Senza libri

Biblioteche, Coronavirus e insipienza dei politici

di EDOARDO BARBIERI

Forse la cosa giusta l’ha fatta il Rettore della Statale di Milano che, dichiarando le biblioteche del suo Ateneo un bene essenziale, ne ha impedito la chiusura, anche nei momenti più cupi del lockdown.

Oltre un milione e mezzo di studenti universitari italiani (e i circa cinquantamila professori) sono rimasti senza libri, o quasi

Infatti, come molti si sono accorti, tra le istituzioni culturali che più hanno sofferto nei passati e nei presenti mesi (davvero anno bisesto, anno funesto!) ci sono le biblioteche (e gli archivi, ma lì la gente ci va di meno).

Una serie di davvero sfortunati eventi ha fatto sì che oltre un milione e mezzo di studenti universitari italiani (e i circa cinquantamila professori) siano rimasti senza libri, o quasi.

Per non parlare delle biblioteche storiche, di quelle di quartiere, etc. 

Indicazioni terroristiche e contraddittorie giunte dall’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro

Senza dubbio, a scatenare la tempesta perfetta hanno contribuito più fattori:

le indicazioni terroristiche e contraddittorie giunte dall’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro (che dovrebbe occuparsi di restauro di carta e legature, non delle infezioni eventualmente causate dai libri…) circa la quarantena cui sottoporre ciascun documento dopo la consultazione;

– una certa disaffezione al lavoro che ha colpito soprattutto i bibliotecari dipendenti dallo Stato, messi in smart working ma in larga maggioranza nullafacenti (mentre, a esempio nelle comunali, non pochi bibliotecari si sono battuti strenuamente per riaprire il servizio al pubblico);

La pandemia ha messo in risalto carenze che già erano presenti nelle nostre biblioteche di ogni ordine e grado

– la situazione già precaria di molte biblioteche a causa di personale anziano (lavoratori fragili), scarso, talvolta incompetente, una generale carenza di fondi, ma soprattutto di idee e iniziative.

Cioè la pandemia ha messo in risalto carenze che già erano presenti nelle nostre biblioteche di ogni ordine e grado.

Non voglio neppure pensare, invece, alle biblioteche scolastiche che sono state semplicemente buttate nei cassonetti nei mesi scorsi per far spazio ai banchi con le rotelle proposte dal Ministero…

A guardar bene la nostra situazione nazionale, le biblioteche non sono però un lusso che ci possiamo permettere di lasciar perdere.

Oltre a costituire il luogo di lavoro per decine di migliaia di cittadini e lo strumento di studio e ricerca per centinaia di migliaia di altri cittadini, costituiscono (nelle loro diverse articolazioni di servizio, strutturale e geografica) i presìdi più importanti del territorio per una formazione culturale critica e prolungata nel tempo (educazione permanente, si diceva un tempo).

Certo, le biblioteche devono ripensarsi, rilanciarsi, ridefinirsi, ma coscienti della propria essenziale importanza per la società italiana, per la conservazione della memoria nazionale, per lo sviluppo della cultura come fenomeno sociale, per la diffusione della lettura e della conoscenza evoluta della lingua italiana sia per i nativi sia per i non italofoni.

Contro lo sfascio delle biblioteche italiane. Un manifesto per i presìdi culturali del territorio

Ciò che sembra più sconcertante è l’ignavia della nostra classe dirigente e politica italiana rispetto al tema, compreso il Ministro dei Beni Culturali che, al di là di qualche slogan, pare interessarsi al massimo di musei e beni artistici, che comunque fanno più spettacolo.

Per questo con una decina di studiosi e bibliotecari abbiamo messo insieme un volume – gratuitamente disponibile – che vuole essere assieme di denuncia e di proposta: Contro lo sfascio delle biblioteche italiane. Un manifesto per i presìdi culturali del territorio.

Si tratta di un tentativo di analisi sfaccettata della situazione con un’attenzione sia a diverse tipologie di biblioteche, sia alle differenti funzioni da esse svolte, sia ai molteplici punti di vista che possono essere messi in atto.

La situazione è spesso disperata ed è ragionevole pensare che, se non ci saranno interventi seri e veloci, sollecitati dalla società civile, le nostre biblioteche subiranno un drammatico ridimensionamento

Si passa così dal tema della funzione del catalogo alle diverse situazioni a seconda della tipologia delle biblioteche, dalle difficoltà di accesso per il lettore alla dialettica tra conservazione e fruizione del materiale, dalla differenza tra fruizione in re e accesso digitale, dall’accessibilità per i disabili alle funzioni del personale bibliotecario, dai problemi della digitalizzazione alla situazione nelle biblioteche nordamericane.

Il tutto con uno stile che vorrebbe superare il semplice bibliotechese di molte pubblicazioni di settore, per chiarire la vocazione culturale delle biblioteche quali istituti centrali della nostra società.

Chiude il volumetto, un breve divertissement, che mostra come si possa anche sorridere su ciò che è accaduto (e accade) in molte nostre biblioteche.

La situazione è però spesso disperata ed è ragionevole pensare che, se non ci saranno interventi seri e veloci, sollecitati dalla società civile, le nostre biblioteche subiranno un drammatico ridimensionamento.

Sarebbe un danno immenso.

Come dopo le devastazioni alla Biblioteca dei Girolamini di Napoli (vi ricordate? Solo qualche povero professore universitario a denunciare lo scempio…) volute dal direttore stesso, un dipendente del Ministero dei Beni Culturali…

LINK E RISORSE

Contro lo sfascio delle biblioteche italiane. Un manifesto per i presìdi culturali del territorio, Edoardo Barbieri (a cura) – SCARICA GRATUITAMENTE IN .PDF

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Edoardo Barbieri è un bibliografo e accademico italiano. Ordinario di Bibliografia alla Università Cattolica di Milano.

Nagorno Parabakh, Fernand Braudel e il venditore di bibite

di ALBERTO CONTRI

In una regione dal nome finora sconosciuto ai più, sta scoccando una scintilla in grado di far esplodere l’attuale sistema di alleanze internazionali.

La Russia sostiene la causa degli Armeni, mentre la Turchia – membro della Nato – ma protetta dalla Russia, sostiene quella degli Azeri.

La Russia sostiene la causa degli Armeni, mentre la Turchia – membro della Nato – ma protetta dalla Russia, sostiene quella degli Azeri.

Sostenere è un eufemismo, perché in realtà si stanno mitragliando e bombardando di santa ragione.

La situazione è delicata perché la Russia non può abbandonare al suo destino il Caucaso del sud, mentre l’Europa non può tollerare un simile conflitto ai suoi confini. Inoltre, cito fonti affidabili, l’America intenderebbe mollare quanto prima la Turchia al suo destino (Erdogan troppo inaffidabile) provocando con questa mossa assai significativi spostamenti sulla scacchiera geopolitica.

Spostamenti che assegnano all’Italia quel ruolo chiave che il grande storico Fernand Braudel ha descritto in una serie di libri semplicemente memorabili.

Spostamenti che assegnano all’Italia quel ruolo chiave che il grande storico Fernand Braudel ha descritto in una serie di libri semplicemente memorabili.

Con la riduzione della Turchia ai minimi termini, l’Italia diventerebbe il nuovo muro di Berlino tra Europa, Asia e Africa, continente in cui i cinesi si stanno espandendo con tenace sistematicità. Agli Americani questo stato di cose non sta affatto bene, motivo per cui sono molto interessati a presidiare un Paese sempre più chiave come il nostro, che si affaccia sull’Africa, e presto prenderà il posto della Turchia. Dal canto loro i Cinesi non stanno perdendo tempo nel conquistare porti italiani e strutture di grande importanza logistica per accedere all’Europa.

In una situazione storicamente favorevole come questa, un Governo degno di questo nome, invece di andare in giro con il cappello in mano accontentandosi delle photo opportunity, potrebbe sfruttare la situazione per trasformare l’Italia nella Svizzera del Mediterraneo.

È altresì noto che i Francesi stiano tentando di consolidare sempre di più la loro presenza nel Bel Paese, acquisendo il controllo di imprese di grande importanza strategica (v. comunicazione e distribuzione) e anche militare.

In una situazione storicamente favorevole come questa, un Governo degno di questo nome, invece di andare in giro con il cappello in mano accontentandosi delle photo opportunity, potrebbe sfruttare la situazione per trasformare l’Italia nella Svizzera del Mediterraneo.

Ma ci vorrebbero dei leader veri, dei diplomatici tosti, mentre noi abbiamo ominicchi intenti a baloccarsi con giocattolini, come la piattaforma Rousseau o smaniosi di andare a pavoneggiarsi e a strillare nei talk show televisivi.

se gli uomini di governo non stanno bene, quelli dell’opposizione non stanno affatto meglio.

In un contesto nel genere, come possiamo accettare che il Ministro degli Esteri abbia la statura e le competenze di un venditore di bibite (con tutto il rispetto per questo umile e utile lavoro)? Natura non facit saltus: né per i venditori di bibite, né per qualunque altro essere inadeguato esiste la grazia di stato. Se non hai studiato e non hai esperienze specifiche e ben sedimentate, come potrai tenere botta in mezzo al tiro incrociato dei potenti del mondo, cercando inoltre di avvantaggiare il tuo Paese grazie ad una occasione storica?

Purtroppo è pure chiaro che se gli uomini di governo non stanno bene, quelli dell’opposizione non stanno affatto meglio. E così, un popolo che è stato capace di creare l’Impero Romano, finirà per svolgere lavoretti residuali per i nuovi occupanti “dagli atri muscosi, dai fori cadenti, dai solchi bagnati di servo sudor”.

Che fare? Arrendersi definitivamente?

Mai.

Non resta che ricominciare dai valori e dalle qualità che in molte parti del paese si sanno ancora esprimere, e soprattutto resistere ad un degrado che ha pure del tragicomico, dato che a menare la danza ci sono pure dei giullari.

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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Alla ricerca delle ragioni ideali

di VINCENZO SPAZIANTE

Gli ultimi trent’anni di storia italiana si chiudono con un bilancio ampiamente insoddisfacente dello stato di salute del Paese nelle sue diverse e interrelate dimensioni.

Dell’Italia che esce da questo periodo si possono comporre i più diversi ritratti, ma quale che sia l’angolazione visiva prescelta la sensazione amara che invariabilmente se ne ricava è che l’oggi, e il domani, dopo tante occasioni perdute, tanta insipienza decostruttiva, tanto pressappochismo miope, presentino una galleria di problemi aggravati, di opzioni ormai precluse, di soluzioni di difficile progettazione e ancor più difficile attuazione.

La logica della spartizione

Il percorso di costruzione delle culture e delle scelte politiche che riguardano la collettività, le sue modalità di vita, di convivenza e di sviluppo, i modi del suo trasformarsi, del suo mutare organizzazione ed assetti, si è fortemente indebolito. L’intervento sui problemi e i nodi di oggi non si cala nella traccia di percorsi futuri condivisibili di più ampio ed ambizioso respiro, ma è ormai ridotto ad una passiva e opportunistica accettazione dello stato dell’arte, delle regole su cui si fonda e dei condizionamenti e vincoli di ogni natura che ne derivano, non di rado individuati insieme ed insieme confusi, a mo’ di giustificazione, con l’elastica ed eterogenea categoria degli effetti della globalizzazione. Ciò che resta alla politica nazionale sembra essere vissuto con la sola logica della spartizione di quanto rimane a disposizione, di ciò che la globalizzazione non ha sottratto. Ovvio che un tale orientamento sembri terreno privilegiato più per la disputa tra gruppi e fazioni che per il confronto tra progetti politici diversi.

Ciò che resta alla politica nazionale sembra essere vissuto con la sola logica della spartizione di quanto rimane a disposizione, di ciò che la globalizzazione non ha sottratto

I processi decisionali all’interno dell’azione pubblica si adeguano, su tutti i fronti, a questa versione di basso profilo della politica. La legge, qualsiasi legge, rischia ogni volta di essere l’affermazione di un principio astratto di autorità, più che la ricerca di soluzioni efficienti: quando non diventi anch’esso, in una sorta di contrappasso altrettanto frustrante, strumento banale di risposta a situazioni contingenti, una sorta di pronto soccorso per ottenere effetti immediati e autoripaganti a prescindere dalle conseguenze che le prime cure avranno in futuro sul decorso della malattia.

Se il processo decisionale pare sbloccarsi solo di fronte a situazioni straordinarie o a scadenze non rinviabili, in qualche modo obbligatorie, senza che si percepisca il respiro organico di una qualche dimensione progettuale, pare evidente che, tra le conseguenze, si registri anche una diminuita attenzione per la qualità delle istruttorie, degli approfondimenti, dell’analisi critica e autocritica.

La politica sembra cercare la propria ragion d’essere su altri piani, intensificando la frequentazione delle sue proprie dimensioni simboliche, di immagine, comunicative, e ricercando la conferma di identità dei protagonisti su piani sempre più astratti e virtuali.

La scomparsa dalla scena delle ideologie contrapposte, sostituite dalle infinite declinazioni possibili dell’unica rimasta in scena per tutti

Su questi come su altri terreni la forza cogente della realtà non offre ancore, approdi e riferimenti concreti, non dà modo di scorgere i propri limiti: la conseguenza è un aumento vertiginoso delle forme di affermazione dell’identità a scapito di tutte le altre dimensioni dell’agire politico. La scomparsa dalla scena delle ideologie contrapposte, sostituite dalle infinite declinazioni possibili dell’unica rimasta in scena per tutti, sembra obbligare ad una sorta di continuo ripiegamento su di sé degli schieramenti, dei partiti, delle coalizioni, ad un ritorno a criteri che parevano superati di continua ridefinizione dei confini tra amico e nemico, ad un perenne ricorso alle categorie dell’appartenenza a priori, che prescinde da ogni valutazione sulla validità di qualsiasi proposta, spesso data per scontata, talora rinviata, e mai comunque sviluppata fino al fondo delle sue conseguenze e dei suoi effetti.

La scomparsa dalla scena delle ideologie contrapposte, sostituite dalle infinite declinazioni possibili dell’unica rimasta in scena per tutti

La conoscenza lascia abbondante spazio alla percezione, il programma alla capacità di suscitare emozioni, la coerenza alla resa televisiva, la competenza alla ricerca del consenso, in un percorso che intreccia significativamente gli itinerari culturali e professionali dei protagonisti, i tempi e le modalità del cambiamento sociale, l’evoluzione-involuzione delle politiche istituzionali e della politica tout court.

E’ ovvio che lo stile della politica degeneri.

Siamo passati all’autoscontro e prevale  il gusto di avventarsi uno sull’altro in assoluta libertà, senza conti dal carrozziere, per vedere chi è più capace di tenere il centro della pista, o dar le botte più forti: componente che sembra diventata essenziale per consentire alla platea di identificarsi, individuando il probabile vincitore.

La politica: uno spettacolo dove si recitare a soggetto

La politica, una volta ridotta la partecipazione a tifo da stadio, a scelta aprioristica dell’una o dell’altra formazione in campo, sembra perdere per questa via i vantaggi di una possibile flessibilizzazione, di una uscita dagli schemi rigidi imposti dalla contrapposizione tra i blocchi, che tanta speranza e tanti sogni hanno alimentato negli ultimi decenni del secolo scorso, quando pareva possibile immaginare che anche le istituzioni potessero alimentarsi non più di ideologie, ma di analisi, di conoscenze, di apporti interdisciplinari capaci di dare ai processi di decisione e gestione gli strumenti per una navigazione più sicura, per disegnare rotte meno dispersive e costose, e che soluzioni prima fuori portata per tutti potessero d’incanto generarsi usando ingredienti ideali e pratici ora scongelati e tornati ad essere nuovamente disponibili.

Anche la riorganizzazione del sistema politico su base bipolare è stata progettata, pensata e voluta per aumentare la governabilità, un adeguamento necessario per profittare appieno delle condizioni ritrovate di operatività politica con più gradi di libertà, svincolate dalle obbligazioni e dalle distorsioni indotte dalla situazione precedente, premessa per un recupero di efficienza ed efficacia destinato ad esaltare, non certo a deprimere, il tasso di democraticità disponibile nel Paese.

Forse abbiamo sottovalutato tutti – e se così fosse davvero sarebbe sottovalutazione grave – il ruolo di cultura condivisa svolto dalle ideologie, anche nella loro fase di declino. Cadute queste, gli attori del sistema in mancanza di una tale cultura condivisa, di un linguaggio comune, di significati univocamente definiti, hanno cominciato a recitare a soggetto, senza copione, senza uno stile, cedendo in fretta agli effetti più gigioneschi e furbeschi dell’ammiccamento, ai cosiddetti “pezzi di bravura”, capaci di strappare l’applauso a scapito della coerenza della rappresentazione.

Cadute le ideologie, i politici, in mancanza di una cultura condivisa, hanno cominciato a recitare a soggetto

Questo contesto ha indotto gli impresari della politica ad abbandonare le preoccupazioni per la buona preparazione degli attori e la creazione di compagnie affiatate e a concentrare l’attenzione unicamente sulla scelta del primo attore e dei pochi comprimari cui è assicurata visibilità, scatenando da un lato la corsa ad apparire, a pensare non senza ragione che il consenso politico dipenda più dalla notorietà dei volti presso il grande pubblico che dalle qualità personali e dalla preparazione, dall’altro relegando in zone d’ombra sempre più vaste e spesse tutti gli altri attori e le comparse. E nell’ombra c’è chi prova a balzare almeno di tanto in tanto sul proscenio sfruttando le occasioni che si presentano, chi sceglie di trovare accomodamenti e convenienze personali peraltro di scarso interesse per il pubblico.

Non c’è da stupirsi se le pratiche individuate dagli interessi personali per sollevarsi, singolarmente o in gruppo, sulla scena pubblica non accennino a diminuire e se su un palcoscenico illuminato solo da uno spot di taglio sui pochi protagonisti nelle parti meno illuminate ci si dia molto da fare.

Diventata spettacolo la politica, resi spettatori i cittadini e gli elettori, divisi tra pochi veramente appassionati al genere ed una quantità crescente di delusi, annoiati e distratti, le “alte scuole” si sciolgono, scompaiono i maestri ed anche i critici più raffinati si ritrovano sempre più spesso a parlare da soli, o a confrontarsi più con gruppi di amici sempre più ristretti che con un pubblico ampio.

Le istituzioni, gli apparati pubblici patiscono di riflesso queste trasformazioni.

Diventata spettacolo la politica, resi spettatori i cittadini e gli elettori, divisi tra pochi veramente appassionati al genere ed una quantità crescente di delusi, annoiati e distratti, le “alte scuole” si sciolgono, scompaiono i maestri ed anche i critici più raffinati si ritrovano sempre più spesso a parlare da soli, o a confrontarsi più con gruppi di amici sempre più ristretti che con un pubblico ampio.

Meccanismi, procedure, istituzioni, criteri di validazione e di giudizio sembrano rimasti quegli stessi che si basavano su un sapere politico-amministrativo tramandato,  appreso con fatica, migliorato in un lavoro continuo, collettivo, paziente; ma i fatti si svolgono in modo diverso, i funzionamenti si son fatti aleatori ed ambigui, fino a compromettere la possibilità stessa di un tale sapere. Le soluzioni non sono più costruite ed affinate in un costante gioco di squadra, ma inventate di volta in volta o magari crossate all’improvviso tra i piedi dei giocatori da una qualche società di consulenza esterna, o da qualche corpo estraneo troppo precipitosamente calato in una realtà difficile e difficile da capire, che come prima cosa si mette a riscrivere formule di gioco nulla conoscendo delle squadre in campo e poco sapendo dello stesso campo di gioco, dell’aria e della polvere che vi si respirano, della terra che c’è da mangiare per acquistare riconosciuta autorevolezza.

Chi lavora nelle istituzioni finisce, in questo contesto, o per alzare bandiera bianca ed arrendersi, cercando di convincersi di aver pagato il suo debito verso se stesso con quanto già fatto, oppure si intigna, opera dove si trova come da una trincea, vietandosi di pensare se e come il suo operato, il suo studio, la sua coerenza possano far parte di un progetto condiviso o almeno condivisibile. Il numero degli interlocutori si restringe, ci si abitua alla scarsità del confronto, del dibattito, della collaborazione come all’aria pesante di una metropoli inquinata, che non impedisce di vivere ma costringe ad una maggior fatica ad ogni respiro.

La gravità del problema che viviamo non basta tuttavia da sé sola ad accendere un qualche interesse a mettere l’argomento al centro di una riflessione capace di coinvolgere collettività sempre più ampie, riscaldandone l’animo e stuzzicandone la mente. Certo non manca chi ancora oggi abbia voglia di dedicare tempo, attenzione, letture, a studiare un problema e a pubblicare le proprie riflessioni e conclusioni con l’intento di portare un “contributo al dibattito”. Ma chi lo fa sa benissimo, lui per primo, che non c’è e non ci sarà nessun dibattito e che il contributo offerto è destinato a rimanere un puro esercizio di stile, per quanto di ottimo livello possa essere. Nel migliore dei casi un “beau geste”, ma l’effetto raramente va oltre quello di un sasso lanciato nello stagno.

Eppure, la mancanza di dibattito non è un buon motivo per smettere di continuare a studiare ed approfondire i problemi che riguardano la buona gestione degli apparati pubblici, e a cercare percorsi virtuosi di soluzione dei problemi di una società democratica

Eppure continuiamo a pensare che la mancanza di dibattito non sia un buon motivo per smettere di continuare a studiare ed approfondire i problemi che riguardano la buona gestione degli apparati pubblici, l’identificazione di percorsi virtuosi di soluzione dei problemi di una società democratica, la definizione di scenari approfonditi nelle variabili prese in considerazione e nella analisi delle loro dinamiche, come premessa utile ad un processo decisionale consapevole e culturalmente appropriato.

Quanti ancora coltivano questo tipo di approccio si sentono tuttavia sempre più isolati, ed in gran parte sottoutilizzati, se non inutili. Chi ancora continuando in una pratica virtuosa solo per perseveranza e tenacia personali, con l’apprezzamento di cerchie ristrette di interlocutori, afflitti da analoghe sensazioni di impotenza, e non certo sui riscontri oggettivi del loro impegno, sulla verifica dei risultati pratici ottenuti in termini di orientamento della classe dirigente, dei suoi comportamenti e delle sue scelte.

In realtà, di dibattiti politici che abbiano ad oggetto strategie reali, fatti concreti, opzioni tra diverse direzioni da prendere, si è persa da noi anche la memoria. Il confronto politico e culturale o si accende su questioni che più hanno a che fare con la psicologia, individuale o collettiva, che con questioni di qualche concretezza, o divampa con modalità da spettacolo truculento e gladiatorio, più simile alla plateale e fittizia brutalità del wrestling che alla nobile arte della boxe.

E’ questo, forse, il lato della situazione italiana di oggi che colpisce maggiormente e che maggiormente preoccupa, perché la chiusura degli spazi e delle possibilità di confronto, di approfondimento, di discussione anche accesa, ma costruita su una condivisa consapevolezza dell’importanza delle soluzioni migliori, nelle scelte che riguardano tutti, e su un comune senso di responsabilità, si è fatta via via più grave, sino ad arrivare oggi ad una situazione di atrofia di pensiero costruttivo che nella nostra storia trova rari precedenti.

Trovarsi e unirsi, alla ricerca delle ragioni ideali

Lo scopo di queste scarne riflessioni non è tuttavia quello di offrire un’analisi puntuale, articolata e ben argomentata della situazione italiana attuale, bensì quello di proporre una chiave di lettura idonea a testimoniare e a render ragione del senso di disagio, di soffocamento, di mancanza di passione e di entusiasmo, di inutilità che colpisce come un’epidemia larghi strati di operatori del settore pubblico, del sociale, dell’impresa, della cultura; persone che talora hanno avuto una storia di responsabilità e un qualche ruolo nelle vicende del nostro Paese e che ancora ricercano nella quotidianità le ragioni stesse della propria scelta professionale, etica, culturale.

Le ragioni ideali che fino a non moltissimo tempo fa abbiamo coltivato costituiscono ancora oggi una parte necessaria del patrimonio, sia pure terremotato e sconnesso, della cultura pubblica del nostro Paese e mantengono inalterata la capacità di convincere e reclutare, per motivazioni e con spinte forse ancora più forti che all’inizio, altre persone, nuove generazioni, nuove leve.

L’obiettivo oggi da raggiungere è quello di dar vita ad un circuito di persone che si sono sentite e che non smettono di volersi sentire vicine, nella vita come nella professione, nell’etica e nel metodo del lavoro, per la sopravvivenza di un modo di lavorare paziente, minuzioso e soprattutto condiviso in grado di opporre caparbiamente il massimo livello di resistenza alle bordate dei cambiamenti, delle degenerazioni, delle ricorrenti e sempre più accentuate situazioni di “crisi delle istituzioni” e del sistema sociale che vive attorno ad esse: ricercando, con ostinazione e pazienza, di restare fedeli ad un metodo di lavoro che a molti di noi continua a sembrare irrinunciabile, e indispensabile all’arte del buon governo.

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Già vicecapo del Dipartimento della Protezione Civile e Commissario Delegato del Governo, Vincenzo Spaziante è stato dirigente della protezione civile. In tutta la sua carriera si è occupato di gestione dell’emergenza e territorio.