Imperial College Report. Era tutto deciso fin dall’inizio?

di EUGENIA MASSARI

pubblicato il 26 aprile 2021, ricondiviso il 10 settembre 2021

Prima che l’adesione dei Paesi NATO al modello lockdown fosse totale – pressoché identico ovunque – US e UK tentennavano.

L’Inghilterra aveva inizialmente scelto un intervento mirato alle categorie a rischio e l’immunità di gregge da raggiungere attraverso la circolazione del virus. Le dichiarazioni di Sir Patrick Vallance e del premier Boris Johnson furono attaccate dalla stampa.

Coronavirus, Londra shock: contagiare il 60% dei britannici per sviluppare l’immunità. Johnson: “Moriranno molti cari”.

Alla fine, però, Inghilterra e US cedono.

Cosa fece cambiare idea ai due Governi e da dove veniva il modello di intervento proposto a livello mondiale?

<<La nuova stratega si è imposta a seguito della pubblicazione di un Report commissionato dal Governo al team dell’Imperial College di Londra, che ha modellato diverse strategie e opzioni, con focus specifico su UK e US>>  Financial Times[1].

That Imperial coronavirus report, in detail 

La notizia circola sui media italiani, con incongruenze e senza una traduzione integrale.

Il documento originale, Impact of non-pharmaceutical interventions (NPIs) to reduce COVID-19 mortality and healthcare demand può essere scaricato integralmente in inglese ed è reperibile negli archivi digitali dell’Imperial College. Condotto a partire dai dati provenienti prevalentemente da Italia e Spagna a marzo 2020, poi applicati ed elaborati in base alla situazione demografica e ai sistemi sanitari di Stati Uniti e Inghilterra.

Io studio propone tre modelli predittivi o scenari sull’andamento della pandemia in questi due Paesi – Inghilterra e America – sulla base di tre possibili modelli di intervento.  

  • No-action, nessun intervento. La pandemia non sarebbe stata affrontata in nessun modo.
  • Mitigation, interventi volti a tutelare le fasce deboli ed esposte alle forme più gravi, immunità di gregge da raggiungere attraverso la circolazione del virus.
  • Suppression, soppressione della circolazione del virus, ovvero contrastare la circolazione del virus impedendo il passaggio tra individui all’interno della popolazione.

Il Report mostra i dati sul numero di vittime stimato, sulla pressione esercitata sul sistema sanitario (cioè il rapporto tra domanda e posti disponibili nei reparti di terapia intensiva del sistema sanitario pubblico ndr) e sull’andamento della curva pandemica

Il Report è firmato da un team di studiosi[2], con a capo Neil Ferguson, successivamente costretto a dimettersi come consulente del Governo inglese per aver violato il lockdown.

Oltre l’Imperial College di Londra, lo studio è realizzato con: l’OMS, il Collaborating Centre for Infecious Disease Modelling, l’MRC Centre for Global Infecious Disease Analysis, e l’Abdul Latif Jameel Institute dor Disease and Emergency Analytics.

Il documento, datato 16 marzo 2020 contiene tutti gli elementi della narrazione pandemica presenti sui media a livello mondiale, confronto con la Spagnola incluso[3].

Il documento parla chiaramente di misure da mantenere per un lungo periodo di tempo.

  • <<È necessaria una combinazione di isolamento dei casi, allontanamento sociale dell’intera popolazione e quarantena familiare o chiusura di scuole e università (Figura 3, Tabella 4). Si presume che le misure siano in atto per una durata di 5 mesi >>. (Pag. 9 )
  • <<Il pannello di destra della tabella 4 mostra che il distanziamento sociale (più la chiusura di scuole e università, se utilizzata) deve essere in vigore per la maggior parte dei 2 anni della simulazione, ma che la proporzione di tempo in cui queste misure sono in vigore è ridotta per interventi più efficaci e per valori inferiori di R0>> (Pag. 11)

È già presentato il modello di aperture-chiusure, da modulare in base al monitoraggio continuo dei dati:

  • <<Per evitare un riaumento della trasmissione, queste politiche dovranno essere mantenute fino a quando non saranno disponibili grandi scorte di vaccino per immunizzare la popolazione – che potrebbero essere 18 mesi o più. I trigger basati sulla sorveglianza ospedaliera adattiva per l’attivazione e la disattivazione del distanziamento sociale a livello di popolazione e della chiusura scolastica offrono maggiore solidità all’incertezza rispetto agli interventi di durata fissa e possono essere adattati per l’uso regionale (ad esempio a livello statale negli Stati Uniti). Dato che le epidemie locali non sono perfettamente sincronizzate, le politiche locali sono anche più efficienti e possono raggiungere livelli di soppressione comparabili alle politiche nazionali pur essendo in vigore per una proporzione leggermente inferiore del tempo. Tuttavia, stimiamo che per una politica nazionale GB, il distanziamento sociale dovrebbe essere in vigore per almeno 2/3 del tempo>>.(Pag.15)
  • <<Tuttavia, vi sono incertezze molto ampie sulla trasmissione di questo virus, sulla probabile efficacia delle diverse politiche e sulla misura in cui la popolazione adotti spontaneamente comportamenti di riduzione del rischio. Ciò significa che è difficile essere definitivi sulla probabile durata iniziale delle misure che saranno richieste, tranne che sarà di diversi mesi. Le decisioni future su quando e per quanto tempo allentare le politiche dovranno essere informate da una sorveglianza continua. Le misure utilizzate per ottenere la soppressione potrebbero anche evolversi nel tempo. Man mano che i numeri dei casi diminuiscono, diventa più fattibile adottare test intensivi, tracciamento dei contatti e misure di quarantena simili alle strategie impiegate oggi in Corea del Sud. La tecnologia, come le app per telefoni cellulari che tracciano le interazioni di un individuo con altre persone nella società, potrebbero consentire a tale politica di essere più efficace e scalabile se i problemi di privacy associati possono essere superati>>. (Pag.15)

Il Report avverte sui danni a lungo termine:

  • <<Non prendiamo in considerazione le implicazioni etiche o economiche delle due strategie qui proposte fatta eccezione per il fatto di notare che in entrambi i casi si tratta di decisioni politiche non facili da prendere. La suppression, sebbene abbia avuto successo fino ad oggi in Cina e Corea del Sud, comporta costi sociali ed economici enormi che potrebbero essi stessi avere un impatto significativo sulla salute e sul benessere a breve e lungo termine>>. (Pag.4)

I vaccini sono l’unico farmaco preso in considerazione nel Report. Non si parla di varianti né di interazioni dei vaccini con la mutabilità del virus. Sulle campagne vaccinali lo studio avverte:

  • <<Maggiore è il successo di una strategia nella soppressione temporanea, maggiore è la previsione dell’epidemia successiva in assenza di vaccinazione, a causa del minore accumulo di immunità di gregge>>.

Una volta scelti i vaccini come unica soluzione, insomma, il loro uso impedirebbe il raggiungimento dell’immunità di gregge, prolungando dunque la durata della pandemia – il loro funzionamento è legato alla maggiore copertura possibile -.

Al Report dell’Imperial College – non abbastanza approfondito sulla stampa italiana, viste le enormi ed epocali implicazioni, a livello storico, economico e persino umano e antropologico delle misure indicate-, non sono mancate risposte scettiche.

Il team di tecnici del Governo Svedese aveva ad esempio bollato il documento come non scientifico.

Il professor Johan Giesecke – uno dei maggiori epidemiologi del mondo, consulente del Governo Svedese, è lui che ha scelto Anders Tegnell attualmente a capo della strategia svedese-, primo capo scienziato del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie, consigliere del direttore generale dell’OMS- si è così espresso, come riporta il fotogiornalista e reporter Giorgio Bianchi:

Il Governo Svedese ha deciso all’inizio di gennaio che i provvedimenti che avrebbe adottato contro la pandemia sarebbero dovuti essere basati su prove. Quando iniziammo a guardare le misure che venivano prese dai diversi paesi, scoprimmo che pochissime di queste si fondavano su uno straccio di evidenza…Le chiusure delle frontiere, le chiusure scolastiche, il distanziamento sociale: non c’è alcuna scienza dietro la maggior parte di questi provvedimenti. “Il documento [dell’Imperial College] non è mai stato pubblicato scientificamente. Non è stato sottoposto a peer review (confronto tra pari ndr) come un documento scientifico dovrebbe essere. È solo un rapporto dipartimentale interno per l’Imperial. Ed è affascinante. Non credo che nessun altro sforzo scientifico abbia fatto una simile impressione sul mondo, come quella carta piuttosto discutibile“. FONTE

Critiche pesanti ed approfondite sono state fatte anche in India. Lo studio, riportato da Sanjeev Sabhlok è reperibile sul Times of India. Il documento afferma che, con interventi molto meno invasivi si sarebbero potuti ottenere gli stessi risultati, senza il lockdown severo. Non solo si esprimono dubbi sulla metodologia alla base del Report inglese, ma si sottolinea la “necessità per le democrazie di rafforzare la loro capacità di pensiero critico creando un’istituzione Black Hat indipendente il cui scopo sarebbe mettere in discussione qualsiasi fondamento tecnico (matematico) delle decisioni del governo”. L’analisi dell’Imperial College, per gli studiosi indiani, sarebbe un’analisi unilaterale che, tra l’altro, non avrebbe considerato la variabile costi: i danni collaterali.

Già a luglio 2020, gli epidemiologi di Oxford avevano dichiarato che la strategia suppression non era praticabile. THE POST

Tipologia, natura, durata dei lockdown adottati su scala mondiale, sono descritti in questo documento. Il Governo inglese, il Governo US sapevano quindi fin da marzo che le misure di lockdown severo sarebbero durate molti mesi, se non anni.

E il Governo Italiano?

CURIOSITÀ

1 ottobre 2020, il Ministro Speranza dichiara: <<Dobbiamo resistere con il coltello tra i denti in questi sette-otto mesi e mentre resistiamo dobbiamo avere lo sguardo lungo e costruire la società del futuro>>. Nes Anagni (Frosinone), 01 OTT 2020 11:59 

Ad ottobre 2020 il Ministro Speranza sapeva già che i lockdown sarebbero durati almeno fino a maggio-giugno 2021, prima che i relativi Dpcm fossero emanati?

Covid, Speranza: «Resistere con il coltello fra i denti per 7-8 mesi»

Nel Dpcm del 30 luglio 2020si legge:

  • 6. Al fine di garantire, anche nell’ambito dell’attuale stato  di emergenza epidemiologica dal COVID-19,  la  piena  continuità nella gestione operativa del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, alla legge 3 agosto  2007,  n.  124,  sono  apportate  le seguenti modificazioni: a) all’articolo 4, comma 5, secondo periodo, le parole: «per  una sola  volta»  sono  sostituite  dalle   seguenti:   «con   successivi provvedimenti per una durata complessiva massima di ulteriori quattro anni»; b) all’articolo 6, comma 7, secondo periodo, le parole: «per  una sola  volta»  sono  sostituite  dalle   seguenti:   «con   successivi provvedimenti per una durata complessiva massima di ulteriori quattro anni»;  c) all’articolo 7, comma 7, secondo periodo, le parole: «per  una sola  volta»  sono  sostituite  dalle   seguenti:   «con   successivi provvedimenti per una durata complessiva massima di ulteriori quattro anni».

La legge 3 agosto  2007,  n.  124, nell’articolo 4, comma 5, riguarda la nomina della direzione generale del DIS, nell’articolo 6, comma 7, la nomina del direttore dell’AISE, l’articolo 7, comma 7, riguarda il direttore dell’AISI.

La notizia finì su siti di bufale con l’argomentazione che trattasse del prolungamento di quattro anni dello stato d’emergenza. Il punto in questione riguarda invece il prolungamento da quattro a otto anni, della nomina di importanti figure chiave: l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (AISE), l’Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI) e Il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS). È lo stesso Decreto a mettere in relazione il provvedimento con l’attuale stato di emergenza epidemiologica dal COVID-19.

Ad ogni modo, negli ambienti di ricerca vicini a OMS, circolavano fin da subito studi e articoli sulla durata dell’emergenza fino al 2024/2025. La stampa internazionale ed economica, con eco su quella italiana, parlava da subito di nuova normalità.

Su Science, ad esempio, a maggo 2020 troviamo pubblicato studio della Harvard T.H. Chan School of Public Health:  Projecting the transmission dynamics of SARS-CoV-2 through the postpandemic period, distanziamento sociale fino al 2022, ondate fino al 2025.


NOTE

[1] <<The new strategy has come following the publication of a government-commissioned report from Imperial College Londons’s COVID-19 Response Team, wich models different strategies and outcomes, focusing in partcular on the UK and the US>>. (Jemima Kelly, Financial Times 17 marzo 2020)

[2] Neil M Ferguson, Daniel Laydon, Gemma Nedjati-Gilani, Natsuko Imai, Kylie Ainslie, Marc Baguelin, Sangeeta Bhatia, Adhiratha Boonyasiri, Zulma Cucunubá, Gina Cuomo-Dannenburg, Amy Dighe, Ilaria Dorigatti, Han Fu, Katy Gaythorpe, Will Green, Arran Hamlet, Wes Hinsley, Lucy C Okell, Sabine van Elsland, Hayley Thompson, Robert Verity, Erik Volz, Haowei Wang, Yuanrong Wang, Patrick GT Walker, Caroline Walters, Peter Winskill, Charles Whittaker, Christl A Donnelly, Steven Riley, Azra C Ghani.

[3] <<The global impact of COVID-19 has been profound, and the public health threat it represents is the most serious seen in a respiratory virus since the 1918 H1N1 influenza pandemic>>/<<L’impatto globale del COVID-19 è stato profondo e la minaccia per la salute pubblica che rappresenta è la più grave osservata in un virus respiratorio dalla pandemia da virus, H1N1 del 1918>> (Impact of non-pharmaceutical interventions (NPIs) to reduce COVID-19 mortality and healthcare demand, Sommario, pag.1 di 20).

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Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Autrice su Il Mondo di Pannunzio, design editoriale e co-founder Media Emporia.

I confini della politica tra storia, diritti e violenza

di ROBERTA FIDANZIA

Volume a cura di Roberta Fidanzia. Collana Voci della Politica. Centro Studi Femininum Ingenium. Volume 11

Postfazione

La società contemporanea e la declinazione di nuovi diritti, pone tutti noi di fronte a nuove – o antiche – domande, costituendo quel paradosso definito da alcuni studiosi ‘l’attualità dell’inattuale’. Davanti alle sfide della bioetica, delle biotecnologie, della nuova antropologia, ci si chiede dove si collochi il limite del diritto positivo. La legge naturale ha ancora senso nella contemporaneità tecnologica e tecnicizzata che ci circonda? L’umanità reca ancora intrinsecamente segnato il significato della vita? O meglio, riesce ancora a riconoscerlo? Oppure l’artificio regola ogni aspetto del nostro vivere? 

La questione fondamentale è – e resta – quella di comprendere il rapporto tra diritto naturale e diritto positivo, che definisce la codificazione del diritto costitutivo dell’essere umano e delle sue relazioni, con il limite preciso di non contraddizione del suo fondamento, pena il disconoscimento anche di se stesso.

Sergio Cotta, nel suo lavoro Il diritto come sistema di valori (1), afferma che il diritto non è eteronomo, ovvero non è un artificio esterno all’uomo che ne limita la libertà comportamentale. Il diritto è socionomo, ovvero radica il senso della propria esistenza all’interno delle esigenze propriamente umane. Pertanto, l’uomo necessita il riconoscimento e l’accoglienza dell’altro per completare il limite della finitezza che gli è proprio.

E dunque, una società che pone tra i diritti l’aborto senza se e senza ma, l’eutanasia anche di stato e il fine vita, non riconoscendo e accogliendo l’altro, può ancora definirsi ‘umana’? Cos’è l’umanità?

La chiarificazione circa la definizione di uomo e di cosa sia la persona è – e dev’essere – percepita come elemento intrinseco alla scienza sociale, poiché esso rappresenta la ricerca della conoscenza umana delle cose umane ed include come suo fondamento la conoscenza umana di ciò che costituisce l’umanità (2).

La modernità, pur avendo contribuito in modo decisivo ad assicurare ai diritti umani fondamentali una tutela giuridica, porta con sé la tendenza ad annientare la nozione di dignità umana, quando si fondano i diritti, e dunque le prerogative di ciascun uomo, sulla base di una determinata attualizzazione di caratteristiche umane e non sulla base del suo essere, ovvero della sua appartenenza, come scrive Robert Spaemann, alla specie Homo Sapiens (3).

Il tentativo di superare la normalità della conditio humana è da considerarsi un’utopia dall’esito nefasto, quanto inconsapevole, perché conduce alla distruzione di quella normalità che si chiama ‘vita’ (4).

Nell’attuale società viviamo circondati da fabbriche di morte, portatrici esclusivamente di messaggi di distruzione e di annientamento.

Ci si chiede, quindi, se la legge positiva possa entrare così a gamba tesa nel privato e nel personale di ogni individuo e di ogni nucleo familiare. Il caso di Charlie Gard, ha mostrato il potere penetrante ed invasivo della magistratura, del ‘terzo’ giudice. Il sistema britannico, infatti, impregnato di liberalismo di lockiana memoria, consente allo Stato di erigersi a giudice nel contenzioso fra le parti. Alla volontà genitoriale, espressione di una legge naturale che lo stato dovrebbe ri-conoscere in quanto pre-esistente ad esso, si oppone una volontà statuale e giudiziaria che si autoproclama arbitro della scelta di vivere e di morire del soggetto debole, optando sempre più frequentemente per la seconda opzione e facendosi portatore di distruzione, di eliminazione arrivando, appunto, a negare, come in questo caso, la naturalmente diretta potestà genitoriale. Il terzo-giudice, lo Stato, di fatto, emana una condanna a morte, dichiarando che il ‘best interest’ del soggetto debole, del bambino nello specifico, è quello di morire. Motivando la decisione con deboli appigli giuridici, facendo leva sulla sensazionalità dei casi e sulla pseudo-compassione che vorrebbe convincerci che la morte è la scelta migliore rispetto ad una vita considerata non dignitosa.

Ma ci si chiede: lo Stato può davvero avere questo potere così capillarmente diffuso da limitare, di fatto, la libertà di scelta del singolo soggetto e del singolo nucleo familiare? Può stabilire in senso oggettivo quale sia una vita dignitosa? E, di fondo, cosa definisce la dignità di una persona? L’attuale visione della società, capitalistica e consumistica, ci ha abituati a misurare il valore delle persone attraverso la produttività. Se una persona produce – e di conseguenza consuma – è degna di considerazione da parte della società, se una persona produce meno viene considerata un peso, un problema. In una società così formulata – ovvero in senso utilitarista – viene messa a repentaglio la dignità della persona in quanto tale.

“L’«abolizione dell’uomo» (così come di tutte le culture tradizionali), oggi minacciata dalla universalizzazione dell’oggettivazione scientifica del mondo e dalla sua organizzazione razionale-strumentale, il cui paradosso essenziale sta proprio nello scambiare i mezzi per i fini, mettendo in pericolo la stessa idea di dignità umana (ancor prima che quella di diritti umani), può essere contrastata soltanto riscoprendo un principio di trascendenza e il senso dell’assoluto: senza tuttavia dimenticare che: «la presenza dell’idea dell’assoluto in una società è una condizione necessaria, ma non sufficiente, del fatto che l’incondizionatezza della dignità venga attribuita a quella rappresentazione dell’assoluto che l’uomo stesso costituisce. Per questo occorrono ulteriori condizioni, e, tra queste, una codificazione giuridica. La civilizzazione scientifica – in ragione della minaccia immanente che essa costituisce a se stessa – ha bisogno di una tale codificazione, più di ogni altra»” (5). 

Spaemann  si chiedeva se la definizione tassonomica e biologica di essere umano fosse sufficiente a disegnare la cornice in cui ricomprendere la sua dignità, che non è una qualità biologica dell’uomo, ma ne è il suo fondamento dell’uomo e spiega l’esistenza di diritti e doveri, della libertà e della responsabilità. La dignità ha in sé qualcosa di trascendente, di sacro, di religioso. Solo rappresentando l’Assoluto, l’essere umano possiede ciò che chiamiamo ‘dignità’ (6).

La nozione della ‘persona umana’, infatti, autentica idea portante della cultura occidentale, è oggi messa in discussione da un approccio utilitaristico che vorrebbe ridurre i comportamenti degli esseri umani al funzionamento del sistema nervoso centrale ed alla funzione socialmente utile degli stessi.

Si aprono scenari inquietanti che conducono alla riflessione sul valore riconosciuto alla vita umana nella società occidentale, valore che attualmente sta subendo colpi su colpi, ad uso e consumo di una società tarata sul modello utilitarista, che sta producendo uno svuotamento di senso e di significato dell’intera esistenza. Basti pensare, appunto, al ‘diritto di morire’ (suicidio assistito) e al ‘diritto di uccidere’ (aborto ed eutanasia).

Il ruolo della politica, dunque, nel suo vero senso del termine, è quello di riscoprire il senso della polis, ovvero della comunità, costruendone l’ordinamento che dev’essere volto al bene comune, il quale è necessariamente comprensivo del bene individuale, personale, di ogni soggetto che costituisce la comunità stessa. 

L’errore dei sistemi perfettistici sta nel fatto che presumono di programmare tutta la vita della comunità socio-politica in ogni particolare, escludendo anche che nel futuro programmato qualcuno possa compiere dei passi falsi, allontanandosi dalle scelte progettate per raggiungere infallibilmente gli scopi prefissati.

Come scrive Mario Palmaro, “C’è un tragico processo che le leggi ingiuste innescano nella società e nella testa della gente […]: digerire, assimilare, assorbire poco alla volta l’ingiustizia, in un primo tempo dicendo che sì, è una cosa sbagliata, ma che ormai non c’è più possibilità di eliminarla; dopo qualche anno il giudizio politico – ‘Non abbiamo la forza per eliminare quella legge’ – si trasforma in un giudizio morale e filosofico-giuridico: ‘Quella legge tutto sommato non è poi così cattiva, anzi è buona” (7).

È il rovesciamento del paradigma, che avviene quasi del tutto indisturbato. “Se il diritto positivo non si proponesse di rendere possibile la convivenza attraverso un’equa ripartizione dei beni e dei diritti, allora verrebbe meno la sua ragion d’essere. Un diritto che non mira alla pace, alla coesistenza, alla sicurezza sociale è come un’arte medica che non si propone di guarire l’ammalato ma di sopprimerlo. In tal caso gli uomini non avrebbero alcun motivo per obbedire al diritto positivo, anzi avrebbero ben fondati motivi per disobbedire” (8).

La sfida attuale, dunque, è quella di misurarsi con il mutamento della società occidentale, con gli esiti di questa deriva utilitaristica: l’abolizione dell’uomo, la sua spersonalizzazione a mero funzionario di una grande macchina, di un gigantesco ingranaggio, esiti che testi come quelli L’operaio di Ernst Junger e l’Ulisse di James Joyce, o pellicole come Tempi moderni di Charlie Chaplin – per citarne solo alcuni –, hanno intuito ed evidenziato da tempo.

Note

1 Cfr. S. Cotta, Il diritto come sistema di valori, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004

2  Cfr. L. Strauss, Scienza Sociale e umanesimo, a cura di L. Gattamorta, in «Ideazione», 1, 2004, pp. 198-208

3  Cfr. L. Allodi, La trascendenza, «luogo» dell’umano, in Persone. Sulla differenza tra “qualcosa” e “qualcuno”, a cura di L. Allodi, Laterza, Roma-Bari 2005, p. XI.

4  Cfr. Ivi, p. XIII

5  Cfr. Ivi, p. XV.

6  Cfr. R. Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, ed. Lindau, Torino 2018

7  M. Palmaro, Aborto & 194 – Fenomenologia di una legge ingiusta, SugarCo, Milano 2008, pp. 57-58

8  F. Viola, I diritti umani alla prova del diritto naturale, in «Persona y Derecho» 23 (2), 1990, pp. 101-128.

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Roberta Fidanzia, è Dottore di Ricerca in Storia delle dottrine politiche e Filosofia politica presso l’Università Sapienza di Roma, ove ha collaborato per anni svolgendo anche attività di ricerca e docenza. È Diplomata in Storia e Storiografia multimediale, Università Roma Tre.  È Direttore di Storiadelmondo, Direttore editoriale di Femininum Ingenium. Collana di Studi sul genio femminile, co-Direttore della Collana Voci della Politica e co-Direttore di Christianitas.  E’ Presidente del Centro Studi Femininum Ingenium.

DL Covid. Superamento dell’ordine democratico?

Lo stato di emergenza è prorogato fino al 31 luglio 2021.

Sulla gradualità dei provvedimenti e sul concetto di “emergenza“:

Imperial College Report. Era tutto deciso fin dall’inizio?

Sul prolungamento dell’emergenza:

Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n.14

Sulla normativa vigente in fatto di coronavirus, dai DPCM aL Dl:

Coronavirus, la normativa vigente

Il 20 aprile il Consiglio dei Ministri ha dunque approvato il Dl. Che prevede:

  • la reintroduzione delle zone gialle dal 26 aprile 2021
  • riapertura dei ristoranti anche a cena MA le attività di ristorazione consentite sono limitate a quelle all’aperto. Rimane il coprifuoco alle 22.00
  • Fino a fine anno scolastico, il ritorno a scuola e nelle Università è garantito in presenza dal 50% al 75% degli studenti. In zona arancione dal 70% al 100%. Nelle zone rosse si raccomanda di favorire gli studenti del primo anno
  • Riaprono cinema, teatri, sale concerti, live club, con posti a sedere distanziati e capienza del 50% per non più di 500 spettatori al chiuso e 1000 all’aperto
  • Dal 1 giugno aperte manifestazioni sportive di livello agonistico di interesse nazionale, capienza al 25% e non superiore a 1000 spettatori all’aperto e 500 al chiuso
  • Consentite attività palestre all’aperto, anche attività di contatto. Dal 1 giugno in zona gialla riapertura palestre,
  • Dal 15 giugno n zona gialla riapertura fiere, dal 1 luglio apertura convegni e congressi
  • Può ottenere il certificato verde:
    • chi ha completato ciclo di vaccinazioni. Il certificato ha validità di sei mesi e deve indicare le somministrazioni avvenute rispetto a quelle prescritte.
    • Chi è guarito – in ospedali o con cure domiciliari seguite da medico che  attesti la guarigione – , con durata di validità sei mesi.
    • Chi effettua test molecolare o test rapido con esito negativo, ha validità di 48 ore dalla data del test
  • Solo chi è munito di certificato verde può dunque spostarsi da una Regione a un’altra se si tratta di zone a statuto – detto colore -diverso. Dal 26 aprile fino al 15 giugno, in zona arancione, è possibile andare a trovare amici o parenti in una abitazione privata diversa dalla propria in quattro persone al posto di due. Il decreto limita le visite in casa anche in zona gialla.

Il certificato verde è rilasciato in formato cartaceo o digitale.

Su quali basi scientifiche il Governo decide che in un cinema/teatro/live club si possa stare in cinquecento e in un’aula scolastica o universitaria non si possa raggiungere numeri ben minori?

Lo Stato legifera sul contatto personale, sulle attività e i contatti personali all’interno delle abitazioni private. È lecito sottolineare come la norma introdotta, possa essere precedente ideologico per un superamento del concetto di proprietà privata? Ed è lecito confrontare queste decisioni con la consuetudine nei regimi dittatoriali e totalitari?

“L’Art. 3 della bozza del nuovo decreto-legge riporta: «Dal 1° maggio al 15 giugno 2021, nella zona gialla e, in ambito comunale, nella zona arancione, è consentito lo spostamento verso una sola abitazione privata abitata, una volta al giorno, nel rispetto dei limiti orari agli spostamenti di cui ai provvedimenti adottati in attuazione dell’articolo 2, comma 1, del decreto-legge n. 19 del 2020, e nel limite di quattro persone ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi, oltre ai minorenni sui quali tali persone esercitino la responsabilità genitoriale e alle persone con disabilità o non autosufficienti conviventi. Lo spostamento di cui al presente comma non è consentito nei territori nei quali si applicano le misure stabilite per la zona rossa».In sostanza, rispettando il coprifuoco che, salvo novità dell’ultima ora, resterà fissato tra le 22 e le 5 del giorno dopo, la visita a casa è vietata in area rossa, ammessa nel proprio Comune a un massimo di 4 persone (prima erano 2) se si è in zona arancione, mentre è possibile effettuarla in tutta l’area gialla, quindi anche in Regioni diverse purché gialle, sempre però una sola volta al giorno e spostandosi al massimo in 4 persone” Veronasera  20 aprile 2021FONTE

Su quali basi costituzionali il Governo discrimina i cittadini su un punto fondamentale come il diritto al lavoro, alla realizzazione personale, allo stato di necessità – sopravvivenza, mantenimento del nucleo familiare, evitare il pignoramento di beni, scongiurare la sottrazione dei minori a famiglie senza più reddito -, decretando che solo alcuni lavoratori/piccoli imprenditori possono riacquisire, parzialmente, i propri diritti ed altri no?

Lo Stato italiano vieta, di fatto, la libera iniziativa?

Lo Stato italiano viene, di fatto, ridisegnato con una geografia delle microaree e microregioni?

Tutti i diritti di libera circolazione sono sospesi, trasformando il cittadino di fatto, in straniero nella propria terra? Ideologicamente parlando, si ravvisa persino il superamento dello Ius soli e dello Ius Sangunis, una sorta di trasformazione dello stato di cittadino in stato di suddito.

Il diritto allo spostamento diventa oggetto di discriminazione.

Il malato, anzi il sano, è discriminato – con equiparazione tra stato di “positivo” a stato di “malato”-. Il cittadino è libero di circolare solo se in grado di dimostrare il proprio stato di salute. Il corpo sano diventa automaticamente e ideologicamente oggetto di reato? Il corpo sano, non certificato, diventa fuori legge. Con pericolose premesse ideologiche a futura legislazione.

I permessi del certificato verde hanno validità semestrale. [1]

Il cittadino viene a perdere ogni autorità sul proprio stesso corpo, con decadimento del principio dell’Habeas Corpus su cui si fondò il Diritto moderno inglese e che portò al definitivo superamento e abolizione della schiavitù in Europa. In Italia il diritto alla libertà personale fu inizialmente sancito dall’art.35 della Costituzione del Regno di Sicilia del 1812 e dall’articolo 26 dello Statuto Albertino del 1848, fu ripreso dagli articoli 13, 24 e 25 della Costituzione del 1948 dopo che era stato abolito durante il Fascismo.

Il permesso di spostamento legato al tampone che attesti la negatività al virus ha validità di 48 ore ed è legato ai costi e ai tempi di realizzazione. Questo aspetto logistico ed economico, non limita pesantemente o esclude, di fatto, la circolazione persino ai negativi? Come mai non sono presi in considerazione i sierologici che attestino l’immunizzazione al virus?

Su quali basi scientifiche si concede la libera circolazione ai vaccinati, quando gli stessi produttori, venditori e sostenitori di vaccini e la letteratura scientifica dimostrano che il vaccinato può comunque contagiare?

Covid Francia, il Consiglio di Stato respinge  viaggi alle persone vaccinate: “portatori di virus”

NOTE

[1 Sulla certificazione verde, stralci del Decreto:

A) <<Certificazioni verdi. Il decreto prevede l’introduzione, sul territorio nazionale, delle cosiddette “certificazioni verdi Covid-19”, comprovanti lo stato di avvenuta vaccinazione contro il SARS-CoV-2 o la guarigione dall’infezione o l’effettuazione di un test molecolare o antigenico rapido con risultato negativo. Le certificazioni di vaccinazione e quelle di avvenuta guarigione avranno una validità di sei mesi, quella relativa al test risultato negativo sarà valida per 48 ore. Le certificazioni rilasciate negli Stati membri dell’Unione europea sono riconosciute come equivalenti, così come quelle rilasciate in uno Stato terzo a seguito di una vaccinazione riconosciuta nell’Unione Europea>>. Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n.14, del 21 aprile 2021

B) Le certificazioni verdi o green pass. Nella bozza all’Art. 2 si legge che «gli spostamenti in entrata e in uscita dai territori delle Regioni e delle Province autonome collocati in zona arancione o rossa sono consentiti ai soggetti muniti delle certificazioni verdi di cui all’articolo 10». 

Nell’Art. 10 viene quindi spiegato che le certificazioni verdi «sono rilasciate al fine di attestare una delle seguenti condizioni>>:

  • a) avvenuta vaccinazione anti-Sars-CoV-2, al termine del prescritto ciclo.
  • b) avvenuta guarigione da Covid-19, con contestuale cessazione dell’isolamento prescritto in seguito ad infezione da Sars-CoV-2, disposta in ottemperanza ai criteri stabiliti con le circolari del Ministero della salute.
  • c) effettuazione di test antigenico rapido o molecolare con esito negativo al virus Sars-CoV-2».

La validità della certificazione verde per quel che riguarda l’avvenuta vaccinazione oppure l’avvenuta guarigione avrà una durata di sei mesi, mentre in relazione al terzo caso, cioè l’effettuazione di un test rapido o molecolare la validità è di 48 ore. Da Veronasera del 20 aprile 2021  

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Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Autrice su Il Mondo di Pannunzio, design editoriale e co-founder Media Emporia.

Perché il governo ignora le cure?

Di ALBERTO CONTRI

Le grandi tensioni che gravano sulle riaperture sia nel governo che nella piazza, traggono la loro origine da una equazione che sembra basata su una logica inoppugnabile: non si deve riaprire finché il numero dei contagiati, dei ricoveri, delle terapie intensive e dei decessi non scende, e finché non sale significativamente il numero dei vaccinati.

Per un anno le Istituzioni della Salute hanno ripetuto questo mantra, dando ai medici di base una sola indicazione, “tachipirina e vigile attesa“: che ora si scopre essere esattamente quello che non si deve fare.

A dirlo non è qualche folkloristico medico isolato, ma il prof. Giuseppe Remuzzi, Direttore Scientifico dell’Istituto Mario Negri, che propone inoltre, per curare il Covid-19,  un precoce intervento nei primi tre giorni dell’infezione a base di farmaci di uso assai comune e di costo molto basso.

Lasciati soli con l’unica indicazione di “tachipirina e vigile attesa” (secondo il prof. Remuzzi il paracetamolo è solo un antifebbrile che può favorire invece l’infiammazione) un numero sempre crescente di medici di base si è inoltre organizzato in reti come quella di IppocrateOrg in cui vengono scambiate indicazioni di cure efficaci con farmaci di impiego tradizionale sperimentati sul campo, e pure di integratori specifici per il rafforzamento del sistema immunitario. Su questo sito è inoltre possibile pubblicare richieste di aiuto in caso di latitanza del proprio medico, richieste che vengono evase da medici volontari.

Da queste colonne  il prof. Luigi Cavannaprimario oncoematologo di Piacenza, pioniere delle cure precoci a domicilio, a cui nei giorni del primo lockdown il Time ha dedicato una copertina, ha messo il dito nella piaga: “La maggior parte dei colleghi che sono nel comitato tecnico scientifico e nelle altre istituzioni di indirizzo hanno un’estrazione ospedaliera. L’ospedale non copre l’intera realtà della malattia, anzi in un certo senso la distorce, perché la schiaccia dentro la sua gravità. Chi segue il paziente oltre l’ospedale e lo prende in carico prima, durante e dopo il ricovero, sa che la sfida alla malattia si combatte in tempi e con strumenti diversi. La sfida al Covid è anzitutto un’impresa del tempismo: curare presto e a casa per evitare che il malato si aggravi e che il suo aggravarsi impatti sul sistema sanitario, indebolendolo”.

Il fondatore di IppocrateOrg, il dr. Mario Rango, nell’introduzione al suo manuale Guarire il Covid19 a casa afferma: “Le persone vengono lasciate sole, atterrite dalla paura. Muoiono perché non ricevono le cure che esistono e che sono sempre esistite. È adesso che va fatto il possibile. È adesso che vanno aiutate. È adesso che vanno salvate. Non si può aspettare ancora. Il Covid19 è una malattia di cui non si muore se curata adeguatamente entro i primi 3-4 giorni dalla manifestazione dei sintomi”. 

A supporto di questa affermazione c’è un dato assai significativo: finora sono stati curati a domicilio con successo, dai medici aderenti al network, oltre 13.000 pazienti. Con soli cinque insuccessi perché presi in ritardo e con gravi patologie pregresse.

Mentre il mantra delle Istituzioni della Salute (come se le molte centinaia di coscienziosi medici sul territorio fossero tutti degli improvvisati impostori) ripete a pappagallo che sulle terapie domiciliari non ci sono ancora studi “rigorosi” pubblicati su riviste di prestigio. Francamente è una obiezione perlomeno curiosa, che non pochi giudicano viziata dall’influenza sulla comunità scientifica della lobby interessata a indicare i vaccini come unica via d’uscita.

Domandiamoci allora perché, vista l’emergenza della pandemia, sono stati autorizzati di gran corsa dei vaccini creati in meno di un anno quando ce ne sono sempre voluti almeno dieci o quindici?

È sotto gli occhi di tutti quello che sta accadendo con la scoperta di imprevisti effetti collaterali molto gravi, certamente molto limitati di numero; ma intanto alcuni vaccini già approvati vengono messi all’indice in alcuni paesi, il che dimostra che sono stati perlomeno accelerati dei passaggi. Infatti, se si vanno a compulsare ad esempio i documenti ufficiali come il Risk Management Plan del vaccino di AstraZeneca, si legge: “Impatto rischio-beneficio: Data la natura accelerata del programma di sviluppo clinico, la comprensione del profilo di sicurezza a lungo termine dell’AZD1222 è attualmente limitata. Sebbene non vi siano al momento prove per sospettare un profilo di sicurezza avverso a lungo termine data la scarsità di dati, la possibilità non può essere esclusa.

Un altro mantra con cui vengono saturate le orecchie dei cittadini è che i vantaggi superano i rischi, e che i vaccini eviteranno migliaia di morti. Ma potrebbe non essere così vero: la Reuters ha appena reso noto uno studio dell’Università di Tel Aviv, secondo il quale il vaccino Pfizer si rivela poco efficace contro la variante sudafricana. La tv pubblica giapponese ha reso noto che la variante locale, denominata E484K, sta risultando altrettanto resistente. Ancora più preoccupante lo studio appena pubblicato sul British Medical Journal, in cui secondo l’Imperial College e la London School of Hygiene and Tropical Medicine, “in seguito all’allentamento delle regole di distanziamento sociale, è altamente probabile una ulteriore recrudescenza di ricoveri e di decessi, anche a causa di una riduzione dell’efficacia del vaccino”.

Come si vede, il problema non è solo italiano: con una testardaggine degna di miglior causa, la cosiddetta scienza ufficiale continua ad occuparsi solo di vaccini, ignorando del tutto la via d’uscita delle terapie domiciliari, che alla fine, si stanno dimostrando più efficaci e assai meno costose in termini sia sociali che economici.

Non resta che fare un appello accorato al Governo e alle autorità sanitarie perché prendano atto del sapere medico che si è diffuso con successo sul territorio, e invitino tutti i medici di base a seguire l’esempio dei loro colleghi più coscienziosi. Perché il rischio che il Governo si prende sia veramente ragionato, come ha detto il presidente Draghi, non c’è alcuna ragione al mondo per non affiancare alla vaccinazione un pressante invito ai medici di base ad intervenire con la necessaria rapidità e con gli indirizzi terapeutici la cui efficacia è oramai confermata da una prassi terapeutica sempre più diffusa.

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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

I responsabili, Giovanna

Di ALBERTO CONTRI

Durante una recente puntata di Tg3-Linea Notte, Giovanna Botteri è sbottata con insolita veemenza, invocando una sorta di Norimberga per i responsabili dei “500 morti quotidiani a causa del Covid 19”, alludendo ai responsabili dei ritardi nella vaccinazione. Convinta, come tutto il Governo, in primis il Ministro Speranza, che il vaccino sia l’unica arma contro il virus.

Ascoltando il dibattito alla Camera dopo le più che prevedibili manifestazioni contro gli effetti del lockdown, si sentiva ripetere un solo mantra: l’urgenza di accelerare la vaccinazione per poter tornare alla normalità.

Tutti, Governo e Parlamento, sono in preda al fattore CT: quello che fa affrontare i problemi dalla coda invece che dalla testa. Si dà per scontato che la chiusura di ogni attività e la vaccinazione siano l’unico modo per non mandare la gente all’ospedale.

Ebbene, con molta fatica ma con sempre maggiore evidenza sta emergendo un’altra verità: non esiste un’unica arma contro il Covid 19, ma esiste – anzi esisteva fin dall’inizio della pandemia – una cura a domicilio che praticata entro i primi tre giorni dalla manifestazione dei primi sintomi evita con assai alte percentuali di successo il ricovero in ospedale e in terapia intensiva (quando ci vai, spesso è già troppo tardi). È a base di farmaci di uso assai comune (aspirina, antinfiammatorio, antibiotico, eparina e pure la tanto vituperata idrossiclorochina).

È più che necessario quindi farsi alcune domande.

Come mai gli organismi internazionali e nazionali hanno stabilito immediatamente che l’unica arma utile sarebbe stato un vaccino?

Come mai in Italia il Ministero della Sanità ha diffuso un protocollo che prescriveva come indicazione primaria, “paracetamolo e vigile attesa di diversi giorni”, giungendo pure a vietare l’uso dell’idrossiclorochina?

Quel protocollo oggi è smentito da una assai ampia casistica riportata da una rete sempre più ampia di medici di base e finalmente anche da una istituzione autorevole come l’Istituto Mario Negri, che inoltre sconsiglia vivamente il paracetamolo, ritenuto in grado di favorire l’infiammazione. Il Prof. Remuzzi, direttore scientifico dell’Istituto, sostiene poi (insieme a John P. Joannidis, Stanford University che i lockdown sono soltanto dannosi e che si può fare meglio con molto meno.

Come riferisce la giornalista specializzata Serena Romano nel suo Diario della pandemia lo studio che condannava l’idrossiclorochina, pubblicato su Lancet, è stato poi ritirato perché considerato inaffidabile (riferiva infatti di problemi causati da dosi molte volte superiori a quelle normalmente somministrate!).

Ma il problema vero non è l’idrossiclorochina: lo è una ostinazione degna di miglior causa nel chiudere le attività di ogni genere a causa dell’alto numero di contagi, ricoveri, saturazione delle terapie intensive, decessi. Numeri che sarebbero molto più bassi se i medici di base applicassero il protocollo del Mario Negri (naturalmente con la prontezza e sollecitudine consigliate) e quelli, analoghi delle diverse reti di medici che si stanno connettendo tra loro in numero sempre maggiore.

L’Aifa e illustri clinici obiettano che non ci sono ancora studi sufficienti in merito, ma francamente è una obiezione perlomeno curiosa, che non pochi giudicano viziata dall’influenza sulla comunità scientifica della lobby di Big Pharma. Perché, vista l’emergenza della pandemia, sono stati autorizzati dei vaccini creati in pochi mesi, quando per ammissione del presidente della Pfizer, il tempo minimo necessario è di almeno quattro anni? In molti affermano che ce ne vogliono almeno dieci.

Il Premio Nobel Montagnier, subito aggredito dalla solita lobby, ha dichiarato che degli effetti a lungo termine dei nuovi vaccini non si sa assolutamente nulla, mentre è pure ipotizzabile che il loro meccanismo di azione potrebbe far sviluppare dei tumori. Eppure sono stati approvati e presentati come l’unica arma possibile contro il Covid 19. Sono sotto gli occhi di tutti gli effetti collaterali anche mortali provocati dal vaccino di AstraZeneca, ora addirittura sospeso in alcuni paesi o vietato agli under 55. La scienza ufficiale sostiene che si tratta di casi rarissimi e che i benefici superano comunque i rischi.

Dato che esistono dei metodi di cura sempre più sperimentati sul campo, perché le Istituzioni della Sanità preferiscono far correre ai cittadini dei rischi a breve e a lungo termine invece di prendere anche in considerazione l’impiego di cure che hanno dimostrato di avere una percentuale di successo superiore a quella dell’efficacia dichiarata dei vaccini? L’elenco delle reti di medici di base che applicano queste cure è molto lungo, non siamo quindi di fronte ad un solitario Di Bella, ma ad un sapere medico diffuso che la scienza ufficiale si ostina ad osteggiare. Qual è il motivo?

C’è poi un altro interrogativo che inquieta non poco.

Come mai sia i media mainstream che i social network considerano complottista chiunque osi sollevare qualche dubbio sui vaccini, o condivida video e articoli di scienziati che hanno un H-index di svariate volte più alto di quello dei membri del Cts e dei virologi nostrani più gettonati?

È inaccettabile, ad esempio, che Facebook si arroghi il diritto di cancellare post sui vaccini, o di accompagnarli con l’invito a consultare una pagina e un sito che smentisce le fake news ad opera di debunker “indipendenti” che, ad esempio, sbertucciano il dr. Vanden Bossche, (già coordinatore del programma Ebola della Bill Gates Foundation) perché prima di prendersi un dottorato in virologia si era laureato in veterinaria. Perché non dice lo stesso allora di Ilaria Capua, anche lei veterinaria, che inoltre non ha la stessa esperienza sul campo di Vanden Bossche?

Dando poi un’occhiata alla voce about del sito in questione, Lead Stories, si scopre che vive dei grant di Facebook, Google, oltre che di un paio di due note società che ottimizzano la pubblicità digitale (MGID inc. e ADsupply).  Ce n’è abbastanza per dire: Honni soit qui mal y pense

Meglio lasciar perdere poi i dubbi sulle origini del virus, vista la sceneggiata delle ispezioni a Wuhan i cui risultati non sono stati digeriti nemmeno dal direttore dell’OMS, notoriamente filo-cinese.  Meglio lasciar perdere i dubbi avanzati da autorevoli ricercatori sulla possibile sintesi in laboratorio del virus, e anche quelli di una sua eventuale diffusione dolosa. Meglio lasciar perdere gli intrecci tra il più ricco Fondo di Investimento del mondo (Black Rock) e le aziende produttrici di vaccini, anche se riportati Il Sole 24 Ore. Possiamo lasciar perdere tutto, nel momento di una grande emergenza, per non essere arruolati tra i pericolosi no-vax.

Ma non possiamo accettare che il Governo affronti il problema della pandemia dalla coda invece che dalla testa, procedendo nella sistematica distruzione dell’economia del paese “finché i numeri dei ricoveri e dei morti non diminuirà”, numeri che potrebbero essere molto ma molto più bassi se, insieme alla vaccinazione, si consigliassero le cure che hanno dimostrato sul campo di guarire i pazienti a casa. L’emergenza impedisce di validarle con studi di lungo periodo: ma è proprio quello che è stato fatto per i vaccini. Perché allora due pesi e due misure?

Giovanna Botteri adesso sa chi sono i responsabili: coloro che hanno ostinatamente ignorato le opportunità delle cure domiciliari precoci, e hanno diffuso protocolli sbagliati, consigliando addirittura un farmaco dannoso. E sulla base del fattore CT hanno affollato gli ospedali e le terapie intensive, mandando inoltre in rovina l’Italia.

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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Nagorno Parabakh, Fernand Braudel e il venditore di bibite

di ALBERTO CONTRI

In una regione dal nome finora sconosciuto ai più, sta scoccando una scintilla in grado di far esplodere l’attuale sistema di alleanze internazionali.

La Russia sostiene la causa degli Armeni, mentre la Turchia – membro della Nato – ma protetta dalla Russia, sostiene quella degli Azeri.

La Russia sostiene la causa degli Armeni, mentre la Turchia – membro della Nato – ma protetta dalla Russia, sostiene quella degli Azeri.

Sostenere è un eufemismo, perché in realtà si stanno mitragliando e bombardando di santa ragione.

La situazione è delicata perché la Russia non può abbandonare al suo destino il Caucaso del sud, mentre l’Europa non può tollerare un simile conflitto ai suoi confini. Inoltre, cito fonti affidabili, l’America intenderebbe mollare quanto prima la Turchia al suo destino (Erdogan troppo inaffidabile) provocando con questa mossa assai significativi spostamenti sulla scacchiera geopolitica.

Spostamenti che assegnano all’Italia quel ruolo chiave che il grande storico Fernand Braudel ha descritto in una serie di libri semplicemente memorabili.

Spostamenti che assegnano all’Italia quel ruolo chiave che il grande storico Fernand Braudel ha descritto in una serie di libri semplicemente memorabili.

Con la riduzione della Turchia ai minimi termini, l’Italia diventerebbe il nuovo muro di Berlino tra Europa, Asia e Africa, continente in cui i cinesi si stanno espandendo con tenace sistematicità. Agli Americani questo stato di cose non sta affatto bene, motivo per cui sono molto interessati a presidiare un Paese sempre più chiave come il nostro, che si affaccia sull’Africa, e presto prenderà il posto della Turchia. Dal canto loro i Cinesi non stanno perdendo tempo nel conquistare porti italiani e strutture di grande importanza logistica per accedere all’Europa.

In una situazione storicamente favorevole come questa, un Governo degno di questo nome, invece di andare in giro con il cappello in mano accontentandosi delle photo opportunity, potrebbe sfruttare la situazione per trasformare l’Italia nella Svizzera del Mediterraneo.

È altresì noto che i Francesi stiano tentando di consolidare sempre di più la loro presenza nel Bel Paese, acquisendo il controllo di imprese di grande importanza strategica (v. comunicazione e distribuzione) e anche militare.

In una situazione storicamente favorevole come questa, un Governo degno di questo nome, invece di andare in giro con il cappello in mano accontentandosi delle photo opportunity, potrebbe sfruttare la situazione per trasformare l’Italia nella Svizzera del Mediterraneo.

Ma ci vorrebbero dei leader veri, dei diplomatici tosti, mentre noi abbiamo ominicchi intenti a baloccarsi con giocattolini, come la piattaforma Rousseau o smaniosi di andare a pavoneggiarsi e a strillare nei talk show televisivi.

se gli uomini di governo non stanno bene, quelli dell’opposizione non stanno affatto meglio.

In un contesto nel genere, come possiamo accettare che il Ministro degli Esteri abbia la statura e le competenze di un venditore di bibite (con tutto il rispetto per questo umile e utile lavoro)? Natura non facit saltus: né per i venditori di bibite, né per qualunque altro essere inadeguato esiste la grazia di stato. Se non hai studiato e non hai esperienze specifiche e ben sedimentate, come potrai tenere botta in mezzo al tiro incrociato dei potenti del mondo, cercando inoltre di avvantaggiare il tuo Paese grazie ad una occasione storica?

Purtroppo è pure chiaro che se gli uomini di governo non stanno bene, quelli dell’opposizione non stanno affatto meglio. E così, un popolo che è stato capace di creare l’Impero Romano, finirà per svolgere lavoretti residuali per i nuovi occupanti “dagli atri muscosi, dai fori cadenti, dai solchi bagnati di servo sudor”.

Che fare? Arrendersi definitivamente?

Mai.

Non resta che ricominciare dai valori e dalle qualità che in molte parti del paese si sanno ancora esprimere, e soprattutto resistere ad un degrado che ha pure del tragicomico, dato che a menare la danza ci sono pure dei giullari.

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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Alla ricerca delle ragioni ideali

di VINCENZO SPAZIANTE

Gli ultimi trent’anni di storia italiana si chiudono con un bilancio ampiamente insoddisfacente dello stato di salute del Paese nelle sue diverse e interrelate dimensioni.

Dell’Italia che esce da questo periodo si possono comporre i più diversi ritratti, ma quale che sia l’angolazione visiva prescelta la sensazione amara che invariabilmente se ne ricava è che l’oggi, e il domani, dopo tante occasioni perdute, tanta insipienza decostruttiva, tanto pressappochismo miope, presentino una galleria di problemi aggravati, di opzioni ormai precluse, di soluzioni di difficile progettazione e ancor più difficile attuazione.

La logica della spartizione

Il percorso di costruzione delle culture e delle scelte politiche che riguardano la collettività, le sue modalità di vita, di convivenza e di sviluppo, i modi del suo trasformarsi, del suo mutare organizzazione ed assetti, si è fortemente indebolito. L’intervento sui problemi e i nodi di oggi non si cala nella traccia di percorsi futuri condivisibili di più ampio ed ambizioso respiro, ma è ormai ridotto ad una passiva e opportunistica accettazione dello stato dell’arte, delle regole su cui si fonda e dei condizionamenti e vincoli di ogni natura che ne derivano, non di rado individuati insieme ed insieme confusi, a mo’ di giustificazione, con l’elastica ed eterogenea categoria degli effetti della globalizzazione. Ciò che resta alla politica nazionale sembra essere vissuto con la sola logica della spartizione di quanto rimane a disposizione, di ciò che la globalizzazione non ha sottratto. Ovvio che un tale orientamento sembri terreno privilegiato più per la disputa tra gruppi e fazioni che per il confronto tra progetti politici diversi.

Ciò che resta alla politica nazionale sembra essere vissuto con la sola logica della spartizione di quanto rimane a disposizione, di ciò che la globalizzazione non ha sottratto

I processi decisionali all’interno dell’azione pubblica si adeguano, su tutti i fronti, a questa versione di basso profilo della politica. La legge, qualsiasi legge, rischia ogni volta di essere l’affermazione di un principio astratto di autorità, più che la ricerca di soluzioni efficienti: quando non diventi anch’esso, in una sorta di contrappasso altrettanto frustrante, strumento banale di risposta a situazioni contingenti, una sorta di pronto soccorso per ottenere effetti immediati e autoripaganti a prescindere dalle conseguenze che le prime cure avranno in futuro sul decorso della malattia.

Se il processo decisionale pare sbloccarsi solo di fronte a situazioni straordinarie o a scadenze non rinviabili, in qualche modo obbligatorie, senza che si percepisca il respiro organico di una qualche dimensione progettuale, pare evidente che, tra le conseguenze, si registri anche una diminuita attenzione per la qualità delle istruttorie, degli approfondimenti, dell’analisi critica e autocritica.

La politica sembra cercare la propria ragion d’essere su altri piani, intensificando la frequentazione delle sue proprie dimensioni simboliche, di immagine, comunicative, e ricercando la conferma di identità dei protagonisti su piani sempre più astratti e virtuali.

La scomparsa dalla scena delle ideologie contrapposte, sostituite dalle infinite declinazioni possibili dell’unica rimasta in scena per tutti

Su questi come su altri terreni la forza cogente della realtà non offre ancore, approdi e riferimenti concreti, non dà modo di scorgere i propri limiti: la conseguenza è un aumento vertiginoso delle forme di affermazione dell’identità a scapito di tutte le altre dimensioni dell’agire politico. La scomparsa dalla scena delle ideologie contrapposte, sostituite dalle infinite declinazioni possibili dell’unica rimasta in scena per tutti, sembra obbligare ad una sorta di continuo ripiegamento su di sé degli schieramenti, dei partiti, delle coalizioni, ad un ritorno a criteri che parevano superati di continua ridefinizione dei confini tra amico e nemico, ad un perenne ricorso alle categorie dell’appartenenza a priori, che prescinde da ogni valutazione sulla validità di qualsiasi proposta, spesso data per scontata, talora rinviata, e mai comunque sviluppata fino al fondo delle sue conseguenze e dei suoi effetti.

La scomparsa dalla scena delle ideologie contrapposte, sostituite dalle infinite declinazioni possibili dell’unica rimasta in scena per tutti

La conoscenza lascia abbondante spazio alla percezione, il programma alla capacità di suscitare emozioni, la coerenza alla resa televisiva, la competenza alla ricerca del consenso, in un percorso che intreccia significativamente gli itinerari culturali e professionali dei protagonisti, i tempi e le modalità del cambiamento sociale, l’evoluzione-involuzione delle politiche istituzionali e della politica tout court.

E’ ovvio che lo stile della politica degeneri.

Siamo passati all’autoscontro e prevale  il gusto di avventarsi uno sull’altro in assoluta libertà, senza conti dal carrozziere, per vedere chi è più capace di tenere il centro della pista, o dar le botte più forti: componente che sembra diventata essenziale per consentire alla platea di identificarsi, individuando il probabile vincitore.

La politica: uno spettacolo dove si recitare a soggetto

La politica, una volta ridotta la partecipazione a tifo da stadio, a scelta aprioristica dell’una o dell’altra formazione in campo, sembra perdere per questa via i vantaggi di una possibile flessibilizzazione, di una uscita dagli schemi rigidi imposti dalla contrapposizione tra i blocchi, che tanta speranza e tanti sogni hanno alimentato negli ultimi decenni del secolo scorso, quando pareva possibile immaginare che anche le istituzioni potessero alimentarsi non più di ideologie, ma di analisi, di conoscenze, di apporti interdisciplinari capaci di dare ai processi di decisione e gestione gli strumenti per una navigazione più sicura, per disegnare rotte meno dispersive e costose, e che soluzioni prima fuori portata per tutti potessero d’incanto generarsi usando ingredienti ideali e pratici ora scongelati e tornati ad essere nuovamente disponibili.

Anche la riorganizzazione del sistema politico su base bipolare è stata progettata, pensata e voluta per aumentare la governabilità, un adeguamento necessario per profittare appieno delle condizioni ritrovate di operatività politica con più gradi di libertà, svincolate dalle obbligazioni e dalle distorsioni indotte dalla situazione precedente, premessa per un recupero di efficienza ed efficacia destinato ad esaltare, non certo a deprimere, il tasso di democraticità disponibile nel Paese.

Forse abbiamo sottovalutato tutti – e se così fosse davvero sarebbe sottovalutazione grave – il ruolo di cultura condivisa svolto dalle ideologie, anche nella loro fase di declino. Cadute queste, gli attori del sistema in mancanza di una tale cultura condivisa, di un linguaggio comune, di significati univocamente definiti, hanno cominciato a recitare a soggetto, senza copione, senza uno stile, cedendo in fretta agli effetti più gigioneschi e furbeschi dell’ammiccamento, ai cosiddetti “pezzi di bravura”, capaci di strappare l’applauso a scapito della coerenza della rappresentazione.

Cadute le ideologie, i politici, in mancanza di una cultura condivisa, hanno cominciato a recitare a soggetto

Questo contesto ha indotto gli impresari della politica ad abbandonare le preoccupazioni per la buona preparazione degli attori e la creazione di compagnie affiatate e a concentrare l’attenzione unicamente sulla scelta del primo attore e dei pochi comprimari cui è assicurata visibilità, scatenando da un lato la corsa ad apparire, a pensare non senza ragione che il consenso politico dipenda più dalla notorietà dei volti presso il grande pubblico che dalle qualità personali e dalla preparazione, dall’altro relegando in zone d’ombra sempre più vaste e spesse tutti gli altri attori e le comparse. E nell’ombra c’è chi prova a balzare almeno di tanto in tanto sul proscenio sfruttando le occasioni che si presentano, chi sceglie di trovare accomodamenti e convenienze personali peraltro di scarso interesse per il pubblico.

Non c’è da stupirsi se le pratiche individuate dagli interessi personali per sollevarsi, singolarmente o in gruppo, sulla scena pubblica non accennino a diminuire e se su un palcoscenico illuminato solo da uno spot di taglio sui pochi protagonisti nelle parti meno illuminate ci si dia molto da fare.

Diventata spettacolo la politica, resi spettatori i cittadini e gli elettori, divisi tra pochi veramente appassionati al genere ed una quantità crescente di delusi, annoiati e distratti, le “alte scuole” si sciolgono, scompaiono i maestri ed anche i critici più raffinati si ritrovano sempre più spesso a parlare da soli, o a confrontarsi più con gruppi di amici sempre più ristretti che con un pubblico ampio.

Le istituzioni, gli apparati pubblici patiscono di riflesso queste trasformazioni.

Diventata spettacolo la politica, resi spettatori i cittadini e gli elettori, divisi tra pochi veramente appassionati al genere ed una quantità crescente di delusi, annoiati e distratti, le “alte scuole” si sciolgono, scompaiono i maestri ed anche i critici più raffinati si ritrovano sempre più spesso a parlare da soli, o a confrontarsi più con gruppi di amici sempre più ristretti che con un pubblico ampio.

Meccanismi, procedure, istituzioni, criteri di validazione e di giudizio sembrano rimasti quegli stessi che si basavano su un sapere politico-amministrativo tramandato,  appreso con fatica, migliorato in un lavoro continuo, collettivo, paziente; ma i fatti si svolgono in modo diverso, i funzionamenti si son fatti aleatori ed ambigui, fino a compromettere la possibilità stessa di un tale sapere. Le soluzioni non sono più costruite ed affinate in un costante gioco di squadra, ma inventate di volta in volta o magari crossate all’improvviso tra i piedi dei giocatori da una qualche società di consulenza esterna, o da qualche corpo estraneo troppo precipitosamente calato in una realtà difficile e difficile da capire, che come prima cosa si mette a riscrivere formule di gioco nulla conoscendo delle squadre in campo e poco sapendo dello stesso campo di gioco, dell’aria e della polvere che vi si respirano, della terra che c’è da mangiare per acquistare riconosciuta autorevolezza.

Chi lavora nelle istituzioni finisce, in questo contesto, o per alzare bandiera bianca ed arrendersi, cercando di convincersi di aver pagato il suo debito verso se stesso con quanto già fatto, oppure si intigna, opera dove si trova come da una trincea, vietandosi di pensare se e come il suo operato, il suo studio, la sua coerenza possano far parte di un progetto condiviso o almeno condivisibile. Il numero degli interlocutori si restringe, ci si abitua alla scarsità del confronto, del dibattito, della collaborazione come all’aria pesante di una metropoli inquinata, che non impedisce di vivere ma costringe ad una maggior fatica ad ogni respiro.

La gravità del problema che viviamo non basta tuttavia da sé sola ad accendere un qualche interesse a mettere l’argomento al centro di una riflessione capace di coinvolgere collettività sempre più ampie, riscaldandone l’animo e stuzzicandone la mente. Certo non manca chi ancora oggi abbia voglia di dedicare tempo, attenzione, letture, a studiare un problema e a pubblicare le proprie riflessioni e conclusioni con l’intento di portare un “contributo al dibattito”. Ma chi lo fa sa benissimo, lui per primo, che non c’è e non ci sarà nessun dibattito e che il contributo offerto è destinato a rimanere un puro esercizio di stile, per quanto di ottimo livello possa essere. Nel migliore dei casi un “beau geste”, ma l’effetto raramente va oltre quello di un sasso lanciato nello stagno.

Eppure, la mancanza di dibattito non è un buon motivo per smettere di continuare a studiare ed approfondire i problemi che riguardano la buona gestione degli apparati pubblici, e a cercare percorsi virtuosi di soluzione dei problemi di una società democratica

Eppure continuiamo a pensare che la mancanza di dibattito non sia un buon motivo per smettere di continuare a studiare ed approfondire i problemi che riguardano la buona gestione degli apparati pubblici, l’identificazione di percorsi virtuosi di soluzione dei problemi di una società democratica, la definizione di scenari approfonditi nelle variabili prese in considerazione e nella analisi delle loro dinamiche, come premessa utile ad un processo decisionale consapevole e culturalmente appropriato.

Quanti ancora coltivano questo tipo di approccio si sentono tuttavia sempre più isolati, ed in gran parte sottoutilizzati, se non inutili. Chi ancora continuando in una pratica virtuosa solo per perseveranza e tenacia personali, con l’apprezzamento di cerchie ristrette di interlocutori, afflitti da analoghe sensazioni di impotenza, e non certo sui riscontri oggettivi del loro impegno, sulla verifica dei risultati pratici ottenuti in termini di orientamento della classe dirigente, dei suoi comportamenti e delle sue scelte.

In realtà, di dibattiti politici che abbiano ad oggetto strategie reali, fatti concreti, opzioni tra diverse direzioni da prendere, si è persa da noi anche la memoria. Il confronto politico e culturale o si accende su questioni che più hanno a che fare con la psicologia, individuale o collettiva, che con questioni di qualche concretezza, o divampa con modalità da spettacolo truculento e gladiatorio, più simile alla plateale e fittizia brutalità del wrestling che alla nobile arte della boxe.

E’ questo, forse, il lato della situazione italiana di oggi che colpisce maggiormente e che maggiormente preoccupa, perché la chiusura degli spazi e delle possibilità di confronto, di approfondimento, di discussione anche accesa, ma costruita su una condivisa consapevolezza dell’importanza delle soluzioni migliori, nelle scelte che riguardano tutti, e su un comune senso di responsabilità, si è fatta via via più grave, sino ad arrivare oggi ad una situazione di atrofia di pensiero costruttivo che nella nostra storia trova rari precedenti.

Trovarsi e unirsi, alla ricerca delle ragioni ideali

Lo scopo di queste scarne riflessioni non è tuttavia quello di offrire un’analisi puntuale, articolata e ben argomentata della situazione italiana attuale, bensì quello di proporre una chiave di lettura idonea a testimoniare e a render ragione del senso di disagio, di soffocamento, di mancanza di passione e di entusiasmo, di inutilità che colpisce come un’epidemia larghi strati di operatori del settore pubblico, del sociale, dell’impresa, della cultura; persone che talora hanno avuto una storia di responsabilità e un qualche ruolo nelle vicende del nostro Paese e che ancora ricercano nella quotidianità le ragioni stesse della propria scelta professionale, etica, culturale.

Le ragioni ideali che fino a non moltissimo tempo fa abbiamo coltivato costituiscono ancora oggi una parte necessaria del patrimonio, sia pure terremotato e sconnesso, della cultura pubblica del nostro Paese e mantengono inalterata la capacità di convincere e reclutare, per motivazioni e con spinte forse ancora più forti che all’inizio, altre persone, nuove generazioni, nuove leve.

L’obiettivo oggi da raggiungere è quello di dar vita ad un circuito di persone che si sono sentite e che non smettono di volersi sentire vicine, nella vita come nella professione, nell’etica e nel metodo del lavoro, per la sopravvivenza di un modo di lavorare paziente, minuzioso e soprattutto condiviso in grado di opporre caparbiamente il massimo livello di resistenza alle bordate dei cambiamenti, delle degenerazioni, delle ricorrenti e sempre più accentuate situazioni di “crisi delle istituzioni” e del sistema sociale che vive attorno ad esse: ricercando, con ostinazione e pazienza, di restare fedeli ad un metodo di lavoro che a molti di noi continua a sembrare irrinunciabile, e indispensabile all’arte del buon governo.

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Già vicecapo del Dipartimento della Protezione Civile e Commissario Delegato del Governo, Vincenzo Spaziante è stato dirigente della protezione civile. In tutta la sua carriera si è occupato di gestione dell’emergenza e territorio.