La teoria dei sociopatici al potere

Ovvero i predatori della giungla capitalistica

di ENRICO VALERIO AVERSA

American Psycho, Mary Harron (2000)

Il giornalista e scrittore Paolo Barnard (1) nel suo libro Il più grande crimine, sintetizza l’evoluzione economico-sociale dell’Occidente spiegando che, dopo secoli di lotte, alcune nazioni illuminate conseguirono i capisaldi del benessere e del progresso umano in termini umani: la «democrazia» e la «moneta sovrana moderna». Grazie a ciò si giunse alla civile gestione dei beni comuni, con economie più sane e socialmente più benefiche.

Siccome a goderne erano in molti e soprattutto il popolo “sovrano”, ecco che a “qualche ristretta élite” la cosa non piacque affatto.


Dal secondo dopoguerra a oggi questi signori hanno lavorato per distruggere il nuovo corso virtuoso, portando moltissime persone alla disperazione, alla sofferenza, rendendogli la vita
impossibile
e non più degna di questo nome. Un raro esempio di avidità, sete di potere e sadismo post-modernista, da parte di un’élite onnipotente. Come scrive Barnard: «pochi spregiudicati criminali, assistiti dai loro sicari intellettuali e politici» che scelsero scientemente a tavolino di manovrare le leve finanziarie e
politiche a livello globale per azzerare il processo di emancipazione dell’umanità.
Si attuò così un più vasto disegno criminale definito «Piano Neoclassico, Neomercantile e Neoliberista», come specifica nuovamente Barnard nel suo libro: «[…] sto parlando dei leader dei maggiori istituti finanziari del mondo e delle corporations di stazza multinazionale, accompagnati da uno stuolo di fedeli pensatori economici e di tecnocrati. I politici, obbedienti, spesso li seguono a ruota. A volte li sentirete chiamare “gli Investitori internazionali” che si riuniscono in alcuni club esclusivi come la Commissione Trilaterale, il Bilderberg, il World Economic Forum di Davos, l’Aspen Institute e altri. Sono coloro che il settimanale The Economist ha di recente chiamato “I Globocrati».


Prendendo spunto anche da un articolo pubblicato sul sito Avvenire.it nel 2009 (2), un pezzo molto interessante dal titolo “Affari a gonfie vele se il manager è psicopatico
e approfondendo la bibliografia scientifica della criminologia che si occupa di imprenditori e dirigenti d’azienda, si apprendono altre notizie interessanti.
Come vedremo, le ricerche dimostrano una chiara correlazione tra le attitudini antisociali tipiche dei criminali psicopatici e i profili di personalità dei professionisti dell’alta finanza responsabili delle grandi bolle speculative e dei disastri borsistici nel periodo 1994-2009. Il fenomeno era ed è studiato da moltissimi anni, ma oggi se ne parla ancora troppo poco. Lo si sottovaluta, forse, a causa del fatto che la maggioranza delle persone, anche le più
informate e acculturate, di fronte al problema fa “spallucce” e dice: «lo sappiamo, ci sono i criminali e allora?». Come sarebbe a dire “… e allora?”. Questo non è un fenomeno raro, isolato, appannaggio di pochi ricercatori specialistici. Non è una notizia che non abbia ricadute concrete nel quotidiano di tutti noi. Sveglia! Il cuore del problema è tutto qui. Se non risolviamo il marciume della cultura criminale che avvelena la mentalità della maggioranza dei dormienti e non eliminiamo gli psicopatici dal potere, non andremo da nessuna parte.

I «predatori della giungla capitalistica» (3), come vengono chiamati, possiedono personalità patologiche perfettamente adatte a competere con successo nel mondo affaristico dominato dalle leggi darwiniane dello “rank & yank” (4), dove chi non si dimostra all’altezza è eliminato. Le loro caratteristiche patologiche di personalità sono:

  • l’arroganza;
  • la propensione eccessiva al rischio e la disponibilità all’azzardo;
  • l’orientamento alla frode e alla gestione criminale delle aziende (corporate psychopaty).

Si afferma nell’articolo di Avvenire.it: «Top manager come serial-killer di massa? Secondo alcuni studi americani e inglesi, sì». Approfondendo questi studi citati (nota 5-6) si scoprono ulteriori risvolti interessanti.

I ricercatori hanno utilizzato strumenti clinico-diagnostici (Psychopathy Checklist), che misurano il grado di psicopatia criminale, per somministrarli agli esponenti dell’alta finanza responsabili dei suddetti disastri economici. Si capisce così, che tali sciagure non furono il risultato di errori decisionali di persone pronte a pentirsi, ma causate da veri e propri perversi-immorali cronici, incapaci di senso di colpa o di provare altri sentimenti, se non mimandoli per mantenere una facciata di rispettabilità.

Chiariamo meglio: questa élite di persone ai vertici aziendali e sociali, quando viene valutata clinicamente, manifesta chiari profili di personalità degni dei peggiori criminali: mancanza di scrupoli, di responsabilità, di empatia, tendenza esasperata alla menzogna e alla manipolazione.

Approfondendo ulteriormente la letteratura scientifica sui disturbi di personalità tra gli erroneamente considerati “normali” colletti bianchi, si trova un altro studio, stavolta inglese. Emerge che gli “psicopatici”, che operano all’interno della società tradizionale, hanno successo nei ruoli dirigenziali di alto livello grazie alle loro caratteristiche emotive patologiche (nota 7):

  • fascino superficiale, insincerità, egocentrismo, manipolazione (istrionismo);
  • grandiosità, cinismo, sfruttamento (narcisismo);
  • perfezionismo, eccessiva devozione al lavoro e tendenze dittatoriali (compulsione).

Ma non è tutto. Questi disturbi legati al comportamento deviante non sarebbero appannaggio solo del mondo del lavoro. Sarebbero molto diffusi anche nella comunità sociale generale.

La sottostima del fenomeno sarebbe dovuta alla minore gravità psicopatica di certe persone e dal loro sforzo cosciente di apparire socialmente accettabili. Infatti, la personalità istrionica (nota 8) in forma mite trasforma la persona più in un “gregario” patologico, ma altrettanto pericoloso, se non più pericoloso di un predatore attivo.

E la società civile dal canto suo che cosa fa? Premia e incoraggia molti aspetti dei comportamenti devianti, ecco perché gli psicopatici “di successo” stanno aumentando nel tempo (nota 9), come i loro ammiratori e seguaci. Emerge anche, da uno studio condotto su studenti universitari che alcuni di loro possiedono i tratti caratteristici del disturbo psicopatico. Proprio grazie al fattore emotivo narcisistico, che occulta il tratto antisociale dello stile di vita deviante, quel tipo di persone riesce ad ottenere successo sul lavoro e nella società, perché le loro strategie emotive contribuiscono alla “facciata affascinante” e alla grande abilità nell’influenzare le persone.


Anche le Istituzioni non sono esenti dal problema (10) . Gli psicopatici sono abili a sviluppare relazioni proficue con persone della massima autorità istituzionale, manipolandole per fare carriera. Quindi, ce li troviamo anche lì. Si, abbiamo capito bene: gli psicopatici, spinti dal bisogno di potere e prestigio, conseguono posizioni di leadership istituzionale esercitando il potere e il controllo sulle risorse. È proprio così, gli psicopatici fanno sì che la loro personalità perversa, non appaia diversa
da quella degli individui “normali”. A livello sociale, i sondaggi comunitari (11) stimano che fino all’11% della popolazione adulta soffra di disturbi di personalità, mentre i tassi aumentano al 30-50% nelle persone che si rivolgono ai centri di salute mentale, al 75% nella popolazione carceraria, per giungere al 93% nel gruppo dei pazienti con disordini mentali (12) .

Perfino nei testi universitari di psichiatria si identifica un certo tipo di classe dirigente patologica come manifestazione sociologica del disturbo di personalità antisociale: «Certo, alcuni disvalori sono nella società attuale premianti. L’aumento relativo dei crimini contro la persona rispetto a quelli contro il patrimonio nelle classi sociali più basse e l’irresponsabilità criminale delle alte classi sociali corrotte, in Italia e diffusamente anche in Europa,
rappresentano l’immagine sociologica del disturbo di personalità antisociale» (13).
Accettiamolo, i disvalori criminali sono premianti nelle nostre società e che lo psicopatico è facilitato nell’indossare la “maschera della normalità” a causa degli stereotipi sociali che si fermano alle apparenze, giudicando positivamente gli istrionici solo perché appaiono più
sicuri di sé, persone educate, vestite alla moda e di successo. Non commettiamo però l’errore di etichettare questi disturbati come malati di mente.

L’antisociale si comporta nel pieno delle sue responsabilità e sceglie lucidamente di agire coerentemente con i suoi fini predatori e opportunistici. Sono persone che ricercano il piacere nel delinquere per sentirsi emotivamente vive, scelgono intenzionalmente di ignorare la legalità e le regole morali. Non provano mai né pentimento né paura delle conseguenze dei propri atti. Ed ecco l’aspetto sadico: provano piacere nel rendere impossibile e disagevole la vita degli altri. Non conoscono l’etica kantiana secondo cui l’essere umano va sempre considerato un fine e mai un mezzo. Usano gli altri come strumenti per conseguire i propri obiettivi di visibilità, ricchezza e potere economico-politico.


L’articolo di Avvenire.it dimostra come la psicopatia aumenti esponenzialmente nei luoghi di potere e di come il capitalismo neo-liberista e selvaggio rappresenti un habitat naturale per queste patologie. Se i delinquenti tradizionali sono impulsivi e fisicamente aggressivi, quindi entro poco
tempo avranno guai con la giustizia, i delinquenti della classe dirigente, capaci di autocontrollo e di celare abilmente la loro immoralità, riusciranno per molto tempo a nascondere la loro pericolosità sociale (14). Essi rappresentano l’evoluzione del criminale classico – termina l’articolo su Avveire.it – che ha imparato ad adattarsi al nuovo sistema socioeconomico. E questo principio è confermato anche dagli studi più attuali (15). Addirittura un recentissimo studio (16) sprona i cosiddetti “ricercatori dei tratti oscuri della
personalità nei luoghi di comando”, a migliorare i loro standard di qualità, sia in termini di teorie scientifiche che di misurazioni. Perché? Perché, termina lo studio, «non possiamo lasciare che il male sia più forte del bene».


Ma, perché facciamo fatica ad accettare questa realtà delle cose?


Ronald Laing (17) ci dà la sua spiegazione, quando ragiona sulla massa dormiente e inconsapevole della realtà che la riguarda, parlando di “normale alienazione dell’esperienza”: «L’importanza di Freud per il nostro tempo risiede in larga misura nel fatto che egli ha saputo vedere e, in gran parte, dimostrare come la persona comune sia un brandello, contratto e disseccato, di ciò che una persona può essere. […] La nostra capacità di pensare […] è pietosamente limitata: persino la nostra capacità di vedere, udire, toccare, percepire sapori ed odori è talmente annebbiata dai veli della mistificazione che per tutti è necessaria una intensa disciplina volta a disimparare, prima che possiamo incominciare ad avere di nuovo esperienza del mondo, con innocenza, verità ed amore. […] Questo stato di cose costituisce una devastazione quasi irreparabile della nostra esperienza: allora si ciarla a vuoto di maturità, amore, gioia, pace. Ciò che viene chiamato “normale” è un prodotto di repressione, negazione, scissione, proie-
zione, introiezione, e di altre forme di azioni distruttive operate contro l’esperienza […].
Vi sono forme di alienazione che sono relativamente rare rispetto a quelle statisticamente “normali”. La persona “normalmente” alienata, per il fatto di agire più o meno come tutti gli altri, è presa per sana. Le altre forme di alienazione che non stiano al passo con lo stato di alienazione predominante sono quelle che vengono etichettate dalla maggioranza “normale”
come nocive o folli. La condizione di alienazione, quella di essere un dormiente, inconsapevole, fuori di sé, è la condizione dell’uomo normale. La società fa gran conto del suo uomo normale: educa i fanciulli a smarrire se stessi e a divenire assurdi, e ad essere così normali. Gli uomini normali hanno assassinato 100 milioni circa dei loro simili uomini normali negli ultimi cinquant’anni. Il nostro comportamento è una funzione della nostra esperienza: agiamo in accordo con il nostro modo di vedere le cose»
(18).

C’è speranza per il futuro, secondo voi, se non ci svegliamo e se non cambiamo atteggiamento nei confronti di quelle persone? Dobbiamo smetterla di ammirarle e invidiarne la scalata sociale, le ricchezze e la facciata di falsa onorabilità.
Diversamente, che promesse potrà farci il futuro?

NOTE

1) Paolo Barnard (2011). Il più grande crimine. Ecco cosa è accaduto veramente alla democrazia e alla ricchezza comune. E a vantaggio di chi. Edizioni Andromeda; pag. 6.
2) Alessandro Beltrami (07/10/2009). La ricerca. Gli affari andranno a gonfie vele se il top manager è psicopatico. Avvenire.it
3) Avvenire.it, articolo citato.
4) Il rank & yank è anche un modello di valutazione del personale basato sulla produttività, per cui i dipendenti sono inseriti in graduatorie dove il 20% più produttivo è premiato e meglio remunerato, il 70% nella media viene considerato ancora adeguato, ma un 10%, a causa della bassa produttività, verrebbe licenziato.
5) P. Biabiak, R.D. Hare (2007). Snakes in Suits: When Psychopaths Go to Work. HarperCollins publishers.
6) Robert D. Hare et All. (1990). The Revised Psychopathy Checklist: Reliability and Factor Structure. Psychological Assessment, Vol. 2, No 3; 338-341.

7) B.J. Board, K. Fritzon (2003). Disordered personalities at work. Psychology, Crime & Law, March 2003, Vol. 11(1), pp. 17-32.
8) Millon, T. and Everly, G. (1985). Personality and Its Disorders: a Biosocial Learning Approach. New York: Wiley.
9) Lilienfeld, S. (1998). Methodological advances and developments in the assessment of psychopathy. Behaviour Research and Therapy, 36, 99-125.
10) Doren, D. (1987). Understanding and Treating the Psychopath . New York: Wiley.
11) Zimmerman, M. and Coryell,W. (1990). Diagnosing personality disorders in the community. A comparison of self-report and interview measures. Archives of General Psychiatry, 47, 527-531.
12) Coid, J., Kahtan, N., Gault, S. and Jarman, B. (1999). Patients with personality disorder admitted to secure forensic psychiatry services. British Journal of Psychiatry, 175, 528_/536.
13) Giordano Invernizzi (2000). Manuale di Psichiatria e Psicologia Clinica – Mc Graw-Hill 2a edizione, pag. 240.

14) B.J. Board, K. Fritzon (2003). Disordered personalities at work. Psychology, Crime & Law, March 2005, Vol. 11(1), pp. 17-32.
15) Landay, K., Harms, P. D., & Credé, M. (2019). Shall we serve the dark lords? A meta-analytic review of psychopathy and leadership. Journal of Applied Psychology, 104(1), 183–196.
16) P. D. Harms (2022). Bad Is Stronger Than Good. A Review of the Models and Measures of Dark Personality. Zeitschrift für Psychologie. Advance online publication.
17) Ronald David Laing (1927-1989) è stato uno psichiatra scozzese, che studiò e scrisse profondamente la malattia mentale e la psicosi. Il pensiero di Laing sulle cause e sul trattamento di importanti disfunzioni mentali furono influenzate dalla filosofia esistenzialista.
18) Laing R.D., (1967), La politica dell’esperienza, Feltrinelli Economica, Milano, IV ediz. 1977; pp.22-26.

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Enrico Valerio Aversa è psicoterapeuta, e autore di diverse pubblicazioni.

L’altra epidemia

Quando la psichiatria è usata per eliminare il dissenso

Droni cinesi utilizzati per i lockdown

di SONIA CASSIANI

La psichiatria è una disciplina di confine tra medicina e scienza sociale: pertanto ci si aspetterebbe da un saggio pubblicato su una rivista specialistica (Rivista Italiana di Psichiatria) come “L’altra epidemia” del Professor Giuseppe Bersani un linguaggio aperto alla falsificabilità della propria tesi, secondo il principio che dovrebbe contraddistinguere il metodo secondo la cosiddetta “comunità scientifica” e coerente con il principio di “avalutatività” delle scienze sociali teorizzato da Max Weber.

L’altra epidemia di G. Bersani si presenta al contrario come una sorta di pamphlet politico contro i “negazionisti della pandemia” e i “no vax”: la parola che apre il saggio è idioti, e l’autore considera questi soggetti come tali esattamente nell’accezione intesa nel senso comune, “untori” di un’epidemia di idiozia più grave di quella sanitaria.

Dai “sorci” di Burioni alla “poltiglia verde” di Selvaggia Lucarelli, fino al fantasma del generale Bava Beccaris da scatenare contro le piazze no pass evocate dall’ex sindacalista e parlamentare Giuliano Cazzola, la violenza linguistica contro quella che Bersani definisce, non senza un qualche fondo di ragione dal punto di vista sociologica, una “subculturala violenza linguistica contro i cosiddetti negazionisti e i no vax ha caratterizzato ampiamente il discorso pubblico tra il 2020 e oggi.

Per subcultura si intende infatti un gruppo sociale che porta avanti visioni e valori almeno in parte diversi da quelli dominanti in un dato periodo storico.

L’autore del saggio parte da un concetto assunto in maniera dogmatica come verità: la narrazione ufficiale della pandemia è sicuramente vera, perché mai i governi agirebbero contro l’interesse e la salute dei cittadini, e la scienza è “pura”, un’isola felice aliena da conflitti di interesse. 

L’uso del termine “negazionismo” oltre ad associare i cosiddetti no vax ai neonazisti che affermano di non credere alla realtà dei lager, denota un approccio dogmatico e quasi religioso alla “verità” scientifica.

In primo luogo, l’analisi di Bersani che appunto è uno psichiatra è caratterizzata da un approccio clinico (ovvero, incentrato sull’individuo) e non sociale. 

Questo comporta che le affermazioni riprese da alcuni soggetti o gruppi contrari alla narrazione pandemica ufficiale possano risultare apparentemente “deliranti” se avulse dal contesto. 

Quello che Bersani omette totalmente è però il cambio di paradigma consumato nel marzo 2020.

In quelle che erano democrazie liberali anche se imperfette, i cittadini sono stati da quel momento considerati malati asintomatici fino a prova contraria da esibire allo stato: dal tampone, il cuore del nuovo paradigma di società medicalizzata, al green pass da esibire come “garanzia di non contagiosità” come affermato nell’estate 2021 dal premier italiano Draghi, qualcosa di mai visto in precedenza. 

Bersani omette totalmente questo aspetto e si lancia in una tassonomia delle “teorie alternative” alla scienza ufficiale. 

La sua argomentazione risulta debolissima e fallace, in quanto mette insieme tesi bizzarre oggettivamente non dimostrabili in alcun modo “i vaccini ci trasformeranno in esseri incapaci di reagire alle vessazioni del potere” con tesi che pur espresse in maniera ingenua risultano invece credibili: che la cosiddetta “Big Pharma” tragga profitti da questa situazione è pacifico, e che la ricerca scientifica finanziata da aziende private sia esposta a enormi rischi di conflitto di interessi, anche. 

Bersani inserisce nello stesso elenco anche la tesi della pandemia come castigo divino, avanzata tra gli altri dal cardinal Viganò nell’aprile 2020: una visione non “negazionista” quindi ma ispirata da quello che potremmo definire pensiero magico.

Fra i colpiti “dall’altra epidemia” Bersani inserisce anche coloro che “contestano le scelte operative dei governi” e “minano la credibilità delle politiche sanitarie”. L’autore del saggio non riconosce quindi il ruolo critico dell’intellettuale e del filosofo: quello appunto di seminare il dubbio e analizzare le comunicazioni ufficiali in maniera imparziale. 

Un atteggiamento che ricorda la caccia alle streghe e agli eretici, e non ci sorprende: la lotta alla stregoneria, come riconoscono i maggiori storici del fenomeno, fu condotta insieme dalla Chiesa e da quella che oggi è diventata “la scienza” ovvero il paradigma che ha vinto una guerra culturale contro approcci diversi, in particolare alla medicina.

L’argomentazione di Bersani ricalca i più scontati clichés della rappresentazione mediale di coloro che si sono opposti alle restrizioni e alla vaccinazione di massa, mettendo in evidenza le punte più improbabili e strampalate di un movimento molto variegato, dai seguaci della teoria cospirazionista Qanon a coloro che parlano di controllo dei corpi a distanza con i microchip. 

La tecnica usata è quella del cosiddetto framingteorizzata da E. Goffman e ben nota in sociologia della comunicazione: si prende un qualcosa che realmente esiste e lo si forza in modo da far corrispondere la realtà alla propria tesi. 

Ora è palese che queste tesi estreme esistano nella cosiddetta area culturale che si è opposta alle restrizioni e al green pass, insieme a moltissimi altri punti di vista meno folkloristici, da quello liberale che mette l’accento sulla sistematica violazione dell’habeas corpus e dello stato di diritto ai punti di vista che vedono nella nascita e nella gestione dell’emergenza pandemica strategie geo-politiche di largo respiro, tutte tesi socialmente squalificate grazie all’uso di frame come negazionisti o no vax.

Bersani riconosce che rispetto al dibattito pre-2020 l’area cosiddetta no vax si arricchisce di nuovi elementi non riconducibili allo stereotipo sociale del nerd complottista o del seguace di teorie new age

La spiegazione che propone è tuttavia viziata dal pregiudizio clinico; per l’autore del testo, questi soggetti proietterebbero nel “negazionismo” il proprio terrore della malattia e della morte, vedendo in questo processo tratti di carattere psico-patologico. Si tratta a tutti gli effetti di una psichiatrizzazione del dissenso, nonostante l’autore si prenda la briga di negarlo in un passo del testo.

Molte persone lontanissime da un certo stereotipo hanno riconosciuto in quanto avvenuto tra 2020 e 2021 quel cambio di paradigma che Bersani nega, e hanno preso a interrogarsi sulla non neutralità e la politicizzazione della scienza. Il sociologo inglese W. Davies, nel saggio Stati Nervosi del 2018, aveva previsto che la scienza ufficiale avrebbe reagito al decennio populista dell’uno vale uno politicizzandosi.

Esattamente quello che è successo, la scienza si è inserita nel vuoto di visione della politica tradizionale delineando una società medicalizzata e asettica, caratterizzata dalla filosofia della “massima precauzione” e del rischio zero come modello di virtù. E come aveva previsto Michel Foucault, gli scienziati sono diventati i nuovi pastori laici della cittadinanza, dispensando norme di condotta sessuale (si ricorderanno le uscite sul sesso in mascherina o i congiunti) e igienica.

 Nella visione di Foucault questo ruolo di “pastore” laico che avrebbe sostituito quello cattolico sarebbe stato ricoperto dagli psichiatri, appunto. In questa situazione invece è stato svolto da infettivologi e virologi, e il saggio di Bersani si conclude proprio rivendicando il ruolo “pastorale” nei mezzi di comunicazione degli psichiatri accanto a quello di questi ultimi. 

Bersani si contraddice inoltre quando afferma che per delineare una condizione psico-patologica il soggetto deve portare avanti tesi non condivise dalla cultura di riferimento, mentre a inizio del saggio ripete più volte che tutte le tesi “no vax” e “negazioniste” sarebbero condivise nell’universo culturale di riferimento.

L’altra epidemia si caratterizza quindi come una sorta di manifesto politico di una scienza elevata, o ridotta, a ideologia, che non ammette critiche o dubbi come una religione. 

Le tesi di Bersani sono di fatto dimostrate in maniera tautologica, affermando che la scienza ufficiale ha ragione in quanto tale e i governi non potrebbero mai agire per motivi non strettamente sanitari e di bene comune. 

L’ipotesi che l’opposizione alle restrizioni sia motivata dall’emersione di una psico-patologia di massa appare totalmente infondata e non supportata da prove.

Peraltro, se l’approccio è clinico una diagnosi di psico-patologia non può essere fatta per “sentito dire” e invece l’autore si limita a ripetere stereotipi sociali e a ragionare su di essi senza indagare casi singoli.

Nel capitolo finale l’autore si lamenta che gli psichiatri sono considerati non “pensatori” ma “operatori”.

In un saggio come “L’altra epidemia” di pensiero ne vediamo effettivamente pochissimo o nulla: si tratta appunto di un elenco raffazzonato di clichés, stereotipi e luoghi sui cosiddetti no vax e negazionisti, privo di qualsiasi riferimento a casi empirici. Dietro la veste accademica, il saggio trasuda lo stesso odio sociale delle dichiarazioni contro i “sorci” o la “poltiglia verde”.

La “scienza” rappresentata da questo saggio altro non sembra che propaganda travestita, una scienza che non solo si mette al servizio del potere ma che usa questo saggio per reclamare “un posto a tavola” assieme ai nuovi pastori della cittadinanza, dagli infettivologi ai virologi

La psichiatrizzazione del dissenso, neppure troppo strisciante, che propone l’autore di questo saggio appare estremamente pericolosa per una democrazia già messa a durissimo prova dalle “misure sanitarie” e, se venisse realmente recepita dalle istituzioni, finirebbe per dare ragione alle piazze no pass che nel 2021 paragonavano quanto stava avvenendo in Italia ai più feroci regimi totalitari del Novecento.

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Sonia Cassiani è Segretario del Partito Libertario 

Quello sterminio chiamato “transizione ecologica”

Istat: 15 milioni in povertà assoluta, 60% di famiglie non arrivano a fine mese

di MARCO PALLADINO

Camerieri, Leone Pompucci 1995

Il delirio incalcolabile con cui è stato accolto in Romagna il pilota automatico in persona, è di per sé fin troppo significativo di cosa sia diventata l’Italia in questo tempo.


L’isteria per il potere personificato (che non è più quello politico, ma quello finanziario speculativo), assimila ciò che resta di questo Paese, alle più squalificate dittature che vedevamo in TV quando eravamo piccoli, e non ci spiegavamo come, delle folle sotto ipnosi, idolatrassero delle figure umane, che gli avevano assicurato povertà, guerra, disperazione e totale assenza di libertà.


Ci siamo arrivati, anzi siamo oltre.
Perché allora si usava la bandiera, la fedeltà, il patriottismo, i presunti valori fondanti e tradizionali. Da noi no, neanche quelli. Anzi da noi la bandiera è stata stracciata a favore di un panno blu, i sacri confini sono stati polverizzati e sono violati ogni giorno, il saccheggio dei nostri gioielli è continuo, come la subordinazione coloniale. Cioè noi gioiamo dello smembramento, dell’autocastrazione, dell’annullamento. Siamo entusiasti di essere fatti a pezzi e svenduti, di essere invasi, di dipendere totalmente da altri.


Se non sbaglio in nessun paese del mondo si è arrivati a mettere un banchiere al timone, uno che rappresenta egregiamente tutto il contrario di ciò che può essere benefico per un popolo. Ne abbiamo avuti due in un decennio. E ancora non ci basta.
E il banchiere è stato fin troppo chiaro e ha fatto giustizia delle stupide chiacchiere degli illusi: chiunque vada al governo, l’agenda non è assolutamente in discussione. Gli obiettivi saranno conseguiti pienamente. Andate tutti a votare.


La padronanza beffarda di chi sa di controllare pienamente il gioco: partecipate prego. Accomodatevi. Vinciamo sempre noi. Volete davvero andare alla sagra del nulla? Fate pure.


E notate anche un’altra cosa: la differenza abissale tra il peso delle parole di costui, pesate, sottolineate, santificate e il nulla dei politici di contorno, protagonisti di un confronto surreale, vuoto, da baraccone di periferia. Da qui si vede chiaramente dove risiede la decisionalità e dove invece alberga il nulla cosmico; che ormai sta come la muta di Setter irlandesi al cacciatore.


E quali sono gli obiettivi che saranno, comunque vada, raggiunti?


Ce lo certifica l’ultimo rapporto Eurostat sul nostro Paese pubblicato proprio ieri: 15 milioni in povertà assoluta, 60% di famiglie che non arrivano a fine mese, aumento spaventoso dei cosiddetti Working Poor, cioè lavoratori, ma poverissimi.


Cioè si lavora e non si vive. Il tutto con la prospettiva catastrofica alle porte, che ormai non nega più nessuno. Lo sterminio. Denominato transizione ecologica.
A tutto questo si inneggiava scompostamente ieri. Ma evidentemente agli italiani non basta. Non ancora.


Preso da catalessi autodistruttiva inarrestabile, questo stivale al centro del mediterraneo, mi ricorda esattamente un film del 1995 di Leone Pompucci: Camerieri. Andatelo a guardare.
Quello sgangherato ristorante su un litorale spettrale, in mano ad una umanità ridotta, suicida, ributtante, “conflittiva”, altezzosa e inconcludente, mi riporta amaramente al mio paese.
Sotto una maledizione che pare non avere fine e dal cui agitarsi viene fuori di tutto, tranne il bene. Ci sono persone sane e lucide, come il solo cameriere Riccardo, che prova a sfuggire alla follia individualista e fratricida che gli sta attorno, ma alla fine viene travolto anche lui. Dall’insipienza infinita dei suoi colleghi e dalla volgarità incommensurabile dei commensali.
Senza trovare una via d’uscita accettabile.
O riuscire ad accendere una luce in questa oscurità delle menti. Con gli occhi scevri da ogni fine personale, con la casella “tifoso” completamente vuota, ma soprattutto con il cuore, vedo questo scenario.


E non so cosa darei perché non fosse così.

Propaganda da Tiffany. “Dove niente di veramente brutto può capitarti”

di MATTIA SPANÓ

In casi come una pandemia o una guerra, il potere ricorre alla propaganda. Per la verità, propaganda è l’alfabeto del potere anche durante la gestione degli affari correnti.

È la propaganda che agita le acque al punto da generare la crisi, lo stato di eccezione, il pericolo mortale. O che a tratti si limita a gestire la “normalità” – la più raffinata delle invenzioni semantiche della propaganda.

La propaganda si fonda sul concetto primordiale di nemico, cioè un’entità che minaccia la quantità e la qualità della vita. Il nemico può essere il cambiamento climatico, una pandemia, la Russia, il terrorismo islamico, i no-vax, il fantasma del fascismo, gli omofobi, la mafia, il razzismo.

Sono tutti fattori realmente esistenti, ma la domanda cruciale è: sono davvero una minaccia?

Un potere politico radicalmente impotente come quello che presiede le nostre esistenze sopravvive di sola propaganda. È un potere che alla domanda appena posta risponde: sì, sono una minaccia reale.

Dal momento che non sa più incidere positivamente nell’economia, nella società, nella diplomazia, per mezzo della propaganda inchioda le persone alla paura del nemico.

La propaganda serve a diffondere una, e solo una, verità assoluta che non può essere criticata e messa in discussione: l’esistenza del nemico

La ragione profonda di ciò è che lo Stato occidentale moderno si regge su alcuni luoghi comuni incompiuti come la democrazia, la libertà, l’uguaglianza e soprattutto un benessere relativo (il nostro stile di vita).

È uno Stato approssimativo, tendenziale: si avvicina, gira intorno, poi deve calciare il barattolo ma non troppo, perché i cittadini credano che resti a portata.

Il cittadino accetta di chiudere un occhio su alcuni malfunzionamenti del sistema, e sullo scostamento dell’obiettivo, in cambio del godimento dello statu quo nunc fornito dal sistema stesso.

Quello di cui sembra non accorgersi è che, dal punto di vista del potere, questo statu quo nunc non solo non esiste, ma non deve esistere.

Il potere non ha nulla a che fate con la politica democratica, la quale è talmente indebolita ed esangue da limitarsi a sottoscrivere ciò che la massa chiede in base a ciò che crede di volere.

È il consenso che muove la politica, non il contrario. La politica è governata dalla volontà posticcia e informe delle masse, così come essa viene rappresentata dai mass-media.

La politica finanzia i mass-media, che interpretano una spettrale “volontà del popolo” e la rappresentano alla politica, in un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

La comunicazione mena le danze. Il consenso è mutevole e basato sull’impulso.

La “macchina democratica” ha come carburante il cambiamento continuo, che garantisce una parvenza di alternanza e accorda al popolo una possibilità di scelta irrilevante, il quale vive nell’illusione costante di poter “cambiare le cose”.

La comunicazione propagandistica agisce in puro stile stimolo-risposta: provoca reazioni innaturali nell’opinione pubblica, e su queste innesta ulteriori provocazioni allontanando i cittadini dal contatto coi bisogni reali.

Non solo, il potere “democratico” invita il cittadino a battersi per risolvere certi problemi, lo chiama ad essere “attivo”, a “partecipare”: ad esempio la parità di genere e di salario fra uomo e donna, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, il lavoro remoto, il sesso liquido e decidibile, sono spacciate per conquiste della “società civile”.

Si crede, ma è appunto una credenza, che in questo modo la società migliori un già elevato livello di benessere e civiltà. Soprattutto, il cittadino si convince di decidere liberamente del proprio destino come singolo e come membro della comunità.

Anche il cittadino che non condivida tali cambiamenti migliorativi, nel subconscio li accetta perché pensa che domani toccherà a lui vedere esaudite le sue istanze.

Crede di vivere in un sistema libero, il che lo spinge ad accettare anche quelle leggi e costumi ai quali è contrario, perché si tratta di un’”espressione democratica”.

Pensa che quella che è a tutti gli effetti propaganda sia al contrario l’espressione di una genuina volontà popolare, e che il potere esista e sia necessario per realizzare questa volontà. 

Questo “accadere della volontà popolare” si chiama libertà, e non accade mai. È una libertà astratta che funziona da palliativo analgesico, vagamente soporifero. Non deve realizzarsi, deve semplicemente far credere che lo farà.

Il motivo per cui una persona o un gruppo perfino maggioritario di persone non vedrà mai espressi i propri bisogni nell’Agenda setting è banale. Si può descrivere come la minoranza maggioritaria che condiziona (qualcuno direbbe: opprime) una maggioranza minoritaria.

Una minoranza che apporta idee e soluzioni di rottura dispone di mezzi finanziari e una capacità di penetrazione mediatica enorme e razionalmente incomprensibile, soprattutto in una società fondata sul processo di produzione (input-output).

Una simile società non deve soddisfare bisogni, ma “crescere”. Non produce “offerta”: produce ricchezza, vale a dire stock di eccedenze.

Bisogna allora costruire una minoranza, a volte molto sparuta, che distrugga le eccedenze e generare povertà. La povertà è la condizione ideale per il potere democratico: accresce nei cittadini la fame di “cambiamento”.

In effetti uno stato delle cose “normale”, già accettato dalla maggioranza, non permette alcuno spazio proiettivo all’azione politica. Il potere nei regimi democratici si fonda sul futuro, mai sul presente e men che meno sul passato.

La riscoperta dei fasti del passato è un tratto tipico dei regimi totalitari di destra del ‘900. La Roma Antica per Mussolini, i Nibelunghi e Agarthi per Hitler.

Fra le tante ragioni della loro eradicazione ce n’è una peculiare: sono regimi privi della visione progressista nelle magnifiche sorti, e pertanto monchi. Restaurano, non innovano.

La visione del Sol dell’Avvenire che invece sostiene i regimi orientali come quello sovietico e cinese è sopravvissuta nel loro carattere utopico, e dopo essere iniziata in Occidente vi è tornata trasfigurata dalla visione circolare del tempo tipica dell’Oriente.

È una forma-pensiero resiliente, non dimostrabile e perciò non falsificabile: l’Eden terrestre che promette non si è ancora realizzato, quindi non può essere negato né l’avanzata verso di esso può essere impedita.

Così nella minoranza maggioritaria, l’attivismo politico diventa una professione ben pagata, e i media danno voce a queste idee dirompenti.

La minoranza diventa maggioritaria perché la sua presenza sulla scena sociale e politica è quasi esclusiva: essa porta il cambiamento, il “nuovo”.

La minoranza fronteggia una maggioranza silenziosa cui nessuno dà voce – la tradizione non porta, per assioma, elementi di novità notiziabili – per di più sottoposta al giogo della produzione: deve produrre per vivere, non ha tempo né risorse per influenzare il modo di vivere e pensare altrui.

È una maggioranza il cui peso specifico culturale è inesistente, e come tale minoritaria. Si accontenta di ciò che ha, non pensa alle alternative, è destinata a subire passivamente – al massimo a reagire – al pensiero di rottura della minoranza.

Se osserviamo il modello delle minoranze maggioritarie che contrastano le maggioranze minoritarie, senza per forza voler supporre disegni eversivi retrostanti, notiamo che il carattere eversivo è intrinseco al meccanismo: ogni tot anni un sistema simile, a chiarissima matrice computazionale, deve resettarsi.

A dispetto della convinzione di molti, il pensiero computazionale – un ibrido matematico-strutturalista – precede l’invenzione del computer.

I limiti di questo tipo di modello di sviluppo culturale fondato sulla propaganda, ovvero su un sistema di istruzioni interdipendenti (il programma, che vende un partito ai cittadini o fa girare un’applicazione sul telefono) sono ben descritti nell’aspirazione della protagonista del romanzo di Truman Capote, Colazione da Tiffany: rifocillarsi dalle asprezze della vita in un luogo “dove niente di veramente brutto può capitarti”.

Torna la promessa del paradiso perduto: facciamo le riforme, e staremo meglio, approviamo la legge contro l’omofobia e tutto andrà bene, inviamo armi all’Ucraina così che il pazzo presidente russo perda e il mondo sia un posto migliore.

Ma il programma o non si realizza, o invecchia e va sovrascritto o disinstallato, o va in crash. Edulcorare la pillola invocando l’irreversibilità del progresso – una baggianata sesquipedale, a parer mio – non serve a nulla. Primo limite.

C’è poi un problema di smaltimento delle scorie culturali: piaccia o meno, l’Occidente si fonda sull’osservazione ordinata della natura tipica del pensiero greco, e sull’origine di questa natura in un Creatore divino secondo il pensiero giudaico-cristiano.

Quelli che oggi ci appaiono come rottami disfunzionali sono un ingombro dello spazio culturale (che non è infinito chiunque lo occupi, come non sono infiniti i server di Google): presto o tardi entreranno in conflitto con il nuovo, e verosimilmente lo stritoleranno. Secondo limite.

Da ultimo, il carattere circolare del pensiero minoritario che diventa maggioritario e che per sopravvivere deve tornare ciclicamente a disfare i risultati conseguiti, vale a dire ripetere all’infinito il giochino, ad un certo punto non troverà alcun fondamento solido come il logos e il divino, ma soltanto la fragile stratificazione del vecchio codice-macchina che occupa memoria.

È condannato a esplodere e implodere in continuazione, a sviluppare calore che finisce per liquefarlo, a radicalizzarsi sempre più annichilendo sé stesso. Terzo limite.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Garantire l’abuso

La lettera dei garanti dell’infanzia della Basilicata a Bianchi e Speranza

di EUGENIA MASSARI

I garanti dell’infanzia della Basilicata scrivono ai ministri Bianchi e Speranza per sollecitare l’abolizione dell’uso delle mascherine nelle aule scolastiche.

I garanti riportano il parere di novanta esperti sugli ormai accertati danni da mascherina sui minori, tra cui: aumento istinti suicidiari, disturbi alimentari, disturbi della sfera cognitiva, disturbi comportamentali. I garanti parlano quindi di emergenza salute mentale.

Per poi chiaramente affermare, di fatto, che la misura sarebbe necessaria non per cessare il danneggiamento della salute pubblica, nel testo ammesso e denunciato. Quanto per premiare i minori che hanno ubbidito alle regole.

E, soprattutto, in vista dell’autunno. Quando, sollecitano i garanti, andrà bene re-imporre i dispositivi e gli interventi che danneggiano la salute pubblica.

LEGGI LA LETTERA

Tornare a vivere insieme 

di MATTIA SPANÓ

Dobbiamo tornare a vivere insieme. Ciò significa che dobbiamo tornare a fare politica. L’essere umano vive in comunità organizzate: la politica è l’attività di organizzazione positiva orientata al bene del singolo e della società.

Dalla fine della Prima Repubblica segnata da Tangentopoli, un ritornello si è imposto agli italiani: la politica è un affare sporco per gente incapace e corrotta.

Questa idea semplice si è incistata ad un livello talmente profondo della psiche che ormai viene percepita come una legge fisica, o un’evidenze empirica come “la pioggia bagna”.

Dire che la politica è sporca e cattiva è come dire che al ristorante si mangia sempre bene. Oppure che la “Scienza” è sempre buona e gli scienziati sono esseri angelici sempre totalmente disinteressati. Affermazioni talmente false da essere comunemente accettate, in forza della loro banalità priva di sfumature.

Questa insistenza nel confondere un’opera indispensabile come la politica con il suo autore accidentale ha scatenato una guerra sotterranea fra una generazione di politici infinitamente mediocri e la società civile. 

Tizio promette a Caio la luna, Caio lo vota, Tizio in parlamento vota Sempronio primo ministro, Sempronio fa l’esatto contrario di quanto Tizio ha promesso a Caio.

Per un effetto paradosso, bersagliare di improperi la politica ha messo al riparo i politici da critiche e accuse, o meglio dagli effetti concreti di queste (nel Medioevo, cacciarli con torce e forconi o ricoprirli di pece bollente e piume, ma erano tempi bui popolati da gente ottusa e rozza).

Ecco come, per eterogenesi dei fini, l’idea che la politica sia brutta sporca e cattiva si è avverata. C’è un principio dell’economia che mette in guardia dalle profezie e aspettative negative, le quali hanno la straordinaria tendenza ad avverarsi. Vale anche per la politica.

Parlare un giorno sì e l’altro pure di governo ladro ha fatto sì che avessimo esattamente ciò che abbiamo evocato. Ci si è concentrati sulla trama del brutto film dimenticando gli attori cani.

Questo giochino mentale ha permesso, in Italia, di piazzare qua e là “governi tecnici” o “del presidente” che certificassero per autopoiesi “il fallimento della politica”: i vari Ciampi, Amato, Dini, Monti, Draghi. Con la scusa delle “competenze” mancanti (concetto, quello di “competenza”, ermetico e fumoso quanto quello di “merito”) si sono imposti al potere figure “competenti” nel governare il paese.

Per ghiribizzo, questo sì populista, si è preso l’aggettivo “competente” generalizzandolo. Cioè si è fatto compiere ad una competenza per definizione verticale – so fare la pizza – un tuffo carpiato logico con triplo avvitamento – so governare un paese. 

Il falso sillogismo che se ne ricava è: so fare la pizza buona, quindi so governare il paese, ergo il mio governo è buono come la pizza.

Mettiamo il giocattolo sotto la lente d’ingrandimento e osserviamolo bene.

Politici incapaci e incompetenti eleggono uno di loro presidente della Repubblica. Appena eletto, su costui scende la fiammella della Spirito Santo e diventa un esempio di virtù preclara, un illuminato statista votato al miglior interesse della nazione.

Questo Gran Sacerdote dell’unità nazionale, una volta insignito della più alta carica prende miracolosamente coscienza del fatto che coloro che lo hanno eletto sono degli incapaci incompetenti, per di più autori di svariate marachelle ai danni dell’erario (banchi a rotelle e mascherine, per citare gli ultimi sperperi… nelle more: anche Domenico Arcuri è un “tecnico” di Stato). 

Nomina allora un “tecnico” a capo di un governo di “tecnici” che guidi la nazione verso un avvenire dove scorrono fiumi di latte e miele.

Peccato che anche i tecnici si inchiodino alle tecnicissime poltrone su proposta degli stessi politici incapaci e corrotti con l’eccezione, come abbiamo visto, del presidente che un bacio parlamentare ha tramutato da ranocchio in bel principe. E non solo lui: anche i “tecnici”. Si prendano in esame i valzer dei partiti quando scadono le nomine nei CdA delle controllate statali.

Commissari europei, presidenti della Commissione Europea, direttori del Tesoro, della Banca Centrale nazionale o europea. Tutte nomine politiche. Si vedano le carriere dei tecnici summenzionati e mi si dimostri che sbaglio.

In soldoni, politici incapaci e corrotti sono capaci e onesti quando si tratta di eleggere il presidente della Repubblica (super partes, ça va sans dire) e di proporre per ruoli tecnici figure di altissima competenza e valore morale.

Non rimane che votare la fiducia al governo tecnico che salverà il paese dal disastro. Coerentemente, i politici appoggiano tali governi “tecnici” che decretano la loro inettitudine. La distinzione fra “politici” e “tecnici” è puro fumo negli occhi. Nella realtà, non esiste.

Ora: è un fatto che questa impalpabile dissonanza cognitiva non sfiori neppure la chimerica coscienza collettiva. Non pone alcun problema logico. 

Forse non si fa gran pubblicità alla cosa, in ogni caso chi si accorge delle crepe nei ragionamenti tace per paura dello stigma sociale, e della perdita di quei piccoli benefici che il potere accorda volentieri a chi brucia il granello d’incenso in suo onore – in genere, generosamente non lo uccide.

Arriviamo così conciati alla pandemia, che non fa altro che avverare il vecchio adagio latino homo homini lupus. L’uomo è un pericolo mortale – e morale – per l’altro uomo. La società va letteralmente in pezzi. Il legame, la relazione umana diventano il veicolo di contagio di pesti e piaghe bibliche a cui la Scienza e la Tecnica pongono rimedio. O meglio no, ma bisogna credere che così sia, amen.

Conclusione: la politica fa schifo, i tecnici sono bravi e scientifici, la società non esiste più. C’è un bel libro del professor Alberto Contri, La sindrome del criceto, che spiega con grande chiarezza e arguzia questo fenomeno terminale di disgregamento dell’identità consapevole di sé e del mondo.

Che fare, allora? Come uscirne?

Preso atto che In Italia esiste una minoranza che ha capito il gioco ed è stanca di giocare, si tratta di unirla sotto un’unica bandiera e presentarsi alle elezioni.

Questo non è possibile: in una società frantumata, le piccole isole che come banchi di ghiaccio vagano alla deriva nell’Artico quando va bene non comunicano fra loro. Quando va male si guardano in cagnesco, sospettano fra loro, difendono interessi di bottega e personalismi dei leader.

Per di più, dalla legge Calderoli – il Porcellum – i candidati alle politiche vengono decisi dalle segreterie di partito. Una democrazia in crisi come quella italiana sfocia, volente o nolente, in una forma più o meno violenta di totalitarismo.

L’ultima isola felice prima dell’autarchia – che sospetto verrà soffocata nel sangue – sono le elezioni comunali. Si cominci allora presentando candidati alle elezioni comunali e si sostengano anche dando l’appoggio esterno, vale a dire senza trasformarsi in partiti politici che otterrebbero percentuali dello zero virgola.

Si cominci un lavoro di tessitura di rapporti personali nei comuni. Si abbandoni l’idea di federare le comunità, le associazioni culturali, i gruppi di resistenti. Si pensi piuttosto a coordinarli.

Soprattutto, e questo è l’aspetto fondamentale, si abbandoni l’idea di fondare nuovi partiti politici e si pensi molto seriamente a formare uomini e donne che sappiano fare politica.

Fatto ciò, un libero congresso delle realtà territoriali eleggerà i propri rappresentanti nelle istituzioni nazionali. Questi prenderanno la strada più congeniale collocandosi a destra, centro o sinistra del parlamento, ma con un’idea precisa di come funziona un paese. Non “cittadini a 5 stelle” né “tecnici”, ma politici di professione. Inevitabilmente, agiranno bene o male, ma saranno formati dal popolo che li sostiene, non da lobby oscure e interessi sovranazionali.

Si tratta di abbandonare un gioco per inventarne un altro che sia democratico non in senso meramente ideale, ma pratico. Non è la politica che governa gli uomini, ma sono gli uomini a governare la politica.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

La banalità dell’emergenza

di DARIO GIACOMINI, GIORGIO AGAMBEN, GIOVANNI FRAJESE, ELISABETTA FREZZA

Ci siamo ritrovati a guardarci negli occhi, pensando a cosa si sarebbe potuto fare partendo da quello che, di buono, già era stato fatto. Ne è uscito questo scritto, intorno al quale chiamiamo a raccolta tutti coloro che, senza protagonismi, desiderino darsi vicendevolmente una mano e riprendersi la vita con l’umanità che le spetta.

LA BANALITÀ DELL’EMERGENZA

Il sistema oppressivo che si è manifestato in questi due anni non ha neppure la tragica grandezza della «banalità del male» colta da Hannah Arendt. Covid-19 e Green Pass sarebbero persino termini da operetta se, a loro causa e in loro nome, non ci fossimo ritrovati esposti, d’improvviso, alle intemperie di un tempo spietato in cui la paralisi della democrazia, il sovvertimento dell’assetto istituzionale, la violazione dei principi fondativi del vivere comune hanno portato con sé lo stravolgimento dei rapporti sociali e la mortificazione di ogni umanità.


D’improvviso, siamo stati travolti da un diluvio di provvedimenti arbitrari, emanati su presupposti di fatto erronei o distorti quando non del tutto inconsistenti, senza alcun riguardo a quel perseguimento del bene comune che è la funzione primordiale della politica.

«La società» come scriveva fin dagli Anni Trenta del secolo scorso Simone Weil in Oppressione e libertà «è diventata una macchina per comprimere il cuore» e di conseguenza «per fabbricare l’incoscienza, la stupidità, la corruzione, la disonestà e soprattutto, la vertigine del caos».

UN TOTALITARISMO DALLE RADICI PROFONDE

Sarebbe un grave errore non dare a questa «macchina per comprimere il cuore» il suo vero nome: totalitarismo. Il fatto che sia condiviso da una vasta parte di cittadini non ne muta l’essenza.

Anzi, mostra che i tempi erano maturi per cogliere il frutto avvelenato, seminato e coltivato con cura e a lungo. Ci si chiede come mai la gente non capisca quello che è così chiaro e non veda ciò che è tanto evidente. Siamo giunti al momento in cui, come paventava Simone Weil, non si comprendono più i significati pratici e contingenti delle azioni.

Azione e conoscenza, lavoro e progettualità, cause ed effetti sono separati. Conta solo la funzione, l’uomo è sacrificato al meccanismo, il mezzo diventa fine; e l’autorità, per quanto esercitata in modo arbitrario, diventa un idolo, un totem, un talismano capace di curare tutti i mali. L’uomo è una marionetta che si agita in un teatrino in cui non c’è più proporzione tra il fare e il conoscere e in cui è divenuto un essere sradicato, incapace di rapportarsi alla realtà.

UN TOTALITARISMO CONDIVISO. MA NON DA TUTTI

Dentro questa rappresentazione, per aver coltivato un pensiero non conforme a quello di una massa manipolata, confusa e impaurita; per non esserci piegati ai ricatti di un potere coercitivo cinico e spregiudicato e alle sue misure irragionevoli e incongruenti; per non avere ceduto il corpo alla somministrazione coatta di farmaci che non assicurano l’immunità né impediscono il contagio, abbiamo subìto la sospensione dallo stipendio o la privazione del posto di lavoro, la soppressione del diritto di circolazione e di accesso a servizi pubblici pagati con le nostre tasse, la compressione della libertà di espressione, l’esclusione dalla scuola, dall’università e dai luoghi della cultura, il peso della minaccia sempre incombente sui nostri figli. E lo abbiamo subìto nel plauso generale, con il pieno e deliberato consenso di familiari, amici, colleghi, vicini di casa.


È su questo terreno impervio che, per iniziativa del dottor Dario Giacomini, nella primavera del 2021, a ridosso dell’introduzione dell’obbligo vaccinale per i sanitari a mezzo decretazione d’urgenza (d.l. 44/2021), nasce ContiamoCi!, per riunire in associazione quanti, tra i destinatari della norma, intendono opporsi alla sua applicazione considerandola intrinsecamente ingiusta oltre che incompatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento. In una fase successiva, l’associazione si apre ai dipendenti della scuola e poi via via alle altre categorie di lavoratori ed a tutti i cittadini, fino a stendere una rete di mutuo sostegno su tutto il territorio nazionale.


Si è scoperto così come quel terreno arso, in apparenza votato alla sterilità, fosse in realtà straordinariamente fertile. Perché capace di far emergere qualcosa che afferisce alla radice dell’essere uomini e precede qualsiasi appartenenza. Perché capace di dare corpo a pensieri buoni e opere buone, di far crescere legami nuovi di amicizia, solidarietà, fratellanza, insieme alla voglia di mettere a frutto i talenti di cui ciascuno per parte sua è portatore, per battere strade alternative: nella ricerca scientifica, nella socialità, nei servizi, nella cultura, nell’arte.

PROSPETTIVE PER RESISTERE ALLA MACCHINA CHE COMPRIME IL CUORE

Il Novecento, secolo tutt’altro che breve, è ricco di insegnamenti e di esperienze che testimoniano la possibilità teorica e pratica di vivere al di là delle costrizioni totalitarie. Tra le molte intuizioni sorte nell’Europa dell’est, è particolarmente felice, sul piano degli intenti e della loro comunicazione, quella della “pólis parallela”, messa a punto da Václav Benda, membro del movimento “Charta 77” attivo in Cecoslovacchia. Nel breve saggio La polis parallela diceva tra l’altro: «Propongo perciò di unire le nostre forze per costruire poco a poco delle strutture parallele in grado di supplire, anche in misura limitata, a quelle funzioni comunemente utili e necessarie ora assenti; laddove sia possibile, occorre sfruttare le strutture esistenti e umanizzarle». In uno scritto successivo, Situazione, prospettive e significato della polis parallela, auspicava come fase finale la fusione della comunità resistente con quella ufficiale risanata o, addirittura, il «predominio pacifico della comunità ancorata alla verità su quella della mera manipolazione del potere».


È con questo stesso spirito che, oggi, ContiamoCi! si propone di allargare le sue fila e chiama a raccolta intorno al suo cuore già pulsante tutti coloro che, sperimentando quotidianamente su di sé e sui propri figli una discriminazione via via sempre più capillare e feroce, desiderino ricreare le condizioni per vivere e, per questo, sentano di dover mettere insieme i pezzi di una ragione distrutta e di una umanità negata: un po’ come tanti frammenti di qualcosa di più grande e di più bello di cui conservare memoria e tramandarla a chi ci succede.


ContiamoCi! intende costituire un luogo di aggregazione per chi non si rassegni a essere trasferito a peso morto nel recinto cosmopolita, digitale, tecnologico ed “ecologico” dei nuovi sudditi uguali e obbedienti, in attesa di essere ibridati e, finalmente, sostituiti; ma, viceversa, sia determinato a resistere agli insulti di uno strapotere fuori controllo, e sia pronto a sacrificare quanto acquisito pur di onorare la propria coscienza, e rimanere uomo.


ContiamoCi! vuole cercare di corrispondere a quei bisogni essenziali che, d’improvviso, ostacoli inediti impediscono ai cittadini di perseguire. Offre le prestazioni di medici, infermieri, legali, insegnanti, commercianti, artigiani, artisti, uomini di buona volontà che si mettono a servizio degli altri con spirito di collaborazione e slancio disinteressato. E così, pian piano, punta a edificare un’altra medicina, un’altra scuola, un’altra assistenza, in una parola un’altra polis che funzioni, parallela, nel rispetto delle leggi non scritte ma incastonate nella natura dell’essere umano.

VIVERE SENZA MENZOGNA

Nella consapevolezza che il vedere altri che pensano come te, vivono come te, soffrono e combattono come te, regala a ciascuno di noi un sostegno molto più forte di qualsiasi astratto proclama; che a ciascuno di noi fa bene farsi medicare, confortare, consolare per guarire nell’animo e recuperare le forze, ContiamoCi! intende rendere più vivibile la nostra quotidianità contando sul contributo di uomini vivi, integri e coraggiosi che sappiano guardare oltre i reticolati dei nuovi lager tecnologici e regalarci la speranza di esserne liberati. Solo così si potrà immaginare di invertire il segno di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi in danno nostro e dei nostri figli: per sopravvivere a un oggi disumano, e guardare al futuro con fiducia non velleitaria, o si ritrova la comune umanità, la si cura e la si coltiva a ogni costo, o si è destinati a perderla del tutto. «Non è possibile farsi semplicemente da parte, credere di potersi trar fuori dalle macerie del mondo che ci è crollato intorno. Perché il crollo ci riguarda e ci apostrofa, siamo anche noi soltanto una di quelle macerie e dovremo imparare cautamente a usarle nel modo più giusto, senza farci notare» (Giorgio Agamben, Quando la casa brucia).
In altre parole, lo spirito che guida una tale opera ha in radice quanto Solženicyn diceva, nel 1974, in Vivere senza menzogna: «Ciò che ci sta addosso non si staccherà mai da sé se continueremo tutti ogni giorno ad accettarlo, ossequiarlo, consolidarlo, se non respingeremo almeno la cosa a cui più è sensibile. Se non respingeremo la menzogna. (…) Ed è proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia!».

La bottega degli uomini liberi

di MATTIA SPANÓ

Partirei dalla percezione più banale possibile di cosa sia la libertà: dare seguito concreto ad un pensiero. Fare letteralmente ciò che passa per la testa. Mi sembra che queste poche parole mettano d’accordo la maggior parte degli esseri umani, e quindi provo a sviluppare l’analisi partendo da qui.

La definizione appena data è un concetto postumo. Che io faccia qualcosa prevede giocoforza un savoir faire. La maggior parte delle persone semplicemente esclude dalle opzioni ciò che non sa fare. Non le pensa neanche. Una persona incapace di dipingere non penserà affatto di essere libera dipingendo un autoritratto. Nemmeno considera una diminuzione il fatto di non dipingere. 

Per la proprietà transitiva la libertà è un concetto postumo, nel senso che l’esercizio della libertà debutta nel momento in cui il saper fare seppellisce il non sapere.

Mi riesce difficile pensare la libertà al di fuori del suo esercizio pratico. Se penso ad un concetto o un’aspirazione, essa diventa sostituibile oppure viene delusa o tradita.

Se la libertà si realizza, significa che ha conseguenze. Come se non si realizza, del resto, e quindi è servitù, cioè l’asservimento alla libertà di un altro. Dico servitù e non schiavitù perché la condizione dello schiavo è coatta, quella del servo consapevole. Questo dovrebbe portarci a pensare la libertà come una pratica binaria. 

A questo proposito, è interessante notare che la distinzione fra libero arbitrio e servo arbitrio sia stata una delle cause principali della separazione fra Chiesa Cattolica e chiese protestanti. La differenza tra una scelta guidata dalla ragione al bene, e una scelta gravata dal male del peccato e perciò impossibile (serva).

Anche se queste brevi riflessioni possono sembrare inutilmente astratte, si deve notare che la pandemia, e soprattutto il governo dello stato di emergenza, hanno insieme messo in luce esattamente il tipo di concezione di libertà che va per la maggiore.

In linea di massima, non mi sembra fuori luogo sostenere che l’homo pandemicus ha rivelato una bassissima propensione ad agire, e per converso un’altissima inclinazione ad essere agito.

La socialità fisica è passata dall’essere un disturbo – viviamo in una comunità fortemente agorafobica, eccezion fatta per quei contesti come il calcio, la discoteca e i concetti in cui il frastuono ci rinchiude nella nostra abituale solitudine – all’essere un pericolo mortale. L’osservanza para-religiosa di provvedimenti sommamente insulsi come il green pass ha restituito un sensus fidei ormai smarrito da decenni: le persone credono nello Stato, si fidano dello Stato, avendone sinora interiorizzato soltanto lo spirito burocratico. Quello, appunto, che elargisce permessi.

La remissione completa delle proprie libertà nelle mani delle istituzioni nate per tutelare, non per elargirle sotto vincolo esterno, ha scatenato una sorta di panico da decisione. Se non penso a me stesso come libero, qualsiasi decisione, anche la più semplice, finisce per spaventarmi. 

Le persone, lentamente private dalla routine della capacità di immaginare la vita, attendono con ansia che venga detto loro cosa fare. Un cambiamento anche minimo previsto dal decreto settimanale riscrive la routine, fornendo l’illusione narcisistica di partecipare ad una comunità vitale, mentre essa è appena cangiante. È una situazione estremamente confortevole.

Tutti discutono se sia giusto o meno ciò che lo Stato prescrive. Nessuno è disposto o indotto a discutere se sia giusto o sbagliato ciò che egli stesso fa.

Diciamo allora che se la libertà è un’opera, come accennavo all’inizio, allora bisogna tornare a bottega. Il tirocinio della libertà deve innanzitutto ripartire dalla ricerca di maestri d’arte che possano insegnarla.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Imperial College Report. Era tutto deciso fin dall’inizio?

di EUGENIA MASSARI

pubblicato il 26 aprile 2021, ricondiviso il 10 settembre 2021

Prima che l’adesione dei Paesi NATO al modello lockdown fosse totale – pressoché identico ovunque – US e UK tentennavano.

L’Inghilterra aveva inizialmente scelto un intervento mirato alle categorie a rischio e l’immunità di gregge da raggiungere attraverso la circolazione del virus. Le dichiarazioni di Sir Patrick Vallance e del premier Boris Johnson furono attaccate dalla stampa.

Coronavirus, Londra shock: contagiare il 60% dei britannici per sviluppare l’immunità. Johnson: “Moriranno molti cari”.

Alla fine, però, Inghilterra e US cedono.

Cosa fece cambiare idea ai due Governi e da dove veniva il modello di intervento proposto a livello mondiale?

<<La nuova stratega si è imposta a seguito della pubblicazione di un Report commissionato dal Governo al team dell’Imperial College di Londra, che ha modellato diverse strategie e opzioni, con focus specifico su UK e US>>  Financial Times[1].

That Imperial coronavirus report, in detail 

La notizia circola sui media italiani, con incongruenze e senza una traduzione integrale.

Il documento originale, Impact of non-pharmaceutical interventions (NPIs) to reduce COVID-19 mortality and healthcare demand può essere scaricato integralmente in inglese ed è reperibile negli archivi digitali dell’Imperial College. Condotto a partire dai dati provenienti prevalentemente da Italia e Spagna a marzo 2020, poi applicati ed elaborati in base alla situazione demografica e ai sistemi sanitari di Stati Uniti e Inghilterra.

Io studio propone tre modelli predittivi o scenari sull’andamento della pandemia in questi due Paesi – Inghilterra e America – sulla base di tre possibili modelli di intervento.  

  • No-action, nessun intervento. La pandemia non sarebbe stata affrontata in nessun modo.
  • Mitigation, interventi volti a tutelare le fasce deboli ed esposte alle forme più gravi, immunità di gregge da raggiungere attraverso la circolazione del virus.
  • Suppression, soppressione della circolazione del virus, ovvero contrastare la circolazione del virus impedendo il passaggio tra individui all’interno della popolazione.

Il Report mostra i dati sul numero di vittime stimato, sulla pressione esercitata sul sistema sanitario (cioè il rapporto tra domanda e posti disponibili nei reparti di terapia intensiva del sistema sanitario pubblico ndr) e sull’andamento della curva pandemica

Il Report è firmato da un team di studiosi[2], con a capo Neil Ferguson, successivamente costretto a dimettersi come consulente del Governo inglese per aver violato il lockdown.

Oltre l’Imperial College di Londra, lo studio è realizzato con: l’OMS, il Collaborating Centre for Infecious Disease Modelling, l’MRC Centre for Global Infecious Disease Analysis, e l’Abdul Latif Jameel Institute dor Disease and Emergency Analytics.

Il documento, datato 16 marzo 2020 contiene tutti gli elementi della narrazione pandemica presenti sui media a livello mondiale, confronto con la Spagnola incluso[3].

Il documento parla chiaramente di misure da mantenere per un lungo periodo di tempo.

  • <<È necessaria una combinazione di isolamento dei casi, allontanamento sociale dell’intera popolazione e quarantena familiare o chiusura di scuole e università (Figura 3, Tabella 4). Si presume che le misure siano in atto per una durata di 5 mesi >>. (Pag. 9 )
  • <<Il pannello di destra della tabella 4 mostra che il distanziamento sociale (più la chiusura di scuole e università, se utilizzata) deve essere in vigore per la maggior parte dei 2 anni della simulazione, ma che la proporzione di tempo in cui queste misure sono in vigore è ridotta per interventi più efficaci e per valori inferiori di R0>> (Pag. 11)

È già presentato il modello di aperture-chiusure, da modulare in base al monitoraggio continuo dei dati:

  • <<Per evitare un riaumento della trasmissione, queste politiche dovranno essere mantenute fino a quando non saranno disponibili grandi scorte di vaccino per immunizzare la popolazione – che potrebbero essere 18 mesi o più. I trigger basati sulla sorveglianza ospedaliera adattiva per l’attivazione e la disattivazione del distanziamento sociale a livello di popolazione e della chiusura scolastica offrono maggiore solidità all’incertezza rispetto agli interventi di durata fissa e possono essere adattati per l’uso regionale (ad esempio a livello statale negli Stati Uniti). Dato che le epidemie locali non sono perfettamente sincronizzate, le politiche locali sono anche più efficienti e possono raggiungere livelli di soppressione comparabili alle politiche nazionali pur essendo in vigore per una proporzione leggermente inferiore del tempo. Tuttavia, stimiamo che per una politica nazionale GB, il distanziamento sociale dovrebbe essere in vigore per almeno 2/3 del tempo>>.(Pag.15)
  • <<Tuttavia, vi sono incertezze molto ampie sulla trasmissione di questo virus, sulla probabile efficacia delle diverse politiche e sulla misura in cui la popolazione adotti spontaneamente comportamenti di riduzione del rischio. Ciò significa che è difficile essere definitivi sulla probabile durata iniziale delle misure che saranno richieste, tranne che sarà di diversi mesi. Le decisioni future su quando e per quanto tempo allentare le politiche dovranno essere informate da una sorveglianza continua. Le misure utilizzate per ottenere la soppressione potrebbero anche evolversi nel tempo. Man mano che i numeri dei casi diminuiscono, diventa più fattibile adottare test intensivi, tracciamento dei contatti e misure di quarantena simili alle strategie impiegate oggi in Corea del Sud. La tecnologia, come le app per telefoni cellulari che tracciano le interazioni di un individuo con altre persone nella società, potrebbero consentire a tale politica di essere più efficace e scalabile se i problemi di privacy associati possono essere superati>>. (Pag.15)

Il Report avverte sui danni a lungo termine:

  • <<Non prendiamo in considerazione le implicazioni etiche o economiche delle due strategie qui proposte fatta eccezione per il fatto di notare che in entrambi i casi si tratta di decisioni politiche non facili da prendere. La suppression, sebbene abbia avuto successo fino ad oggi in Cina e Corea del Sud, comporta costi sociali ed economici enormi che potrebbero essi stessi avere un impatto significativo sulla salute e sul benessere a breve e lungo termine>>. (Pag.4)

I vaccini sono l’unico farmaco preso in considerazione nel Report. Non si parla di varianti né di interazioni dei vaccini con la mutabilità del virus. Sulle campagne vaccinali lo studio avverte:

  • <<Maggiore è il successo di una strategia nella soppressione temporanea, maggiore è la previsione dell’epidemia successiva in assenza di vaccinazione, a causa del minore accumulo di immunità di gregge>>.

Una volta scelti i vaccini come unica soluzione, insomma, il loro uso impedirebbe il raggiungimento dell’immunità di gregge, prolungando dunque la durata della pandemia – il loro funzionamento è legato alla maggiore copertura possibile -.

Al Report dell’Imperial College – non abbastanza approfondito sulla stampa italiana, viste le enormi ed epocali implicazioni, a livello storico, economico e persino umano e antropologico delle misure indicate-, non sono mancate risposte scettiche.

Il team di tecnici del Governo Svedese aveva ad esempio bollato il documento come non scientifico.

Il professor Johan Giesecke – uno dei maggiori epidemiologi del mondo, consulente del Governo Svedese, è lui che ha scelto Anders Tegnell attualmente a capo della strategia svedese-, primo capo scienziato del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie, consigliere del direttore generale dell’OMS- si è così espresso, come riporta il fotogiornalista e reporter Giorgio Bianchi:

Il Governo Svedese ha deciso all’inizio di gennaio che i provvedimenti che avrebbe adottato contro la pandemia sarebbero dovuti essere basati su prove. Quando iniziammo a guardare le misure che venivano prese dai diversi paesi, scoprimmo che pochissime di queste si fondavano su uno straccio di evidenza…Le chiusure delle frontiere, le chiusure scolastiche, il distanziamento sociale: non c’è alcuna scienza dietro la maggior parte di questi provvedimenti. “Il documento [dell’Imperial College] non è mai stato pubblicato scientificamente. Non è stato sottoposto a peer review (confronto tra pari ndr) come un documento scientifico dovrebbe essere. È solo un rapporto dipartimentale interno per l’Imperial. Ed è affascinante. Non credo che nessun altro sforzo scientifico abbia fatto una simile impressione sul mondo, come quella carta piuttosto discutibile“. FONTE

Critiche pesanti ed approfondite sono state fatte anche in India. Lo studio, riportato da Sanjeev Sabhlok è reperibile sul Times of India. Il documento afferma che, con interventi molto meno invasivi si sarebbero potuti ottenere gli stessi risultati, senza il lockdown severo. Non solo si esprimono dubbi sulla metodologia alla base del Report inglese, ma si sottolinea la “necessità per le democrazie di rafforzare la loro capacità di pensiero critico creando un’istituzione Black Hat indipendente il cui scopo sarebbe mettere in discussione qualsiasi fondamento tecnico (matematico) delle decisioni del governo”. L’analisi dell’Imperial College, per gli studiosi indiani, sarebbe un’analisi unilaterale che, tra l’altro, non avrebbe considerato la variabile costi: i danni collaterali.

Già a luglio 2020, gli epidemiologi di Oxford avevano dichiarato che la strategia suppression non era praticabile. THE POST

Tipologia, natura, durata dei lockdown adottati su scala mondiale, sono descritti in questo documento. Il Governo inglese, il Governo US sapevano quindi fin da marzo che le misure di lockdown severo sarebbero durate molti mesi, se non anni.

E il Governo Italiano?

CURIOSITÀ

1 ottobre 2020, il Ministro Speranza dichiara: <<Dobbiamo resistere con il coltello tra i denti in questi sette-otto mesi e mentre resistiamo dobbiamo avere lo sguardo lungo e costruire la società del futuro>>. Nes Anagni (Frosinone), 01 OTT 2020 11:59 

Ad ottobre 2020 il Ministro Speranza sapeva già che i lockdown sarebbero durati almeno fino a maggio-giugno 2021, prima che i relativi Dpcm fossero emanati?

Covid, Speranza: «Resistere con il coltello fra i denti per 7-8 mesi»

Nel Dpcm del 30 luglio 2020si legge:

  • 6. Al fine di garantire, anche nell’ambito dell’attuale stato  di emergenza epidemiologica dal COVID-19,  la  piena  continuità nella gestione operativa del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, alla legge 3 agosto  2007,  n.  124,  sono  apportate  le seguenti modificazioni: a) all’articolo 4, comma 5, secondo periodo, le parole: «per  una sola  volta»  sono  sostituite  dalle   seguenti:   «con   successivi provvedimenti per una durata complessiva massima di ulteriori quattro anni»; b) all’articolo 6, comma 7, secondo periodo, le parole: «per  una sola  volta»  sono  sostituite  dalle   seguenti:   «con   successivi provvedimenti per una durata complessiva massima di ulteriori quattro anni»;  c) all’articolo 7, comma 7, secondo periodo, le parole: «per  una sola  volta»  sono  sostituite  dalle   seguenti:   «con   successivi provvedimenti per una durata complessiva massima di ulteriori quattro anni».

La legge 3 agosto  2007,  n.  124, nell’articolo 4, comma 5, riguarda la nomina della direzione generale del DIS, nell’articolo 6, comma 7, la nomina del direttore dell’AISE, l’articolo 7, comma 7, riguarda il direttore dell’AISI.

La notizia finì su siti di bufale con l’argomentazione che trattasse del prolungamento di quattro anni dello stato d’emergenza. Il punto in questione riguarda invece il prolungamento da quattro a otto anni, della nomina di importanti figure chiave: l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (AISE), l’Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI) e Il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS). È lo stesso Decreto a mettere in relazione il provvedimento con l’attuale stato di emergenza epidemiologica dal COVID-19.

Ad ogni modo, negli ambienti di ricerca vicini a OMS, circolavano fin da subito studi e articoli sulla durata dell’emergenza fino al 2024/2025. La stampa internazionale ed economica, con eco su quella italiana, parlava da subito di nuova normalità.

Su Science, ad esempio, a maggo 2020 troviamo pubblicato studio della Harvard T.H. Chan School of Public Health:  Projecting the transmission dynamics of SARS-CoV-2 through the postpandemic period, distanziamento sociale fino al 2022, ondate fino al 2025.


NOTE

[1] <<The new strategy has come following the publication of a government-commissioned report from Imperial College Londons’s COVID-19 Response Team, wich models different strategies and outcomes, focusing in partcular on the UK and the US>>. (Jemima Kelly, Financial Times 17 marzo 2020)

[2] Neil M Ferguson, Daniel Laydon, Gemma Nedjati-Gilani, Natsuko Imai, Kylie Ainslie, Marc Baguelin, Sangeeta Bhatia, Adhiratha Boonyasiri, Zulma Cucunubá, Gina Cuomo-Dannenburg, Amy Dighe, Ilaria Dorigatti, Han Fu, Katy Gaythorpe, Will Green, Arran Hamlet, Wes Hinsley, Lucy C Okell, Sabine van Elsland, Hayley Thompson, Robert Verity, Erik Volz, Haowei Wang, Yuanrong Wang, Patrick GT Walker, Caroline Walters, Peter Winskill, Charles Whittaker, Christl A Donnelly, Steven Riley, Azra C Ghani.

[3] <<The global impact of COVID-19 has been profound, and the public health threat it represents is the most serious seen in a respiratory virus since the 1918 H1N1 influenza pandemic>>/<<L’impatto globale del COVID-19 è stato profondo e la minaccia per la salute pubblica che rappresenta è la più grave osservata in un virus respiratorio dalla pandemia da virus, H1N1 del 1918>> (Impact of non-pharmaceutical interventions (NPIs) to reduce COVID-19 mortality and healthcare demand, Sommario, pag.1 di 20).

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Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Autrice su Il Mondo di Pannunzio, design editoriale e co-founder Media Emporia.

Quella campana chioccia e petulante sui vaccini

Conflitti di interesse, fondi di investimento, responsabilità per aver occultato e impedito le cure e altre amenità sul disastro in corso. Intervista a Alberto Contri

(Originariamente pubblicata su Affari Italiani.it, per gentile concessione di Affari Italiani e Alberto Contri)

Sui social network, il caso del momento è costituito da un post di solo testo. Niente Tik-Tok, niente video acchiappa-like, solo testo. Per di più su un network frequentato da professionisti come Linkedin, sul quale 20.000 visualizzazioni in tre giorni e centinaia di commenti per un post di testo costituiscono una eccezione davvero rilevante. C’è di mezzo il tema dei temi, i vaccini, e un professionista della comunicazione come Alberto Contri, da mezzo secolo ai vertici di multinazionali e di associazioni del settore (per 20 anni è stato anche presidente di Pubblicità Progresso), da tempo docente di comunicazione sociale in diverse università.

Prof. Contri, ma cosa ci combina? Si è messo alla testa dei No-Vax, adesso?

Questo è quello che dicono alcuni detrattori. Ma non è affatto vero. Ho sempre creduto nei vaccini ben sperimentati e ne conosco la storia. Ma è successo che ho cominciato ad osservare tutti gli accadimenti legati al SARS-CoV-2 partendo proprio dalla comunicazione, rilevando una serie di elementi che mi hanno fatto riflettere. 

Quali?

Sono rimasto colpito da una narrazione insistente intorno ad un termine usato in maniera non corretta. Alludo ai vaccini, che tali non sono, in quanto si tratta di terapie geniche sperimentali. 

Mentre il termine “vaccini” riporta alla mente di ognuno quelli fatti nell’infanzia e in altre occasioni, tutti a base di germi attenuati, uccisi, o loro componenti, con i quali vengono fatti paragoni del tutto impropri.

Mentre quelli anti-Covid seguono un procedimento del tutto diverso, interessante ma ancora sperimentale.

Ho rilevato poi sui mass media una informazione del tutto univoca, troppo simile ad una campana talmente chioccia e petulante da risultare stonata, e quindi sempre più sospetta. 

Palese il tentativo di delegittimare o ridicolizzare le poche voci dissonanti, mentre ad un gruppetto di virologi, di membri del Cts e del Ministro della Salute sono sempre state fatte delle classiche interviste “in ginocchio”, anche da giornalisti specializzati nell’informazione medica.

Ulteriore interesse hanno destato i cosiddetti siti “anti-bufale”, gestiti anche da incompetenti in medicina, sempre pronti a controbattere usando i comunicati stampa dei produttori dei vaccini ora in uso, e a smentire dati di criticità con ragionamenti fantasiosi. Se ci fosse ancora uno straccio di giornalismo di inchiesta, sarebbe interessante indagasse su chi li finanzia. Anche perché non è cosí difficile scoprirlo. 

Infine mi hanno profondamente stupito le affermazioni invero apodittiche come quelle del Presidente Mattarella e soprattutto del Premier Draghi, perché tutto quello che sta succedendo nei paesi con il più alto numero di vaccinati dimostra che sono scientificamente improponibili. E ora si stanno esponendo ad una figura perlomeno imbarazzante.

Questo per quanto riguarda la comunicazione.

I suoi detrattori la sfottono proprio in quanto docente di comunicazione, e non di materie scientifiche.

 Dovrebbe vedere il loro disappunto quando rivelo che per venti anni sono stato ai vertici del più grande network multinazionale specializzato nella comunicazione alla classe medica, lavorando gomito a gomito con tutte, ma proprio tutte, le aziende farmaceutiche internazionali e nazionali. Conoscendo a fondo le loro attività di ricerca e le loro modalità di lobby nei confronti della classe medica, dei media e della società. Ma quello che più conta è che, dovendo approfondire tematiche  di ogni genere per spiegarle ai medici, ho sviluppato un approccio interdisciplinare ed olistico alle varie branche della medicina, ben diversamente da quello dei virologi televisivi e degli esperti di statistica.

Ci parli del caso Linkedin

Ho postato un fondo di Sallusti, ora condirettore a Libero, che dopo l’approvazione definitiva da parte dell’FDA americana al vaccino Comirnaty della Pizer (senza attendere la conclusione del follow up pianificato per il 2023), si è letteralmente scatenato contro i preoccupati o renitenti verso questo tipo di vaccini, sostenendo che finalmente “la Scienza” aveva posto la parola fine a tutti i dubbi su efficacia e sicurezza, e che i non vaccinati sono degli sciagurati che mettono a rischio la salute della comunità. Ho rilevato che i suoi toni mi parevano eccessivi, proprio a fronte della crescita dei contagi nei paesi con il maggior numero di vaccinati, e ho notato che anche Libero si era aggiunto ad un coro praticamente unanime di stampa e tv che non ammette discussioni sulle criticità di farmaci che non sono affatto vaccini tradizionali, giova ripeterlo.

E cosa è successo?

Che in tre giorni questo post ha totalizzato 20.000 visualizzazioni, oltre un centinaio di commenti e, sorpresa delle sorprese, al 95% d’accordo con la mia posizione. Smentendo la vulgata che i critici di questa modalità di affrontare il Covid 19 appartengano ad una classe medio-bassa e ignorante, dato che su Linkedin si ritrovano soprattutto laureati, manager, professionisti, operatori assai qualificati. Molti dei quali in grado di leggere un lavoro o una tabella di dati pur non avendo un background medico-scientifico. 

La discussione è diventata particolarmente interessante, dato che giusto un giorno dopo l’intemerata di Sallusti con tutte le sue granitiche certezze, è intervenuto il British Medical Journal (una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo) che, ad opera del suo senior editor Peter Goshi ha criticato aspramente l’FDA per aver violato una serie di procedure sempre rispettate per altri vaccini e farmaci. Rilevando la costante crescita di effetti collaterali gravi, l’efficacia che si è ridotta già a sei mesi e anche meno, e il fatto che i vaccinati in molti casi risultano comunque contagiosi. Nel frattempo è stata pubblicata una intervista del dr. Malone (l’inventore della tecnica mRNA messaggero) molto dubbioso sul fatto che i vantaggi superino i rischi. Il colpo di grazia è stato dato da un autorevole professore di virologia di Harvard, Martin Kulldorf, che in una dettagliatissima intervista ha parlato senza mezzi termini di “fiasco” dell’intero approccio al Covid 19, smentendo senza mezzi termini l’efficacia dei lockdown e dei Green Pass.

È probabile che questo interesse si sia sviluppato perché in generale sui mass media le informazioni critiche non si trovano?

Sicuramente. Ma anche perché riguardo ad efficacia e sicurezza i soliti camici bianchi intervistati ovunque fanno affermazioni con tale certezza da sembrare convincenti, quando a volte sono palesemente false, e per forza di cose i dubbi cominciano a diffondersi. Nella trasmissione “In onda” su La 7, l’onnipresente prof. Bassetti ha tentato di smontare la vulgata secondo la quale i nuovi vaccini non sarebbero ancora in fase sperimentale. Secondo il garrulo professore, “non è vero che sono stati trovati in fretta come si dice, perché in realtà la tecnologia RNA messaggero la si sta studiando dal 1990, e inoltre si tratta di vaccini a tutti gli effetti assolutamente efficaci e sicuri”.

Ora, un conto è lo studio delle terapie geniche in generale, un conto è la oggettiva breve durata della sperimentazione degli attuali vaccini, dichiarata e ammessa in modo temporaneo e condizionato nelle stesse documentazioni di registrazione, a fronte della situazione di emergenza. 

La risposta a Bassetti in termini di sicurezza la troviamo in un seminario tenuto in Senato proprio su questo tema. Tra i vari relatori vale la pena di citare il prof. Frajese, endocrinologo dell’Università degli Studi di Roma “Foro Italico”. Fra i tanti problemi evidenziati, ha segnalato che per la fretta non sono stati fatti gli studi sulle interazioni farmacocinetiche, né quelli di tossicocinetica, né di genotossicità, e – udite udite – di carcinogenicità, il che, parlando di vaccinare bambini e bambine, è davvero grave. Tanto più che in un annesso della documentazione Pfizer, si trova un lavoro da cui si apprende che nei ratti le proteine spike si distribuiscono in 48 ore in diversi organi, e in percentuale assai alta nelle ovaie” (qui il suo intero intervento). Recentemente il dr. Peter Schirmacher, uno dei più autorevoli patologi tedeschi, docente all’Università di Heidelberg, ha sostenuto che le morti causate dal vaccino sono ampiamente sottostimate, riportando una analisi su 40 autopsie in base alle quali i casi di morte correlata al vaccino sono risultati pari fino al 40%.

Lei ha criticato anche il prof Abrignani, che è pure  membro del Cts.

Non ho parole per definire quello che ha detto sulle pericarditi nei bambini, “che se capita si risolvono in breve tempo”. Il dr. Malone ha spiegato molto efficacemente che le pericarditi invece lasciano delle cicatrici che si possono far sentire più in là negli anni. Ma anche subito, come accaduto alla pallavolista Francesca Marcon, che a causa di una pericardite da vaccino non riesce più a giocare. È inaccettabile che un membro del Cts faccia simili affermazioni. 

Secondo lei come mai questi illustri cattedratici sono unanimi nel sostenere questa narrazione di efficacia e sicurezza in modo cosí convinto?

Ci sono sicuramente quelli in buona fede, ma anche quelli che hanno conflitti di interesse a causa di stretti rapporti con le case farmaceutiche. Ho letto che proprio il prof. Bassetti è stato pizzicato a sbianchettare dal curriculum la sua presenza nel Global Advisory Board di Pfizer. Ora, data la mia esperienza nel Network Medicus Intercon, non ci vedo nulla di male, in quanto le imprese farmaceutiche vivono in simbiosi con la medicina sul campo, hanno bisogno dei clinici disponibili a fare le sperimentazioni e tanto altro. Ma il limite è la coscienza professionale. Un conto è fornire consulenze sulla base della propria competenza, un conto è trasformarsi in propagandisti di farmaci non sufficientemente testati, che altri colleghi internazionali – di assai maggiore autorevolezza, inoltre – ritengono non cosí efficaci né sicuri. 

Secondo il sistema di rilevamento passivo VAERS americano, questo tipo di vaccini è stato associato con più morti di quelle associate con tutti i vaccini presi assieme nei precedenti 21 anni. Per non parlare delle reazioni avverse gravi (“severe”, in pratica temporaneamente inabilitanti nella prima settimana, ma talora piu a lungo), che il sistema di rilevazione attiva dei CDC, V-safe, riporta ad es. nella misura di oltre un giovane (16-25 anni) su quattro. Tornando a Bassetti, il fatto di aver cancellato quel dato è una ammissione di lampante conflitto di interessi. Ma lui compare dappertutto lo stesso.

Tra i temi dibattuti ci sono i farmaci alternativi o complementari ai vaccini e il famoso protocollo del Ministero “Paracetamolo e vigile attesa”.

Qui ci vuole una breve premessa: è oramai assodato che la sindrome da Covid 19 si divide in due fasi: la prima, quella infettiva, virenica, in cui febbre e infiammazione giocano ancora il ruolo difensivo assegnato loro dall’evoluzione, si fa strada nei primi giorni. La seconda, in cui si sviluppa la trombosi dei vasi polmonari e di altri distretti, è molto più difficile da curare, e può risultare letale per gli individui compromessi da altre patologie. La prima può essere bloccata nella gran parte dei casi grazie alle difese innate o con farmaci di uso molto comune, ce ne sono oramai una decina con ricerche scientifiche valide a sostegno, e che costano pochissimo.

Ci potrebbero dire EMA, OMS, Aifa, ISS, Cts, Ministero della Salute, perché si è ritenuto lecito approvare in via emergenziale nuovi tipi di vaccini che stanno dimostrando di avere diversi punti di contatto con “L’Apprendista stregone” di goethiana memoria, e non si consenta di applicare in via emergenziale terapie che stanno dando risultati sorprendentemente buoni (e validati) in diversi paesi del mondo? Se la pandemia è cosí grave, perché lasciare qualcosa di intentato che magari, come spesso avviene, potrebbe rivelarsi l’uovo di Colombo? Che esista, lo dimostra un grande metastudio pubblicato da Elsevier, la casa editrice di The Lancet, la più autorevole in campo scientifico, che illustra come le terapie precoci  azzerino il rischio di ospedalizzazione nelle case di cura per anziani, che sono notoriamente uno dei focolai più pericolosi.

Tutt’altro che il protocollo “paracetamolo e vigile attesa”…

Questo è un fatto che ha dell’incredibile. Nessuno è mai stato in grado di spiegare le sue basi scientifiche. In nessuna intervista nessun giornalista lo ha chiesto al Ministro Speranza (esiste anche il peccato di omissione, mi pare). Diversi ricercatori di tutto il mondo hanno oramai mostrato che il paracetamolo in questo caso svolge un ruolo negativo perché abbassa la febbre – che è una importante difesa iniziale contro l’infezione virale – e poi perché interferisce con il glutatione e con la sua potente azione antiossidante. Sempre più medici, che hanno una seria paura di esprimersi per paura di essere sanzionati o addirittura radiati, ritengono che somministrare paracetamolo e attendere sia una scelta molto grave. 

In realtà quando si parla dei molti morti per sostenere la vaccinazione di massa, si omette di dire che ce ne sarebbero meno se si applicassero le terapie domiciliari precoci. Il dr. Georg Fareed, una carriera nella P.A. americana e ad Harvard, sostiene che se si fossero applicate da subito le terapie domiciliari precoci, la mortalità complessiva sarebbe stata molto inferiore.

Su questa base, e con gli stessi argomenti del virologo di Harward Kulldorf, (anche se i media italiani non ci dicono nulla) l’avvocato tedesco Fuellmich sta coordinando una class action insieme a migliaia di avvocati e medici contro CDC, OMS e il Gruppo di Davos, e vari Ministeri della Salute per la violazione dei 10 principi di Norimberga.

Può sembrare fantascienza. 

Ma potrebbe anche non esserlo, visto che l’avv. Fuellmich è colui che ha messo in ginocchio la Volkswagen sulla faccenda del diesel-gate, e scoperchiato la corruzione nella Deutsche Bank. 

Quindi lei pensa ad un complotto ordito da Big Pharma?

No. Ritengo che le aziende farmaceutiche abbiano svolto negli anni un ruolo chiave per la salute dell’umanità. Osservo però che, venendo avanti nel tempo, nel loro azionariato le famiglie dei fondatori – che erano medici e ricercatori – sono state via via affiancate o sostituite dai grandi Fondi di investimento come ad esempio Black Rock, il cui spasmodico interesse per i risultati economici trimestrali è ben noto. Black Rock è presente in Pfizer, con i Fondi Vanguard e Wellington.  Insieme a Bank of America, Deutsche Bank, Morgan Stanley, JP Morgan. Che non sono esattamente degli enti di beneficenza, e sono ben felici che Pfizer abbia raddoppiato la previsione del fatturato 2021 per il solo vaccino: 26 miliardi di dollari. Previsione che andrà vista al rialzo dopo l’annuncio di un aumento di prezzo del 15%. Figuriamoci con l’ipotesi della terza dose e con le anticipazioni del Ministro Speranza sulla vaccinazione da ripetere ogni anno (se basterà).

Gli stessi Fondi sono presenti anche nei social network più famosi, molto premurosi nel sovvenzionare i siti “anti-bufale” cui ho accennato, o nel limitare e addirittura cancellare i post critici sulla vaccinazione di massa.

Conoscendo questi dati, ognuno può trarre le proprie conclusioni. Magari non prima di aver dato un’occhiata alle dichiarazioni shock dell’ex Ministro della Sanità francese Philippe Douste-Blazy.

Per concludere, se lei fosse al Governo, cosa farebbe?

Abolirei subito il Green Pass: che senso ha, se i vaccinati infettano e si ammalano ugualmente?

Manterrei mascherine (non all’aperto, se non in caso di prossimità continuativa), distanziamento, pulizia delle dita delle mani, soprattutto quelle di chi lavora in bar, ristoranti, negozi.

Poi farei una grande campagna di prevenzione, consigliando di assumere con l’alimentazione le sostanze in grado di tenere lontano il virus, sulla cui efficacia esistono lavori scientifici randomizzati controllati.

Sostituirei immediatamente il protocollo “Paracetamolo e vigile attesa” con uno aggiornato su terapie domiciliari precoci di buona o molto probabile efficacia, istruendo in merito tutti i medici di famiglia.

Quanto al vaccino lo riserverei solo agli anziani e ai pazienti a rischio, e solo dopo una esauriente informazione medica su benefici attesi e rischi, in quanto il cosiddetto “consenso informato” è una pratica burocratica semplicemente inqualificabile per il modo i cui viene quotidianamente disapplicata.

Infine chiederei ai media di far specificare sempre agli intervistati i loro eventuali conflitti di interessi.