Tone is King

Fine della comunicazione pubblica, o nuovo inizio?

di ALBERTO CONTRI

Jean-Léon Gérôme, 1896

Leggendo del dottor Massimo Galli che accenna alla possibile correlazione fra i vaccini anti-Covid e disturbi finora attribuiti al long-Covid, ho avuto una specie di folgorazione a proposito di una questione che definire banale è persino generoso.

Com’è possibile, mi sono chiesto, che persone altamente qualificate che hanno preteso di aver dimostrato scientificamente  A, adesso ammettono la possibilità di non-A?

Com’è possibile che i mezzi di informazione non chiedano conto di questa clamorosa smentita di sé stessi?

Naturalmente ci sono molte risposte, alcune perfino ovvie, circa il perché questo accada. Ma sul piano della comunicazione, e in particolare della comunicazione pubblica, restano da fare delle analisi necessarie, finora rimaste in ombra.

Nel mondo della comunicazione c’è un mantra: content is king, comanda il contenuto. Nella realtà bisognerebbe dire: tone is king, comanda il tono.

In poche parole non è importante cosa si dice e il quando, ma il come, il dove e il chi lo dice

Ne Il piccolo principe di Saint-Exùpery si trova l’aneddoto dell’astronomo turco che scopre il pianeta dove vive il protagonista. Presenta il risultato della sua scoperta ad un congresso scientifico in abiti tradizionali, con il fez in testa, e nessuno gli crede. Un anno dopo ripete la sua presentazione, questa volta in giacca e cravatta, e gli credono tutti.

Le persone sono indotte a credere che sia la cornice, il contesto, a definire il contenuto di un messaggio. Si pongono domande, e in genere si danno risposte positive, sull’autorevolezza, la credibilità, la reputazione, l’affidabilità,  la puntualità, la chiarezza. Ma di cosa davvero quel messaggio significhi e verso quali conseguenze porti, se ne curano in pochi.

Questo non è sbagliato, ma è parziale. La realtà è governata da una legge spietata: se i fatti falsificano una delle condizioni cui ho brevemente accennato, tutto il castello crolla e gli attori della comunicazione pubblica vengono squalificati. O almeno dovrebbero, esattamente come un idraulico che chiamato a riparare una piccola perdita ti allaghi la casa.

Se questo invece non accade, c’è un enorme problema sul piano della comunicazione pubblica che può avere effetti travolgenti sulla democrazia, sul governo, sulle politiche anche internazionali. Detto in altri termini: esiste un limite fisico alle menzogne.

Io posso imbambolare le persone dicendo loro che esiste una terribile pandemia. Posso dire loro che se indossano mascherine e si vaccinano ne usciremo. Posso dire che il vaccino è efficace e sicuro. Posso chiudere tutto e raccontare che una grande ripresa economica ci attende in fondo al tunnel. Dal momento che né la pandemia si attenua né si vede traccia della ripresa economica, posso raccontare che è colpa della guerra in Ucraina: se sanzioniamo la Russia rinunciando a grano, gas e fertilizzanti, nel giro di una settimana lo Stato russo andrà in bancarotta.

Per quanto io calci il barattolo, arriva il momento in cui qualcosa di vero deve accadere. Se metto in forno l’arrosto non posso tirar fuori torta di mele. La prima volta posso pensare che qualcuno mi abbia fatto uno scherzo sostituendoli, la seconda che il burlone sia ripetitivo sino alla noia. La terza devo pensare che mi stia buggerando per fini ignoti ed ignobili.

Gli esempi fatti, tristemente falsi, dipendono dalla fiducia che la gente ha nel governo, nella scienza, nei media. Ma è un tipo di fiducia che la gente semplicemente non può non avere.

È una fiducia figlia non della persuasione, ma del bisogno stesso di fidarsi di quanto ci viene detto. È una fiducia che rifugge il caos, conservativa, che non offre soluzioni reali ma tende e perpetuare il già noto, il già saputo. Una fiducia coatta che è conseguenza di limiti culturali e tecnici – digital divide, scarsa padronanza delle lingue straniere, mancanza obiettiva di tempo per informarsi etc. In ultima analisi: è una fiducia che discende dal tono, non dal messaggio (siccome lo dice il governo e un governo non può mentire, allora è vero).

Ancora. I media ci hanno raccontano che Mario Draghi è una persona di qualità eccezionali, che gode di grandissimo prestigio internazionale. Se si analizzano queste qualità, si scopre che sono costruzioni narrative senza fondamenta. Per quanto riguarda l’enorme reputazione del nostro premier nel mondo, sui giornali e nelle televisioni esteri non se ne trova traccia, comunque non in misura tale da giustificare tanto entusiasmo – per lo più, si tratta di normale rispetto dovuto ad una carica istituzionale, a prescindere dal fatto che lo meriti o meno -.

Molte persone non addette ai lavori hanno compreso il meccanismo, anche se non sanno formularlo con chiarezza. Per contro, moltissimi comunicatori invece di analizzare questo monstrum, si sono abbandonati a valutazioni di opportunitàconvenienza, simpatie personali, conformismo. L’errore del principiante, che dopo la seconda ora di lezione pretende di saperne più del maestro, ma compiuto da maestri verso la realtà che descrivono.

È il lato oscuro dell’eccesso di specializzazione: il non addetto costretto a compensare artigianalmente i suoi limiti, l’addetto che va a giocare ad un gioco diverso su un campo nel quale la sua competenza non conta nulla. Mi pare una buona definizione di caos.

La divisione radicale introdotta da una comunicazione pubblica così rozza e inefficace ha creato una sorta di muro morale che divide i primi dai secondi: i primi si aspettavano una comunicazione corretta che i secondi non hanno dato. I secondi accusano i primi di essere incompetenti, ignoranti, in malafede. Non hanno però spiegato in modo convincente i fatti. Che la gente sia ignorante di ciò che non le compete, e spesso anche di ciò che le compete, è  purtroppo vero, ma la responsabilità più pesante del misfatto negro su chi ricade?

Ogni regime moribondo si estingue prima di tutto sul piano culturale. La cultura è l’approccio ai fatti e alla correlazione nascosta che li unisce all’interno di un orizzonte temporale finito – ciò che posso conoscere, comprendere  e trasmettere in 70 anni, 80 per i più robusti – . 

A questa fase ne segue un’altra, più o meno lunga ma estremamente dolorosa, di negoziazione e determinazione di un ordine nuovo (cosa ben diversa dal nuovo ordine mondiale: l’accento cade sull’ordine, non sulla novità, e non ci sono aggettivi tonitruanti a condire l’inconsistenza dello scopo).

Come se ne esce? Tenendo conto del grado elevatissimo di complessità che il nostro sistema ha raggiunto, e temperandolo con l’obiettiva fragilità che tale complessità frattale porta con sé.

Si è parlato molto di sistemi complessi straordinariamente raffinati e interfacciati. È venuto il momento di tornare a parlare di cose semplici, creando consenso su antiche ovvietà – stabilire, ad esempio, che la moneta digitale non ha alcun sottostante: la fiducia non è e non sarà mai algoritmica, ci sarà sempre qualche furbo in agguato pronto a rompere il patto: si studi il caso della crypto Terraluna, al riguardo.

Ci siamo allontanati troppo dalla costa. Bisogna richiamare le navi in porto, dire ai marinai che non ci sono sempre nuovi mondi di là dal mare, che i naufragi sono sempre una possibilità, che Colombo ha scoperto l’America una volta sola. Che i pomodori crescono nella terra, non nell’acqua o nei barattoli al supermercato.

Chiarito e padroneggiato il contenuto, allora torneremo a lavorare sul tono. Perché se è vero che la forma è sostanza, essa non può fare a meno della sostanza. E bisogna che chi ha fatto della forma una religione, si rassegni all’umiltà che una realtà infinitamente più grande di noi esige. Che si chiami Galli, Burioni, Bassetti, Draghi o Speranza.


Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Il dogma imprescindibile

di MARCO NASTASI

La libido mortuaria inscritta nell’inorganico: macchine, codici, mascherine, virus, metaverso, distanza. Il nuovo Eden che sta prendendo forma sulla terra, la terra promessa dell’Uomo Nuovo, dove la carne ed il sangue sono solo parametri per definire la vita come il testo scritto dalla paura della morte. Il corpo, se la fluidità diventa un dogma imprescindibile, altrimenti che sia conservato per testare i farmaci. L’elisir, mentre la carne ed il sangue sono i veleni di chi ancora interroga il buio.

Propaganda da Tiffany. “Dove niente di veramente brutto può capitarti”

di MATTIA SPANÓ

In casi come una pandemia o una guerra, il potere ricorre alla propaganda. Per la verità, propaganda è l’alfabeto del potere anche durante la gestione degli affari correnti.

È la propaganda che agita le acque al punto da generare la crisi, lo stato di eccezione, il pericolo mortale. O che a tratti si limita a gestire la “normalità” – la più raffinata delle invenzioni semantiche della propaganda.

La propaganda si fonda sul concetto primordiale di nemico, cioè un’entità che minaccia la quantità e la qualità della vita. Il nemico può essere il cambiamento climatico, una pandemia, la Russia, il terrorismo islamico, i no-vax, il fantasma del fascismo, gli omofobi, la mafia, il razzismo.

Sono tutti fattori realmente esistenti, ma la domanda cruciale è: sono davvero una minaccia?

Un potere politico radicalmente impotente come quello che presiede le nostre esistenze sopravvive di sola propaganda. È un potere che alla domanda appena posta risponde: sì, sono una minaccia reale.

Dal momento che non sa più incidere positivamente nell’economia, nella società, nella diplomazia, per mezzo della propaganda inchioda le persone alla paura del nemico.

La propaganda serve a diffondere una, e solo una, verità assoluta che non può essere criticata e messa in discussione: l’esistenza del nemico

La ragione profonda di ciò è che lo Stato occidentale moderno si regge su alcuni luoghi comuni incompiuti come la democrazia, la libertà, l’uguaglianza e soprattutto un benessere relativo (il nostro stile di vita).

È uno Stato approssimativo, tendenziale: si avvicina, gira intorno, poi deve calciare il barattolo ma non troppo, perché i cittadini credano che resti a portata.

Il cittadino accetta di chiudere un occhio su alcuni malfunzionamenti del sistema, e sullo scostamento dell’obiettivo, in cambio del godimento dello statu quo nunc fornito dal sistema stesso.

Quello di cui sembra non accorgersi è che, dal punto di vista del potere, questo statu quo nunc non solo non esiste, ma non deve esistere.

Il potere non ha nulla a che fate con la politica democratica, la quale è talmente indebolita ed esangue da limitarsi a sottoscrivere ciò che la massa chiede in base a ciò che crede di volere.

È il consenso che muove la politica, non il contrario. La politica è governata dalla volontà posticcia e informe delle masse, così come essa viene rappresentata dai mass-media.

La politica finanzia i mass-media, che interpretano una spettrale “volontà del popolo” e la rappresentano alla politica, in un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

La comunicazione mena le danze. Il consenso è mutevole e basato sull’impulso.

La “macchina democratica” ha come carburante il cambiamento continuo, che garantisce una parvenza di alternanza e accorda al popolo una possibilità di scelta irrilevante, il quale vive nell’illusione costante di poter “cambiare le cose”.

La comunicazione propagandistica agisce in puro stile stimolo-risposta: provoca reazioni innaturali nell’opinione pubblica, e su queste innesta ulteriori provocazioni allontanando i cittadini dal contatto coi bisogni reali.

Non solo, il potere “democratico” invita il cittadino a battersi per risolvere certi problemi, lo chiama ad essere “attivo”, a “partecipare”: ad esempio la parità di genere e di salario fra uomo e donna, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, il lavoro remoto, il sesso liquido e decidibile, sono spacciate per conquiste della “società civile”.

Si crede, ma è appunto una credenza, che in questo modo la società migliori un già elevato livello di benessere e civiltà. Soprattutto, il cittadino si convince di decidere liberamente del proprio destino come singolo e come membro della comunità.

Anche il cittadino che non condivida tali cambiamenti migliorativi, nel subconscio li accetta perché pensa che domani toccherà a lui vedere esaudite le sue istanze.

Crede di vivere in un sistema libero, il che lo spinge ad accettare anche quelle leggi e costumi ai quali è contrario, perché si tratta di un’”espressione democratica”.

Pensa che quella che è a tutti gli effetti propaganda sia al contrario l’espressione di una genuina volontà popolare, e che il potere esista e sia necessario per realizzare questa volontà. 

Questo “accadere della volontà popolare” si chiama libertà, e non accade mai. È una libertà astratta che funziona da palliativo analgesico, vagamente soporifero. Non deve realizzarsi, deve semplicemente far credere che lo farà.

Il motivo per cui una persona o un gruppo perfino maggioritario di persone non vedrà mai espressi i propri bisogni nell’Agenda setting è banale. Si può descrivere come la minoranza maggioritaria che condiziona (qualcuno direbbe: opprime) una maggioranza minoritaria.

Una minoranza che apporta idee e soluzioni di rottura dispone di mezzi finanziari e una capacità di penetrazione mediatica enorme e razionalmente incomprensibile, soprattutto in una società fondata sul processo di produzione (input-output).

Una simile società non deve soddisfare bisogni, ma “crescere”. Non produce “offerta”: produce ricchezza, vale a dire stock di eccedenze.

Bisogna allora costruire una minoranza, a volte molto sparuta, che distrugga le eccedenze e generare povertà. La povertà è la condizione ideale per il potere democratico: accresce nei cittadini la fame di “cambiamento”.

In effetti uno stato delle cose “normale”, già accettato dalla maggioranza, non permette alcuno spazio proiettivo all’azione politica. Il potere nei regimi democratici si fonda sul futuro, mai sul presente e men che meno sul passato.

La riscoperta dei fasti del passato è un tratto tipico dei regimi totalitari di destra del ‘900. La Roma Antica per Mussolini, i Nibelunghi e Agarthi per Hitler.

Fra le tante ragioni della loro eradicazione ce n’è una peculiare: sono regimi privi della visione progressista nelle magnifiche sorti, e pertanto monchi. Restaurano, non innovano.

La visione del Sol dell’Avvenire che invece sostiene i regimi orientali come quello sovietico e cinese è sopravvissuta nel loro carattere utopico, e dopo essere iniziata in Occidente vi è tornata trasfigurata dalla visione circolare del tempo tipica dell’Oriente.

È una forma-pensiero resiliente, non dimostrabile e perciò non falsificabile: l’Eden terrestre che promette non si è ancora realizzato, quindi non può essere negato né l’avanzata verso di esso può essere impedita.

Così nella minoranza maggioritaria, l’attivismo politico diventa una professione ben pagata, e i media danno voce a queste idee dirompenti.

La minoranza diventa maggioritaria perché la sua presenza sulla scena sociale e politica è quasi esclusiva: essa porta il cambiamento, il “nuovo”.

La minoranza fronteggia una maggioranza silenziosa cui nessuno dà voce – la tradizione non porta, per assioma, elementi di novità notiziabili – per di più sottoposta al giogo della produzione: deve produrre per vivere, non ha tempo né risorse per influenzare il modo di vivere e pensare altrui.

È una maggioranza il cui peso specifico culturale è inesistente, e come tale minoritaria. Si accontenta di ciò che ha, non pensa alle alternative, è destinata a subire passivamente – al massimo a reagire – al pensiero di rottura della minoranza.

Se osserviamo il modello delle minoranze maggioritarie che contrastano le maggioranze minoritarie, senza per forza voler supporre disegni eversivi retrostanti, notiamo che il carattere eversivo è intrinseco al meccanismo: ogni tot anni un sistema simile, a chiarissima matrice computazionale, deve resettarsi.

A dispetto della convinzione di molti, il pensiero computazionale – un ibrido matematico-strutturalista – precede l’invenzione del computer.

I limiti di questo tipo di modello di sviluppo culturale fondato sulla propaganda, ovvero su un sistema di istruzioni interdipendenti (il programma, che vende un partito ai cittadini o fa girare un’applicazione sul telefono) sono ben descritti nell’aspirazione della protagonista del romanzo di Truman Capote, Colazione da Tiffany: rifocillarsi dalle asprezze della vita in un luogo “dove niente di veramente brutto può capitarti”.

Torna la promessa del paradiso perduto: facciamo le riforme, e staremo meglio, approviamo la legge contro l’omofobia e tutto andrà bene, inviamo armi all’Ucraina così che il pazzo presidente russo perda e il mondo sia un posto migliore.

Ma il programma o non si realizza, o invecchia e va sovrascritto o disinstallato, o va in crash. Edulcorare la pillola invocando l’irreversibilità del progresso – una baggianata sesquipedale, a parer mio – non serve a nulla. Primo limite.

C’è poi un problema di smaltimento delle scorie culturali: piaccia o meno, l’Occidente si fonda sull’osservazione ordinata della natura tipica del pensiero greco, e sull’origine di questa natura in un Creatore divino secondo il pensiero giudaico-cristiano.

Quelli che oggi ci appaiono come rottami disfunzionali sono un ingombro dello spazio culturale (che non è infinito chiunque lo occupi, come non sono infiniti i server di Google): presto o tardi entreranno in conflitto con il nuovo, e verosimilmente lo stritoleranno. Secondo limite.

Da ultimo, il carattere circolare del pensiero minoritario che diventa maggioritario e che per sopravvivere deve tornare ciclicamente a disfare i risultati conseguiti, vale a dire ripetere all’infinito il giochino, ad un certo punto non troverà alcun fondamento solido come il logos e il divino, ma soltanto la fragile stratificazione del vecchio codice-macchina che occupa memoria.

È condannato a esplodere e implodere in continuazione, a sviluppare calore che finisce per liquefarlo, a radicalizzarsi sempre più annichilendo sé stesso. Terzo limite.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Tornare a vivere insieme 

di MATTIA SPANÓ

Dobbiamo tornare a vivere insieme. Ciò significa che dobbiamo tornare a fare politica. L’essere umano vive in comunità organizzate: la politica è l’attività di organizzazione positiva orientata al bene del singolo e della società.

Dalla fine della Prima Repubblica segnata da Tangentopoli, un ritornello si è imposto agli italiani: la politica è un affare sporco per gente incapace e corrotta.

Questa idea semplice si è incistata ad un livello talmente profondo della psiche che ormai viene percepita come una legge fisica, o un’evidenze empirica come “la pioggia bagna”.

Dire che la politica è sporca e cattiva è come dire che al ristorante si mangia sempre bene. Oppure che la “Scienza” è sempre buona e gli scienziati sono esseri angelici sempre totalmente disinteressati. Affermazioni talmente false da essere comunemente accettate, in forza della loro banalità priva di sfumature.

Questa insistenza nel confondere un’opera indispensabile come la politica con il suo autore accidentale ha scatenato una guerra sotterranea fra una generazione di politici infinitamente mediocri e la società civile. 

Tizio promette a Caio la luna, Caio lo vota, Tizio in parlamento vota Sempronio primo ministro, Sempronio fa l’esatto contrario di quanto Tizio ha promesso a Caio.

Per un effetto paradosso, bersagliare di improperi la politica ha messo al riparo i politici da critiche e accuse, o meglio dagli effetti concreti di queste (nel Medioevo, cacciarli con torce e forconi o ricoprirli di pece bollente e piume, ma erano tempi bui popolati da gente ottusa e rozza).

Ecco come, per eterogenesi dei fini, l’idea che la politica sia brutta sporca e cattiva si è avverata. C’è un principio dell’economia che mette in guardia dalle profezie e aspettative negative, le quali hanno la straordinaria tendenza ad avverarsi. Vale anche per la politica.

Parlare un giorno sì e l’altro pure di governo ladro ha fatto sì che avessimo esattamente ciò che abbiamo evocato. Ci si è concentrati sulla trama del brutto film dimenticando gli attori cani.

Questo giochino mentale ha permesso, in Italia, di piazzare qua e là “governi tecnici” o “del presidente” che certificassero per autopoiesi “il fallimento della politica”: i vari Ciampi, Amato, Dini, Monti, Draghi. Con la scusa delle “competenze” mancanti (concetto, quello di “competenza”, ermetico e fumoso quanto quello di “merito”) si sono imposti al potere figure “competenti” nel governare il paese.

Per ghiribizzo, questo sì populista, si è preso l’aggettivo “competente” generalizzandolo. Cioè si è fatto compiere ad una competenza per definizione verticale – so fare la pizza – un tuffo carpiato logico con triplo avvitamento – so governare un paese. 

Il falso sillogismo che se ne ricava è: so fare la pizza buona, quindi so governare il paese, ergo il mio governo è buono come la pizza.

Mettiamo il giocattolo sotto la lente d’ingrandimento e osserviamolo bene.

Politici incapaci e incompetenti eleggono uno di loro presidente della Repubblica. Appena eletto, su costui scende la fiammella della Spirito Santo e diventa un esempio di virtù preclara, un illuminato statista votato al miglior interesse della nazione.

Questo Gran Sacerdote dell’unità nazionale, una volta insignito della più alta carica prende miracolosamente coscienza del fatto che coloro che lo hanno eletto sono degli incapaci incompetenti, per di più autori di svariate marachelle ai danni dell’erario (banchi a rotelle e mascherine, per citare gli ultimi sperperi… nelle more: anche Domenico Arcuri è un “tecnico” di Stato). 

Nomina allora un “tecnico” a capo di un governo di “tecnici” che guidi la nazione verso un avvenire dove scorrono fiumi di latte e miele.

Peccato che anche i tecnici si inchiodino alle tecnicissime poltrone su proposta degli stessi politici incapaci e corrotti con l’eccezione, come abbiamo visto, del presidente che un bacio parlamentare ha tramutato da ranocchio in bel principe. E non solo lui: anche i “tecnici”. Si prendano in esame i valzer dei partiti quando scadono le nomine nei CdA delle controllate statali.

Commissari europei, presidenti della Commissione Europea, direttori del Tesoro, della Banca Centrale nazionale o europea. Tutte nomine politiche. Si vedano le carriere dei tecnici summenzionati e mi si dimostri che sbaglio.

In soldoni, politici incapaci e corrotti sono capaci e onesti quando si tratta di eleggere il presidente della Repubblica (super partes, ça va sans dire) e di proporre per ruoli tecnici figure di altissima competenza e valore morale.

Non rimane che votare la fiducia al governo tecnico che salverà il paese dal disastro. Coerentemente, i politici appoggiano tali governi “tecnici” che decretano la loro inettitudine. La distinzione fra “politici” e “tecnici” è puro fumo negli occhi. Nella realtà, non esiste.

Ora: è un fatto che questa impalpabile dissonanza cognitiva non sfiori neppure la chimerica coscienza collettiva. Non pone alcun problema logico. 

Forse non si fa gran pubblicità alla cosa, in ogni caso chi si accorge delle crepe nei ragionamenti tace per paura dello stigma sociale, e della perdita di quei piccoli benefici che il potere accorda volentieri a chi brucia il granello d’incenso in suo onore – in genere, generosamente non lo uccide.

Arriviamo così conciati alla pandemia, che non fa altro che avverare il vecchio adagio latino homo homini lupus. L’uomo è un pericolo mortale – e morale – per l’altro uomo. La società va letteralmente in pezzi. Il legame, la relazione umana diventano il veicolo di contagio di pesti e piaghe bibliche a cui la Scienza e la Tecnica pongono rimedio. O meglio no, ma bisogna credere che così sia, amen.

Conclusione: la politica fa schifo, i tecnici sono bravi e scientifici, la società non esiste più. C’è un bel libro del professor Alberto Contri, La sindrome del criceto, che spiega con grande chiarezza e arguzia questo fenomeno terminale di disgregamento dell’identità consapevole di sé e del mondo.

Che fare, allora? Come uscirne?

Preso atto che In Italia esiste una minoranza che ha capito il gioco ed è stanca di giocare, si tratta di unirla sotto un’unica bandiera e presentarsi alle elezioni.

Questo non è possibile: in una società frantumata, le piccole isole che come banchi di ghiaccio vagano alla deriva nell’Artico quando va bene non comunicano fra loro. Quando va male si guardano in cagnesco, sospettano fra loro, difendono interessi di bottega e personalismi dei leader.

Per di più, dalla legge Calderoli – il Porcellum – i candidati alle politiche vengono decisi dalle segreterie di partito. Una democrazia in crisi come quella italiana sfocia, volente o nolente, in una forma più o meno violenta di totalitarismo.

L’ultima isola felice prima dell’autarchia – che sospetto verrà soffocata nel sangue – sono le elezioni comunali. Si cominci allora presentando candidati alle elezioni comunali e si sostengano anche dando l’appoggio esterno, vale a dire senza trasformarsi in partiti politici che otterrebbero percentuali dello zero virgola.

Si cominci un lavoro di tessitura di rapporti personali nei comuni. Si abbandoni l’idea di federare le comunità, le associazioni culturali, i gruppi di resistenti. Si pensi piuttosto a coordinarli.

Soprattutto, e questo è l’aspetto fondamentale, si abbandoni l’idea di fondare nuovi partiti politici e si pensi molto seriamente a formare uomini e donne che sappiano fare politica.

Fatto ciò, un libero congresso delle realtà territoriali eleggerà i propri rappresentanti nelle istituzioni nazionali. Questi prenderanno la strada più congeniale collocandosi a destra, centro o sinistra del parlamento, ma con un’idea precisa di come funziona un paese. Non “cittadini a 5 stelle” né “tecnici”, ma politici di professione. Inevitabilmente, agiranno bene o male, ma saranno formati dal popolo che li sostiene, non da lobby oscure e interessi sovranazionali.

Si tratta di abbandonare un gioco per inventarne un altro che sia democratico non in senso meramente ideale, ma pratico. Non è la politica che governa gli uomini, ma sono gli uomini a governare la politica.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Dai vaccini Covid alla guerra in Ucraina, stiamo affogando nel politicamente corretto

di ALBERTO CONTRI


Dio è morto, Marx è morto, e nemmeno io mi sento troppo bene”. Oggi si potrebbe parafrasare questa famosa battuta di Ionesco (a dispetto di quanti pensano fosse di Woody Allen) in questo modo: la guerra infuria, i talk show impazzano, ci mancava pure la wokery. Che in inglese significa un atteggiamento di dogmatismo intollerante e censorio come quello che sta prendendo sempre più piede con la sconsiderata propensione a essere o mostrarsi politically correct. Con tutta una serie di conseguenze assurde come l’abbattimento delle statue di Colombo ritenuto schiavista, o l’ostracismo dato alla scrittrice J.K. Rowling colpevole di avere denunciato la dittatura del pensiero unico woke. In base al quale l’Università di Northampton ha pensato bene di emettere un avviso di pericolo per gli studenti riguardo al romanzo 1984 di George Orwell, che conterrebbe “materiale esplicito che alcuni potrebbero trovare offensivo e sconvolgente”. Ovunque sta avvenendo che chi denunciava limitazioni della propria liberà di pensiero, si stia tenacemente impegnando a limitare quella altrui. Davvero curiosa, per non dire drammatica, la preoccupazione espressa dai media mainstream di tutto il mondo per il fatto che Elon Musk, oggi nuovo proprietario di Twitter, abbia annunciato di voler eliminare la censura vigente oggi sul social network, in base al quale Donald Trump ne era stato escluso. Dunque, ci si spaventa perché su Twitter potrebbero tornare a circolare tutti i pensieri, e non soltanto quello unico.

Altrettanto sta succedendo in Italia, dove alcuni deputati del PD stanno insistendo con la Commissione di Vigilanza perché almeno in RAI non si invitino più nei talk-show gli ospiti critici con gli Usa o la Nato, definiti automaticamente filo-Putin. Oggi i più scatenati filo-atlantisti sono i vertici del PD: è proprio vero che si nasce incendiari e si muore pompieri.

Mentre a un osservatore attento non può sfuggire che in tutti i talk show, programmi e telegiornali le voci critiche siano in realtà ridotte al minimo. Eppure, non si vuole permettere nemmeno una piccola percentuale di dissenso. Qualche critico viene invitato solo per accendere la rissa e per fare scorrere il sangue nell’arena televisiva, moderna rappresentazione dei combattimenti dei gladiatori. Nulla che possa essere utile per poter ragionare sul serio.

Era già successo con il Covid, con la stigmatizzazione di chi si permetteva di non ritenere i vaccini così efficaci e sicuri, eppure oggi, nel silenzio generale, nella comunità scientifica si mormora addirittura di un possibile ritiro dal mercato di alcuni di questi, mentre studi ufficiali di diversi paesi dimostrano che attualmente tre persone su quattro, che siano contagiate, ricoverate o decedute, sono vaccinate con tre dosi. Per non parlare del danno economico provocato dai lockdown, superiore ai vantaggi per la salute, visto che nel frattempo sta emergendo che la malattia da Covid è in larga parte curabile con antiinfiammatori se prescritti precocemente. Ma per due anni, medici in primis, chi lo sosteneva è stato addirittura perseguitato.

Analogamente oggi non è possibile fare dei distinguo sulla guerra in corso, nemmeno dopo aver dichiarato l’illegittimità dell’intervento russo. Se ai tempi dei dibattiti sul vaccino andavano per la maggiore virologi con noti conflitti di interesse, oggi perlopiù si vedono nei talk show rappresentanti di istituti di studi geopolitici o di strategie militari che vivono sostanzialmente di progetti e studi commissionati da enti e istituzioni schierati a prescindere con la Nato. Che considerano la Nato guidata dagli USA come l’angelo protettore del mondo. Quando è noto che ha fomentato guerre disastrose senza chiedere niente a nessuno e senza subire mai nessuna sanzione.

Avvenire del primo maggio ci ha ricordato che attualmente “si combattono 169 conflitti nascosti o ben lontani dai riflettori dei media”. Ci voleva: perché appena qualcuno cerca di ricordare in un dibattito questo tema, il malcapitato viene sommerso di accuse di benaltrismo. Il problema è che oggi la guerra la vediamo in diretta ad ogni ora, mentre della guerra in Iraq si vedevano solo gli effetti delle cosiddette bombe intelligenti, sotto forma di bagliori grigiastri come in un videogioco: né sangue né cadaveri. Come in tutte le guerre, in questo caso poi la propaganda gioca un ruolo fondamentale, e da entrambe le parti. Mentre giornalisti e conduttori sono portati a credere per definizione alle notizie fornite da chi sta subendo l’invasione.

Magari fosse solo un problema di propaganda: qui si sta rischiando davvero la terza guerra mondiale, con le devastazioni previste dal Terzo Segreto di Fatima. Eppure illustri personalità come l’economista americano Jeffrey Sachs della Columbia University (chiamato da Papa Francesco all’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali) o l’ex ambasciatore Sergio Romano hanno seri dubbi sulla volontà di pace della Nato e degli USA: <<Il grande errore degli americani – ha detto Sachs al Corriere della Sera – è credere che la Nato sconfiggerà la Russia: tipica arroganza e miopia americana. È difficile capire cosa significhi “sconfiggere la Russia”, dato che Vladimir Putin controlla migliaia di testate nucleari. I politici americani hanno un desiderio di morte? Conosco bene il mio paese. I leader sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino. Sarebbe molto meglio fare la pace che distruggere l’Ucraina in nome della “sconfitta” di Putin. La mia ipotesi è che gli Stati Uniti siano più riluttanti della Russia a una pace negoziata. La Russia vuole un’Ucraina neutrale e l’accesso ai suoi mercati e alle sue risorse. Alcuni di questi obiettivi sono inaccettabili, ma sono comunque chiari in vista di un negoziato. Gli Stati Uniti e l’Ucraina invece non hanno mai dichiarato i loro termini per trattare. Gli Stati Uniti vogliono un’Ucraina nel campo euro-americano, in termini militari, politici ed economici. Qui si trova la ragione principale di questa guerra. Gli Stati Uniti non hanno mai mostrato un segno di compromesso, né prima che la guerra scoppiasse, né dopo».

È la stessa amara verità espressa con altre parole da Sergio Romano. A fronte del rischio di una guerra mondiale che trasformerebbe la terra in un deserto, sarebbe invece il caso di cercare ogni possibile compromesso, mettendo da parte anche qualche principio cosiddetto irrinunciabile se l’unica ipotesi alternativa è la distruzione del pianeta.

L’aereo più pazzo del mondo

di ANDREA ZHOK

Vivere in Occidente oggi è come viaggiare sull’aereo più pazzo del mondo, ma con Di Maio al posto di Leslie Nielsen.


Se fossimo marziani sarebbe uno spasso vedere dallo spazio gente che si prodiga in contorsioni verbali per santificare quelli che fino a ierlaltro erano il Male Assoluto, gente che condanna Dostojevsky e Ciaikovsky come complici di Putin, che si impettisce a voler “insegnare le regole” a quel maledetto serbo selvaggio di Djokovich, gente che parla di “vincere una guerra nucleare” (sic!) e che ha un tale senso della realtà da pensare di dare il proprio contributo alla vittoria non lavandosi le ascelle con l’acqua calda e coprendo di vernice le case private dei russi.
Come marziani, sarebbe da sganasciarsi dalle risate vedere i giornali promuovere il libro con “i grandi discorsi della storia” mettendo Zelenski accanto, anzi un po’ sopra, a Gesù, Buddha e San Francesco.


Sarebbe tutto divertentissimo, se sull’aereo più pazzo del mondo non ci stessimo davvero viaggiando, a dieci chilometri d’altezza, con alla guida gente che sta litigando sugli usi legittimi della lettera Z e una tempesta in arrivo.

Purtroppo gran parte della popolazione, ma soprattutto la sedicente borghesia colta, vive da tempo in una realtà parallela, una bolla fatta solo di opinioni fumose ma nettissime, di sentenze morali, di finzioni mediatiche il cui contenuto dipende da rapporti di potere, ricatti privati o leccate di culo, da qualunque cosa tranne il tentativo di dar conto della realtà. Questa è gente che applaudirebbe anche l’Olocausto nucleare se gli desse ragione, e prima di diventare una decalcomania su un muro griderebbe soddisfatta “Ben ti sta! Così impari!“.

La realtà e la guerra totale

di GIORGIO BIANCHI

Baricco in una celebre lettura affermò che depurando la realtà dai fatti, ciò che resta è storytelling. Nel mondo occidentale è rimasto solo questo. Oramai tutto è storytelling, la sostanza è caduta in secondo piano.

Vai al ristorante e il cameriere ti fa lo storytelling del piatto; compri un fuoristrada per girare in città, perché la pubblicità ti ha detto che si adatta al tuo carattere indomito; giri con la maschera all’aperto, perché le istituzioni ti hanno convinto che così sei responsabile. Ogni azione è dettata dall’emotivitá, dal desiderio di accedere a pieno titolo all’immaginario che viene di volta in volta proposto. L’acquisto di un bene, ma anche delle idee, oramai propagandate e vendute con le stesse tecniche con le quali ti rifilano a trecento euro un paio di jeans stracciati fatti in Cina, avvengono con le stesse modalità, attraverso i medesimi canali. Il design e la moda hanno sostituito la sostanza, anche per ciò che dovrebbe riguardare la coscienza. Oramai le idee si indossano a seconda della tendenza del momento.


Per questo motivo questa non è una guerra tra stati, ma un conflitto tra realtà e storytelling, tra la concretezza dell’acciaio delle armi e la fumosità e l’evanescenza della narrazione. È una lotta tra l’efficacia dei mezzi militari e quella della propaganda. Riusciranno le sanzioni prodotte dalla propaganda ad abbattere la Russia prima che le sue armi facciano capitolare Kiev e che gli effetti della crisi comincino a falcidiare le popolazioni europee?


La risposta è no, e lo abbiamo visto in Siria. Lo storytelling anche questa volta perderà, e alla fine tutti dovranno tornare alla realtà. La realtà è che il mondo si regge sui rapporti di forza. Quando tutti torneranno alla realtà, sarà guerra totale.

La banalità dell’emergenza

di DARIO GIACOMINI, GIORGIO AGAMBEN, GIOVANNI FRAJESE, ELISABETTA FREZZA

Ci siamo ritrovati a guardarci negli occhi, pensando a cosa si sarebbe potuto fare partendo da quello che, di buono, già era stato fatto. Ne è uscito questo scritto, intorno al quale chiamiamo a raccolta tutti coloro che, senza protagonismi, desiderino darsi vicendevolmente una mano e riprendersi la vita con l’umanità che le spetta.

LA BANALITÀ DELL’EMERGENZA

Il sistema oppressivo che si è manifestato in questi due anni non ha neppure la tragica grandezza della «banalità del male» colta da Hannah Arendt. Covid-19 e Green Pass sarebbero persino termini da operetta se, a loro causa e in loro nome, non ci fossimo ritrovati esposti, d’improvviso, alle intemperie di un tempo spietato in cui la paralisi della democrazia, il sovvertimento dell’assetto istituzionale, la violazione dei principi fondativi del vivere comune hanno portato con sé lo stravolgimento dei rapporti sociali e la mortificazione di ogni umanità.


D’improvviso, siamo stati travolti da un diluvio di provvedimenti arbitrari, emanati su presupposti di fatto erronei o distorti quando non del tutto inconsistenti, senza alcun riguardo a quel perseguimento del bene comune che è la funzione primordiale della politica.

«La società» come scriveva fin dagli Anni Trenta del secolo scorso Simone Weil in Oppressione e libertà «è diventata una macchina per comprimere il cuore» e di conseguenza «per fabbricare l’incoscienza, la stupidità, la corruzione, la disonestà e soprattutto, la vertigine del caos».

UN TOTALITARISMO DALLE RADICI PROFONDE

Sarebbe un grave errore non dare a questa «macchina per comprimere il cuore» il suo vero nome: totalitarismo. Il fatto che sia condiviso da una vasta parte di cittadini non ne muta l’essenza.

Anzi, mostra che i tempi erano maturi per cogliere il frutto avvelenato, seminato e coltivato con cura e a lungo. Ci si chiede come mai la gente non capisca quello che è così chiaro e non veda ciò che è tanto evidente. Siamo giunti al momento in cui, come paventava Simone Weil, non si comprendono più i significati pratici e contingenti delle azioni.

Azione e conoscenza, lavoro e progettualità, cause ed effetti sono separati. Conta solo la funzione, l’uomo è sacrificato al meccanismo, il mezzo diventa fine; e l’autorità, per quanto esercitata in modo arbitrario, diventa un idolo, un totem, un talismano capace di curare tutti i mali. L’uomo è una marionetta che si agita in un teatrino in cui non c’è più proporzione tra il fare e il conoscere e in cui è divenuto un essere sradicato, incapace di rapportarsi alla realtà.

UN TOTALITARISMO CONDIVISO. MA NON DA TUTTI

Dentro questa rappresentazione, per aver coltivato un pensiero non conforme a quello di una massa manipolata, confusa e impaurita; per non esserci piegati ai ricatti di un potere coercitivo cinico e spregiudicato e alle sue misure irragionevoli e incongruenti; per non avere ceduto il corpo alla somministrazione coatta di farmaci che non assicurano l’immunità né impediscono il contagio, abbiamo subìto la sospensione dallo stipendio o la privazione del posto di lavoro, la soppressione del diritto di circolazione e di accesso a servizi pubblici pagati con le nostre tasse, la compressione della libertà di espressione, l’esclusione dalla scuola, dall’università e dai luoghi della cultura, il peso della minaccia sempre incombente sui nostri figli. E lo abbiamo subìto nel plauso generale, con il pieno e deliberato consenso di familiari, amici, colleghi, vicini di casa.


È su questo terreno impervio che, per iniziativa del dottor Dario Giacomini, nella primavera del 2021, a ridosso dell’introduzione dell’obbligo vaccinale per i sanitari a mezzo decretazione d’urgenza (d.l. 44/2021), nasce ContiamoCi!, per riunire in associazione quanti, tra i destinatari della norma, intendono opporsi alla sua applicazione considerandola intrinsecamente ingiusta oltre che incompatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento. In una fase successiva, l’associazione si apre ai dipendenti della scuola e poi via via alle altre categorie di lavoratori ed a tutti i cittadini, fino a stendere una rete di mutuo sostegno su tutto il territorio nazionale.


Si è scoperto così come quel terreno arso, in apparenza votato alla sterilità, fosse in realtà straordinariamente fertile. Perché capace di far emergere qualcosa che afferisce alla radice dell’essere uomini e precede qualsiasi appartenenza. Perché capace di dare corpo a pensieri buoni e opere buone, di far crescere legami nuovi di amicizia, solidarietà, fratellanza, insieme alla voglia di mettere a frutto i talenti di cui ciascuno per parte sua è portatore, per battere strade alternative: nella ricerca scientifica, nella socialità, nei servizi, nella cultura, nell’arte.

PROSPETTIVE PER RESISTERE ALLA MACCHINA CHE COMPRIME IL CUORE

Il Novecento, secolo tutt’altro che breve, è ricco di insegnamenti e di esperienze che testimoniano la possibilità teorica e pratica di vivere al di là delle costrizioni totalitarie. Tra le molte intuizioni sorte nell’Europa dell’est, è particolarmente felice, sul piano degli intenti e della loro comunicazione, quella della “pólis parallela”, messa a punto da Václav Benda, membro del movimento “Charta 77” attivo in Cecoslovacchia. Nel breve saggio La polis parallela diceva tra l’altro: «Propongo perciò di unire le nostre forze per costruire poco a poco delle strutture parallele in grado di supplire, anche in misura limitata, a quelle funzioni comunemente utili e necessarie ora assenti; laddove sia possibile, occorre sfruttare le strutture esistenti e umanizzarle». In uno scritto successivo, Situazione, prospettive e significato della polis parallela, auspicava come fase finale la fusione della comunità resistente con quella ufficiale risanata o, addirittura, il «predominio pacifico della comunità ancorata alla verità su quella della mera manipolazione del potere».


È con questo stesso spirito che, oggi, ContiamoCi! si propone di allargare le sue fila e chiama a raccolta intorno al suo cuore già pulsante tutti coloro che, sperimentando quotidianamente su di sé e sui propri figli una discriminazione via via sempre più capillare e feroce, desiderino ricreare le condizioni per vivere e, per questo, sentano di dover mettere insieme i pezzi di una ragione distrutta e di una umanità negata: un po’ come tanti frammenti di qualcosa di più grande e di più bello di cui conservare memoria e tramandarla a chi ci succede.


ContiamoCi! intende costituire un luogo di aggregazione per chi non si rassegni a essere trasferito a peso morto nel recinto cosmopolita, digitale, tecnologico ed “ecologico” dei nuovi sudditi uguali e obbedienti, in attesa di essere ibridati e, finalmente, sostituiti; ma, viceversa, sia determinato a resistere agli insulti di uno strapotere fuori controllo, e sia pronto a sacrificare quanto acquisito pur di onorare la propria coscienza, e rimanere uomo.


ContiamoCi! vuole cercare di corrispondere a quei bisogni essenziali che, d’improvviso, ostacoli inediti impediscono ai cittadini di perseguire. Offre le prestazioni di medici, infermieri, legali, insegnanti, commercianti, artigiani, artisti, uomini di buona volontà che si mettono a servizio degli altri con spirito di collaborazione e slancio disinteressato. E così, pian piano, punta a edificare un’altra medicina, un’altra scuola, un’altra assistenza, in una parola un’altra polis che funzioni, parallela, nel rispetto delle leggi non scritte ma incastonate nella natura dell’essere umano.

VIVERE SENZA MENZOGNA

Nella consapevolezza che il vedere altri che pensano come te, vivono come te, soffrono e combattono come te, regala a ciascuno di noi un sostegno molto più forte di qualsiasi astratto proclama; che a ciascuno di noi fa bene farsi medicare, confortare, consolare per guarire nell’animo e recuperare le forze, ContiamoCi! intende rendere più vivibile la nostra quotidianità contando sul contributo di uomini vivi, integri e coraggiosi che sappiano guardare oltre i reticolati dei nuovi lager tecnologici e regalarci la speranza di esserne liberati. Solo così si potrà immaginare di invertire il segno di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi in danno nostro e dei nostri figli: per sopravvivere a un oggi disumano, e guardare al futuro con fiducia non velleitaria, o si ritrova la comune umanità, la si cura e la si coltiva a ogni costo, o si è destinati a perderla del tutto. «Non è possibile farsi semplicemente da parte, credere di potersi trar fuori dalle macerie del mondo che ci è crollato intorno. Perché il crollo ci riguarda e ci apostrofa, siamo anche noi soltanto una di quelle macerie e dovremo imparare cautamente a usarle nel modo più giusto, senza farci notare» (Giorgio Agamben, Quando la casa brucia).
In altre parole, lo spirito che guida una tale opera ha in radice quanto Solženicyn diceva, nel 1974, in Vivere senza menzogna: «Ciò che ci sta addosso non si staccherà mai da sé se continueremo tutti ogni giorno ad accettarlo, ossequiarlo, consolidarlo, se non respingeremo almeno la cosa a cui più è sensibile. Se non respingeremo la menzogna. (…) Ed è proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia!».

La bottega degli uomini liberi

di MATTIA SPANÓ

Partirei dalla percezione più banale possibile di cosa sia la libertà: dare seguito concreto ad un pensiero. Fare letteralmente ciò che passa per la testa. Mi sembra che queste poche parole mettano d’accordo la maggior parte degli esseri umani, e quindi provo a sviluppare l’analisi partendo da qui.

La definizione appena data è un concetto postumo. Che io faccia qualcosa prevede giocoforza un savoir faire. La maggior parte delle persone semplicemente esclude dalle opzioni ciò che non sa fare. Non le pensa neanche. Una persona incapace di dipingere non penserà affatto di essere libera dipingendo un autoritratto. Nemmeno considera una diminuzione il fatto di non dipingere. 

Per la proprietà transitiva la libertà è un concetto postumo, nel senso che l’esercizio della libertà debutta nel momento in cui il saper fare seppellisce il non sapere.

Mi riesce difficile pensare la libertà al di fuori del suo esercizio pratico. Se penso ad un concetto o un’aspirazione, essa diventa sostituibile oppure viene delusa o tradita.

Se la libertà si realizza, significa che ha conseguenze. Come se non si realizza, del resto, e quindi è servitù, cioè l’asservimento alla libertà di un altro. Dico servitù e non schiavitù perché la condizione dello schiavo è coatta, quella del servo consapevole. Questo dovrebbe portarci a pensare la libertà come una pratica binaria. 

A questo proposito, è interessante notare che la distinzione fra libero arbitrio e servo arbitrio sia stata una delle cause principali della separazione fra Chiesa Cattolica e chiese protestanti. La differenza tra una scelta guidata dalla ragione al bene, e una scelta gravata dal male del peccato e perciò impossibile (serva).

Anche se queste brevi riflessioni possono sembrare inutilmente astratte, si deve notare che la pandemia, e soprattutto il governo dello stato di emergenza, hanno insieme messo in luce esattamente il tipo di concezione di libertà che va per la maggiore.

In linea di massima, non mi sembra fuori luogo sostenere che l’homo pandemicus ha rivelato una bassissima propensione ad agire, e per converso un’altissima inclinazione ad essere agito.

La socialità fisica è passata dall’essere un disturbo – viviamo in una comunità fortemente agorafobica, eccezion fatta per quei contesti come il calcio, la discoteca e i concetti in cui il frastuono ci rinchiude nella nostra abituale solitudine – all’essere un pericolo mortale. L’osservanza para-religiosa di provvedimenti sommamente insulsi come il green pass ha restituito un sensus fidei ormai smarrito da decenni: le persone credono nello Stato, si fidano dello Stato, avendone sinora interiorizzato soltanto lo spirito burocratico. Quello, appunto, che elargisce permessi.

La remissione completa delle proprie libertà nelle mani delle istituzioni nate per tutelare, non per elargirle sotto vincolo esterno, ha scatenato una sorta di panico da decisione. Se non penso a me stesso come libero, qualsiasi decisione, anche la più semplice, finisce per spaventarmi. 

Le persone, lentamente private dalla routine della capacità di immaginare la vita, attendono con ansia che venga detto loro cosa fare. Un cambiamento anche minimo previsto dal decreto settimanale riscrive la routine, fornendo l’illusione narcisistica di partecipare ad una comunità vitale, mentre essa è appena cangiante. È una situazione estremamente confortevole.

Tutti discutono se sia giusto o meno ciò che lo Stato prescrive. Nessuno è disposto o indotto a discutere se sia giusto o sbagliato ciò che egli stesso fa.

Diciamo allora che se la libertà è un’opera, come accennavo all’inizio, allora bisogna tornare a bottega. Il tirocinio della libertà deve innanzitutto ripartire dalla ricerca di maestri d’arte che possano insegnarla.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Imperial College Report. Era tutto deciso fin dall’inizio?

di EUGENIA MASSARI

pubblicato il 26 aprile 2021, ricondiviso il 10 settembre 2021

Prima che l’adesione dei Paesi NATO al modello lockdown fosse totale – pressoché identico ovunque – US e UK tentennavano.

L’Inghilterra aveva inizialmente scelto un intervento mirato alle categorie a rischio e l’immunità di gregge da raggiungere attraverso la circolazione del virus. Le dichiarazioni di Sir Patrick Vallance e del premier Boris Johnson furono attaccate dalla stampa.

Coronavirus, Londra shock: contagiare il 60% dei britannici per sviluppare l’immunità. Johnson: “Moriranno molti cari”.

Alla fine, però, Inghilterra e US cedono.

Cosa fece cambiare idea ai due Governi e da dove veniva il modello di intervento proposto a livello mondiale?

<<La nuova stratega si è imposta a seguito della pubblicazione di un Report commissionato dal Governo al team dell’Imperial College di Londra, che ha modellato diverse strategie e opzioni, con focus specifico su UK e US>>  Financial Times[1].

That Imperial coronavirus report, in detail 

La notizia circola sui media italiani, con incongruenze e senza una traduzione integrale.

Il documento originale, Impact of non-pharmaceutical interventions (NPIs) to reduce COVID-19 mortality and healthcare demand può essere scaricato integralmente in inglese ed è reperibile negli archivi digitali dell’Imperial College. Condotto a partire dai dati provenienti prevalentemente da Italia e Spagna a marzo 2020, poi applicati ed elaborati in base alla situazione demografica e ai sistemi sanitari di Stati Uniti e Inghilterra.

Io studio propone tre modelli predittivi o scenari sull’andamento della pandemia in questi due Paesi – Inghilterra e America – sulla base di tre possibili modelli di intervento.  

  • No-action, nessun intervento. La pandemia non sarebbe stata affrontata in nessun modo.
  • Mitigation, interventi volti a tutelare le fasce deboli ed esposte alle forme più gravi, immunità di gregge da raggiungere attraverso la circolazione del virus.
  • Suppression, soppressione della circolazione del virus, ovvero contrastare la circolazione del virus impedendo il passaggio tra individui all’interno della popolazione.

Il Report mostra i dati sul numero di vittime stimato, sulla pressione esercitata sul sistema sanitario (cioè il rapporto tra domanda e posti disponibili nei reparti di terapia intensiva del sistema sanitario pubblico ndr) e sull’andamento della curva pandemica

Il Report è firmato da un team di studiosi[2], con a capo Neil Ferguson, successivamente costretto a dimettersi come consulente del Governo inglese per aver violato il lockdown.

Oltre l’Imperial College di Londra, lo studio è realizzato con: l’OMS, il Collaborating Centre for Infecious Disease Modelling, l’MRC Centre for Global Infecious Disease Analysis, e l’Abdul Latif Jameel Institute dor Disease and Emergency Analytics.

Il documento, datato 16 marzo 2020 contiene tutti gli elementi della narrazione pandemica presenti sui media a livello mondiale, confronto con la Spagnola incluso[3].

Il documento parla chiaramente di misure da mantenere per un lungo periodo di tempo.

  • <<È necessaria una combinazione di isolamento dei casi, allontanamento sociale dell’intera popolazione e quarantena familiare o chiusura di scuole e università (Figura 3, Tabella 4). Si presume che le misure siano in atto per una durata di 5 mesi >>. (Pag. 9 )
  • <<Il pannello di destra della tabella 4 mostra che il distanziamento sociale (più la chiusura di scuole e università, se utilizzata) deve essere in vigore per la maggior parte dei 2 anni della simulazione, ma che la proporzione di tempo in cui queste misure sono in vigore è ridotta per interventi più efficaci e per valori inferiori di R0>> (Pag. 11)

È già presentato il modello di aperture-chiusure, da modulare in base al monitoraggio continuo dei dati:

  • <<Per evitare un riaumento della trasmissione, queste politiche dovranno essere mantenute fino a quando non saranno disponibili grandi scorte di vaccino per immunizzare la popolazione – che potrebbero essere 18 mesi o più. I trigger basati sulla sorveglianza ospedaliera adattiva per l’attivazione e la disattivazione del distanziamento sociale a livello di popolazione e della chiusura scolastica offrono maggiore solidità all’incertezza rispetto agli interventi di durata fissa e possono essere adattati per l’uso regionale (ad esempio a livello statale negli Stati Uniti). Dato che le epidemie locali non sono perfettamente sincronizzate, le politiche locali sono anche più efficienti e possono raggiungere livelli di soppressione comparabili alle politiche nazionali pur essendo in vigore per una proporzione leggermente inferiore del tempo. Tuttavia, stimiamo che per una politica nazionale GB, il distanziamento sociale dovrebbe essere in vigore per almeno 2/3 del tempo>>.(Pag.15)
  • <<Tuttavia, vi sono incertezze molto ampie sulla trasmissione di questo virus, sulla probabile efficacia delle diverse politiche e sulla misura in cui la popolazione adotti spontaneamente comportamenti di riduzione del rischio. Ciò significa che è difficile essere definitivi sulla probabile durata iniziale delle misure che saranno richieste, tranne che sarà di diversi mesi. Le decisioni future su quando e per quanto tempo allentare le politiche dovranno essere informate da una sorveglianza continua. Le misure utilizzate per ottenere la soppressione potrebbero anche evolversi nel tempo. Man mano che i numeri dei casi diminuiscono, diventa più fattibile adottare test intensivi, tracciamento dei contatti e misure di quarantena simili alle strategie impiegate oggi in Corea del Sud. La tecnologia, come le app per telefoni cellulari che tracciano le interazioni di un individuo con altre persone nella società, potrebbero consentire a tale politica di essere più efficace e scalabile se i problemi di privacy associati possono essere superati>>. (Pag.15)

Il Report avverte sui danni a lungo termine:

  • <<Non prendiamo in considerazione le implicazioni etiche o economiche delle due strategie qui proposte fatta eccezione per il fatto di notare che in entrambi i casi si tratta di decisioni politiche non facili da prendere. La suppression, sebbene abbia avuto successo fino ad oggi in Cina e Corea del Sud, comporta costi sociali ed economici enormi che potrebbero essi stessi avere un impatto significativo sulla salute e sul benessere a breve e lungo termine>>. (Pag.4)

I vaccini sono l’unico farmaco preso in considerazione nel Report. Non si parla di varianti né di interazioni dei vaccini con la mutabilità del virus. Sulle campagne vaccinali lo studio avverte:

  • <<Maggiore è il successo di una strategia nella soppressione temporanea, maggiore è la previsione dell’epidemia successiva in assenza di vaccinazione, a causa del minore accumulo di immunità di gregge>>.

Una volta scelti i vaccini come unica soluzione, insomma, il loro uso impedirebbe il raggiungimento dell’immunità di gregge, prolungando dunque la durata della pandemia – il loro funzionamento è legato alla maggiore copertura possibile -.

Al Report dell’Imperial College – non abbastanza approfondito sulla stampa italiana, viste le enormi ed epocali implicazioni, a livello storico, economico e persino umano e antropologico delle misure indicate-, non sono mancate risposte scettiche.

Il team di tecnici del Governo Svedese aveva ad esempio bollato il documento come non scientifico.

Il professor Johan Giesecke – uno dei maggiori epidemiologi del mondo, consulente del Governo Svedese, è lui che ha scelto Anders Tegnell attualmente a capo della strategia svedese-, primo capo scienziato del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie, consigliere del direttore generale dell’OMS- si è così espresso, come riporta il fotogiornalista e reporter Giorgio Bianchi:

Il Governo Svedese ha deciso all’inizio di gennaio che i provvedimenti che avrebbe adottato contro la pandemia sarebbero dovuti essere basati su prove. Quando iniziammo a guardare le misure che venivano prese dai diversi paesi, scoprimmo che pochissime di queste si fondavano su uno straccio di evidenza…Le chiusure delle frontiere, le chiusure scolastiche, il distanziamento sociale: non c’è alcuna scienza dietro la maggior parte di questi provvedimenti. “Il documento [dell’Imperial College] non è mai stato pubblicato scientificamente. Non è stato sottoposto a peer review (confronto tra pari ndr) come un documento scientifico dovrebbe essere. È solo un rapporto dipartimentale interno per l’Imperial. Ed è affascinante. Non credo che nessun altro sforzo scientifico abbia fatto una simile impressione sul mondo, come quella carta piuttosto discutibile“. FONTE

Critiche pesanti ed approfondite sono state fatte anche in India. Lo studio, riportato da Sanjeev Sabhlok è reperibile sul Times of India. Il documento afferma che, con interventi molto meno invasivi si sarebbero potuti ottenere gli stessi risultati, senza il lockdown severo. Non solo si esprimono dubbi sulla metodologia alla base del Report inglese, ma si sottolinea la “necessità per le democrazie di rafforzare la loro capacità di pensiero critico creando un’istituzione Black Hat indipendente il cui scopo sarebbe mettere in discussione qualsiasi fondamento tecnico (matematico) delle decisioni del governo”. L’analisi dell’Imperial College, per gli studiosi indiani, sarebbe un’analisi unilaterale che, tra l’altro, non avrebbe considerato la variabile costi: i danni collaterali.

Già a luglio 2020, gli epidemiologi di Oxford avevano dichiarato che la strategia suppression non era praticabile. THE POST

Tipologia, natura, durata dei lockdown adottati su scala mondiale, sono descritti in questo documento. Il Governo inglese, il Governo US sapevano quindi fin da marzo che le misure di lockdown severo sarebbero durate molti mesi, se non anni.

E il Governo Italiano?

CURIOSITÀ

1 ottobre 2020, il Ministro Speranza dichiara: <<Dobbiamo resistere con il coltello tra i denti in questi sette-otto mesi e mentre resistiamo dobbiamo avere lo sguardo lungo e costruire la società del futuro>>. Nes Anagni (Frosinone), 01 OTT 2020 11:59 

Ad ottobre 2020 il Ministro Speranza sapeva già che i lockdown sarebbero durati almeno fino a maggio-giugno 2021, prima che i relativi Dpcm fossero emanati?

Covid, Speranza: «Resistere con il coltello fra i denti per 7-8 mesi»

Nel Dpcm del 30 luglio 2020si legge:

  • 6. Al fine di garantire, anche nell’ambito dell’attuale stato  di emergenza epidemiologica dal COVID-19,  la  piena  continuità nella gestione operativa del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, alla legge 3 agosto  2007,  n.  124,  sono  apportate  le seguenti modificazioni: a) all’articolo 4, comma 5, secondo periodo, le parole: «per  una sola  volta»  sono  sostituite  dalle   seguenti:   «con   successivi provvedimenti per una durata complessiva massima di ulteriori quattro anni»; b) all’articolo 6, comma 7, secondo periodo, le parole: «per  una sola  volta»  sono  sostituite  dalle   seguenti:   «con   successivi provvedimenti per una durata complessiva massima di ulteriori quattro anni»;  c) all’articolo 7, comma 7, secondo periodo, le parole: «per  una sola  volta»  sono  sostituite  dalle   seguenti:   «con   successivi provvedimenti per una durata complessiva massima di ulteriori quattro anni».

La legge 3 agosto  2007,  n.  124, nell’articolo 4, comma 5, riguarda la nomina della direzione generale del DIS, nell’articolo 6, comma 7, la nomina del direttore dell’AISE, l’articolo 7, comma 7, riguarda il direttore dell’AISI.

La notizia finì su siti di bufale con l’argomentazione che trattasse del prolungamento di quattro anni dello stato d’emergenza. Il punto in questione riguarda invece il prolungamento da quattro a otto anni, della nomina di importanti figure chiave: l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (AISE), l’Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI) e Il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS). È lo stesso Decreto a mettere in relazione il provvedimento con l’attuale stato di emergenza epidemiologica dal COVID-19.

Ad ogni modo, negli ambienti di ricerca vicini a OMS, circolavano fin da subito studi e articoli sulla durata dell’emergenza fino al 2024/2025. La stampa internazionale ed economica, con eco su quella italiana, parlava da subito di nuova normalità.

Su Science, ad esempio, a maggo 2020 troviamo pubblicato studio della Harvard T.H. Chan School of Public Health:  Projecting the transmission dynamics of SARS-CoV-2 through the postpandemic period, distanziamento sociale fino al 2022, ondate fino al 2025.


NOTE

[1] <<The new strategy has come following the publication of a government-commissioned report from Imperial College Londons’s COVID-19 Response Team, wich models different strategies and outcomes, focusing in partcular on the UK and the US>>. (Jemima Kelly, Financial Times 17 marzo 2020)

[2] Neil M Ferguson, Daniel Laydon, Gemma Nedjati-Gilani, Natsuko Imai, Kylie Ainslie, Marc Baguelin, Sangeeta Bhatia, Adhiratha Boonyasiri, Zulma Cucunubá, Gina Cuomo-Dannenburg, Amy Dighe, Ilaria Dorigatti, Han Fu, Katy Gaythorpe, Will Green, Arran Hamlet, Wes Hinsley, Lucy C Okell, Sabine van Elsland, Hayley Thompson, Robert Verity, Erik Volz, Haowei Wang, Yuanrong Wang, Patrick GT Walker, Caroline Walters, Peter Winskill, Charles Whittaker, Christl A Donnelly, Steven Riley, Azra C Ghani.

[3] <<The global impact of COVID-19 has been profound, and the public health threat it represents is the most serious seen in a respiratory virus since the 1918 H1N1 influenza pandemic>>/<<L’impatto globale del COVID-19 è stato profondo e la minaccia per la salute pubblica che rappresenta è la più grave osservata in un virus respiratorio dalla pandemia da virus, H1N1 del 1918>> (Impact of non-pharmaceutical interventions (NPIs) to reduce COVID-19 mortality and healthcare demand, Sommario, pag.1 di 20).

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Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Autrice su Il Mondo di Pannunzio, design editoriale e co-founder Media Emporia.