Musica e Deep State

Quando arti e cultura sono strumenti del potere

InContri, Marcello Piras e Alberto Contri

Il noto musicologo Marcello Piras, in dialogo con Alberto Contri sugli intrecci tra musica e Potere. Il Deep State e le agenzie governative nei loro tentativi – riusciti- di controllare e creare un mercato da usare come strumento di condizionamento culturale.

La rubrica è a cura di Scienza e Coscienza, la rubrica InContri.

Scienzacoscienza.com

Epistemologia della comunicazione: il virus è la cura, il vaccino la malattia mortale

di MATTIA SPANÓ

Dal punto di vista della comunicazione, il Covid-19 è una terapia. Non commetto né un errore né un refuso: il Covid-19 è la terapia di un mondo malato. Come tale è stato concepito, o almeno sfruttato.

Se assumiamo l’assioma di Paul Watzlawick, tutto è comunicazione, allora il nome che si dà alle cose è decisivo. Anche in una prospettiva meno radicale, l’ipotesi resta valida.

Il nominalismo procede per assonanze o dissonanze – è un criterio squisitamente musicale, eufonico o cacofonico – con quanto già esistente e nominato. 

Il fatto che il virus abbia assunto un nome del tutto simile a certi farmaci, come Comirnaty, EN-101, Nimesulide, deve far riflettere e concludere, quanto meno sul piano ipotetico, che il virus sia la terapia.

Nessuno al ristorante ordinerebbe un piatto chiamato Rattoon Miorto, perché gli ricorderebbe un topo morto (nei paesi italofoni e ispanofoni sicuramente, forse perfino in quelli anglofoni). Non ha nessuna importanza che sia buono o meno: l’impressione destata dal nome sarebbe tale che soltanto una minima parte degli avventori accetterebbe di provare il piatto.

Nessuno comprerebbe una vettura che si chiamasse Craashi o Skassun – potrebbe essere il nome di una macchina coreana – perché penserebbe di lasciarci la pelle al primo incrocio.

Esiste una notevole varietà di mele: le Golden, le Granny Smith, le Stark, le Renette, le Imperatore. Non esistono le Kakka, che in lingua giapponese significa “eccellenza”, nel senso inglese di “milord”, mio signore, per estensione che si distacca dal consueto, che eccelle in virtù e qualità.

Tutti mangiano mele che si chiamano “rigido, desolato” (le Stark) o “nonna fabbro” (Granny Smith) evocative di qualcosa di duro, sgradevole, sporco, immangiabile. Nessuno però comprerebbe delle mele che si chiamino “eccellenza” in giapponese. Perché? Perché i nomi vengono introiettati a livello profondo, e lì si solidificano come certe schiume usate nell’industria.

Questo è razionale? No. Se non è razionale, almeno è reale? Sì. E già questo basterebbe a contestare, minandolo probabilmente alla radice, il ben noto enunciato hegeliano “tutto ciò che è razionale è reale, e tutto ciò che è reale è razionale”. 

Dal momento che non sarò certo io a smontare il grande Hegel, in un dialogo impossibile con un grande della filosofia defunto, mi limito ad osservare che egli si gioca la partita della conoscenza sul piano grammaticale degli aggettivi, trattando reale e razionale come attributi del “tutto”.

Se invece li considero come sostantivi, cioè parti del tutto, non semplici attributi, allora il problema diventa comprendere cosa accade quando il razionale si introduce nel reale e viceversa. Possono succedere allora tre cose: o il razionale si rivela irrazionale, oppure il reale si rivela irreale.

Nel terzo caso, il razionale che coincide col reale e viceversa, ha ragione il grande Hegel, il quale in definitiva ha ragione, ma parzialmente.

Ma, ed eccoci al punto dirimente, qualsiasi cosa accada una volta che ho piantato il chiodo nel muro, estrarlo intatto è pressoché impossibile. In altre parole, la dialettica fra reale e razionale modifica sia l’uno che l’altro in modo irreversibile.

Esaurita questa lunga parentesi filosofica che ci tornerà utile nelle conclusioni, torniamo al nostro virus.

Molti ricorderanno che inizialmente il virus veniva chiamato Coronavirus, che però contiene la parola “virus”, percepita come negativa. Di colpo, letteralmente, si è cominciato a chiamarlo col più neutro Covid-19, eliminando la percezione negativa legata alla parola. Un nome buono per una medicina, appunto.

Se il vostro medico curante vi prescrivesse un farmaco contro l’ipertensione chiamato Covid-19, al netto del fatto che il nome sia stato speso per indicare una patologia, non avreste alcun problema ad assumerlo.

Con una dimostrazione controintuitiva: se avessero chiamato la malattia “peste nera”, o “peste bubbonica”, o “lebbra”, o “colera”, l’uomo occidentale sanificato da decenni di disposizioni sanitarie sempre più capillari e invasive, avrebbe semplicemente rifiutato l’idea stessa della malattia giudicandola impossibile.

Allora sì che avrebbe detto: “la peste nera non esiste, ve la siete inventata”. Ovvero, avrebbe offerto una formidabile resistenza culturale anche contro l’evidenza fattuale. Ecco perché un pupazzo tenerone lo chiamo Monciccì e non Dragosputasangue Trinciabambini.

Lo stesso schema di programmazione neuro-linguistica si è applicato chiamando farmaci sperimentali genicivaccini”. I vaccini li hanno fatti tutti sin da piccoli, tutto sommato senza conseguenze negative rilevanti, o per lo meno queste non sono state recepite sul piano psico-culturale profondo. 

È molto difficile contestare in via preventiva qualcosa che in fondo ognuno, compreso il contestatore, percepisce come buono.

Chiamando il virus con il nome di un farmaco, si è occultata e resa digeribile un’idea semplice: l’umanità è malata, il virus è la terapia.

Se l’affermazione può sembrare assurda, si consideri che viviamo in una selva di messaggi decostruzionisti: l’uomo è il cancro del pianeta, il sesso è decidibile, le minoranze si comportano aggressivamente nei confronti della maggioranza, la politica è sporca, regredire felicemente è possibile e desiderabile, gli animali sono meglio di noi, al mondo siamo in troppi, l’aborto sta trasformandosi da eccezione regolamentata a diritto eccetera. Cioè messaggi che mettono radicalmente in discussione, e puntano ad eliminare, il sistema di usi, costumi e credenze che abbiamo alle spalle.

Sia che si condivida questo genere di messaggi, sia che lo si combatta, si deve riconoscere che si tratta di un autentico capovolgimento dell’ordine naturale, o culturale, delle cose. Ciò che non si condivide non si critica: si cancella.

Affermare quindi che il virus ha funzionato e sta funzionando da farmaco curativo di un mondo e un’umanità malati, è perfettamente in linea con la cultura del paradosso che si sta imponendo a colpi di maglio.

È probabile, e forse già è così, che la “terapia della terapia”, vale a dire il vaccino curativo, alla fine di questa storia faccia più morti di quanti ne abbia fatti la patologia stessa.

Il Great Reset, il green pass, la nuova normalità, la digitalizzazione galoppante, il lockdown, altre misure chiaramente folli – né reali né razionali, dunque – non si sarebbero mai affermate se un’umanità sbagliata avesse continuato a ragionare secondo i vecchi canoni culturali.

A questa “malattia”, vale a dire la ragione e il rapporto con la natura di derivazione greco-romano-giudaico-cristiano, è stata imposta una terapia: il virus. Con coerenza omeopatica, la cura del virus è la morte o l’invalidità permanente grazie ad un pharmakòn, il veleno che uccide eliminando la possibilità stessa di sventure, mali e disgrazie tipica della vita.

Di qui la possibilità fornita dal governo canadese di pagare il suicidio ai cittadini poveri, disagiati o sofferenti che ne facessero richiesta. Prima ti affamo e ti riduco la vita ad un inferno, poi ti offro di suicidarti a spese mie.

Le discussioni sui giovani pelandroni che si rifiutano di lavorare a 280 euro al mese, o meglio ancora gratis. Già che se ne parli, è una mezza ammissione che la schiavitù sia non solo possibile, ma addirittura auspicabile.

O che un insegnante dichiari ad una maturanda che bisognava impedire di fare l’esame di stato a chi non avesse ricevuto almeno un vaccino, gettandola in un limbo di potenziale disoccupazione o sottoccupazione.

Il fatto che Facebook, Twitter e Youtube si possano permettere di silenziare un presidente degli Stati Uniti, o cancellare interi canali o pagine “sgradite”.

Il fatto che si obblighino le persone a rinunciare al contante, e si chiamino i loro diritti “libertà” – qualcosa che qualunque carcerato sa benissimo può essere tolta, al contrario dei diritti di cui anche l’uomo peggiore resta titolare-.

Sono tutte piccole tessere di un grande mosaico: l’Uomo Nuovo è l’Uomo Morto.

L’effetto collaterale di una terapia come il Covid-19 è che la maggior parte della gente sopravvive. Dunque ecco il vaccino, la cura definitiva che getta molte più persone nel meraviglioso mondo della morte: l’Ade o lo Sheol, la penombra eterna in cui vagano le anime. Esse si dicono che in fondo bisogna morire, e lo accettano serenamente: una vita priva di senso e di scopo, o la cui dignità e il cui scopo siano stati distrutti, non è degna di essere vissuta né apprezzata.

La malattia mortale è la disperazione di Kierkegaard: ignoranza di sé, volontà di essere altro da sé, incapacità di essere sé. Tutta questa disperazione è stata messa in moto con la pandemia prima, la cura poi, ora la guerra. Siamo al punto che alcuni bramano l’escalation nucleare.

Suggestioni da complottisti? Può darsi. Di fatto però il turbine semantico a cui siamo sottoposti autorizza questo tipo di speculazioni. In definitiva, non si tratta di stabilire se esista o meno un “tutto” hegeliano, ma di ridefinire più prosaicamente cosa e sotto quali condizioni ne faccia parte.

Su questo la comunicazione, vale a dire la capacità di dare il giusto nome alle cose e di persuadere le persone, può dare un contributo fondamentale. A patto che riconsideri i suoi fondamenti epistemologici positivi.


Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Tone is King

Fine della comunicazione pubblica, o nuovo inizio?

di ALBERTO CONTRI

Jean-Léon Gérôme, 1896

Leggendo del dottor Massimo Galli che accenna alla possibile correlazione fra i vaccini anti-Covid e disturbi finora attribuiti al long-Covid, ho avuto una specie di folgorazione a proposito di una questione che definire banale è persino generoso.

Com’è possibile, mi sono chiesto, che persone altamente qualificate che hanno preteso di aver dimostrato scientificamente  A, adesso ammettono la possibilità di non-A?

Com’è possibile che i mezzi di informazione non chiedano conto di questa clamorosa smentita di sé stessi?

Naturalmente ci sono molte risposte, alcune perfino ovvie, circa il perché questo accada. Ma sul piano della comunicazione, e in particolare della comunicazione pubblica, restano da fare delle analisi necessarie, finora rimaste in ombra.

Nel mondo della comunicazione c’è un mantra: content is king, comanda il contenuto. Nella realtà bisognerebbe dire: tone is king, comanda il tono.

In poche parole non è importante cosa si dice e il quando, ma il come, il dove e il chi lo dice

Ne Il piccolo principe di Saint-Exùpery si trova l’aneddoto dell’astronomo turco che scopre il pianeta dove vive il protagonista. Presenta il risultato della sua scoperta ad un congresso scientifico in abiti tradizionali, con il fez in testa, e nessuno gli crede. Un anno dopo ripete la sua presentazione, questa volta in giacca e cravatta, e gli credono tutti.

Le persone sono indotte a credere che sia la cornice, il contesto, a definire il contenuto di un messaggio. Si pongono domande, e in genere si danno risposte positive, sull’autorevolezza, la credibilità, la reputazione, l’affidabilità,  la puntualità, la chiarezza. Ma di cosa davvero quel messaggio significhi e verso quali conseguenze porti, se ne curano in pochi.

Questo non è sbagliato, ma è parziale. La realtà è governata da una legge spietata: se i fatti falsificano una delle condizioni cui ho brevemente accennato, tutto il castello crolla e gli attori della comunicazione pubblica vengono squalificati. O almeno dovrebbero, esattamente come un idraulico che chiamato a riparare una piccola perdita ti allaghi la casa.

Se questo invece non accade, c’è un enorme problema sul piano della comunicazione pubblica che può avere effetti travolgenti sulla democrazia, sul governo, sulle politiche anche internazionali. Detto in altri termini: esiste un limite fisico alle menzogne.

Io posso imbambolare le persone dicendo loro che esiste una terribile pandemia. Posso dire loro che se indossano mascherine e si vaccinano ne usciremo. Posso dire che il vaccino è efficace e sicuro. Posso chiudere tutto e raccontare che una grande ripresa economica ci attende in fondo al tunnel. Dal momento che né la pandemia si attenua né si vede traccia della ripresa economica, posso raccontare che è colpa della guerra in Ucraina: se sanzioniamo la Russia rinunciando a grano, gas e fertilizzanti, nel giro di una settimana lo Stato russo andrà in bancarotta.

Per quanto io calci il barattolo, arriva il momento in cui qualcosa di vero deve accadere. Se metto in forno l’arrosto non posso tirar fuori torta di mele. La prima volta posso pensare che qualcuno mi abbia fatto uno scherzo sostituendoli, la seconda che il burlone sia ripetitivo sino alla noia. La terza devo pensare che mi stia buggerando per fini ignoti ed ignobili.

Gli esempi fatti, tristemente falsi, dipendono dalla fiducia che la gente ha nel governo, nella scienza, nei media. Ma è un tipo di fiducia che la gente semplicemente non può non avere.

È una fiducia figlia non della persuasione, ma del bisogno stesso di fidarsi di quanto ci viene detto. È una fiducia che rifugge il caos, conservativa, che non offre soluzioni reali ma tende e perpetuare il già noto, il già saputo. Una fiducia coatta che è conseguenza di limiti culturali e tecnici – digital divide, scarsa padronanza delle lingue straniere, mancanza obiettiva di tempo per informarsi etc. In ultima analisi: è una fiducia che discende dal tono, non dal messaggio (siccome lo dice il governo e un governo non può mentire, allora è vero).

Ancora. I media ci hanno raccontano che Mario Draghi è una persona di qualità eccezionali, che gode di grandissimo prestigio internazionale. Se si analizzano queste qualità, si scopre che sono costruzioni narrative senza fondamenta. Per quanto riguarda l’enorme reputazione del nostro premier nel mondo, sui giornali e nelle televisioni esteri non se ne trova traccia, comunque non in misura tale da giustificare tanto entusiasmo – per lo più, si tratta di normale rispetto dovuto ad una carica istituzionale, a prescindere dal fatto che lo meriti o meno -.

Molte persone non addette ai lavori hanno compreso il meccanismo, anche se non sanno formularlo con chiarezza. Per contro, moltissimi comunicatori invece di analizzare questo monstrum, si sono abbandonati a valutazioni di opportunitàconvenienza, simpatie personali, conformismo. L’errore del principiante, che dopo la seconda ora di lezione pretende di saperne più del maestro, ma compiuto da maestri verso la realtà che descrivono.

È il lato oscuro dell’eccesso di specializzazione: il non addetto costretto a compensare artigianalmente i suoi limiti, l’addetto che va a giocare ad un gioco diverso su un campo nel quale la sua competenza non conta nulla. Mi pare una buona definizione di caos.

La divisione radicale introdotta da una comunicazione pubblica così rozza e inefficace ha creato una sorta di muro morale che divide i primi dai secondi: i primi si aspettavano una comunicazione corretta che i secondi non hanno dato. I secondi accusano i primi di essere incompetenti, ignoranti, in malafede. Non hanno però spiegato in modo convincente i fatti. Che la gente sia ignorante di ciò che non le compete, e spesso anche di ciò che le compete, è  purtroppo vero, ma la responsabilità più pesante del misfatto negro su chi ricade?

Ogni regime moribondo si estingue prima di tutto sul piano culturale. La cultura è l’approccio ai fatti e alla correlazione nascosta che li unisce all’interno di un orizzonte temporale finito – ciò che posso conoscere, comprendere  e trasmettere in 70 anni, 80 per i più robusti – . 

A questa fase ne segue un’altra, più o meno lunga ma estremamente dolorosa, di negoziazione e determinazione di un ordine nuovo (cosa ben diversa dal nuovo ordine mondiale: l’accento cade sull’ordine, non sulla novità, e non ci sono aggettivi tonitruanti a condire l’inconsistenza dello scopo).

Come se ne esce? Tenendo conto del grado elevatissimo di complessità che il nostro sistema ha raggiunto, e temperandolo con l’obiettiva fragilità che tale complessità frattale porta con sé.

Si è parlato molto di sistemi complessi straordinariamente raffinati e interfacciati. È venuto il momento di tornare a parlare di cose semplici, creando consenso su antiche ovvietà – stabilire, ad esempio, che la moneta digitale non ha alcun sottostante: la fiducia non è e non sarà mai algoritmica, ci sarà sempre qualche furbo in agguato pronto a rompere il patto: si studi il caso della crypto Terraluna, al riguardo.

Ci siamo allontanati troppo dalla costa. Bisogna richiamare le navi in porto, dire ai marinai che non ci sono sempre nuovi mondi di là dal mare, che i naufragi sono sempre una possibilità, che Colombo ha scoperto l’America una volta sola. Che i pomodori crescono nella terra, non nell’acqua o nei barattoli al supermercato.

Chiarito e padroneggiato il contenuto, allora torneremo a lavorare sul tono. Perché se è vero che la forma è sostanza, essa non può fare a meno della sostanza. E bisogna che chi ha fatto della forma una religione, si rassegni all’umiltà che una realtà infinitamente più grande di noi esige. Che si chiami Galli, Burioni, Bassetti, Draghi o Speranza.


Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Prigionieri del villaggio globale

di ARTEMISIA MARTINA

Al tempo della mia giovinezza ricordo una serie televisiva molto ben fatta, “Il prigioniero” il cui protagonista, un agente dello spionaggio il cui nome era “Numero Sei” tentava in ogni modo di fuggire da un inquietante villaggio controllato da una omnipervasiva presenza, che nonostante le astuzie del protagonista riusciva sempre, invariabilmente, a sabotarne i piani di fuga e di libertà.

Il protagonista, oltre che tentare di fuggire, al contempo tentava anche di capire dove fosse questo villaggio in cui era stato trasportato in stato di incoscienza, e chi ne fosse il capo. Il successo della serie stava nel fatto che lo spettatore si trovava esattamente allo stesso livello di consapevolezza del protagonista, e tentava di capire inutilmente chi governasse quel soffocante microcosmo -anche grazie all’aiuto di cittadini -spie e di numerose telecamere disseminate ovunque, che potevano registrare e vedere ogni cosa.

Questi episodi a puntate erano assolutamente strepitosi per una mente giovane, poiché nella monotona vita del villaggio si celavano insospettabili doppiezze ma anche inesauribili tentativi del Numero Sei di vincere il suo invisibile e potentissimo avversario: il misterioso “Numero Uno”. Il villaggio era abitato da molte persone apparentemente amichevoli e comprensive che potevano però celare la loro doppia natura, riportando al numero Due, capo della sicurezza, ogni piano messo in atto dal numero Sei per la fuga.

In tutti gli episodi non mancavano di comparire delle enormi sfere bianche, i Rover, che fisicamente atterravano gli indisciplinati e i ribelli, riportandoli all’ordine dopo averli fagocitati, e qualche volta anche uccisi. Un dialogo in particolare veniva riproposto ad ogni puntata, ed era il seguente: 

Numero 6: Dove sono?

Numero 2: Nel Villaggio.

Numero 6: Cosa volete?

Numero 2: Informazioni.

Numero 6: Da che parte state?

Numero 2: Non posso dirlo. Vogliamo informazioni. Informazioni. Informazioni.

Numero 6: Non ne avrete!

Numero 2: Le avremo, con le buone o con le cattive.

Numero 6: Chi è lei?

Numero 2: Il Numero 2.

Numero 6: Chi è il Numero 1?

Numero 2: Lei è il Numero 6.

Numero 6: Io non sono un numero! Sono un uomo libero!

Numero 2(Risate di scherno)

Questa serie Tv fu inventata da Patrick Mc Goohan e George Markstein nel lontano 1967 ma fu trasmessa in Italia tra il ’74 e l’81. Ciò che maggiormente sorprende è che questo film si svolga, con i suoi ambienti claustrofobici e il pesante tema censorio, in un’età spensierata e di grande rigoglio come furono gli anni sessanta-settanta in tutta Europa, con il loro fermento culturale, politico, economico e di costume, ma anche artistico e tecnologico.

Chi ha avuto la fortuna di essere giovane in quegli anni non può non avere in sé, anche se sopito dalla tristezza degli ultimi tempi, un anelito alla libertà, alla creatività, allo spirito di ricerca e innovazione, al rispetto per il prossimo. Naturalmente, furono anni molto complicati. Accanto a tanta gioia di vivere, benessere e ottimismo (la guerra era finita da pochi lustri, col suo carico di tragedia) c’erano pur sempre ideologie malate, frutto di regìe occulte e politicizzate, di dogmatismi e totalitarismi mai risolti. Da una parte la libertà dei costumi, gli hippies, le droghe, il benessere economico, lo sviluppo industriale, dall’altro la strategia della tensione, l’austerity, le stragi di Stato, i servizi deviati. I due mondi, quello del diritto e quello del rovescio, quello della libera iniziativa e quello della ragione di Stato, dell’anelito al bene e del suo contrario, in fondo si sono sempre contrapposti e affrontati; si sono presi sempre reciprocamente le misure, fino a che uno dei due non ha avuto il sopravvento. 

Ecco quindi che improvvisamente questo racconto disturbante di un progresso vòlto al controllo della mente e del corpo degli individui di una società futura, si riaffaccia alla mente carico di implicazioni.

Ci siamo normalmente addormentati due anni fa per ritrovarci a sorpresa dentro un Villaggio governato da un invincibile numero Uno spalleggiato dai Rover.

Tentare di fuggire, di tornare anche semplicemente con la fantasia ai nostri anni di giovinezza e di libertà è diventato un processo quasi proibitivo, che forse ad alcuni di noi è rimasto solo di notte, nei sogni. Da bravi cittadini, abbiamo atteso pazientemente la fine di questo incubo, dominato da controllori non ben identificati, che ci ripetevano ogni giorno che “oggi sarà un’altra giornata di sole” mentre restavamo chiusi a sera nelle nostre stanze, esattamente come i prigionieri del Villaggio, poiché vigeva anche qui lo stesso coprifuoco. Nessuno usciva di sera nelle strade del Villaggio; per essere certi che ogni abitante se ne stesse buono venivano somministrati droghe e sonniferi nelle bevande; noi avevamo i nostri televisori e i nostri computer, potenti mezzi di sfogo e di tranquillamento sociale. 

Tutti ci siamo chiesti come fosse stato possibile arrivare a tanto. 

Eppure Orwell, membro della discussa Fabian Society, ci aveva avvertito con settanta anni di anticipo di ciò che sarebbe potuto accadere grazie all’uso del potere senza controllo, esercitato in questo caso da un Big Brother dagli infiniti possedimenti.

Già, ma noi non siamo figli di Albione, della nebbia e dello spleen londinese. Come possono attecchire certi progetti distopici nel paese che dette i natali a Michelangelo, Botticelli, Canova, Dante, Giordano Bruno, Galileo, solo per citarne alcuni? Nel DNA italiano, posto che si possa rintracciare un’origine comune in un popolo per sua natura eterogeneo e brillante proprio per la sua disomogeneità, non c’era posto per l’irregimentazione tipica dei sistemi socialisti e necessaria per il fiorire di certa omologazione. Eppure, forse anche grazie alla scomparsa di molti intellettuali, il paese del sole e delle invenzioni ha cambiato faccia, è diventata un luogo tetragono e triste come una colonia penale, o un Villaggio globale. I piani del Grande Fratello Fabian prevedono un’invasione capillare, un cambiamento mai drastico ma sempre dolce, che è passato infatti attraverso lo yuppiesmo degli anni ottanta e i nerd degli anni novanta fino all’età delle criptovalute e delle pandemie; per fare tutto questo, però, era necessario che l’Italia si piegasse ad un ricatto: si svestisse dei suoi panni sgargianti per entrare in Europa, ovvero che perdesse la propria identità, la propria cultura, la propria italianità, e ben inteso, la propria sovranità economica, per indossare una bigia casacca presa in prestito dai suoi carcerieri. Il Numero Sei, che abbiamo lasciato prigioniero nel suo villaggio virtuale, infatti, è stato imprigionato con un inganno: narcotizzato nella sua stanza di Londra si è svegliato in una stanza che era la fedele riproduzione della precedente, solo che era finta.

E come lui, privi di protezione, di mezzi, di potere, di autorità, ci dibattiamo in questo incubo riuscito, nel quale, per quanto ridicolo, assurdo e mostruoso sia, si combatte una guerra invisibile, ma con veri morti e feriti, morti e feriti che nessuno conta. Una guerra come sempre di ricchi contro poveri, in cui come diceva C.Beneil popolo prende a calci nel sedere il popolo su mandato del popolo” in questo fantoccio di democrazia che assomiglia ogni giorno di più ad una dittatura economica, perché sei solo se hai

Ogni prigione però ha una via d’uscita. Nell’episodio finale del film, lo spettatore capisce che la collocazione geografica del villaggio non ha importanza: mentre il Numero Sei all’inizio del film tentava in tutti i modi di capire dove fosse il Villaggio, ora diventa prioritario capire cosa fosse, per sapere come poterne fuggire. Quando il Numero 6 ha capito come potere scappare dal Villaggio, non ha più importanza sapere dove sia, può anche trovarsi a pochi chilometri da Londra, separato dal resto del mondo attraverso un semplice tunnel chiuso da un cancello: non era la distanza geografica a tenere prigioniero il Numero 6, ma l’organizzazione socio-politica del Villaggio, che lui ha saputo distruggere dall’interno.

La serie si basa sul concetto che il Villaggio possa essere ovunque, compresa la stessa città in cui si vive. Nell’ultimo episodio della serie, il Numero sei riesce a strappare la maschera che cela il volto del numero Uno, scoprendo il muso di un gorilla, che urla la parola “Io” quindi strappa anche questa maschera e sotto ancora, con enorme sorpresa del telespettatore, si cela il volto del numero Sei. Secondo alcuni tale invenzione era già palese nel dialogo riportato all’inizio, quando alla domanda “chi è il numero uno?” il numero due risponde “tu sei il numero sei”.

La liberazione come sempre passa attraverso la consapevolezza, e la consapevolezza passa attraverso l’informazione. Il popolo globale, trattato da certe élites come mandria da allevamento, può sempre in qualunque momento far ricorso alla potente arma del sapere, della consapevolezza, per rompere la sfera e far crollare il Villaggio di cartone. 

Nessun incantesimo è per sempre.

L’uomo a una dimensione

di F. T.

Esperienze recenti mi hanno confermato che chi ha rifiutato il trattamento, è persona libera, è cioè nella sua stessa libertà che stanno le ragioni del rifiuto.

Ciascuno nelle sue forme, si chiamino corpo, sesso, pensiero, emozioni, ma in ogni caso nella vitalità di una persona, dove questa vitalità è il rifiuto della cessione non già di una semplice parte del proprio essere – la maschera, com’è stato fino al 2020 -, ma di intere parti del proprio sé, intime e vitali.

È inutile girarci intorno: il trattamento è un atto di sottomissione, ed è qui tutto il suo significato. Ritengo la forma del ricatto intrinseco. Non sarebbe mai potuto esistere un trattamento volontario, perché non avrebbe svolto la sua funzione di umiliazione, sottomissione e obbedienza.

All’atto del trattamento, non solo la sottomissione è evidente – l’essere trattati come bestie al macello, senza coscienza e dignità -, ma rivela, nel tempo, che il suo unico significato era restare aggrappati al proprio mondo, in cambio di sé.

Uno scambio i cui equilibri, non sono così facili, come si poteva pensare. Perché il proprio mondo viene (intanto) svuotato di sé. Questa consapevolezza, affiora come una ferita, che va richiusa subito. Puntando all’incoscienza, alle proprie piccole cose, cercando di vederle come sempre, dimenticando che un QR Code si è inserito, intanto, come un cuneo, all’interno del tuo essere, per toglierti quella vitalità che è la partecipazione in prima persona alle cose della vita.

La mediazione toglie e cancella. Arretra l’individuo, perché frapporre il QR Code significa omologazione totale: nella medicina, nella scuola, nella società.

È la scomparsa dell’individuo.

Marcuse, a diciotto anni, ultimo anno di liceo, mi fece capire come il mondo che avevo intorno fosse ‘problema’. Il suo scritto era L’uomo ad una dimensione. E quel titolo, oggi, ci perseguita, come un urlo straziante.

Questo articolo è una riflessione intima e personale ed è una dedica. È indubbio che, pur nella diversità di ciascuno, ci sia un atteggiamento comune nel rifiuto di voler essere depredati della propria vita.

Questa sembra una guerra all’individuo, ai suoi sogni, alla sua libertà. Al suo pensiero, alla sua intelligenza e al suo corpo. E non è questione di individualismo. È che l’individuo era l’unica forma di resistenza a una società sempre più stupida misera e squallida.

E ora il trattamento, ci sta dicendo, che così deve essere, per tutti.

Quella campana chioccia e petulante sui vaccini

Conflitti di interesse, fondi di investimento, responsabilità per aver occultato e impedito le cure e altre amenità sul disastro in corso. Intervista a Alberto Contri

(Originariamente pubblicata su Affari Italiani.it, per gentile concessione di Affari Italiani e Alberto Contri)

Sui social network, il caso del momento è costituito da un post di solo testo. Niente Tik-Tok, niente video acchiappa-like, solo testo. Per di più su un network frequentato da professionisti come Linkedin, sul quale 20.000 visualizzazioni in tre giorni e centinaia di commenti per un post di testo costituiscono una eccezione davvero rilevante. C’è di mezzo il tema dei temi, i vaccini, e un professionista della comunicazione come Alberto Contri, da mezzo secolo ai vertici di multinazionali e di associazioni del settore (per 20 anni è stato anche presidente di Pubblicità Progresso), da tempo docente di comunicazione sociale in diverse università.

Prof. Contri, ma cosa ci combina? Si è messo alla testa dei No-Vax, adesso?

Questo è quello che dicono alcuni detrattori. Ma non è affatto vero. Ho sempre creduto nei vaccini ben sperimentati e ne conosco la storia. Ma è successo che ho cominciato ad osservare tutti gli accadimenti legati al SARS-CoV-2 partendo proprio dalla comunicazione, rilevando una serie di elementi che mi hanno fatto riflettere. 

Quali?

Sono rimasto colpito da una narrazione insistente intorno ad un termine usato in maniera non corretta. Alludo ai vaccini, che tali non sono, in quanto si tratta di terapie geniche sperimentali. 

Mentre il termine “vaccini” riporta alla mente di ognuno quelli fatti nell’infanzia e in altre occasioni, tutti a base di germi attenuati, uccisi, o loro componenti, con i quali vengono fatti paragoni del tutto impropri.

Mentre quelli anti-Covid seguono un procedimento del tutto diverso, interessante ma ancora sperimentale.

Ho rilevato poi sui mass media una informazione del tutto univoca, troppo simile ad una campana talmente chioccia e petulante da risultare stonata, e quindi sempre più sospetta. 

Palese il tentativo di delegittimare o ridicolizzare le poche voci dissonanti, mentre ad un gruppetto di virologi, di membri del Cts e del Ministro della Salute sono sempre state fatte delle classiche interviste “in ginocchio”, anche da giornalisti specializzati nell’informazione medica.

Ulteriore interesse hanno destato i cosiddetti siti “anti-bufale”, gestiti anche da incompetenti in medicina, sempre pronti a controbattere usando i comunicati stampa dei produttori dei vaccini ora in uso, e a smentire dati di criticità con ragionamenti fantasiosi. Se ci fosse ancora uno straccio di giornalismo di inchiesta, sarebbe interessante indagasse su chi li finanzia. Anche perché non è cosí difficile scoprirlo. 

Infine mi hanno profondamente stupito le affermazioni invero apodittiche come quelle del Presidente Mattarella e soprattutto del Premier Draghi, perché tutto quello che sta succedendo nei paesi con il più alto numero di vaccinati dimostra che sono scientificamente improponibili. E ora si stanno esponendo ad una figura perlomeno imbarazzante.

Questo per quanto riguarda la comunicazione.

I suoi detrattori la sfottono proprio in quanto docente di comunicazione, e non di materie scientifiche.

 Dovrebbe vedere il loro disappunto quando rivelo che per venti anni sono stato ai vertici del più grande network multinazionale specializzato nella comunicazione alla classe medica, lavorando gomito a gomito con tutte, ma proprio tutte, le aziende farmaceutiche internazionali e nazionali. Conoscendo a fondo le loro attività di ricerca e le loro modalità di lobby nei confronti della classe medica, dei media e della società. Ma quello che più conta è che, dovendo approfondire tematiche  di ogni genere per spiegarle ai medici, ho sviluppato un approccio interdisciplinare ed olistico alle varie branche della medicina, ben diversamente da quello dei virologi televisivi e degli esperti di statistica.

Ci parli del caso Linkedin

Ho postato un fondo di Sallusti, ora condirettore a Libero, che dopo l’approvazione definitiva da parte dell’FDA americana al vaccino Comirnaty della Pizer (senza attendere la conclusione del follow up pianificato per il 2023), si è letteralmente scatenato contro i preoccupati o renitenti verso questo tipo di vaccini, sostenendo che finalmente “la Scienza” aveva posto la parola fine a tutti i dubbi su efficacia e sicurezza, e che i non vaccinati sono degli sciagurati che mettono a rischio la salute della comunità. Ho rilevato che i suoi toni mi parevano eccessivi, proprio a fronte della crescita dei contagi nei paesi con il maggior numero di vaccinati, e ho notato che anche Libero si era aggiunto ad un coro praticamente unanime di stampa e tv che non ammette discussioni sulle criticità di farmaci che non sono affatto vaccini tradizionali, giova ripeterlo.

E cosa è successo?

Che in tre giorni questo post ha totalizzato 20.000 visualizzazioni, oltre un centinaio di commenti e, sorpresa delle sorprese, al 95% d’accordo con la mia posizione. Smentendo la vulgata che i critici di questa modalità di affrontare il Covid 19 appartengano ad una classe medio-bassa e ignorante, dato che su Linkedin si ritrovano soprattutto laureati, manager, professionisti, operatori assai qualificati. Molti dei quali in grado di leggere un lavoro o una tabella di dati pur non avendo un background medico-scientifico. 

La discussione è diventata particolarmente interessante, dato che giusto un giorno dopo l’intemerata di Sallusti con tutte le sue granitiche certezze, è intervenuto il British Medical Journal (una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo) che, ad opera del suo senior editor Peter Goshi ha criticato aspramente l’FDA per aver violato una serie di procedure sempre rispettate per altri vaccini e farmaci. Rilevando la costante crescita di effetti collaterali gravi, l’efficacia che si è ridotta già a sei mesi e anche meno, e il fatto che i vaccinati in molti casi risultano comunque contagiosi. Nel frattempo è stata pubblicata una intervista del dr. Malone (l’inventore della tecnica mRNA messaggero) molto dubbioso sul fatto che i vantaggi superino i rischi. Il colpo di grazia è stato dato da un autorevole professore di virologia di Harvard, Martin Kulldorf, che in una dettagliatissima intervista ha parlato senza mezzi termini di “fiasco” dell’intero approccio al Covid 19, smentendo senza mezzi termini l’efficacia dei lockdown e dei Green Pass.

È probabile che questo interesse si sia sviluppato perché in generale sui mass media le informazioni critiche non si trovano?

Sicuramente. Ma anche perché riguardo ad efficacia e sicurezza i soliti camici bianchi intervistati ovunque fanno affermazioni con tale certezza da sembrare convincenti, quando a volte sono palesemente false, e per forza di cose i dubbi cominciano a diffondersi. Nella trasmissione “In onda” su La 7, l’onnipresente prof. Bassetti ha tentato di smontare la vulgata secondo la quale i nuovi vaccini non sarebbero ancora in fase sperimentale. Secondo il garrulo professore, “non è vero che sono stati trovati in fretta come si dice, perché in realtà la tecnologia RNA messaggero la si sta studiando dal 1990, e inoltre si tratta di vaccini a tutti gli effetti assolutamente efficaci e sicuri”.

Ora, un conto è lo studio delle terapie geniche in generale, un conto è la oggettiva breve durata della sperimentazione degli attuali vaccini, dichiarata e ammessa in modo temporaneo e condizionato nelle stesse documentazioni di registrazione, a fronte della situazione di emergenza. 

La risposta a Bassetti in termini di sicurezza la troviamo in un seminario tenuto in Senato proprio su questo tema. Tra i vari relatori vale la pena di citare il prof. Frajese, endocrinologo dell’Università degli Studi di Roma “Foro Italico”. Fra i tanti problemi evidenziati, ha segnalato che per la fretta non sono stati fatti gli studi sulle interazioni farmacocinetiche, né quelli di tossicocinetica, né di genotossicità, e – udite udite – di carcinogenicità, il che, parlando di vaccinare bambini e bambine, è davvero grave. Tanto più che in un annesso della documentazione Pfizer, si trova un lavoro da cui si apprende che nei ratti le proteine spike si distribuiscono in 48 ore in diversi organi, e in percentuale assai alta nelle ovaie” (qui il suo intero intervento). Recentemente il dr. Peter Schirmacher, uno dei più autorevoli patologi tedeschi, docente all’Università di Heidelberg, ha sostenuto che le morti causate dal vaccino sono ampiamente sottostimate, riportando una analisi su 40 autopsie in base alle quali i casi di morte correlata al vaccino sono risultati pari fino al 40%.

Lei ha criticato anche il prof Abrignani, che è pure  membro del Cts.

Non ho parole per definire quello che ha detto sulle pericarditi nei bambini, “che se capita si risolvono in breve tempo”. Il dr. Malone ha spiegato molto efficacemente che le pericarditi invece lasciano delle cicatrici che si possono far sentire più in là negli anni. Ma anche subito, come accaduto alla pallavolista Francesca Marcon, che a causa di una pericardite da vaccino non riesce più a giocare. È inaccettabile che un membro del Cts faccia simili affermazioni. 

Secondo lei come mai questi illustri cattedratici sono unanimi nel sostenere questa narrazione di efficacia e sicurezza in modo cosí convinto?

Ci sono sicuramente quelli in buona fede, ma anche quelli che hanno conflitti di interesse a causa di stretti rapporti con le case farmaceutiche. Ho letto che proprio il prof. Bassetti è stato pizzicato a sbianchettare dal curriculum la sua presenza nel Global Advisory Board di Pfizer. Ora, data la mia esperienza nel Network Medicus Intercon, non ci vedo nulla di male, in quanto le imprese farmaceutiche vivono in simbiosi con la medicina sul campo, hanno bisogno dei clinici disponibili a fare le sperimentazioni e tanto altro. Ma il limite è la coscienza professionale. Un conto è fornire consulenze sulla base della propria competenza, un conto è trasformarsi in propagandisti di farmaci non sufficientemente testati, che altri colleghi internazionali – di assai maggiore autorevolezza, inoltre – ritengono non cosí efficaci né sicuri. 

Secondo il sistema di rilevamento passivo VAERS americano, questo tipo di vaccini è stato associato con più morti di quelle associate con tutti i vaccini presi assieme nei precedenti 21 anni. Per non parlare delle reazioni avverse gravi (“severe”, in pratica temporaneamente inabilitanti nella prima settimana, ma talora piu a lungo), che il sistema di rilevazione attiva dei CDC, V-safe, riporta ad es. nella misura di oltre un giovane (16-25 anni) su quattro. Tornando a Bassetti, il fatto di aver cancellato quel dato è una ammissione di lampante conflitto di interessi. Ma lui compare dappertutto lo stesso.

Tra i temi dibattuti ci sono i farmaci alternativi o complementari ai vaccini e il famoso protocollo del Ministero “Paracetamolo e vigile attesa”.

Qui ci vuole una breve premessa: è oramai assodato che la sindrome da Covid 19 si divide in due fasi: la prima, quella infettiva, virenica, in cui febbre e infiammazione giocano ancora il ruolo difensivo assegnato loro dall’evoluzione, si fa strada nei primi giorni. La seconda, in cui si sviluppa la trombosi dei vasi polmonari e di altri distretti, è molto più difficile da curare, e può risultare letale per gli individui compromessi da altre patologie. La prima può essere bloccata nella gran parte dei casi grazie alle difese innate o con farmaci di uso molto comune, ce ne sono oramai una decina con ricerche scientifiche valide a sostegno, e che costano pochissimo.

Ci potrebbero dire EMA, OMS, Aifa, ISS, Cts, Ministero della Salute, perché si è ritenuto lecito approvare in via emergenziale nuovi tipi di vaccini che stanno dimostrando di avere diversi punti di contatto con “L’Apprendista stregone” di goethiana memoria, e non si consenta di applicare in via emergenziale terapie che stanno dando risultati sorprendentemente buoni (e validati) in diversi paesi del mondo? Se la pandemia è cosí grave, perché lasciare qualcosa di intentato che magari, come spesso avviene, potrebbe rivelarsi l’uovo di Colombo? Che esista, lo dimostra un grande metastudio pubblicato da Elsevier, la casa editrice di The Lancet, la più autorevole in campo scientifico, che illustra come le terapie precoci  azzerino il rischio di ospedalizzazione nelle case di cura per anziani, che sono notoriamente uno dei focolai più pericolosi.

Tutt’altro che il protocollo “paracetamolo e vigile attesa”…

Questo è un fatto che ha dell’incredibile. Nessuno è mai stato in grado di spiegare le sue basi scientifiche. In nessuna intervista nessun giornalista lo ha chiesto al Ministro Speranza (esiste anche il peccato di omissione, mi pare). Diversi ricercatori di tutto il mondo hanno oramai mostrato che il paracetamolo in questo caso svolge un ruolo negativo perché abbassa la febbre – che è una importante difesa iniziale contro l’infezione virale – e poi perché interferisce con il glutatione e con la sua potente azione antiossidante. Sempre più medici, che hanno una seria paura di esprimersi per paura di essere sanzionati o addirittura radiati, ritengono che somministrare paracetamolo e attendere sia una scelta molto grave. 

In realtà quando si parla dei molti morti per sostenere la vaccinazione di massa, si omette di dire che ce ne sarebbero meno se si applicassero le terapie domiciliari precoci. Il dr. Georg Fareed, una carriera nella P.A. americana e ad Harvard, sostiene che se si fossero applicate da subito le terapie domiciliari precoci, la mortalità complessiva sarebbe stata molto inferiore.

Su questa base, e con gli stessi argomenti del virologo di Harward Kulldorf, (anche se i media italiani non ci dicono nulla) l’avvocato tedesco Fuellmich sta coordinando una class action insieme a migliaia di avvocati e medici contro CDC, OMS e il Gruppo di Davos, e vari Ministeri della Salute per la violazione dei 10 principi di Norimberga.

Può sembrare fantascienza. 

Ma potrebbe anche non esserlo, visto che l’avv. Fuellmich è colui che ha messo in ginocchio la Volkswagen sulla faccenda del diesel-gate, e scoperchiato la corruzione nella Deutsche Bank. 

Quindi lei pensa ad un complotto ordito da Big Pharma?

No. Ritengo che le aziende farmaceutiche abbiano svolto negli anni un ruolo chiave per la salute dell’umanità. Osservo però che, venendo avanti nel tempo, nel loro azionariato le famiglie dei fondatori – che erano medici e ricercatori – sono state via via affiancate o sostituite dai grandi Fondi di investimento come ad esempio Black Rock, il cui spasmodico interesse per i risultati economici trimestrali è ben noto. Black Rock è presente in Pfizer, con i Fondi Vanguard e Wellington.  Insieme a Bank of America, Deutsche Bank, Morgan Stanley, JP Morgan. Che non sono esattamente degli enti di beneficenza, e sono ben felici che Pfizer abbia raddoppiato la previsione del fatturato 2021 per il solo vaccino: 26 miliardi di dollari. Previsione che andrà vista al rialzo dopo l’annuncio di un aumento di prezzo del 15%. Figuriamoci con l’ipotesi della terza dose e con le anticipazioni del Ministro Speranza sulla vaccinazione da ripetere ogni anno (se basterà).

Gli stessi Fondi sono presenti anche nei social network più famosi, molto premurosi nel sovvenzionare i siti “anti-bufale” cui ho accennato, o nel limitare e addirittura cancellare i post critici sulla vaccinazione di massa.

Conoscendo questi dati, ognuno può trarre le proprie conclusioni. Magari non prima di aver dato un’occhiata alle dichiarazioni shock dell’ex Ministro della Sanità francese Philippe Douste-Blazy.

Per concludere, se lei fosse al Governo, cosa farebbe?

Abolirei subito il Green Pass: che senso ha, se i vaccinati infettano e si ammalano ugualmente?

Manterrei mascherine (non all’aperto, se non in caso di prossimità continuativa), distanziamento, pulizia delle dita delle mani, soprattutto quelle di chi lavora in bar, ristoranti, negozi.

Poi farei una grande campagna di prevenzione, consigliando di assumere con l’alimentazione le sostanze in grado di tenere lontano il virus, sulla cui efficacia esistono lavori scientifici randomizzati controllati.

Sostituirei immediatamente il protocollo “Paracetamolo e vigile attesa” con uno aggiornato su terapie domiciliari precoci di buona o molto probabile efficacia, istruendo in merito tutti i medici di famiglia.

Quanto al vaccino lo riserverei solo agli anziani e ai pazienti a rischio, e solo dopo una esauriente informazione medica su benefici attesi e rischi, in quanto il cosiddetto “consenso informato” è una pratica burocratica semplicemente inqualificabile per il modo i cui viene quotidianamente disapplicata.

Infine chiederei ai media di far specificare sempre agli intervistati i loro eventuali conflitti di interessi.

 

Ddl Zan. Un mondo insostenibile

di ALBERTO CONTRI

L’Espresso

Fa scalpore la copertina dell’Espresso con l’immagine della donna/uomo incinto, commentato con il titolo: “La diversità è ricchezza”.

Passano in tv spot commerciali di Dietorelle, e anche sociali dell’Unar/Presidenza del Consiglio, con lesbiche che si baciano con passione. Con il pretesto di combattere l’omofobia, sempre più spesso i mass media promuovono la fluidità di genere come un fatto acquisito o un modello di modernità.  Genitori ignari scoprono che l’Unicorno, il cavallo magico amato dai più piccoli, è stato oramai ingaggiato da una propaganda che illustra loro le magnifiche sorti e progressive della fluidità di genere. 

Senza attendere l’eventuale approvazione del DDL Zan, nelle scuole di ogni ordine e grado si organizzano sul tema corsi di formazione: recentissimo il caso delle “linee guida sulla varianza di genere” distribuite alle scuole della Regione Lazio, ritirate precipitosamente dopo le proteste di insegnati e genitori.

Imprese nazionali e multinazionali fanno della diversity&inclusion una bandiera da sventolare. Ma non si limitano a prevenire e combattere le discriminazioni: si impegnano fortemente a sostenere l’ideologia gender come la nuova normalità.

La promozione di questa ideologia in Italia e nel mondo sta raggiungendo livelli mai eguagliati prima. 

Omosessualità e sostenibilità. Che rapporto c’è?    

Diciamolo subito, non è questione di giudizi morali di sorta. Il problema dell’omosessualità è un altro: è uno stile di vita che esiste da sempre, che cozza però drammaticamente contro la globale aspirazione alla sostenibilità. 

Perché? Perché purtroppo una coppia omosessuale non può generare figli. Quindi non può partecipare al disegno previsto dalla natura per la prosecuzione della specie umana. Disegno che è in grave pericolo, visto l’alto tasso di de-natalità, sottolineato all’unisono come grave problema dal Presidente della Repubblica, da Papa Francesco, dal Presidente del Consiglio in occasione degli Stati Generali della Natalità. “In Italia inverno demografico freddo e buio” ha detto il Santo Padre.

In presenza di questa e altre clamorose contraddizioni, è opportuno domandarsi come si è arrivati a questa paradossale situazione.

A partire dai moti di Stonewall, quando il 28 giugno 1969 gli avventori di un noto ritrovo di omosessuali si ribellarono all’incursione della polizia, la comunità LGBT ha iniziato un lungo percorso alla conquista della pari dignità, usando come giusto argomento il fatto di essere stati maltrattati, torturati, incarcerati, deportati da Hitler e Stalin. Nel tempo le loro rivendicazioni sono diventate un emblema di libertà e di sacrosanta richiesta di non essere discriminati.

Come è nata l’idea dell’identità percepita

A queste rivendicazioni si sono via via sovrapposte e integrate le teorie del sessuologo americano John Money, che cominciò ad eseguire su ragazzini esperimenti di cambiamenti di sesso, spesso finiti in tragedie e suicidi come quelli dei tristemente famosi gemelli Reimer (v. La sindrome del criceto. Ed. La Vela, pag. 196 e sgg). Money fu il primo a sostenere che si poteva ignorare l’identità biologica per assumere quella percepita, definita “di genere”. Nonostante i molti guai combinati, Money è stato osannato dalla comunità scientifica e le sue teorie sono state diffuse in tutto il mondo e accettate da istituzioni come Onu e OMS.

Nel 1969 Frederick Jaffe, vice-presidente della International Planned Parenthood Federation, redasse per l’Organizzazione Mondiale della Sanità un memorandum strategico con l’esplicito obiettivo di diminuire la fertilità umana. E tra i mezzi funzionali alla contrazione delle nascite, Jaffe individuò i seguenti: «Ristrutturare la famiglia, posticipando o evitando il matrimonio; alterare l’immagine della famiglia ideale; educare obbligatoriamente i bambini alla sessualità; incrementare percentualmente l’omosessualità».

Come si vede, questo programma è stato portato avanti con tenace determinazione, e trasformato con notevole abilità in un movimento di pensiero “cool” che stigmatizza le posizioni di rispetto della natura come conservatrici e bigotte. Trovando oggi supporter importanti in rinomate società di consulenza che hanno convinto le imprese di tutto il mondo che cavalcando l’ideologia gender si vende di più. Recenti ricerche dimostrano che, ad esempio, tra le aspirazioni della generazione Z la fluidità di genere pesa ora circa il 15%. Ecco perché Ikea o Dietorelle propongono spot con coppie omosessuali. Ecco perché sono nate associazioni e società che offrono alle imprese consulenza e formazione sulla magica parola “inclusione”, nei cui comitati si trovano una quantità di esponenti di imprese che ritengono “cool” educare i propri dipendenti ma anche i propri fornitori e i propri consumatori all’integrazione delle persone LGBT. Il che, in sé, è senz’altro un ottimo proposito.

Il cavallo di Troia dell’inclusione 

Ma non lo è più quando sconfina nella promozione delle teorie gender, con l’organizzazione di corsi per i figli dei dipendenti, o con il sempre più diffuso inserimento di coppie e famiglie omosessuali nella loro pubblicità. Per non parlare delle vere e proprie stupidaggini commesse da Procter & Gamble che ha rimosso il simbolo di Venere dagli involucri di assorbenti igienici a marchio Always “per includere i clienti che mestruano ma non si identificano come donne”.

O da Mastercard che ha annunciato di “consentire alle persone transgender e non binarie di utilizzare il nome che riflette la loro identità piuttosto che quello legale, su carte di credito, debito e prepagate” in omaggio all’ideologia gender. Ma si tratta solo di due esempi che dimostrano come il sonno della ragione generi mostri. 

Ci sono altre gravi contraddizioni che stanno emergendo: atleti maschi che si dichiarano donne stravincono sulle atlete biologicamente donne. Condannati per stupro che si dichiarano donne vengono incarcerati nelle sezioni femminili, dove continuano a commettere gli stessi reati per i quali sono stati processati. In Italia, invece, la tristemente nota Cira-Ciro, non ha preteso di essere incarcerata in una sezione maschile per intuibili motivi: ci sono momenti in cui il dato oggettivo della sessualità biologica torna utile. 

Stanno aumentando drammaticamente il numero di pentimenti post-transizione di ragazzini che l’hanno fatta precocemente contro il parere della famiglia, così come i gravi effetti collaterali dei farmaci che bloccano la pubertà somministrati a ragazzini e ragazzine che presentano anche incerte disforie di genere.

È sempre più evidente che un così globale sistema di indottrinamento corrisponde ad una forma di grave irresponsabilità sociale: non solo difendere, ma promuovere dei modelli di vita che hanno come conseguenza la de-natalità è l’esatto opposto di quella sostenibilità che le imprese tanto si vantano di perseguire. Non si capisce poi come mai queste imprese abbiano smesso di ragionare con i dati, come hanno sempre fatto. A chi venderanno tra un po’ di tempo i prodotti per l’infanzia, se non ci saranno più bambini? Perché privilegiare un target che “pesa” circa  il 5 % della popolazione trascurando – e in molti casi irritando – il restante 95 %?

Il pensiero di Papa Francesco sul gender

Papa Francesco viene sempre osannato dai media quando sostiene la necessità di accogliere gli omosessuali nella comunità cristiana, come è giusto. Ma è sempre ignorato e censurato quando indica il gender “come la forma più specifica in cui si manifesta il male oggi”. Così ha detto ai vescovi polacchi a Cracovia il 27 luglio 2016: “In Europa, in America, in America Latina, in Africa, in alcuni paesi dell’Asia, ci sono vere colonizzazioni ideologiche. E una di queste — lo dico chiaramente con «nome e cognome» — è il gender! Oggi ai bambini — ai bambini! — a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere. E perché insegnano questo? Perché i libri sono quelli delle persone e delle istituzioni che ti danno i soldi. Sono le colonizzazioni ideologiche, sostenute anche da Paesi molto influenti. E questo è terribile”. 

Su questi temi il Papa è sempre stato chiaro: Il paragrafo 56 dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, stilata il 19 marzo 2016, recita: 

[…] L’ideologia gender nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata a un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. 

È inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini. Non si deve ignorare che «sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender)  si possono distinguere ma non separare”.

È importante evitare un possibile equivoco: non si intende censurare nessuna opzione di tipo sessuale, né dare giudizi etici o morali, né favorire o ritenere accettabili le discriminazioni. Si può però – perché è doveroso – chiedere che nell’educazione dei bambini non vengano promosse attitudini a cui i piccoli nemmeno pensano, o che nella pubblicità vengano promossi stili di vita che portano inevitabilmente alla denatalità, per ovvi motivi di sostenibilità. 

È davvero strano che imprese tanto attente al marketing non si rendano conto che accontentare i gusti di quella che nella società è comunque una assai esigua minoranza – a prescindere dall’enorme rumorosità e dalla visibilità raggiunta – significa prima o poi irritare il resto della popolazione che costituisce la grande maggioranza. “La visibilità degli omosessuali non è mai stata così alta come in questo momento e, a volte, se posso, fin troppo.” ha detto Maurizio Coruzzi, in arte Platinette.

Siamo vicini al punto di rottura

Se prestiamo attenzione ad alcuni segnali, nemmeno tanto deboli, si ha la sensazione che nel corpo sociale si stia arrivando un punto di rottura. L’Inghilterra, che si era spinta molto avanti nel dimostrarsi a favore, ha deciso di ritenere del tutto inaccettabile il concetto stesso di identità di genere. Con un notevole ravvedimento della ragione, nei giorni scorsi i parlamenti di Spagna e Germania hanno preso decisioni analoghe. In Argentina, a Buenos Aires e in altre città, migliaia di persone sono scese in piazza sbandierando cartelli con lo slogan Con Mis Hijos No Te Metas (Non ti intromettere con i miei figli), il cui acronimo, CMHNTM, è anche il nome di un movimento indipendente di genitori nato spontaneamente in Perù. Non è servito al presidente argentino Mauricio Macri bloccare l’approvazione della legge sull’educazione sessuale, che intendeva introdurre l’ideologia gender nelle scuole, ammettendo tardivamente che “il Governo crede nel ruolo principale e fondamentale della famiglia e nell’innegabile responsabilità dei genitori nell’educazione dei loro figli”. È stato sonoramente battuto nelle elezioni di ottobre 2019 dal candidato peronista Alberto Fernández. Le sempre più ampie aperture di Macron sul tema del gender –insieme ad altro, naturalmente – ne fanno un potenziale perdente nelle prossime elezioni a favore della conservatrice Marie Le Pen.

Le aziende stanno dimenticando il marketing?

Quanto all’incredibile innamoramento delle marche per l’ideologia gender, è interessante riprendere il parere di uno dei più autorevoli ricercatori sociali del nostro paese, Giuseppe Minoia, intervistato ne La sindrome del criceto: “Ci si chiede perché partiti/movimenti cosiddetti sovranisti stiano ottenendo così larghi consensi: forse perché partiti/movimenti di segno opposto si sono troppo identificati nei segnali deboli della società, ingranditi dalle lenti mediatiche per fini commerciali. Attenzione, i segnali deboli non sono da confondersi con le attese dei deboli, che vanno ascoltate e possibilmente esaudite. Ci si chiede perché le grandi marche, i megabrand planetari stiano con tanta acribia cavalcando il politicamente corretto, rasentando a volte il ridicolo comportamentale.

Forse perché temono di non apparire up to date, forse perché temono di perdere il segmento dei nuovi millennial. Ma io consiglio loro di tornare a porre attenzione al mainstream”. 

La dittatura della tolleranza

Rispetto ad un sempre più asfissiante clima politically correct, vale poi la pena di ricordare un brano di un editoriale dell’Economist, settimanale notoriamente progressista, che era intitolato La dittatura della tolleranza: “Le quote costringono le aziende e le università a valorizzare di più le identità che la competenza. Una orwelliana polizia del pensiero censura le opinioni politiche e sociali, la lingua, e persino i costumi di Halloween. Qualsiasi opinione contraria all’ortodossia libertaria si scontra con una forma di tolleranza zero che etichetta chi la esprime come razzista, omofobo o transfobico. I gruppi di minoranza stanno imponendo i loro valori e i loro stili di vita a tutti gli altri.”

Questa è la pura verità.

In conclusione, vale la pena di ricordare l’outing di uno dei più accreditati teorici del gender, il canadese Christopher Dummit, ovviamente censurato dai media mainstream: “Mi sono inventato tutto. Per questo sono così sconfortato nel vedere che i punti di vista che sostenevo con tanto fervore, ma senza fondamento, sono stati accettati da così tanti nella società di oggi”.

Diventa quindi sempre più importante tornare a ragionare, rispettando ogni opzione di vita sessuale, ma evitando di privilegiare e promuovere con una testardaggine degna di miglior causa quelle che si ispirano a ideologie insostenibili  per la sopravvivenza della specie umana.


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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Memoria Negata. Crescere in un Centro di Raccolta Profughi per Esuli Giuliano-Dalmati

di REDAZIONE

Un momento drammatico della Storia italiana.

Frammenti di identità, di cultura e di umanità negata, non solo nel suo essere stata ma addirittura nel diritto legittimo di rientrare nella Storia tramandata. Sono le vicende dei profughi Giuliano-Dalmati.

Il Centro Studi Femininum Ingenium affronta la vicenda dalla prospettiva femminile ed è lieto d’invitare i lettori a partecipare all’evento dedicato alle celebrazioni del Giorno del Ricordo 2021.

L’Esodo e le Donne ripercorrerà le vicende attraverso l’interessante e toccante conversazione con l’autrice Marisa Brugna che presentarà il suo libro Memoria Negata. Crescere in un Centro di Raccolta Profughi per Esuli Giuliano-Dalmati, edito da Condaghes nel 2015.

L’incontro è aperto a tutti e si svolgerà online, mercoledì 17 Febbraio alle ore 18.00 su piattaforma Zoom.

PER PARTECIPARE

L’evento si svolgerà via Zoom e la partecipazione è libera. Pagina web http://www.feminunumingenium.it.

Per iscriversi scrivere a eventi.CSFI@gmail.com entro le 18.00 del giorno prima.

Natale al femminile. Webinar gratuito del Centro Studi Femininum Ingenium

di FEMININUM INGENIUM

In attesa del Santo Natale, il CSFI propone un ciclo di incontri online con tre brillanti studiose italiane: Ilaria Pagani, Storica dell’arte e Vice Direttore di Studi sull’Oriente Cristiano; Raffaella Leproni, Professore aggregato di Lingua e Traduzione Inglese dell’Università di Roma Tre; Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Tre appuntamenti per tre mercoledì, a partire dal 9 fino al 23 dicembre, per offrire qualche nuovo e interessante spunto di riflessione, attraverso piacevoli conversazioni, e per accogliere con nuova luce un antico e rinnovato miracolo attraverso l’originalità dello sguardo femminile.

WEBINAR: Il Natale e le Donne. Uno sguardo femminile sul miracolo della Natività.

Il primo webinar, che si svolgerà il 9 dicembre in occasione della presentazione del libro di Ilaria Pagani, Baldovino IV di Gerusalemme. Il re lebbroso, Graphe.it Edizioni, 2020, avrà come tema il ruolo delle donne nella costruzione del Regno di Gerusalemme e dei potentati di Oltremare.

Nell’epoca della Crociata come pellegrinaggio armato, sullo sfondo della cultura e dei valori del XII secolo, si staglia la figura di Baldovino IV, giovane re di Gerusalemme che, pur affetto da una devastante malattia come la lebbra, difese le terre conquistate dai cristiani affrontando le armate del suo grande rivale Saladino.

Figlio di Amalrico di Gerusalemme e di Agnese di Courtenay, Baldovino salì al trono ad appena tredici anni nel 1174 per decisione della corte, accettato come sovrano dai capi crociati che lo ritenevano debole a causa lebbra che già lo affliggeva. Un re che non sarebbe dovuto durare e che non avrebbe dovuto avere alcun peso nella feroce guerra tra le fazioni politiche per il controllo della Terrasanta. La storia di Baldovino IV fu invece sorprendente: un giovane cavaliere crociato che vide la sua giovinezza e la sua forza divorate dalla lebbra e che tuttavia mai si arrese al male, che prese su di sé come una croce da portare in battaglia. Invece di chiudersi nella difesa di Gerusalemme, Baldovino decise di attaccare, invece di essere docile strumento nelle mani di duchi e di conti, tenne loro testa; malato e ormai in punto di morte guidò personalmente il suo esercito nella battaglia di Mongisard. Vinse issando la reliquia della Vera Croce e mostrando i segni del suo male. Il re lebbroso si spense nel 1185 a soli ventiquattro anni e riposa nel Santo Sepolcro di Gerusalemme.

In questo mondo di cavalieri, di armi e di amori, un ruolo fondamentale è ricoperto dalle dame. Prenderanno quindi vita, in un carosello di figure femminili affascinanti e di grande rilievo storico, le figure delle principesse armene, delle quattro figlie del re, Melisenda, le principesse bizantine, Agnese di Courtenay, Sibilla sorella di re Baldovino IV, Caterina Cornaro e Carlotta di Lusignano.

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I webinar saranno trasmessi su piattaforma Zoom. Per iscriversi occorre inviare una e-mail a eventi.CSFI@gmail.com entro le ore 18.00 del giorno precedente la conferenza online. È possibile seguire le attività del Centro Studi Femininum Ingenium mettendo un like alla pagina FB e attraverso il sito web. L’intero webinar sarà pubblicato in modo integrale sul canale YT del CSFI, che vi invitiamo a seguire e sottoscrivere.