente ad un così amaro destino, senza per questo demonizzare sviluppo tecnologico e Intelligenza Artificiale, che devono rimanere preziosi mezzi e non pericolosi fini. E senza trasformare meritorie campagne a favore delle diversità e per la parità di genere nella delegittimazione dell’unica famiglia in grado di perpetuare naturalmente la stirpe umana.

Dopo aver analizzato la criticità della situazione e raccolto pensieri di molte autorevoli e indipendenti personalità, ho deciso di proporre, alla fine di questo pamphlet, il manifesto dei: “GRU- Gruppi di Resistenza Umana”.

Mi ero messo alla ricerca di quanti percepivano i rischi che stavamo correndo. E sono stato confortato dallo scoprire ovunque donne e uomini di qualunque ceto e livello culturale preoccupati per quel problema, animati dal desiderio di non restare inerti e con l’urgenza di risolverlo.

Si tratta di un movimento d’opinione che intende promuovere la forza delle idee basate sull’educazione, lo studio, la formazione, l’approfondimento, la condivisione del sapere, il rispetto della dignità, la promozione dell’uomo e il rifiuto del relativismo etico.

Alla ricerca di un vero umanesimo integrale che sappia combinare tradizione e innovazione.

In molti hanno sentenziato che dopo il passaggio della pandemia, nulla sarà più come prima. Forse c’è proprio da augurarselo: perché di fronte alla ritrovata coscienza delle giuste proporzioni tra l’uomo e il creato, potrebbe essere assai meglio.

 

BIBLIOGRAFIA E LINK

La sindrome del Criceto, Alberto Contri edizioni La Vela

Comunicazione sociale e media digitali”, Roberto Bernocchi, Alberto Contri, Alessandro Rea – Carocci

McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale.” Alberto Contri, Bollati Boringhieri

PER APPROFONDIRE

Gender, progresso, politically correct: il rischio di un mondo di ominidi, Angelo maria Perrino intervista a Alberto Contri, Affari Italiani 22 giugno 2020

La rivoluzione che sta portando l’informazione verso i monopoli, Alberto Contri – Il Sussidiario

Perché l’IA non batte il cervello umano, Raffaele Barberio intervista a Alberto Contri – Key4byz

La Sindrome del Criceto, Eugenia Massari – Media Emporia dicembre 2019

Al robot i processi, all’uomo le decisioni, Alberto Contri – Media Emporia febbraio 2019

Intelligenza Artificiale tra utopia e distopia, Alberto Contri – Media Emporia

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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.