DL Covid. Superamento dell’ordine democratico?

Lo stato di emergenza è prorogato fino al 31 luglio 2021.

Sulla gradualità dei provvedimenti e sul concetto di “emergenza“:

Imperial College Report. Era tutto deciso fin dall’inizio?

Sul prolungamento dell’emergenza:

Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n.14

Sulla normativa vigente in fatto di coronavirus, dai DPCM aL Dl:

Coronavirus, la normativa vigente

Il 20 aprile il Consiglio dei Ministri ha dunque approvato il Dl. Che prevede:

  • la reintroduzione delle zone gialle dal 26 aprile 2021
  • riapertura dei ristoranti anche a cena MA le attività di ristorazione consentite sono limitate a quelle all’aperto. Rimane il coprifuoco alle 22.00
  • Fino a fine anno scolastico, il ritorno a scuola e nelle Università è garantito in presenza dal 50% al 75% degli studenti. In zona arancione dal 70% al 100%. Nelle zone rosse si raccomanda di favorire gli studenti del primo anno
  • Riaprono cinema, teatri, sale concerti, live club, con posti a sedere distanziati e capienza del 50% per non più di 500 spettatori al chiuso e 1000 all’aperto
  • Dal 1 giugno aperte manifestazioni sportive di livello agonistico di interesse nazionale, capienza al 25% e non superiore a 1000 spettatori all’aperto e 500 al chiuso
  • Consentite attività palestre all’aperto, anche attività di contatto. Dal 1 giugno in zona gialla riapertura palestre,
  • Dal 15 giugno n zona gialla riapertura fiere, dal 1 luglio apertura convegni e congressi
  • Può ottenere il certificato verde:
    • chi ha completato ciclo di vaccinazioni. Il certificato ha validità di sei mesi e deve indicare le somministrazioni avvenute rispetto a quelle prescritte.
    • Chi è guarito – in ospedali o con cure domiciliari seguite da medico che  attesti la guarigione – , con durata di validità sei mesi.
    • Chi effettua test molecolare o test rapido con esito negativo, ha validità di 48 ore dalla data del test
  • Solo chi è munito di certificato verde può dunque spostarsi da una Regione a un’altra se si tratta di zone a statuto – detto colore -diverso. Dal 26 aprile fino al 15 giugno, in zona arancione, è possibile andare a trovare amici o parenti in una abitazione privata diversa dalla propria in quattro persone al posto di due. Il decreto limita le visite in casa anche in zona gialla.

Il certificato verde è rilasciato in formato cartaceo o digitale.

Su quali basi scientifiche il Governo decide che in un cinema/teatro/live club si possa stare in cinquecento e in un’aula scolastica o universitaria non si possa raggiungere numeri ben minori?

Lo Stato legifera sul contatto personale, sulle attività e i contatti personali all’interno delle abitazioni private. È lecito sottolineare come la norma introdotta, possa essere precedente ideologico per un superamento del concetto di proprietà privata? Ed è lecito confrontare queste decisioni con la consuetudine nei regimi dittatoriali e totalitari?

“L’Art. 3 della bozza del nuovo decreto-legge riporta: «Dal 1° maggio al 15 giugno 2021, nella zona gialla e, in ambito comunale, nella zona arancione, è consentito lo spostamento verso una sola abitazione privata abitata, una volta al giorno, nel rispetto dei limiti orari agli spostamenti di cui ai provvedimenti adottati in attuazione dell’articolo 2, comma 1, del decreto-legge n. 19 del 2020, e nel limite di quattro persone ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi, oltre ai minorenni sui quali tali persone esercitino la responsabilità genitoriale e alle persone con disabilità o non autosufficienti conviventi. Lo spostamento di cui al presente comma non è consentito nei territori nei quali si applicano le misure stabilite per la zona rossa».In sostanza, rispettando il coprifuoco che, salvo novità dell’ultima ora, resterà fissato tra le 22 e le 5 del giorno dopo, la visita a casa è vietata in area rossa, ammessa nel proprio Comune a un massimo di 4 persone (prima erano 2) se si è in zona arancione, mentre è possibile effettuarla in tutta l’area gialla, quindi anche in Regioni diverse purché gialle, sempre però una sola volta al giorno e spostandosi al massimo in 4 persone” Veronasera  20 aprile 2021FONTE

Su quali basi costituzionali il Governo discrimina i cittadini su un punto fondamentale come il diritto al lavoro, alla realizzazione personale, allo stato di necessità – sopravvivenza, mantenimento del nucleo familiare, evitare il pignoramento di beni, scongiurare la sottrazione dei minori a famiglie senza più reddito -, decretando che solo alcuni lavoratori/piccoli imprenditori possono riacquisire, parzialmente, i propri diritti ed altri no?

Lo Stato italiano vieta, di fatto, la libera iniziativa?

Lo Stato italiano viene, di fatto, ridisegnato con una geografia delle microaree e microregioni?

Tutti i diritti di libera circolazione sono sospesi, trasformando il cittadino di fatto, in straniero nella propria terra? Ideologicamente parlando, si ravvisa persino il superamento dello Ius soli e dello Ius Sangunis, una sorta di trasformazione dello stato di cittadino in stato di suddito.

Il diritto allo spostamento diventa oggetto di discriminazione.

Il malato, anzi il sano, è discriminato – con equiparazione tra stato di “positivo” a stato di “malato”-. Il cittadino è libero di circolare solo se in grado di dimostrare il proprio stato di salute. Il corpo sano diventa automaticamente e ideologicamente oggetto di reato? Il corpo sano, non certificato, diventa fuori legge. Con pericolose premesse ideologiche a futura legislazione.

I permessi del certificato verde hanno validità semestrale. [1]

Il cittadino viene a perdere ogni autorità sul proprio stesso corpo, con decadimento del principio dell’Habeas Corpus su cui si fondò il Diritto moderno inglese e che portò al definitivo superamento e abolizione della schiavitù in Europa. In Italia il diritto alla libertà personale fu inizialmente sancito dall’art.35 della Costituzione del Regno di Sicilia del 1812 e dall’articolo 26 dello Statuto Albertino del 1848, fu ripreso dagli articoli 13, 24 e 25 della Costituzione del 1948 dopo che era stato abolito durante il Fascismo.

Il permesso di spostamento legato al tampone che attesti la negatività al virus ha validità di 48 ore ed è legato ai costi e ai tempi di realizzazione. Questo aspetto logistico ed economico, non limita pesantemente o esclude, di fatto, la circolazione persino ai negativi? Come mai non sono presi in considerazione i sierologici che attestino l’immunizzazione al virus?

Su quali basi scientifiche si concede la libera circolazione ai vaccinati, quando gli stessi produttori, venditori e sostenitori di vaccini e la letteratura scientifica dimostrano che il vaccinato può comunque contagiare?

Covid Francia, il Consiglio di Stato respinge  viaggi alle persone vaccinate: “portatori di virus”

NOTE

[1 Sulla certificazione verde, stralci del Decreto:

A) <<Certificazioni verdi. Il decreto prevede l’introduzione, sul territorio nazionale, delle cosiddette “certificazioni verdi Covid-19”, comprovanti lo stato di avvenuta vaccinazione contro il SARS-CoV-2 o la guarigione dall’infezione o l’effettuazione di un test molecolare o antigenico rapido con risultato negativo. Le certificazioni di vaccinazione e quelle di avvenuta guarigione avranno una validità di sei mesi, quella relativa al test risultato negativo sarà valida per 48 ore. Le certificazioni rilasciate negli Stati membri dell’Unione europea sono riconosciute come equivalenti, così come quelle rilasciate in uno Stato terzo a seguito di una vaccinazione riconosciuta nell’Unione Europea>>. Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n.14, del 21 aprile 2021

B) Le certificazioni verdi o green pass. Nella bozza all’Art. 2 si legge che «gli spostamenti in entrata e in uscita dai territori delle Regioni e delle Province autonome collocati in zona arancione o rossa sono consentiti ai soggetti muniti delle certificazioni verdi di cui all’articolo 10». 

Nell’Art. 10 viene quindi spiegato che le certificazioni verdi «sono rilasciate al fine di attestare una delle seguenti condizioni>>:

  • a) avvenuta vaccinazione anti-Sars-CoV-2, al termine del prescritto ciclo.
  • b) avvenuta guarigione da Covid-19, con contestuale cessazione dell’isolamento prescritto in seguito ad infezione da Sars-CoV-2, disposta in ottemperanza ai criteri stabiliti con le circolari del Ministero della salute.
  • c) effettuazione di test antigenico rapido o molecolare con esito negativo al virus Sars-CoV-2».

La validità della certificazione verde per quel che riguarda l’avvenuta vaccinazione oppure l’avvenuta guarigione avrà una durata di sei mesi, mentre in relazione al terzo caso, cioè l’effettuazione di un test rapido o molecolare la validità è di 48 ore. Da Veronasera del 20 aprile 2021  

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Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Autrice su Il Mondo di Pannunzio, design editoriale e co-founder Media Emporia.

Machinarium

di EUGENIA MASSARI

 

Bene, la soluzione si chiama Passaporto sanitario integrato al vaccino anti-Covid. Chi non potrà esibire il documento non dovrà essere autorizzato a: fruire dei mezzi di trasporto (bus –treni –navi –aerei); accedere ai pubblici esercizi (bar-ristoranti-discoteche-negozi); accedere all’interno di teatri, musei, stadi e centri commerciali; Frequentare luoghi pubblici con rilevante presenza di soggetti a rischio come scuole e ospedali

(Davide Faraone, PD)

L’esclusione della comunità ebraica dalla società tedesca d’inizio ‘900 non avvenne da un giorno all’altro. Fu attuata con passi graduali.

All’inizio fu il grande pericolo.

Un grande pericolo minacciava la Germania – nuovamente sull’orlo del precipizio-. La politica vedeva nella comunità ebraica un nemico interno. Cominciò dunque a responsabilizzarla per la situazione in cui il Paese versava. Non il potere, ma una parte di popolazione aveva la responsabilità del disastro economico e militare da cui la Germania a stento si tirava fuori.

La responsabilità era dapprima morale. Seguì una fase di decostruzione informale del Diritto Civile. Se non sancito dalla legislazione, cominciava tuttavia ad essere consentito di eludere i diritti senza che la giustizia prendesse nessun provvedimento. 

Era possibile deridere, insultare, calunniare una parte di cittadinanza. Era consentito identificare questa parte di cittadinanza in un’unica fazione. I dissidenti erano una minoranza eppure la maggioranza, che controllava ormai tutte le strutture decisionali, se ne sentiva minacciata.  I cittadini rientranti nella categoria designata erano ormai portatori di un pericolo nella vita quotidiana: il potere aveva delegato al cittadino il compito di esercitare una pressione sociale su questa parte della cittadinanza.

E venne il giorno.

All’individuazione del nemico pubblico interno, allo sgretolamento della società civile, all’esclusione di una parte di cittadinanza dal godimento della comunità e dal dibattito politico, insomma alla consuetudine, seguì il Diritto [1].

Un Diritto Nuovo e aberrante, scritto dall’Uomo Nuovo che ribaltava e modificava i diritti naturali, piegandoli alla volontà del potere. Che era anche una volontà di potere.

A una parte di popolazione fu fatto divieto di accedere alle scuole. A una parte di popolazione fu fatto divieto di lavorare. A una parte di popolazione fu espropriato gradualmente tutto – incluse attività, botteghe, negozi -. Una parte di popolazione fu tenuta ad identificarsi. Una parte di popolazione fu tenuta a rispondere alle autorità di ogni spostamento. Una parte di popolazione fu tenuta a non lasciare le zone di confinamento.

Andò come andò.

Come sempre andrà, ogni qual volta l’Esecutivo – le forze economiche ed umane, le somme di interessi specifici che lo guidano – sarà reso totalmente libero di non rendere conto dei Diritti Umani. Non importa quale sia il motivo, l’emergenza, il grande pericolo da fronteggiare.

Quando questi meccanismi sono innescati, si muovono con una vita propria.

Sono ingenerati indotti economici cui i singoli si piegano o all’interno dei quali si arricchiscono. Figure che a condizioni normali occupano ruoli non in vista nella comunità o esercitano mestieri stressanti, hanno l’occasione di uscire dall’ordinario ed emergere nell’eccezionalità dell’evento, trascinati dal machinarium, pronti a servirlo, finalmente potendovisi associare e identificare.

Quando il potere comincia a schiacciare, veramente necessari sono solo i gangli del machinarium schiacciante. La produzione di beni di sopravvivenza, l’industria pesante e la grande produzione, gli apparati militari, gli apparati della burocrazia nel limite contenuto dello stretto necessario. Schiavizzati gli agricoltori, eliminato l’artigianato, limitati i culti. Teatri, letteratura, musica resi belletti del mortaio.

Tutte le dittature sono sempre state la dittatura dei gangli.

Tanto più desertificatrici, quanto più affondate nelle radici della mediocrità.

Odi privati, stadi spirituali inevoluti, malvagità, sadismo, narcisismo.

Il machinarium richiama dal fosso la folla delle malimpressioni.

Così, venuto meno il velo dell’apparente similitudine, caduto a terra l’abito di carne, emerge – sconvolgente – il segreto del Numero.

Su mille, uno.

È la natura umana, baby.

PER APPROFONDIRE

L’Olocausto iniziò con l’esclusione degli ebrei dal mondo del lavoro – Una storia vera, di Giulia Morpurgo 28 gennaio 2020

Le tappe della Shoah. Emigrazione, ghettizzazione e sterminio, Giovanni de Martis

Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

NOTE

[1]  <<La prima serie di leggi, emanata tra il 1933 e il 1934, puntava soprattutto a limitare la partecipazione degli Ebrei alla vita pubblica in Germania. La prima disposizione a ridurre in modo significativo i diritti dei cittadini ebrei fu la “Legge per la Restaurazione del Servizio Civile Professionale”, varata il 7 aprile 1933, secondo la quale funzionari e impiegati pubblici ebrei – insieme a quelli giudicati “politicamente inaffidabili” – dovevano venire esclusi dalle cariche e dalle funzioni pubbliche. Il nuovo Codice della Pubblica Amministrazione costituì la prima formulazione, da parte delle autorità tedesche, di quello che sarebbe poi diventato il cosiddetto Paragrafo Ariano, un regolamento studiato apposta per escludere gli Ebrei (e per estensione spesso anche altri gruppi “non ariani”) dalla maggior parte delle organizzazioni, da molte professioni e da altri aspetti della vita pubblica. Nell’aprile del 1933, la legge tedesca limitò il numero di studenti ebrei che potevano frequentare le scuole e le università. Nel corso dello stesso mese, altre leggi ridussero fortemente le “attività ebraiche” nella professione medica e in quella legale. Leggi e decreti successivi limitarono il rimborso ai medici ebrei da parte delle assicurazioni sanitarie costituite con fondi pubblici. La città di Berlino proibì agli avvocati ebrei e ai notai di lavorare su materie legali; il sindaco di Monaco, inoltre, vietò ai medici ebrei di curare pazienti non-ebrei e il Ministro dell’Interno bavarese negò agli studenti ebrei l’ammissione alla facoltà di medicina. A livello nazionale, il governo nazista revocò la licenza ai commercialisti ebrei; impose una quota, non superiore all’1.50%, di “non ariani” che potessero frequentare le scuole e le università pubbliche; licenziò gli impiegati civili ebrei dell’esercito e, all’inizio del 1934, proibì agli attori ebrei di esibirsi, a teatro come sullo schermo>>.

(Enciclopedia dell’Olocausto, United States Holocaust Memorial Museum, Washington)

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Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Autrice su Il Mondo di Pannunzio, design editoriale e co-founder Media Emporia.

Senza libri

Biblioteche, Coronavirus e insipienza dei politici

di EDOARDO BARBIERI

Forse la cosa giusta l’ha fatta il Rettore della Statale di Milano che, dichiarando le biblioteche del suo Ateneo un bene essenziale, ne ha impedito la chiusura, anche nei momenti più cupi del lockdown.

Oltre un milione e mezzo di studenti universitari italiani (e i circa cinquantamila professori) sono rimasti senza libri, o quasi

Infatti, come molti si sono accorti, tra le istituzioni culturali che più hanno sofferto nei passati e nei presenti mesi (davvero anno bisesto, anno funesto!) ci sono le biblioteche (e gli archivi, ma lì la gente ci va di meno).

Una serie di davvero sfortunati eventi ha fatto sì che oltre un milione e mezzo di studenti universitari italiani (e i circa cinquantamila professori) siano rimasti senza libri, o quasi.

Per non parlare delle biblioteche storiche, di quelle di quartiere, etc. 

Indicazioni terroristiche e contraddittorie giunte dall’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro

Senza dubbio, a scatenare la tempesta perfetta hanno contribuito più fattori:

le indicazioni terroristiche e contraddittorie giunte dall’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro (che dovrebbe occuparsi di restauro di carta e legature, non delle infezioni eventualmente causate dai libri…) circa la quarantena cui sottoporre ciascun documento dopo la consultazione;

– una certa disaffezione al lavoro che ha colpito soprattutto i bibliotecari dipendenti dallo Stato, messi in smart working ma in larga maggioranza nullafacenti (mentre, a esempio nelle comunali, non pochi bibliotecari si sono battuti strenuamente per riaprire il servizio al pubblico);

La pandemia ha messo in risalto carenze che già erano presenti nelle nostre biblioteche di ogni ordine e grado

– la situazione già precaria di molte biblioteche a causa di personale anziano (lavoratori fragili), scarso, talvolta incompetente, una generale carenza di fondi, ma soprattutto di idee e iniziative.

Cioè la pandemia ha messo in risalto carenze che già erano presenti nelle nostre biblioteche di ogni ordine e grado.

Non voglio neppure pensare, invece, alle biblioteche scolastiche che sono state semplicemente buttate nei cassonetti nei mesi scorsi per far spazio ai banchi con le rotelle proposte dal Ministero…

A guardar bene la nostra situazione nazionale, le biblioteche non sono però un lusso che ci possiamo permettere di lasciar perdere.

Oltre a costituire il luogo di lavoro per decine di migliaia di cittadini e lo strumento di studio e ricerca per centinaia di migliaia di altri cittadini, costituiscono (nelle loro diverse articolazioni di servizio, strutturale e geografica) i presìdi più importanti del territorio per una formazione culturale critica e prolungata nel tempo (educazione permanente, si diceva un tempo).

Certo, le biblioteche devono ripensarsi, rilanciarsi, ridefinirsi, ma coscienti della propria essenziale importanza per la società italiana, per la conservazione della memoria nazionale, per lo sviluppo della cultura come fenomeno sociale, per la diffusione della lettura e della conoscenza evoluta della lingua italiana sia per i nativi sia per i non italofoni.

Contro lo sfascio delle biblioteche italiane. Un manifesto per i presìdi culturali del territorio

Ciò che sembra più sconcertante è l’ignavia della nostra classe dirigente e politica italiana rispetto al tema, compreso il Ministro dei Beni Culturali che, al di là di qualche slogan, pare interessarsi al massimo di musei e beni artistici, che comunque fanno più spettacolo.

Per questo con una decina di studiosi e bibliotecari abbiamo messo insieme un volume – gratuitamente disponibile – che vuole essere assieme di denuncia e di proposta: Contro lo sfascio delle biblioteche italiane. Un manifesto per i presìdi culturali del territorio.

Si tratta di un tentativo di analisi sfaccettata della situazione con un’attenzione sia a diverse tipologie di biblioteche, sia alle differenti funzioni da esse svolte, sia ai molteplici punti di vista che possono essere messi in atto.

La situazione è spesso disperata ed è ragionevole pensare che, se non ci saranno interventi seri e veloci, sollecitati dalla società civile, le nostre biblioteche subiranno un drammatico ridimensionamento

Si passa così dal tema della funzione del catalogo alle diverse situazioni a seconda della tipologia delle biblioteche, dalle difficoltà di accesso per il lettore alla dialettica tra conservazione e fruizione del materiale, dalla differenza tra fruizione in re e accesso digitale, dall’accessibilità per i disabili alle funzioni del personale bibliotecario, dai problemi della digitalizzazione alla situazione nelle biblioteche nordamericane.

Il tutto con uno stile che vorrebbe superare il semplice bibliotechese di molte pubblicazioni di settore, per chiarire la vocazione culturale delle biblioteche quali istituti centrali della nostra società.

Chiude il volumetto, un breve divertissement, che mostra come si possa anche sorridere su ciò che è accaduto (e accade) in molte nostre biblioteche.

La situazione è però spesso disperata ed è ragionevole pensare che, se non ci saranno interventi seri e veloci, sollecitati dalla società civile, le nostre biblioteche subiranno un drammatico ridimensionamento.

Sarebbe un danno immenso.

Come dopo le devastazioni alla Biblioteca dei Girolamini di Napoli (vi ricordate? Solo qualche povero professore universitario a denunciare lo scempio…) volute dal direttore stesso, un dipendente del Ministero dei Beni Culturali…

LINK E RISORSE

Contro lo sfascio delle biblioteche italiane. Un manifesto per i presìdi culturali del territorio, Edoardo Barbieri (a cura) – SCARICA GRATUITAMENTE IN .PDF

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Edoardo Barbieri è un bibliografo e accademico italiano. Ordinario di Bibliografia alla Università Cattolica di Milano.