La teoria dei sociopatici al potere

Ovvero i predatori della giungla capitalistica

di ENRICO VALERIO AVERSA

American Psycho, Mary Harron (2000)

Il giornalista e scrittore Paolo Barnard (1) nel suo libro Il più grande crimine, sintetizza l’evoluzione economico-sociale dell’Occidente spiegando che, dopo secoli di lotte, alcune nazioni illuminate conseguirono i capisaldi del benessere e del progresso umano in termini umani: la «democrazia» e la «moneta sovrana moderna». Grazie a ciò si giunse alla civile gestione dei beni comuni, con economie più sane e socialmente più benefiche.

Siccome a goderne erano in molti e soprattutto il popolo “sovrano”, ecco che a “qualche ristretta élite” la cosa non piacque affatto.


Dal secondo dopoguerra a oggi questi signori hanno lavorato per distruggere il nuovo corso virtuoso, portando moltissime persone alla disperazione, alla sofferenza, rendendogli la vita
impossibile
e non più degna di questo nome. Un raro esempio di avidità, sete di potere e sadismo post-modernista, da parte di un’élite onnipotente. Come scrive Barnard: «pochi spregiudicati criminali, assistiti dai loro sicari intellettuali e politici» che scelsero scientemente a tavolino di manovrare le leve finanziarie e
politiche a livello globale per azzerare il processo di emancipazione dell’umanità.
Si attuò così un più vasto disegno criminale definito «Piano Neoclassico, Neomercantile e Neoliberista», come specifica nuovamente Barnard nel suo libro: «[…] sto parlando dei leader dei maggiori istituti finanziari del mondo e delle corporations di stazza multinazionale, accompagnati da uno stuolo di fedeli pensatori economici e di tecnocrati. I politici, obbedienti, spesso li seguono a ruota. A volte li sentirete chiamare “gli Investitori internazionali” che si riuniscono in alcuni club esclusivi come la Commissione Trilaterale, il Bilderberg, il World Economic Forum di Davos, l’Aspen Institute e altri. Sono coloro che il settimanale The Economist ha di recente chiamato “I Globocrati».


Prendendo spunto anche da un articolo pubblicato sul sito Avvenire.it nel 2009 (2), un pezzo molto interessante dal titolo “Affari a gonfie vele se il manager è psicopatico
e approfondendo la bibliografia scientifica della criminologia che si occupa di imprenditori e dirigenti d’azienda, si apprendono altre notizie interessanti.
Come vedremo, le ricerche dimostrano una chiara correlazione tra le attitudini antisociali tipiche dei criminali psicopatici e i profili di personalità dei professionisti dell’alta finanza responsabili delle grandi bolle speculative e dei disastri borsistici nel periodo 1994-2009. Il fenomeno era ed è studiato da moltissimi anni, ma oggi se ne parla ancora troppo poco. Lo si sottovaluta, forse, a causa del fatto che la maggioranza delle persone, anche le più
informate e acculturate, di fronte al problema fa “spallucce” e dice: «lo sappiamo, ci sono i criminali e allora?». Come sarebbe a dire “… e allora?”. Questo non è un fenomeno raro, isolato, appannaggio di pochi ricercatori specialistici. Non è una notizia che non abbia ricadute concrete nel quotidiano di tutti noi. Sveglia! Il cuore del problema è tutto qui. Se non risolviamo il marciume della cultura criminale che avvelena la mentalità della maggioranza dei dormienti e non eliminiamo gli psicopatici dal potere, non andremo da nessuna parte.

I «predatori della giungla capitalistica» (3), come vengono chiamati, possiedono personalità patologiche perfettamente adatte a competere con successo nel mondo affaristico dominato dalle leggi darwiniane dello “rank & yank” (4), dove chi non si dimostra all’altezza è eliminato. Le loro caratteristiche patologiche di personalità sono:

  • l’arroganza;
  • la propensione eccessiva al rischio e la disponibilità all’azzardo;
  • l’orientamento alla frode e alla gestione criminale delle aziende (corporate psychopaty).

Si afferma nell’articolo di Avvenire.it: «Top manager come serial-killer di massa? Secondo alcuni studi americani e inglesi, sì». Approfondendo questi studi citati (nota 5-6) si scoprono ulteriori risvolti interessanti.

I ricercatori hanno utilizzato strumenti clinico-diagnostici (Psychopathy Checklist), che misurano il grado di psicopatia criminale, per somministrarli agli esponenti dell’alta finanza responsabili dei suddetti disastri economici. Si capisce così, che tali sciagure non furono il risultato di errori decisionali di persone pronte a pentirsi, ma causate da veri e propri perversi-immorali cronici, incapaci di senso di colpa o di provare altri sentimenti, se non mimandoli per mantenere una facciata di rispettabilità.

Chiariamo meglio: questa élite di persone ai vertici aziendali e sociali, quando viene valutata clinicamente, manifesta chiari profili di personalità degni dei peggiori criminali: mancanza di scrupoli, di responsabilità, di empatia, tendenza esasperata alla menzogna e alla manipolazione.

Approfondendo ulteriormente la letteratura scientifica sui disturbi di personalità tra gli erroneamente considerati “normali” colletti bianchi, si trova un altro studio, stavolta inglese. Emerge che gli “psicopatici”, che operano all’interno della società tradizionale, hanno successo nei ruoli dirigenziali di alto livello grazie alle loro caratteristiche emotive patologiche (nota 7):

  • fascino superficiale, insincerità, egocentrismo, manipolazione (istrionismo);
  • grandiosità, cinismo, sfruttamento (narcisismo);
  • perfezionismo, eccessiva devozione al lavoro e tendenze dittatoriali (compulsione).

Ma non è tutto. Questi disturbi legati al comportamento deviante non sarebbero appannaggio solo del mondo del lavoro. Sarebbero molto diffusi anche nella comunità sociale generale.

La sottostima del fenomeno sarebbe dovuta alla minore gravità psicopatica di certe persone e dal loro sforzo cosciente di apparire socialmente accettabili. Infatti, la personalità istrionica (nota 8) in forma mite trasforma la persona più in un “gregario” patologico, ma altrettanto pericoloso, se non più pericoloso di un predatore attivo.

E la società civile dal canto suo che cosa fa? Premia e incoraggia molti aspetti dei comportamenti devianti, ecco perché gli psicopatici “di successo” stanno aumentando nel tempo (nota 9), come i loro ammiratori e seguaci. Emerge anche, da uno studio condotto su studenti universitari che alcuni di loro possiedono i tratti caratteristici del disturbo psicopatico. Proprio grazie al fattore emotivo narcisistico, che occulta il tratto antisociale dello stile di vita deviante, quel tipo di persone riesce ad ottenere successo sul lavoro e nella società, perché le loro strategie emotive contribuiscono alla “facciata affascinante” e alla grande abilità nell’influenzare le persone.


Anche le Istituzioni non sono esenti dal problema (10) . Gli psicopatici sono abili a sviluppare relazioni proficue con persone della massima autorità istituzionale, manipolandole per fare carriera. Quindi, ce li troviamo anche lì. Si, abbiamo capito bene: gli psicopatici, spinti dal bisogno di potere e prestigio, conseguono posizioni di leadership istituzionale esercitando il potere e il controllo sulle risorse. È proprio così, gli psicopatici fanno sì che la loro personalità perversa, non appaia diversa
da quella degli individui “normali”. A livello sociale, i sondaggi comunitari (11) stimano che fino all’11% della popolazione adulta soffra di disturbi di personalità, mentre i tassi aumentano al 30-50% nelle persone che si rivolgono ai centri di salute mentale, al 75% nella popolazione carceraria, per giungere al 93% nel gruppo dei pazienti con disordini mentali (12) .

Perfino nei testi universitari di psichiatria si identifica un certo tipo di classe dirigente patologica come manifestazione sociologica del disturbo di personalità antisociale: «Certo, alcuni disvalori sono nella società attuale premianti. L’aumento relativo dei crimini contro la persona rispetto a quelli contro il patrimonio nelle classi sociali più basse e l’irresponsabilità criminale delle alte classi sociali corrotte, in Italia e diffusamente anche in Europa,
rappresentano l’immagine sociologica del disturbo di personalità antisociale» (13).
Accettiamolo, i disvalori criminali sono premianti nelle nostre società e che lo psicopatico è facilitato nell’indossare la “maschera della normalità” a causa degli stereotipi sociali che si fermano alle apparenze, giudicando positivamente gli istrionici solo perché appaiono più
sicuri di sé, persone educate, vestite alla moda e di successo. Non commettiamo però l’errore di etichettare questi disturbati come malati di mente.

L’antisociale si comporta nel pieno delle sue responsabilità e sceglie lucidamente di agire coerentemente con i suoi fini predatori e opportunistici. Sono persone che ricercano il piacere nel delinquere per sentirsi emotivamente vive, scelgono intenzionalmente di ignorare la legalità e le regole morali. Non provano mai né pentimento né paura delle conseguenze dei propri atti. Ed ecco l’aspetto sadico: provano piacere nel rendere impossibile e disagevole la vita degli altri. Non conoscono l’etica kantiana secondo cui l’essere umano va sempre considerato un fine e mai un mezzo. Usano gli altri come strumenti per conseguire i propri obiettivi di visibilità, ricchezza e potere economico-politico.


L’articolo di Avvenire.it dimostra come la psicopatia aumenti esponenzialmente nei luoghi di potere e di come il capitalismo neo-liberista e selvaggio rappresenti un habitat naturale per queste patologie. Se i delinquenti tradizionali sono impulsivi e fisicamente aggressivi, quindi entro poco
tempo avranno guai con la giustizia, i delinquenti della classe dirigente, capaci di autocontrollo e di celare abilmente la loro immoralità, riusciranno per molto tempo a nascondere la loro pericolosità sociale (14). Essi rappresentano l’evoluzione del criminale classico – termina l’articolo su Avveire.it – che ha imparato ad adattarsi al nuovo sistema socioeconomico. E questo principio è confermato anche dagli studi più attuali (15). Addirittura un recentissimo studio (16) sprona i cosiddetti “ricercatori dei tratti oscuri della
personalità nei luoghi di comando”, a migliorare i loro standard di qualità, sia in termini di teorie scientifiche che di misurazioni. Perché? Perché, termina lo studio, «non possiamo lasciare che il male sia più forte del bene».


Ma, perché facciamo fatica ad accettare questa realtà delle cose?


Ronald Laing (17) ci dà la sua spiegazione, quando ragiona sulla massa dormiente e inconsapevole della realtà che la riguarda, parlando di “normale alienazione dell’esperienza”: «L’importanza di Freud per il nostro tempo risiede in larga misura nel fatto che egli ha saputo vedere e, in gran parte, dimostrare come la persona comune sia un brandello, contratto e disseccato, di ciò che una persona può essere. […] La nostra capacità di pensare […] è pietosamente limitata: persino la nostra capacità di vedere, udire, toccare, percepire sapori ed odori è talmente annebbiata dai veli della mistificazione che per tutti è necessaria una intensa disciplina volta a disimparare, prima che possiamo incominciare ad avere di nuovo esperienza del mondo, con innocenza, verità ed amore. […] Questo stato di cose costituisce una devastazione quasi irreparabile della nostra esperienza: allora si ciarla a vuoto di maturità, amore, gioia, pace. Ciò che viene chiamato “normale” è un prodotto di repressione, negazione, scissione, proie-
zione, introiezione, e di altre forme di azioni distruttive operate contro l’esperienza […].
Vi sono forme di alienazione che sono relativamente rare rispetto a quelle statisticamente “normali”. La persona “normalmente” alienata, per il fatto di agire più o meno come tutti gli altri, è presa per sana. Le altre forme di alienazione che non stiano al passo con lo stato di alienazione predominante sono quelle che vengono etichettate dalla maggioranza “normale”
come nocive o folli. La condizione di alienazione, quella di essere un dormiente, inconsapevole, fuori di sé, è la condizione dell’uomo normale. La società fa gran conto del suo uomo normale: educa i fanciulli a smarrire se stessi e a divenire assurdi, e ad essere così normali. Gli uomini normali hanno assassinato 100 milioni circa dei loro simili uomini normali negli ultimi cinquant’anni. Il nostro comportamento è una funzione della nostra esperienza: agiamo in accordo con il nostro modo di vedere le cose»
(18).

C’è speranza per il futuro, secondo voi, se non ci svegliamo e se non cambiamo atteggiamento nei confronti di quelle persone? Dobbiamo smetterla di ammirarle e invidiarne la scalata sociale, le ricchezze e la facciata di falsa onorabilità.
Diversamente, che promesse potrà farci il futuro?

NOTE

1) Paolo Barnard (2011). Il più grande crimine. Ecco cosa è accaduto veramente alla democrazia e alla ricchezza comune. E a vantaggio di chi. Edizioni Andromeda; pag. 6.
2) Alessandro Beltrami (07/10/2009). La ricerca. Gli affari andranno a gonfie vele se il top manager è psicopatico. Avvenire.it
3) Avvenire.it, articolo citato.
4) Il rank & yank è anche un modello di valutazione del personale basato sulla produttività, per cui i dipendenti sono inseriti in graduatorie dove il 20% più produttivo è premiato e meglio remunerato, il 70% nella media viene considerato ancora adeguato, ma un 10%, a causa della bassa produttività, verrebbe licenziato.
5) P. Biabiak, R.D. Hare (2007). Snakes in Suits: When Psychopaths Go to Work. HarperCollins publishers.
6) Robert D. Hare et All. (1990). The Revised Psychopathy Checklist: Reliability and Factor Structure. Psychological Assessment, Vol. 2, No 3; 338-341.

7) B.J. Board, K. Fritzon (2003). Disordered personalities at work. Psychology, Crime & Law, March 2003, Vol. 11(1), pp. 17-32.
8) Millon, T. and Everly, G. (1985). Personality and Its Disorders: a Biosocial Learning Approach. New York: Wiley.
9) Lilienfeld, S. (1998). Methodological advances and developments in the assessment of psychopathy. Behaviour Research and Therapy, 36, 99-125.
10) Doren, D. (1987). Understanding and Treating the Psychopath . New York: Wiley.
11) Zimmerman, M. and Coryell,W. (1990). Diagnosing personality disorders in the community. A comparison of self-report and interview measures. Archives of General Psychiatry, 47, 527-531.
12) Coid, J., Kahtan, N., Gault, S. and Jarman, B. (1999). Patients with personality disorder admitted to secure forensic psychiatry services. British Journal of Psychiatry, 175, 528_/536.
13) Giordano Invernizzi (2000). Manuale di Psichiatria e Psicologia Clinica – Mc Graw-Hill 2a edizione, pag. 240.

14) B.J. Board, K. Fritzon (2003). Disordered personalities at work. Psychology, Crime & Law, March 2005, Vol. 11(1), pp. 17-32.
15) Landay, K., Harms, P. D., & Credé, M. (2019). Shall we serve the dark lords? A meta-analytic review of psychopathy and leadership. Journal of Applied Psychology, 104(1), 183–196.
16) P. D. Harms (2022). Bad Is Stronger Than Good. A Review of the Models and Measures of Dark Personality. Zeitschrift für Psychologie. Advance online publication.
17) Ronald David Laing (1927-1989) è stato uno psichiatra scozzese, che studiò e scrisse profondamente la malattia mentale e la psicosi. Il pensiero di Laing sulle cause e sul trattamento di importanti disfunzioni mentali furono influenzate dalla filosofia esistenzialista.
18) Laing R.D., (1967), La politica dell’esperienza, Feltrinelli Economica, Milano, IV ediz. 1977; pp.22-26.

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Enrico Valerio Aversa è psicoterapeuta, e autore di diverse pubblicazioni.

L’altra epidemia

Quando la psichiatria è usata per eliminare il dissenso

Droni cinesi utilizzati per i lockdown

di SONIA CASSIANI

La psichiatria è una disciplina di confine tra medicina e scienza sociale: pertanto ci si aspetterebbe da un saggio pubblicato su una rivista specialistica (Rivista Italiana di Psichiatria) come “L’altra epidemia” del Professor Giuseppe Bersani un linguaggio aperto alla falsificabilità della propria tesi, secondo il principio che dovrebbe contraddistinguere il metodo secondo la cosiddetta “comunità scientifica” e coerente con il principio di “avalutatività” delle scienze sociali teorizzato da Max Weber.

L’altra epidemia di G. Bersani si presenta al contrario come una sorta di pamphlet politico contro i “negazionisti della pandemia” e i “no vax”: la parola che apre il saggio è idioti, e l’autore considera questi soggetti come tali esattamente nell’accezione intesa nel senso comune, “untori” di un’epidemia di idiozia più grave di quella sanitaria.

Dai “sorci” di Burioni alla “poltiglia verde” di Selvaggia Lucarelli, fino al fantasma del generale Bava Beccaris da scatenare contro le piazze no pass evocate dall’ex sindacalista e parlamentare Giuliano Cazzola, la violenza linguistica contro quella che Bersani definisce, non senza un qualche fondo di ragione dal punto di vista sociologica, una “subculturala violenza linguistica contro i cosiddetti negazionisti e i no vax ha caratterizzato ampiamente il discorso pubblico tra il 2020 e oggi.

Per subcultura si intende infatti un gruppo sociale che porta avanti visioni e valori almeno in parte diversi da quelli dominanti in un dato periodo storico.

L’autore del saggio parte da un concetto assunto in maniera dogmatica come verità: la narrazione ufficiale della pandemia è sicuramente vera, perché mai i governi agirebbero contro l’interesse e la salute dei cittadini, e la scienza è “pura”, un’isola felice aliena da conflitti di interesse. 

L’uso del termine “negazionismo” oltre ad associare i cosiddetti no vax ai neonazisti che affermano di non credere alla realtà dei lager, denota un approccio dogmatico e quasi religioso alla “verità” scientifica.

In primo luogo, l’analisi di Bersani che appunto è uno psichiatra è caratterizzata da un approccio clinico (ovvero, incentrato sull’individuo) e non sociale. 

Questo comporta che le affermazioni riprese da alcuni soggetti o gruppi contrari alla narrazione pandemica ufficiale possano risultare apparentemente “deliranti” se avulse dal contesto. 

Quello che Bersani omette totalmente è però il cambio di paradigma consumato nel marzo 2020.

In quelle che erano democrazie liberali anche se imperfette, i cittadini sono stati da quel momento considerati malati asintomatici fino a prova contraria da esibire allo stato: dal tampone, il cuore del nuovo paradigma di società medicalizzata, al green pass da esibire come “garanzia di non contagiosità” come affermato nell’estate 2021 dal premier italiano Draghi, qualcosa di mai visto in precedenza. 

Bersani omette totalmente questo aspetto e si lancia in una tassonomia delle “teorie alternative” alla scienza ufficiale. 

La sua argomentazione risulta debolissima e fallace, in quanto mette insieme tesi bizzarre oggettivamente non dimostrabili in alcun modo “i vaccini ci trasformeranno in esseri incapaci di reagire alle vessazioni del potere” con tesi che pur espresse in maniera ingenua risultano invece credibili: che la cosiddetta “Big Pharma” tragga profitti da questa situazione è pacifico, e che la ricerca scientifica finanziata da aziende private sia esposta a enormi rischi di conflitto di interessi, anche. 

Bersani inserisce nello stesso elenco anche la tesi della pandemia come castigo divino, avanzata tra gli altri dal cardinal Viganò nell’aprile 2020: una visione non “negazionista” quindi ma ispirata da quello che potremmo definire pensiero magico.

Fra i colpiti “dall’altra epidemia” Bersani inserisce anche coloro che “contestano le scelte operative dei governi” e “minano la credibilità delle politiche sanitarie”. L’autore del saggio non riconosce quindi il ruolo critico dell’intellettuale e del filosofo: quello appunto di seminare il dubbio e analizzare le comunicazioni ufficiali in maniera imparziale. 

Un atteggiamento che ricorda la caccia alle streghe e agli eretici, e non ci sorprende: la lotta alla stregoneria, come riconoscono i maggiori storici del fenomeno, fu condotta insieme dalla Chiesa e da quella che oggi è diventata “la scienza” ovvero il paradigma che ha vinto una guerra culturale contro approcci diversi, in particolare alla medicina.

L’argomentazione di Bersani ricalca i più scontati clichés della rappresentazione mediale di coloro che si sono opposti alle restrizioni e alla vaccinazione di massa, mettendo in evidenza le punte più improbabili e strampalate di un movimento molto variegato, dai seguaci della teoria cospirazionista Qanon a coloro che parlano di controllo dei corpi a distanza con i microchip. 

La tecnica usata è quella del cosiddetto framingteorizzata da E. Goffman e ben nota in sociologia della comunicazione: si prende un qualcosa che realmente esiste e lo si forza in modo da far corrispondere la realtà alla propria tesi. 

Ora è palese che queste tesi estreme esistano nella cosiddetta area culturale che si è opposta alle restrizioni e al green pass, insieme a moltissimi altri punti di vista meno folkloristici, da quello liberale che mette l’accento sulla sistematica violazione dell’habeas corpus e dello stato di diritto ai punti di vista che vedono nella nascita e nella gestione dell’emergenza pandemica strategie geo-politiche di largo respiro, tutte tesi socialmente squalificate grazie all’uso di frame come negazionisti o no vax.

Bersani riconosce che rispetto al dibattito pre-2020 l’area cosiddetta no vax si arricchisce di nuovi elementi non riconducibili allo stereotipo sociale del nerd complottista o del seguace di teorie new age

La spiegazione che propone è tuttavia viziata dal pregiudizio clinico; per l’autore del testo, questi soggetti proietterebbero nel “negazionismo” il proprio terrore della malattia e della morte, vedendo in questo processo tratti di carattere psico-patologico. Si tratta a tutti gli effetti di una psichiatrizzazione del dissenso, nonostante l’autore si prenda la briga di negarlo in un passo del testo.

Molte persone lontanissime da un certo stereotipo hanno riconosciuto in quanto avvenuto tra 2020 e 2021 quel cambio di paradigma che Bersani nega, e hanno preso a interrogarsi sulla non neutralità e la politicizzazione della scienza. Il sociologo inglese W. Davies, nel saggio Stati Nervosi del 2018, aveva previsto che la scienza ufficiale avrebbe reagito al decennio populista dell’uno vale uno politicizzandosi.

Esattamente quello che è successo, la scienza si è inserita nel vuoto di visione della politica tradizionale delineando una società medicalizzata e asettica, caratterizzata dalla filosofia della “massima precauzione” e del rischio zero come modello di virtù. E come aveva previsto Michel Foucault, gli scienziati sono diventati i nuovi pastori laici della cittadinanza, dispensando norme di condotta sessuale (si ricorderanno le uscite sul sesso in mascherina o i congiunti) e igienica.

 Nella visione di Foucault questo ruolo di “pastore” laico che avrebbe sostituito quello cattolico sarebbe stato ricoperto dagli psichiatri, appunto. In questa situazione invece è stato svolto da infettivologi e virologi, e il saggio di Bersani si conclude proprio rivendicando il ruolo “pastorale” nei mezzi di comunicazione degli psichiatri accanto a quello di questi ultimi. 

Bersani si contraddice inoltre quando afferma che per delineare una condizione psico-patologica il soggetto deve portare avanti tesi non condivise dalla cultura di riferimento, mentre a inizio del saggio ripete più volte che tutte le tesi “no vax” e “negazioniste” sarebbero condivise nell’universo culturale di riferimento.

L’altra epidemia si caratterizza quindi come una sorta di manifesto politico di una scienza elevata, o ridotta, a ideologia, che non ammette critiche o dubbi come una religione. 

Le tesi di Bersani sono di fatto dimostrate in maniera tautologica, affermando che la scienza ufficiale ha ragione in quanto tale e i governi non potrebbero mai agire per motivi non strettamente sanitari e di bene comune. 

L’ipotesi che l’opposizione alle restrizioni sia motivata dall’emersione di una psico-patologia di massa appare totalmente infondata e non supportata da prove.

Peraltro, se l’approccio è clinico una diagnosi di psico-patologia non può essere fatta per “sentito dire” e invece l’autore si limita a ripetere stereotipi sociali e a ragionare su di essi senza indagare casi singoli.

Nel capitolo finale l’autore si lamenta che gli psichiatri sono considerati non “pensatori” ma “operatori”.

In un saggio come “L’altra epidemia” di pensiero ne vediamo effettivamente pochissimo o nulla: si tratta appunto di un elenco raffazzonato di clichés, stereotipi e luoghi sui cosiddetti no vax e negazionisti, privo di qualsiasi riferimento a casi empirici. Dietro la veste accademica, il saggio trasuda lo stesso odio sociale delle dichiarazioni contro i “sorci” o la “poltiglia verde”.

La “scienza” rappresentata da questo saggio altro non sembra che propaganda travestita, una scienza che non solo si mette al servizio del potere ma che usa questo saggio per reclamare “un posto a tavola” assieme ai nuovi pastori della cittadinanza, dagli infettivologi ai virologi

La psichiatrizzazione del dissenso, neppure troppo strisciante, che propone l’autore di questo saggio appare estremamente pericolosa per una democrazia già messa a durissimo prova dalle “misure sanitarie” e, se venisse realmente recepita dalle istituzioni, finirebbe per dare ragione alle piazze no pass che nel 2021 paragonavano quanto stava avvenendo in Italia ai più feroci regimi totalitari del Novecento.

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Sonia Cassiani è Segretario del Partito Libertario 

Quello sterminio chiamato “transizione ecologica”

Istat: 15 milioni in povertà assoluta, 60% di famiglie non arrivano a fine mese

di MARCO PALLADINO

Camerieri, Leone Pompucci 1995

Il delirio incalcolabile con cui è stato accolto in Romagna il pilota automatico in persona, è di per sé fin troppo significativo di cosa sia diventata l’Italia in questo tempo.


L’isteria per il potere personificato (che non è più quello politico, ma quello finanziario speculativo), assimila ciò che resta di questo Paese, alle più squalificate dittature che vedevamo in TV quando eravamo piccoli, e non ci spiegavamo come, delle folle sotto ipnosi, idolatrassero delle figure umane, che gli avevano assicurato povertà, guerra, disperazione e totale assenza di libertà.


Ci siamo arrivati, anzi siamo oltre.
Perché allora si usava la bandiera, la fedeltà, il patriottismo, i presunti valori fondanti e tradizionali. Da noi no, neanche quelli. Anzi da noi la bandiera è stata stracciata a favore di un panno blu, i sacri confini sono stati polverizzati e sono violati ogni giorno, il saccheggio dei nostri gioielli è continuo, come la subordinazione coloniale. Cioè noi gioiamo dello smembramento, dell’autocastrazione, dell’annullamento. Siamo entusiasti di essere fatti a pezzi e svenduti, di essere invasi, di dipendere totalmente da altri.


Se non sbaglio in nessun paese del mondo si è arrivati a mettere un banchiere al timone, uno che rappresenta egregiamente tutto il contrario di ciò che può essere benefico per un popolo. Ne abbiamo avuti due in un decennio. E ancora non ci basta.
E il banchiere è stato fin troppo chiaro e ha fatto giustizia delle stupide chiacchiere degli illusi: chiunque vada al governo, l’agenda non è assolutamente in discussione. Gli obiettivi saranno conseguiti pienamente. Andate tutti a votare.


La padronanza beffarda di chi sa di controllare pienamente il gioco: partecipate prego. Accomodatevi. Vinciamo sempre noi. Volete davvero andare alla sagra del nulla? Fate pure.


E notate anche un’altra cosa: la differenza abissale tra il peso delle parole di costui, pesate, sottolineate, santificate e il nulla dei politici di contorno, protagonisti di un confronto surreale, vuoto, da baraccone di periferia. Da qui si vede chiaramente dove risiede la decisionalità e dove invece alberga il nulla cosmico; che ormai sta come la muta di Setter irlandesi al cacciatore.


E quali sono gli obiettivi che saranno, comunque vada, raggiunti?


Ce lo certifica l’ultimo rapporto Eurostat sul nostro Paese pubblicato proprio ieri: 15 milioni in povertà assoluta, 60% di famiglie che non arrivano a fine mese, aumento spaventoso dei cosiddetti Working Poor, cioè lavoratori, ma poverissimi.


Cioè si lavora e non si vive. Il tutto con la prospettiva catastrofica alle porte, che ormai non nega più nessuno. Lo sterminio. Denominato transizione ecologica.
A tutto questo si inneggiava scompostamente ieri. Ma evidentemente agli italiani non basta. Non ancora.


Preso da catalessi autodistruttiva inarrestabile, questo stivale al centro del mediterraneo, mi ricorda esattamente un film del 1995 di Leone Pompucci: Camerieri. Andatelo a guardare.
Quello sgangherato ristorante su un litorale spettrale, in mano ad una umanità ridotta, suicida, ributtante, “conflittiva”, altezzosa e inconcludente, mi riporta amaramente al mio paese.
Sotto una maledizione che pare non avere fine e dal cui agitarsi viene fuori di tutto, tranne il bene. Ci sono persone sane e lucide, come il solo cameriere Riccardo, che prova a sfuggire alla follia individualista e fratricida che gli sta attorno, ma alla fine viene travolto anche lui. Dall’insipienza infinita dei suoi colleghi e dalla volgarità incommensurabile dei commensali.
Senza trovare una via d’uscita accettabile.
O riuscire ad accendere una luce in questa oscurità delle menti. Con gli occhi scevri da ogni fine personale, con la casella “tifoso” completamente vuota, ma soprattutto con il cuore, vedo questo scenario.


E non so cosa darei perché non fosse così.

Elisabetta Frezza a “ContiamoCi”

Contro la biopolitica, il raduno di Vicenza

L’intervento di Elisabetta Frezza, giurista ed autrice, alla manifestazione ContiamoCi.

Manifestazione Nazionale ContiamoCi! 30 luglio 2022, Campo Marzo Vicenza.

SOSTIENI L’ASSOCIAZIONE CONTIAMOCI! https://www.contiamoci.eu/donazioni/ DIVENTA SOCIO DI CONTIAMOCI! https://www.contiamoci.eu/iscrizione/ ISCRIVITI AL CANALE TELEGRAM https://t.me/associazione_ContiamoCi

Che “innovazione” i musei non neutrali!

di FABRIZIO MASUCCI

Leggendo e rileggendo il programma, i temi giornalieri, gli hashtag dell’imminente MuseumWeek, dedicata quest’anno a “Cultura, società e innovazione”, un tarlo mi ha assillato per giorni: sono diventato un rompicoglioni seriale? Ci ha pensato mia moglie a mettere fine ai miei rovelli assicurandomi che la domanda è posta fuori tempo massimo, se non platealmente oziosa.

Per chi non lo sapesse, la MuseumWeek è un “evento offline e online” che, dal 2014, si tiene una volta all’anno e coinvolge musei, gallerie, biblioteche, archivi e organizzazioni culturali del pianeta. L’edizione 2022 ha come partner, oltre all’Unesco, la Talkwalker, multinazionale che ha sviluppato la piattaforma n° 1 di accelerazione della “consumer intelligence” al servizio dei “brand più influenti al mondo”: grazie al suo motore di IA, al machine learning e al “social listening profondo” (sic!) che consente di “monitorare ogni segnale dei clienti”, solo la piattaforma Talkwalker – recita fieramente la home del sito aziendale – “aiuta i brand a trarre vantaggio dal potenziale dei dati sui consumatori in tempo reale”. Urca!

A proposito di partner e domande oziose, se la MuseumWeek ha siffatto partner può sorgere il dubbio che siano per l’appunto oziose alcune domande rivolte nel programma alle istituzioni culturali, come – per citarne un paio – “i musei dovrebbero far parte del metaverso?” e “qual è il loro ruolo rispetto al pubblico connesso?”. O almeno che tali quesiti siano “orientati” e che chi li pone abbia già delle risposte preferite (e cercherà di sollecitarle e favorirle?). Il problema è senz’altro, però, che sono un rompicoglioni.

Mi limiterò quindi a condividere alcune perplessità e riflessioni suscitate dalla lettura del programma, scaricabile in pdf in italiano dal sito ufficiale della MuseumWeek, concentrandomi solo su due punti e prescindendo nelle mie valutazioni da chi supporta l’edizione che inizia il prossimo 13 giugno o dal fatto che Facebook e Instagram, due dei social network su cui sarà veicolata l’iniziativa, sono di proprietà di “Meta”, che non si chiama così per caso.

L’hashtag principale della prima giornata è “innovazione”, cui vengono correlati hashtag come “macchine”, “robot”, “realtàAumentata”, “metaverso”, “tecnologia”, “algoritmi”, “intelligenzaArtificiale”. Sullo sfondo di un dipinto in cui un personaggio viene digitalmente munito di visore, il solo proliferare di queste parole chiave abbinate al concetto di innovazione mi pare sia di per sé indicativo delle prospettive future dei musei e della loro fruizione da parte dei visitatori. E, soprattutto, è assai eloquente su ciò che tutti noi, volenti o nolenti, intendiamo ormai per “innovazione”, ossia “innovazione tecnologica”, dimenticandone il primario significato che è – trascrivo da tre dizionario a caso – “modificazione, perlopiù in meglio, dello stato di cose esistente; l’innovare, l’innovarsi e il loro risultato; introduzione di sistemi e criteri nuovi”. Stando ai dizionari, si potrebbe sostenere che la nascita della democrazia sia stata una “innovazione” ben più di quella di internet, ma oggi chi la definirebbe così?

Vero, mescolate alle parole chiave della giornata afferenti alla tecnologia ce ne sono altre che – pur ai miei occhi isterilite dalla retorica politically correct – sono compatibili con il più autentico senso di “innovazione”: “uguaglianza”, “diversità”, “culturaPerTutti”, “accessibilità”, “inclusione”. Temo tuttavia che tale promiscuità finisca con il suggerire in modo subliminale un nesso stringente tra il progresso tecnologico e l’accesso paritario ad arte e cultura, nesso che non è da negare a priori, ma resta tutto da dimostrare e andrebbe quantomeno problematizzato. È pacifico che il digitale consenta oggi la fruizione di beni culturali a soggetti che, a causa di impedimenti concreti, in un museo non potrebbero mai andare di persona, ed è pacifico che ciò sia una nobile “innovazione”; ritengo però altrettanto evidente che le nuove tecnologie possano anche essere fonte di nuove disuguaglianze. E ciò non solo e non tanto perché la tecnologia ha un costo, e quindi un prezzo; ma soprattutto per il motivo opposto, potenzialmente più insidioso, e cioè che una diffusione capillare di avveniristiche applicazioni tecnologiche – circostanza che permette a produttori e intermediari di offrirle a costi sempre più vantaggiosi – rischia con il tempo di far divenire elitaria (in quanto più onerosa e/o “complicata”) proprio la visita dal vivo, specie se all’esito di un viaggio.

Faccio notare, en passant, che dopo oltre due anni in cui la libertà di spostamento è stata inibita, limitata o subordinata a determinati requisiti, a seguito dello scoppio della guerra a est il più corposo rincaro registrato tra beni e servizi è quello dei voli internazionali (+103% su base annua). Poiché i rompicoglioni tendono a preoccuparsi eccessivamente per banali congiunture sfortunate, mi si passi la boutade: non è che l’immagine grossolanamente pixelata (pag. 5 del programma in italiano) di un dettaglio della “Creazione” di Michelangelo prefiguri le “esperienze di visita” di utenti, rigorosamente digitali, che non potranno permettersi visite virtuali “deluxe” e meno che mai quelle dal vivo?

La complessità del tema e la tipica verbosità da rompicoglioni mi costringono a lasciare inconcluso il primo argomento per passare al secondo, che verte sull’hashtag “MuseiNonNeutrali”. Nel programma l’hashtag fa la sua prima comparsa nella giornata del 15 giugno, il cui tema è “libertà”.
La pagina del programma dedicata al tema libertà raffigura, di fatto, la bandiera dell’Ucraina. Le parole chiave che fanno compagnia a “libertà” e “MuseiNonNeutrali” sono “democrazia”, “libertàdiEspressione”, “giustizia”, “libertàDinformazione”.


Ragazzi, non so davvero da dove cominciare, ma ci proverò.

Credo che tutti conoscano le decisioni grottesche, le indegne esclusioni e alcune imbarazzate e imbarazzanti mezze marce indietro che la “non neutralità” del mondo della cultura ha prodotto da febbraio in qua. A me e a qualche altro milione di persone – per limitarci all’Italia – pare che questa politica culturale “non neutrale” sconfessi apertamente proprio i concetti espressi dalle ultime parole chiave citate, e – peggio – tradisca il ruolo della cultura stessa. Non perché il mondo dell’arte e della cultura debba necessariamente essere neutrale (anzi esso, in quanto costituito da persone, non potrebbe esserlo fino in fondo neanche se lo volesse), ma perché urge capirsi su cosa si intenda per “non neutralità” e su come essa venga effettivamente declinata.

Mi sembra che gli ultimi anni ci abbiano mostrato istituzioni museali e culturali che si sono sistematicamente schierate in blocco dalla parte dell’ideologia politicamente corretta, sedicente progressista, sui temi di volta in volta dettati dall’agenda dei “poteri buoni” e (ma è quasi la stessa cosa) dalla catechesi dei grandi media, dei CEO onusti di gloria e dell’attivismo gradito ai salotti radical chic. Anche altri topics della MuseumWeek, e soprattutto i modi in cui sono presentati, sono sintomi dello stesso fenomeno. Curioso che la non neutralità dichiarata si traduca sempre in un’eco unanime della voce dei saggi padroni, specie in un settore – quello artistico e culturale – che si supporrebbe animato da persone dotate di una qualche vivacità intellettuale e, pertanto, fisiologicamente eterogeneo.

Sarebbe questa la non neutralità dei musei? A dispetto delle intenzioni, tali MuseiNonNeutrali risultano di fatto “neutralizzati”, disattivati proprio nella pretesa funzione di attori del progresso sociale e di animatori di un dibattito a più voci, riducendosi a megafono delle parole d’ordine à la page e ad attacchini di etichette preconfezionate.


Termini come “libertà”, “libertàdiEspressione”, “giustizia”, poco di moda fino a ieri e quasi tabù fino a ieri l’altro, ora tornano in auge se accortamente abbinati ai colori nazionali di un paese belligerante: dobbiamo quindi intendere tali termini solo nelle accezioni suggerite dall’abbinamento? Mi chiedo, piuttosto, se non potesse starci bene in tale contesto anche la parola “pace”, se non altro come timido auspicio. Si vede, però, che nel 2022 la parola non va di moda, ma chissà che prima o poi non torni a rendersi utile…

Forse mi sbaglio, però. Magari durante la Museumweek, quando si parlerà di “libertàdiEspressione” fioccheranno anche tweet a sostegno di scienziati di chiara fama censurati per aver solo pubblicato link ad articoli su riviste scientifiche di riconosciuto prestigio internazionale; l’hashtag “libertàDinformazione” indicizzerà migliaia di dichiarazioni di solidarietà a storici, politologi e freelance occidentali messi alla gogna e criminalizzati per aver diffuso le proprie idee (senza una sola fake news); la parola chiave “giustizia” scatenerà un diluvio di appelli per un giornalista che rischia 175 anni di carcere, o per un’altra freddata da un cecchino, o per i cristiani perseguitati in Africa; degli NFT (Non-fungible tokens), infine, non si parlerà tanto nelle giornate dedicate all’innovazione e ai “creatori”, ma soprattutto nella giornata dedicata all’ambiente, evidenziandone il drammatico impatto in termini di CO2.

Qui in Italia, poi, qualche museo oserà perfino ricordarsi di un filosofo bullizzato da cento “colleghi” senza uno straccio di argomentazione credibile; qualche altro, nel sentir parlare di “libertà”, si interrogherà – pensate un po’ – sulla “libertà di scelta”; nel giorno dedicato alle “lezioni di vita”, più di un’istituzione domanderà ai suoi follower se non ci sia forse qualcosa da imparare dai docenti sospesi e demansionati e dal furore “educativo” del ministro dell’istruzione; al solo sentire le parole “democrazia” e “giustizia”, ci si chiederà se sia degno di un regime democratico discriminare artisti, studiosi, persone in genere solo per la loro nazionalità, o manganellare e colpire con gli idranti manifestanti pacifici, o tenere in carcere e agli arresti domiciliari da febbraio ragazzi di vent’anni, incensurati, per la loro partecipazione a una protesta contro l’alternanza scuola-lavoro. Ma sì, c’è da aspettarsi questo e altro, anzi la MuseumWeek sarà l’occasione per ragionare su cosa diavolo sia capitato all’Occidente e rendersi conto di cos’altro gli sarebbe capitato in futuro se non ci fosse stata la provvida MuseumWeek a farlo rinsavire.

Non può che andare così, dopotutto. Questo era solo lo sproloquio di uno che – non ricordo se l’ho detto – è un grande, grandissimo, colossale rompicoglioni.

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Fabrizio Masucci. Manager culturale, già Direttore del Museo Cappella Sansevero.

Garantire l’abuso

La lettera dei garanti dell’infanzia della Basilicata a Bianchi e Speranza

di EUGENIA MASSARI

I garanti dell’infanzia della Basilicata scrivono ai ministri Bianchi e Speranza per sollecitare l’abolizione dell’uso delle mascherine nelle aule scolastiche.

I garanti riportano il parere di novanta esperti sugli ormai accertati danni da mascherina sui minori, tra cui: aumento istinti suicidiari, disturbi alimentari, disturbi della sfera cognitiva, disturbi comportamentali. I garanti parlano quindi di emergenza salute mentale.

Per poi chiaramente affermare, di fatto, che la misura sarebbe necessaria non per cessare il danneggiamento della salute pubblica, nel testo ammesso e denunciato. Quanto per premiare i minori che hanno ubbidito alle regole.

E, soprattutto, in vista dell’autunno. Quando, sollecitano i garanti, andrà bene re-imporre i dispositivi e gli interventi che danneggiano la salute pubblica.

LEGGI LA LETTERA

Tornare a vivere insieme 

di MATTIA SPANÓ

Dobbiamo tornare a vivere insieme. Ciò significa che dobbiamo tornare a fare politica. L’essere umano vive in comunità organizzate: la politica è l’attività di organizzazione positiva orientata al bene del singolo e della società.

Dalla fine della Prima Repubblica segnata da Tangentopoli, un ritornello si è imposto agli italiani: la politica è un affare sporco per gente incapace e corrotta.

Questa idea semplice si è incistata ad un livello talmente profondo della psiche che ormai viene percepita come una legge fisica, o un’evidenze empirica come “la pioggia bagna”.

Dire che la politica è sporca e cattiva è come dire che al ristorante si mangia sempre bene. Oppure che la “Scienza” è sempre buona e gli scienziati sono esseri angelici sempre totalmente disinteressati. Affermazioni talmente false da essere comunemente accettate, in forza della loro banalità priva di sfumature.

Questa insistenza nel confondere un’opera indispensabile come la politica con il suo autore accidentale ha scatenato una guerra sotterranea fra una generazione di politici infinitamente mediocri e la società civile. 

Tizio promette a Caio la luna, Caio lo vota, Tizio in parlamento vota Sempronio primo ministro, Sempronio fa l’esatto contrario di quanto Tizio ha promesso a Caio.

Per un effetto paradosso, bersagliare di improperi la politica ha messo al riparo i politici da critiche e accuse, o meglio dagli effetti concreti di queste (nel Medioevo, cacciarli con torce e forconi o ricoprirli di pece bollente e piume, ma erano tempi bui popolati da gente ottusa e rozza).

Ecco come, per eterogenesi dei fini, l’idea che la politica sia brutta sporca e cattiva si è avverata. C’è un principio dell’economia che mette in guardia dalle profezie e aspettative negative, le quali hanno la straordinaria tendenza ad avverarsi. Vale anche per la politica.

Parlare un giorno sì e l’altro pure di governo ladro ha fatto sì che avessimo esattamente ciò che abbiamo evocato. Ci si è concentrati sulla trama del brutto film dimenticando gli attori cani.

Questo giochino mentale ha permesso, in Italia, di piazzare qua e là “governi tecnici” o “del presidente” che certificassero per autopoiesi “il fallimento della politica”: i vari Ciampi, Amato, Dini, Monti, Draghi. Con la scusa delle “competenze” mancanti (concetto, quello di “competenza”, ermetico e fumoso quanto quello di “merito”) si sono imposti al potere figure “competenti” nel governare il paese.

Per ghiribizzo, questo sì populista, si è preso l’aggettivo “competente” generalizzandolo. Cioè si è fatto compiere ad una competenza per definizione verticale – so fare la pizza – un tuffo carpiato logico con triplo avvitamento – so governare un paese. 

Il falso sillogismo che se ne ricava è: so fare la pizza buona, quindi so governare il paese, ergo il mio governo è buono come la pizza.

Mettiamo il giocattolo sotto la lente d’ingrandimento e osserviamolo bene.

Politici incapaci e incompetenti eleggono uno di loro presidente della Repubblica. Appena eletto, su costui scende la fiammella della Spirito Santo e diventa un esempio di virtù preclara, un illuminato statista votato al miglior interesse della nazione.

Questo Gran Sacerdote dell’unità nazionale, una volta insignito della più alta carica prende miracolosamente coscienza del fatto che coloro che lo hanno eletto sono degli incapaci incompetenti, per di più autori di svariate marachelle ai danni dell’erario (banchi a rotelle e mascherine, per citare gli ultimi sperperi… nelle more: anche Domenico Arcuri è un “tecnico” di Stato). 

Nomina allora un “tecnico” a capo di un governo di “tecnici” che guidi la nazione verso un avvenire dove scorrono fiumi di latte e miele.

Peccato che anche i tecnici si inchiodino alle tecnicissime poltrone su proposta degli stessi politici incapaci e corrotti con l’eccezione, come abbiamo visto, del presidente che un bacio parlamentare ha tramutato da ranocchio in bel principe. E non solo lui: anche i “tecnici”. Si prendano in esame i valzer dei partiti quando scadono le nomine nei CdA delle controllate statali.

Commissari europei, presidenti della Commissione Europea, direttori del Tesoro, della Banca Centrale nazionale o europea. Tutte nomine politiche. Si vedano le carriere dei tecnici summenzionati e mi si dimostri che sbaglio.

In soldoni, politici incapaci e corrotti sono capaci e onesti quando si tratta di eleggere il presidente della Repubblica (super partes, ça va sans dire) e di proporre per ruoli tecnici figure di altissima competenza e valore morale.

Non rimane che votare la fiducia al governo tecnico che salverà il paese dal disastro. Coerentemente, i politici appoggiano tali governi “tecnici” che decretano la loro inettitudine. La distinzione fra “politici” e “tecnici” è puro fumo negli occhi. Nella realtà, non esiste.

Ora: è un fatto che questa impalpabile dissonanza cognitiva non sfiori neppure la chimerica coscienza collettiva. Non pone alcun problema logico. 

Forse non si fa gran pubblicità alla cosa, in ogni caso chi si accorge delle crepe nei ragionamenti tace per paura dello stigma sociale, e della perdita di quei piccoli benefici che il potere accorda volentieri a chi brucia il granello d’incenso in suo onore – in genere, generosamente non lo uccide.

Arriviamo così conciati alla pandemia, che non fa altro che avverare il vecchio adagio latino homo homini lupus. L’uomo è un pericolo mortale – e morale – per l’altro uomo. La società va letteralmente in pezzi. Il legame, la relazione umana diventano il veicolo di contagio di pesti e piaghe bibliche a cui la Scienza e la Tecnica pongono rimedio. O meglio no, ma bisogna credere che così sia, amen.

Conclusione: la politica fa schifo, i tecnici sono bravi e scientifici, la società non esiste più. C’è un bel libro del professor Alberto Contri, La sindrome del criceto, che spiega con grande chiarezza e arguzia questo fenomeno terminale di disgregamento dell’identità consapevole di sé e del mondo.

Che fare, allora? Come uscirne?

Preso atto che In Italia esiste una minoranza che ha capito il gioco ed è stanca di giocare, si tratta di unirla sotto un’unica bandiera e presentarsi alle elezioni.

Questo non è possibile: in una società frantumata, le piccole isole che come banchi di ghiaccio vagano alla deriva nell’Artico quando va bene non comunicano fra loro. Quando va male si guardano in cagnesco, sospettano fra loro, difendono interessi di bottega e personalismi dei leader.

Per di più, dalla legge Calderoli – il Porcellum – i candidati alle politiche vengono decisi dalle segreterie di partito. Una democrazia in crisi come quella italiana sfocia, volente o nolente, in una forma più o meno violenta di totalitarismo.

L’ultima isola felice prima dell’autarchia – che sospetto verrà soffocata nel sangue – sono le elezioni comunali. Si cominci allora presentando candidati alle elezioni comunali e si sostengano anche dando l’appoggio esterno, vale a dire senza trasformarsi in partiti politici che otterrebbero percentuali dello zero virgola.

Si cominci un lavoro di tessitura di rapporti personali nei comuni. Si abbandoni l’idea di federare le comunità, le associazioni culturali, i gruppi di resistenti. Si pensi piuttosto a coordinarli.

Soprattutto, e questo è l’aspetto fondamentale, si abbandoni l’idea di fondare nuovi partiti politici e si pensi molto seriamente a formare uomini e donne che sappiano fare politica.

Fatto ciò, un libero congresso delle realtà territoriali eleggerà i propri rappresentanti nelle istituzioni nazionali. Questi prenderanno la strada più congeniale collocandosi a destra, centro o sinistra del parlamento, ma con un’idea precisa di come funziona un paese. Non “cittadini a 5 stelle” né “tecnici”, ma politici di professione. Inevitabilmente, agiranno bene o male, ma saranno formati dal popolo che li sostiene, non da lobby oscure e interessi sovranazionali.

Si tratta di abbandonare un gioco per inventarne un altro che sia democratico non in senso meramente ideale, ma pratico. Non è la politica che governa gli uomini, ma sono gli uomini a governare la politica.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Prigionieri del villaggio globale

di ARTEMISIA MARTINA

Al tempo della mia giovinezza ricordo una serie televisiva molto ben fatta, “Il prigioniero” il cui protagonista, un agente dello spionaggio il cui nome era “Numero Sei” tentava in ogni modo di fuggire da un inquietante villaggio controllato da una omnipervasiva presenza, che nonostante le astuzie del protagonista riusciva sempre, invariabilmente, a sabotarne i piani di fuga e di libertà.

Il protagonista, oltre che tentare di fuggire, al contempo tentava anche di capire dove fosse questo villaggio in cui era stato trasportato in stato di incoscienza, e chi ne fosse il capo. Il successo della serie stava nel fatto che lo spettatore si trovava esattamente allo stesso livello di consapevolezza del protagonista, e tentava di capire inutilmente chi governasse quel soffocante microcosmo -anche grazie all’aiuto di cittadini -spie e di numerose telecamere disseminate ovunque, che potevano registrare e vedere ogni cosa.

Questi episodi a puntate erano assolutamente strepitosi per una mente giovane, poiché nella monotona vita del villaggio si celavano insospettabili doppiezze ma anche inesauribili tentativi del Numero Sei di vincere il suo invisibile e potentissimo avversario: il misterioso “Numero Uno”. Il villaggio era abitato da molte persone apparentemente amichevoli e comprensive che potevano però celare la loro doppia natura, riportando al numero Due, capo della sicurezza, ogni piano messo in atto dal numero Sei per la fuga.

In tutti gli episodi non mancavano di comparire delle enormi sfere bianche, i Rover, che fisicamente atterravano gli indisciplinati e i ribelli, riportandoli all’ordine dopo averli fagocitati, e qualche volta anche uccisi. Un dialogo in particolare veniva riproposto ad ogni puntata, ed era il seguente: 

Numero 6: Dove sono?

Numero 2: Nel Villaggio.

Numero 6: Cosa volete?

Numero 2: Informazioni.

Numero 6: Da che parte state?

Numero 2: Non posso dirlo. Vogliamo informazioni. Informazioni. Informazioni.

Numero 6: Non ne avrete!

Numero 2: Le avremo, con le buone o con le cattive.

Numero 6: Chi è lei?

Numero 2: Il Numero 2.

Numero 6: Chi è il Numero 1?

Numero 2: Lei è il Numero 6.

Numero 6: Io non sono un numero! Sono un uomo libero!

Numero 2(Risate di scherno)

Questa serie Tv fu inventata da Patrick Mc Goohan e George Markstein nel lontano 1967 ma fu trasmessa in Italia tra il ’74 e l’81. Ciò che maggiormente sorprende è che questo film si svolga, con i suoi ambienti claustrofobici e il pesante tema censorio, in un’età spensierata e di grande rigoglio come furono gli anni sessanta-settanta in tutta Europa, con il loro fermento culturale, politico, economico e di costume, ma anche artistico e tecnologico.

Chi ha avuto la fortuna di essere giovane in quegli anni non può non avere in sé, anche se sopito dalla tristezza degli ultimi tempi, un anelito alla libertà, alla creatività, allo spirito di ricerca e innovazione, al rispetto per il prossimo. Naturalmente, furono anni molto complicati. Accanto a tanta gioia di vivere, benessere e ottimismo (la guerra era finita da pochi lustri, col suo carico di tragedia) c’erano pur sempre ideologie malate, frutto di regìe occulte e politicizzate, di dogmatismi e totalitarismi mai risolti. Da una parte la libertà dei costumi, gli hippies, le droghe, il benessere economico, lo sviluppo industriale, dall’altro la strategia della tensione, l’austerity, le stragi di Stato, i servizi deviati. I due mondi, quello del diritto e quello del rovescio, quello della libera iniziativa e quello della ragione di Stato, dell’anelito al bene e del suo contrario, in fondo si sono sempre contrapposti e affrontati; si sono presi sempre reciprocamente le misure, fino a che uno dei due non ha avuto il sopravvento. 

Ecco quindi che improvvisamente questo racconto disturbante di un progresso vòlto al controllo della mente e del corpo degli individui di una società futura, si riaffaccia alla mente carico di implicazioni.

Ci siamo normalmente addormentati due anni fa per ritrovarci a sorpresa dentro un Villaggio governato da un invincibile numero Uno spalleggiato dai Rover.

Tentare di fuggire, di tornare anche semplicemente con la fantasia ai nostri anni di giovinezza e di libertà è diventato un processo quasi proibitivo, che forse ad alcuni di noi è rimasto solo di notte, nei sogni. Da bravi cittadini, abbiamo atteso pazientemente la fine di questo incubo, dominato da controllori non ben identificati, che ci ripetevano ogni giorno che “oggi sarà un’altra giornata di sole” mentre restavamo chiusi a sera nelle nostre stanze, esattamente come i prigionieri del Villaggio, poiché vigeva anche qui lo stesso coprifuoco. Nessuno usciva di sera nelle strade del Villaggio; per essere certi che ogni abitante se ne stesse buono venivano somministrati droghe e sonniferi nelle bevande; noi avevamo i nostri televisori e i nostri computer, potenti mezzi di sfogo e di tranquillamento sociale. 

Tutti ci siamo chiesti come fosse stato possibile arrivare a tanto. 

Eppure Orwell, membro della discussa Fabian Society, ci aveva avvertito con settanta anni di anticipo di ciò che sarebbe potuto accadere grazie all’uso del potere senza controllo, esercitato in questo caso da un Big Brother dagli infiniti possedimenti.

Già, ma noi non siamo figli di Albione, della nebbia e dello spleen londinese. Come possono attecchire certi progetti distopici nel paese che dette i natali a Michelangelo, Botticelli, Canova, Dante, Giordano Bruno, Galileo, solo per citarne alcuni? Nel DNA italiano, posto che si possa rintracciare un’origine comune in un popolo per sua natura eterogeneo e brillante proprio per la sua disomogeneità, non c’era posto per l’irregimentazione tipica dei sistemi socialisti e necessaria per il fiorire di certa omologazione. Eppure, forse anche grazie alla scomparsa di molti intellettuali, il paese del sole e delle invenzioni ha cambiato faccia, è diventata un luogo tetragono e triste come una colonia penale, o un Villaggio globale. I piani del Grande Fratello Fabian prevedono un’invasione capillare, un cambiamento mai drastico ma sempre dolce, che è passato infatti attraverso lo yuppiesmo degli anni ottanta e i nerd degli anni novanta fino all’età delle criptovalute e delle pandemie; per fare tutto questo, però, era necessario che l’Italia si piegasse ad un ricatto: si svestisse dei suoi panni sgargianti per entrare in Europa, ovvero che perdesse la propria identità, la propria cultura, la propria italianità, e ben inteso, la propria sovranità economica, per indossare una bigia casacca presa in prestito dai suoi carcerieri. Il Numero Sei, che abbiamo lasciato prigioniero nel suo villaggio virtuale, infatti, è stato imprigionato con un inganno: narcotizzato nella sua stanza di Londra si è svegliato in una stanza che era la fedele riproduzione della precedente, solo che era finta.

E come lui, privi di protezione, di mezzi, di potere, di autorità, ci dibattiamo in questo incubo riuscito, nel quale, per quanto ridicolo, assurdo e mostruoso sia, si combatte una guerra invisibile, ma con veri morti e feriti, morti e feriti che nessuno conta. Una guerra come sempre di ricchi contro poveri, in cui come diceva C.Beneil popolo prende a calci nel sedere il popolo su mandato del popolo” in questo fantoccio di democrazia che assomiglia ogni giorno di più ad una dittatura economica, perché sei solo se hai

Ogni prigione però ha una via d’uscita. Nell’episodio finale del film, lo spettatore capisce che la collocazione geografica del villaggio non ha importanza: mentre il Numero Sei all’inizio del film tentava in tutti i modi di capire dove fosse il Villaggio, ora diventa prioritario capire cosa fosse, per sapere come poterne fuggire. Quando il Numero 6 ha capito come potere scappare dal Villaggio, non ha più importanza sapere dove sia, può anche trovarsi a pochi chilometri da Londra, separato dal resto del mondo attraverso un semplice tunnel chiuso da un cancello: non era la distanza geografica a tenere prigioniero il Numero 6, ma l’organizzazione socio-politica del Villaggio, che lui ha saputo distruggere dall’interno.

La serie si basa sul concetto che il Villaggio possa essere ovunque, compresa la stessa città in cui si vive. Nell’ultimo episodio della serie, il Numero sei riesce a strappare la maschera che cela il volto del numero Uno, scoprendo il muso di un gorilla, che urla la parola “Io” quindi strappa anche questa maschera e sotto ancora, con enorme sorpresa del telespettatore, si cela il volto del numero Sei. Secondo alcuni tale invenzione era già palese nel dialogo riportato all’inizio, quando alla domanda “chi è il numero uno?” il numero due risponde “tu sei il numero sei”.

La liberazione come sempre passa attraverso la consapevolezza, e la consapevolezza passa attraverso l’informazione. Il popolo globale, trattato da certe élites come mandria da allevamento, può sempre in qualunque momento far ricorso alla potente arma del sapere, della consapevolezza, per rompere la sfera e far crollare il Villaggio di cartone. 

Nessun incantesimo è per sempre.

La banalità dell’emergenza

di DARIO GIACOMINI, GIORGIO AGAMBEN, GIOVANNI FRAJESE, ELISABETTA FREZZA

Ci siamo ritrovati a guardarci negli occhi, pensando a cosa si sarebbe potuto fare partendo da quello che, di buono, già era stato fatto. Ne è uscito questo scritto, intorno al quale chiamiamo a raccolta tutti coloro che, senza protagonismi, desiderino darsi vicendevolmente una mano e riprendersi la vita con l’umanità che le spetta.

LA BANALITÀ DELL’EMERGENZA

Il sistema oppressivo che si è manifestato in questi due anni non ha neppure la tragica grandezza della «banalità del male» colta da Hannah Arendt. Covid-19 e Green Pass sarebbero persino termini da operetta se, a loro causa e in loro nome, non ci fossimo ritrovati esposti, d’improvviso, alle intemperie di un tempo spietato in cui la paralisi della democrazia, il sovvertimento dell’assetto istituzionale, la violazione dei principi fondativi del vivere comune hanno portato con sé lo stravolgimento dei rapporti sociali e la mortificazione di ogni umanità.


D’improvviso, siamo stati travolti da un diluvio di provvedimenti arbitrari, emanati su presupposti di fatto erronei o distorti quando non del tutto inconsistenti, senza alcun riguardo a quel perseguimento del bene comune che è la funzione primordiale della politica.

«La società» come scriveva fin dagli Anni Trenta del secolo scorso Simone Weil in Oppressione e libertà «è diventata una macchina per comprimere il cuore» e di conseguenza «per fabbricare l’incoscienza, la stupidità, la corruzione, la disonestà e soprattutto, la vertigine del caos».

UN TOTALITARISMO DALLE RADICI PROFONDE

Sarebbe un grave errore non dare a questa «macchina per comprimere il cuore» il suo vero nome: totalitarismo. Il fatto che sia condiviso da una vasta parte di cittadini non ne muta l’essenza.

Anzi, mostra che i tempi erano maturi per cogliere il frutto avvelenato, seminato e coltivato con cura e a lungo. Ci si chiede come mai la gente non capisca quello che è così chiaro e non veda ciò che è tanto evidente. Siamo giunti al momento in cui, come paventava Simone Weil, non si comprendono più i significati pratici e contingenti delle azioni.

Azione e conoscenza, lavoro e progettualità, cause ed effetti sono separati. Conta solo la funzione, l’uomo è sacrificato al meccanismo, il mezzo diventa fine; e l’autorità, per quanto esercitata in modo arbitrario, diventa un idolo, un totem, un talismano capace di curare tutti i mali. L’uomo è una marionetta che si agita in un teatrino in cui non c’è più proporzione tra il fare e il conoscere e in cui è divenuto un essere sradicato, incapace di rapportarsi alla realtà.

UN TOTALITARISMO CONDIVISO. MA NON DA TUTTI

Dentro questa rappresentazione, per aver coltivato un pensiero non conforme a quello di una massa manipolata, confusa e impaurita; per non esserci piegati ai ricatti di un potere coercitivo cinico e spregiudicato e alle sue misure irragionevoli e incongruenti; per non avere ceduto il corpo alla somministrazione coatta di farmaci che non assicurano l’immunità né impediscono il contagio, abbiamo subìto la sospensione dallo stipendio o la privazione del posto di lavoro, la soppressione del diritto di circolazione e di accesso a servizi pubblici pagati con le nostre tasse, la compressione della libertà di espressione, l’esclusione dalla scuola, dall’università e dai luoghi della cultura, il peso della minaccia sempre incombente sui nostri figli. E lo abbiamo subìto nel plauso generale, con il pieno e deliberato consenso di familiari, amici, colleghi, vicini di casa.


È su questo terreno impervio che, per iniziativa del dottor Dario Giacomini, nella primavera del 2021, a ridosso dell’introduzione dell’obbligo vaccinale per i sanitari a mezzo decretazione d’urgenza (d.l. 44/2021), nasce ContiamoCi!, per riunire in associazione quanti, tra i destinatari della norma, intendono opporsi alla sua applicazione considerandola intrinsecamente ingiusta oltre che incompatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento. In una fase successiva, l’associazione si apre ai dipendenti della scuola e poi via via alle altre categorie di lavoratori ed a tutti i cittadini, fino a stendere una rete di mutuo sostegno su tutto il territorio nazionale.


Si è scoperto così come quel terreno arso, in apparenza votato alla sterilità, fosse in realtà straordinariamente fertile. Perché capace di far emergere qualcosa che afferisce alla radice dell’essere uomini e precede qualsiasi appartenenza. Perché capace di dare corpo a pensieri buoni e opere buone, di far crescere legami nuovi di amicizia, solidarietà, fratellanza, insieme alla voglia di mettere a frutto i talenti di cui ciascuno per parte sua è portatore, per battere strade alternative: nella ricerca scientifica, nella socialità, nei servizi, nella cultura, nell’arte.

PROSPETTIVE PER RESISTERE ALLA MACCHINA CHE COMPRIME IL CUORE

Il Novecento, secolo tutt’altro che breve, è ricco di insegnamenti e di esperienze che testimoniano la possibilità teorica e pratica di vivere al di là delle costrizioni totalitarie. Tra le molte intuizioni sorte nell’Europa dell’est, è particolarmente felice, sul piano degli intenti e della loro comunicazione, quella della “pólis parallela”, messa a punto da Václav Benda, membro del movimento “Charta 77” attivo in Cecoslovacchia. Nel breve saggio La polis parallela diceva tra l’altro: «Propongo perciò di unire le nostre forze per costruire poco a poco delle strutture parallele in grado di supplire, anche in misura limitata, a quelle funzioni comunemente utili e necessarie ora assenti; laddove sia possibile, occorre sfruttare le strutture esistenti e umanizzarle». In uno scritto successivo, Situazione, prospettive e significato della polis parallela, auspicava come fase finale la fusione della comunità resistente con quella ufficiale risanata o, addirittura, il «predominio pacifico della comunità ancorata alla verità su quella della mera manipolazione del potere».


È con questo stesso spirito che, oggi, ContiamoCi! si propone di allargare le sue fila e chiama a raccolta intorno al suo cuore già pulsante tutti coloro che, sperimentando quotidianamente su di sé e sui propri figli una discriminazione via via sempre più capillare e feroce, desiderino ricreare le condizioni per vivere e, per questo, sentano di dover mettere insieme i pezzi di una ragione distrutta e di una umanità negata: un po’ come tanti frammenti di qualcosa di più grande e di più bello di cui conservare memoria e tramandarla a chi ci succede.


ContiamoCi! intende costituire un luogo di aggregazione per chi non si rassegni a essere trasferito a peso morto nel recinto cosmopolita, digitale, tecnologico ed “ecologico” dei nuovi sudditi uguali e obbedienti, in attesa di essere ibridati e, finalmente, sostituiti; ma, viceversa, sia determinato a resistere agli insulti di uno strapotere fuori controllo, e sia pronto a sacrificare quanto acquisito pur di onorare la propria coscienza, e rimanere uomo.


ContiamoCi! vuole cercare di corrispondere a quei bisogni essenziali che, d’improvviso, ostacoli inediti impediscono ai cittadini di perseguire. Offre le prestazioni di medici, infermieri, legali, insegnanti, commercianti, artigiani, artisti, uomini di buona volontà che si mettono a servizio degli altri con spirito di collaborazione e slancio disinteressato. E così, pian piano, punta a edificare un’altra medicina, un’altra scuola, un’altra assistenza, in una parola un’altra polis che funzioni, parallela, nel rispetto delle leggi non scritte ma incastonate nella natura dell’essere umano.

VIVERE SENZA MENZOGNA

Nella consapevolezza che il vedere altri che pensano come te, vivono come te, soffrono e combattono come te, regala a ciascuno di noi un sostegno molto più forte di qualsiasi astratto proclama; che a ciascuno di noi fa bene farsi medicare, confortare, consolare per guarire nell’animo e recuperare le forze, ContiamoCi! intende rendere più vivibile la nostra quotidianità contando sul contributo di uomini vivi, integri e coraggiosi che sappiano guardare oltre i reticolati dei nuovi lager tecnologici e regalarci la speranza di esserne liberati. Solo così si potrà immaginare di invertire il segno di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi in danno nostro e dei nostri figli: per sopravvivere a un oggi disumano, e guardare al futuro con fiducia non velleitaria, o si ritrova la comune umanità, la si cura e la si coltiva a ogni costo, o si è destinati a perderla del tutto. «Non è possibile farsi semplicemente da parte, credere di potersi trar fuori dalle macerie del mondo che ci è crollato intorno. Perché il crollo ci riguarda e ci apostrofa, siamo anche noi soltanto una di quelle macerie e dovremo imparare cautamente a usarle nel modo più giusto, senza farci notare» (Giorgio Agamben, Quando la casa brucia).
In altre parole, lo spirito che guida una tale opera ha in radice quanto Solženicyn diceva, nel 1974, in Vivere senza menzogna: «Ciò che ci sta addosso non si staccherà mai da sé se continueremo tutti ogni giorno ad accettarlo, ossequiarlo, consolidarlo, se non respingeremo almeno la cosa a cui più è sensibile. Se non respingeremo la menzogna. (…) Ed è proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia!».

La bottega degli uomini liberi

di MATTIA SPANÓ

Partirei dalla percezione più banale possibile di cosa sia la libertà: dare seguito concreto ad un pensiero. Fare letteralmente ciò che passa per la testa. Mi sembra che queste poche parole mettano d’accordo la maggior parte degli esseri umani, e quindi provo a sviluppare l’analisi partendo da qui.

La definizione appena data è un concetto postumo. Che io faccia qualcosa prevede giocoforza un savoir faire. La maggior parte delle persone semplicemente esclude dalle opzioni ciò che non sa fare. Non le pensa neanche. Una persona incapace di dipingere non penserà affatto di essere libera dipingendo un autoritratto. Nemmeno considera una diminuzione il fatto di non dipingere. 

Per la proprietà transitiva la libertà è un concetto postumo, nel senso che l’esercizio della libertà debutta nel momento in cui il saper fare seppellisce il non sapere.

Mi riesce difficile pensare la libertà al di fuori del suo esercizio pratico. Se penso ad un concetto o un’aspirazione, essa diventa sostituibile oppure viene delusa o tradita.

Se la libertà si realizza, significa che ha conseguenze. Come se non si realizza, del resto, e quindi è servitù, cioè l’asservimento alla libertà di un altro. Dico servitù e non schiavitù perché la condizione dello schiavo è coatta, quella del servo consapevole. Questo dovrebbe portarci a pensare la libertà come una pratica binaria. 

A questo proposito, è interessante notare che la distinzione fra libero arbitrio e servo arbitrio sia stata una delle cause principali della separazione fra Chiesa Cattolica e chiese protestanti. La differenza tra una scelta guidata dalla ragione al bene, e una scelta gravata dal male del peccato e perciò impossibile (serva).

Anche se queste brevi riflessioni possono sembrare inutilmente astratte, si deve notare che la pandemia, e soprattutto il governo dello stato di emergenza, hanno insieme messo in luce esattamente il tipo di concezione di libertà che va per la maggiore.

In linea di massima, non mi sembra fuori luogo sostenere che l’homo pandemicus ha rivelato una bassissima propensione ad agire, e per converso un’altissima inclinazione ad essere agito.

La socialità fisica è passata dall’essere un disturbo – viviamo in una comunità fortemente agorafobica, eccezion fatta per quei contesti come il calcio, la discoteca e i concetti in cui il frastuono ci rinchiude nella nostra abituale solitudine – all’essere un pericolo mortale. L’osservanza para-religiosa di provvedimenti sommamente insulsi come il green pass ha restituito un sensus fidei ormai smarrito da decenni: le persone credono nello Stato, si fidano dello Stato, avendone sinora interiorizzato soltanto lo spirito burocratico. Quello, appunto, che elargisce permessi.

La remissione completa delle proprie libertà nelle mani delle istituzioni nate per tutelare, non per elargirle sotto vincolo esterno, ha scatenato una sorta di panico da decisione. Se non penso a me stesso come libero, qualsiasi decisione, anche la più semplice, finisce per spaventarmi. 

Le persone, lentamente private dalla routine della capacità di immaginare la vita, attendono con ansia che venga detto loro cosa fare. Un cambiamento anche minimo previsto dal decreto settimanale riscrive la routine, fornendo l’illusione narcisistica di partecipare ad una comunità vitale, mentre essa è appena cangiante. È una situazione estremamente confortevole.

Tutti discutono se sia giusto o meno ciò che lo Stato prescrive. Nessuno è disposto o indotto a discutere se sia giusto o sbagliato ciò che egli stesso fa.

Diciamo allora che se la libertà è un’opera, come accennavo all’inizio, allora bisogna tornare a bottega. Il tirocinio della libertà deve innanzitutto ripartire dalla ricerca di maestri d’arte che possano insegnarla.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.