Ddl Zan. Un mondo insostenibile

di ALBERTO CONTRI

L’Espresso

Fa scalpore la copertina dell’Espresso con l’immagine della donna/uomo incinto, commentato con il titolo: “La diversità è ricchezza”.

Passano in tv spot commerciali di Dietorelle, e anche sociali dell’Unar/Presidenza del Consiglio, con lesbiche che si baciano con passione. Con il pretesto di combattere l’omofobia, sempre più spesso i mass media promuovono la fluidità di genere come un fatto acquisito o un modello di modernità.  Genitori ignari scoprono che l’Unicorno, il cavallo magico amato dai più piccoli, è stato oramai ingaggiato da una propaganda che illustra loro le magnifiche sorti e progressive della fluidità di genere. 

Senza attendere l’eventuale approvazione del DDL Zan, nelle scuole di ogni ordine e grado si organizzano sul tema corsi di formazione: recentissimo il caso delle “linee guida sulla varianza di genere” distribuite alle scuole della Regione Lazio, ritirate precipitosamente dopo le proteste di insegnati e genitori.

Imprese nazionali e multinazionali fanno della diversity&inclusion una bandiera da sventolare. Ma non si limitano a prevenire e combattere le discriminazioni: si impegnano fortemente a sostenere l’ideologia gender come la nuova normalità.

La promozione di questa ideologia in Italia e nel mondo sta raggiungendo livelli mai eguagliati prima. 

Omosessualità e sostenibilità. Che rapporto c’è?    

Diciamolo subito, non è questione di giudizi morali di sorta. Il problema dell’omosessualità è un altro: è uno stile di vita che esiste da sempre, che cozza però drammaticamente contro la globale aspirazione alla sostenibilità. 

Perché? Perché purtroppo una coppia omosessuale non può generare figli. Quindi non può partecipare al disegno previsto dalla natura per la prosecuzione della specie umana. Disegno che è in grave pericolo, visto l’alto tasso di de-natalità, sottolineato all’unisono come grave problema dal Presidente della Repubblica, da Papa Francesco, dal Presidente del Consiglio in occasione degli Stati Generali della Natalità. “In Italia inverno demografico freddo e buio” ha detto il Santo Padre.

In presenza di questa e altre clamorose contraddizioni, è opportuno domandarsi come si è arrivati a questa paradossale situazione.

A partire dai moti di Stonewall, quando il 28 giugno 1969 gli avventori di un noto ritrovo di omosessuali si ribellarono all’incursione della polizia, la comunità LGBT ha iniziato un lungo percorso alla conquista della pari dignità, usando come giusto argomento il fatto di essere stati maltrattati, torturati, incarcerati, deportati da Hitler e Stalin. Nel tempo le loro rivendicazioni sono diventate un emblema di libertà e di sacrosanta richiesta di non essere discriminati.

Come è nata l’idea dell’identità percepita

A queste rivendicazioni si sono via via sovrapposte e integrate le teorie del sessuologo americano John Money, che cominciò ad eseguire su ragazzini esperimenti di cambiamenti di sesso, spesso finiti in tragedie e suicidi come quelli dei tristemente famosi gemelli Reimer (v. La sindrome del criceto. Ed. La Vela, pag. 196 e sgg). Money fu il primo a sostenere che si poteva ignorare l’identità biologica per assumere quella percepita, definita “di genere”. Nonostante i molti guai combinati, Money è stato osannato dalla comunità scientifica e le sue teorie sono state diffuse in tutto il mondo e accettate da istituzioni come Onu e OMS.

Nel 1969 Frederick Jaffe, vice-presidente della International Planned Parenthood Federation, redasse per l’Organizzazione Mondiale della Sanità un memorandum strategico con l’esplicito obiettivo di diminuire la fertilità umana. E tra i mezzi funzionali alla contrazione delle nascite, Jaffe individuò i seguenti: «Ristrutturare la famiglia, posticipando o evitando il matrimonio; alterare l’immagine della famiglia ideale; educare obbligatoriamente i bambini alla sessualità; incrementare percentualmente l’omosessualità».

Come si vede, questo programma è stato portato avanti con tenace determinazione, e trasformato con notevole abilità in un movimento di pensiero “cool” che stigmatizza le posizioni di rispetto della natura come conservatrici e bigotte. Trovando oggi supporter importanti in rinomate società di consulenza che hanno convinto le imprese di tutto il mondo che cavalcando l’ideologia gender si vende di più. Recenti ricerche dimostrano che, ad esempio, tra le aspirazioni della generazione Z la fluidità di genere pesa ora circa il 15%. Ecco perché Ikea o Dietorelle propongono spot con coppie omosessuali. Ecco perché sono nate associazioni e società che offrono alle imprese consulenza e formazione sulla magica parola “inclusione”, nei cui comitati si trovano una quantità di esponenti di imprese che ritengono “cool” educare i propri dipendenti ma anche i propri fornitori e i propri consumatori all’integrazione delle persone LGBT. Il che, in sé, è senz’altro un ottimo proposito.

Il cavallo di Troia dell’inclusione 

Ma non lo è più quando sconfina nella promozione delle teorie gender, con l’organizzazione di corsi per i figli dei dipendenti, o con il sempre più diffuso inserimento di coppie e famiglie omosessuali nella loro pubblicità. Per non parlare delle vere e proprie stupidaggini commesse da Procter & Gamble che ha rimosso il simbolo di Venere dagli involucri di assorbenti igienici a marchio Always “per includere i clienti che mestruano ma non si identificano come donne”.

O da Mastercard che ha annunciato di “consentire alle persone transgender e non binarie di utilizzare il nome che riflette la loro identità piuttosto che quello legale, su carte di credito, debito e prepagate” in omaggio all’ideologia gender. Ma si tratta solo di due esempi che dimostrano come il sonno della ragione generi mostri. 

Ci sono altre gravi contraddizioni che stanno emergendo: atleti maschi che si dichiarano donne stravincono sulle atlete biologicamente donne. Condannati per stupro che si dichiarano donne vengono incarcerati nelle sezioni femminili, dove continuano a commettere gli stessi reati per i quali sono stati processati. In Italia, invece, la tristemente nota Cira-Ciro, non ha preteso di essere incarcerata in una sezione maschile per intuibili motivi: ci sono momenti in cui il dato oggettivo della sessualità biologica torna utile. 

Stanno aumentando drammaticamente il numero di pentimenti post-transizione di ragazzini che l’hanno fatta precocemente contro il parere della famiglia, così come i gravi effetti collaterali dei farmaci che bloccano la pubertà somministrati a ragazzini e ragazzine che presentano anche incerte disforie di genere.

È sempre più evidente che un così globale sistema di indottrinamento corrisponde ad una forma di grave irresponsabilità sociale: non solo difendere, ma promuovere dei modelli di vita che hanno come conseguenza la de-natalità è l’esatto opposto di quella sostenibilità che le imprese tanto si vantano di perseguire. Non si capisce poi come mai queste imprese abbiano smesso di ragionare con i dati, come hanno sempre fatto. A chi venderanno tra un po’ di tempo i prodotti per l’infanzia, se non ci saranno più bambini? Perché privilegiare un target che “pesa” circa  il 5 % della popolazione trascurando – e in molti casi irritando – il restante 95 %?

Il pensiero di Papa Francesco sul gender

Papa Francesco viene sempre osannato dai media quando sostiene la necessità di accogliere gli omosessuali nella comunità cristiana, come è giusto. Ma è sempre ignorato e censurato quando indica il gender “come la forma più specifica in cui si manifesta il male oggi”. Così ha detto ai vescovi polacchi a Cracovia il 27 luglio 2016: “In Europa, in America, in America Latina, in Africa, in alcuni paesi dell’Asia, ci sono vere colonizzazioni ideologiche. E una di queste — lo dico chiaramente con «nome e cognome» — è il gender! Oggi ai bambini — ai bambini! — a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere. E perché insegnano questo? Perché i libri sono quelli delle persone e delle istituzioni che ti danno i soldi. Sono le colonizzazioni ideologiche, sostenute anche da Paesi molto influenti. E questo è terribile”. 

Su questi temi il Papa è sempre stato chiaro: Il paragrafo 56 dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, stilata il 19 marzo 2016, recita: 

[…] L’ideologia gender nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata a un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. 

È inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini. Non si deve ignorare che «sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender)  si possono distinguere ma non separare”.

È importante evitare un possibile equivoco: non si intende censurare nessuna opzione di tipo sessuale, né dare giudizi etici o morali, né favorire o ritenere accettabili le discriminazioni. Si può però – perché è doveroso – chiedere che nell’educazione dei bambini non vengano promosse attitudini a cui i piccoli nemmeno pensano, o che nella pubblicità vengano promossi stili di vita che portano inevitabilmente alla denatalità, per ovvi motivi di sostenibilità. 

È davvero strano che imprese tanto attente al marketing non si rendano conto che accontentare i gusti di quella che nella società è comunque una assai esigua minoranza – a prescindere dall’enorme rumorosità e dalla visibilità raggiunta – significa prima o poi irritare il resto della popolazione che costituisce la grande maggioranza. “La visibilità degli omosessuali non è mai stata così alta come in questo momento e, a volte, se posso, fin troppo.” ha detto Maurizio Coruzzi, in arte Platinette.

Siamo vicini al punto di rottura

Se prestiamo attenzione ad alcuni segnali, nemmeno tanto deboli, si ha la sensazione che nel corpo sociale si stia arrivando un punto di rottura. L’Inghilterra, che si era spinta molto avanti nel dimostrarsi a favore, ha deciso di ritenere del tutto inaccettabile il concetto stesso di identità di genere. Con un notevole ravvedimento della ragione, nei giorni scorsi i parlamenti di Spagna e Germania hanno preso decisioni analoghe. In Argentina, a Buenos Aires e in altre città, migliaia di persone sono scese in piazza sbandierando cartelli con lo slogan Con Mis Hijos No Te Metas (Non ti intromettere con i miei figli), il cui acronimo, CMHNTM, è anche il nome di un movimento indipendente di genitori nato spontaneamente in Perù. Non è servito al presidente argentino Mauricio Macri bloccare l’approvazione della legge sull’educazione sessuale, che intendeva introdurre l’ideologia gender nelle scuole, ammettendo tardivamente che “il Governo crede nel ruolo principale e fondamentale della famiglia e nell’innegabile responsabilità dei genitori nell’educazione dei loro figli”. È stato sonoramente battuto nelle elezioni di ottobre 2019 dal candidato peronista Alberto Fernández. Le sempre più ampie aperture di Macron sul tema del gender –insieme ad altro, naturalmente – ne fanno un potenziale perdente nelle prossime elezioni a favore della conservatrice Marie Le Pen.

Le aziende stanno dimenticando il marketing?

Quanto all’incredibile innamoramento delle marche per l’ideologia gender, è interessante riprendere il parere di uno dei più autorevoli ricercatori sociali del nostro paese, Giuseppe Minoia, intervistato ne La sindrome del criceto: “Ci si chiede perché partiti/movimenti cosiddetti sovranisti stiano ottenendo così larghi consensi: forse perché partiti/movimenti di segno opposto si sono troppo identificati nei segnali deboli della società, ingranditi dalle lenti mediatiche per fini commerciali. Attenzione, i segnali deboli non sono da confondersi con le attese dei deboli, che vanno ascoltate e possibilmente esaudite. Ci si chiede perché le grandi marche, i megabrand planetari stiano con tanta acribia cavalcando il politicamente corretto, rasentando a volte il ridicolo comportamentale.

Forse perché temono di non apparire up to date, forse perché temono di perdere il segmento dei nuovi millennial. Ma io consiglio loro di tornare a porre attenzione al mainstream”. 

La dittatura della tolleranza

Rispetto ad un sempre più asfissiante clima politically correct, vale poi la pena di ricordare un brano di un editoriale dell’Economist, settimanale notoriamente progressista, che era intitolato La dittatura della tolleranza: “Le quote costringono le aziende e le università a valorizzare di più le identità che la competenza. Una orwelliana polizia del pensiero censura le opinioni politiche e sociali, la lingua, e persino i costumi di Halloween. Qualsiasi opinione contraria all’ortodossia libertaria si scontra con una forma di tolleranza zero che etichetta chi la esprime come razzista, omofobo o transfobico. I gruppi di minoranza stanno imponendo i loro valori e i loro stili di vita a tutti gli altri.”

Questa è la pura verità.

In conclusione, vale la pena di ricordare l’outing di uno dei più accreditati teorici del gender, il canadese Christopher Dummit, ovviamente censurato dai media mainstream: “Mi sono inventato tutto. Per questo sono così sconfortato nel vedere che i punti di vista che sostenevo con tanto fervore, ma senza fondamento, sono stati accettati da così tanti nella società di oggi”.

Diventa quindi sempre più importante tornare a ragionare, rispettando ogni opzione di vita sessuale, ma evitando di privilegiare e promuovere con una testardaggine degna di miglior causa quelle che si ispirano a ideologie insostenibili  per la sopravvivenza della specie umana.


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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Memoria Negata. Crescere in un Centro di Raccolta Profughi per Esuli Giuliano-Dalmati

di REDAZIONE

Un momento drammatico della Storia italiana.

Frammenti di identità, di cultura e di umanità negata, non solo nel suo essere stata ma addirittura nel diritto legittimo di rientrare nella Storia tramandata. Sono le vicende dei profughi Giuliano-Dalmati.

Il Centro Studi Femininum Ingenium affronta la vicenda dalla prospettiva femminile ed è lieto d’invitare i lettori a partecipare all’evento dedicato alle celebrazioni del Giorno del Ricordo 2021.

L’Esodo e le Donne ripercorrerà le vicende attraverso l’interessante e toccante conversazione con l’autrice Marisa Brugna che presentarà il suo libro Memoria Negata. Crescere in un Centro di Raccolta Profughi per Esuli Giuliano-Dalmati, edito da Condaghes nel 2015.

L’incontro è aperto a tutti e si svolgerà online, mercoledì 17 Febbraio alle ore 18.00 su piattaforma Zoom.

PER PARTECIPARE

L’evento si svolgerà via Zoom e la partecipazione è libera. Pagina web http://www.feminunumingenium.it.

Per iscriversi scrivere a eventi.CSFI@gmail.com entro le 18.00 del giorno prima.

Natale al femminile. Webinar gratuito del Centro Studi Femininum Ingenium

di FEMININUM INGENIUM

In attesa del Santo Natale, il CSFI propone un ciclo di incontri online con tre brillanti studiose italiane: Ilaria Pagani, Storica dell’arte e Vice Direttore di Studi sull’Oriente Cristiano; Raffaella Leproni, Professore aggregato di Lingua e Traduzione Inglese dell’Università di Roma Tre; Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Tre appuntamenti per tre mercoledì, a partire dal 9 fino al 23 dicembre, per offrire qualche nuovo e interessante spunto di riflessione, attraverso piacevoli conversazioni, e per accogliere con nuova luce un antico e rinnovato miracolo attraverso l’originalità dello sguardo femminile.

WEBINAR: Il Natale e le Donne. Uno sguardo femminile sul miracolo della Natività.

Il primo webinar, che si svolgerà il 9 dicembre in occasione della presentazione del libro di Ilaria Pagani, Baldovino IV di Gerusalemme. Il re lebbroso, Graphe.it Edizioni, 2020, avrà come tema il ruolo delle donne nella costruzione del Regno di Gerusalemme e dei potentati di Oltremare.

Nell’epoca della Crociata come pellegrinaggio armato, sullo sfondo della cultura e dei valori del XII secolo, si staglia la figura di Baldovino IV, giovane re di Gerusalemme che, pur affetto da una devastante malattia come la lebbra, difese le terre conquistate dai cristiani affrontando le armate del suo grande rivale Saladino.

Figlio di Amalrico di Gerusalemme e di Agnese di Courtenay, Baldovino salì al trono ad appena tredici anni nel 1174 per decisione della corte, accettato come sovrano dai capi crociati che lo ritenevano debole a causa lebbra che già lo affliggeva. Un re che non sarebbe dovuto durare e che non avrebbe dovuto avere alcun peso nella feroce guerra tra le fazioni politiche per il controllo della Terrasanta. La storia di Baldovino IV fu invece sorprendente: un giovane cavaliere crociato che vide la sua giovinezza e la sua forza divorate dalla lebbra e che tuttavia mai si arrese al male, che prese su di sé come una croce da portare in battaglia. Invece di chiudersi nella difesa di Gerusalemme, Baldovino decise di attaccare, invece di essere docile strumento nelle mani di duchi e di conti, tenne loro testa; malato e ormai in punto di morte guidò personalmente il suo esercito nella battaglia di Mongisard. Vinse issando la reliquia della Vera Croce e mostrando i segni del suo male. Il re lebbroso si spense nel 1185 a soli ventiquattro anni e riposa nel Santo Sepolcro di Gerusalemme.

In questo mondo di cavalieri, di armi e di amori, un ruolo fondamentale è ricoperto dalle dame. Prenderanno quindi vita, in un carosello di figure femminili affascinanti e di grande rilievo storico, le figure delle principesse armene, delle quattro figlie del re, Melisenda, le principesse bizantine, Agnese di Courtenay, Sibilla sorella di re Baldovino IV, Caterina Cornaro e Carlotta di Lusignano.

ISCRIZIONI

I webinar saranno trasmessi su piattaforma Zoom. Per iscriversi occorre inviare una e-mail a eventi.CSFI@gmail.com entro le ore 18.00 del giorno precedente la conferenza online. È possibile seguire le attività del Centro Studi Femininum Ingenium mettendo un like alla pagina FB e attraverso il sito web. L’intero webinar sarà pubblicato in modo integrale sul canale YT del CSFI, che vi invitiamo a seguire e sottoscrivere.

Il Natale più triste e il sogno di Mario

di ALBERTO CONTRI

Questo è certamente il Natale più triste della mia vita.

Non perché mancano i mercatini, le abbuffate di dolci, le luminarie che, lentamente, laicamente e prosaicamente hanno sostituito i simboli di una tradizione che era il cuore dell’Europa.

Al suo posto ora trionfa un politically correct che guarda caso si sta sbriciolando all’istante di fronte a un virus di cui non sappiamo ancora granché ma che ha messo in ginocchio l’economia di quasi tutto il mondo. Aveva scritto Chesterton: “Non credono più a nulla, così finiscono per credere a tutto“. E noi, districandoci in mezzo a milioni di fake news, dovremmo sforzarci di credere alla “Scienza” che ha fatto di tutto per perdere la propria credibilità, grandi istituzioni in primis.

Dovremmo ubbidire a governanti che in altre epoche avrebbero potuto fare al massimo gli uscieri.

Ci dobbiamo sorbire il tragico inveramento delle profezie di Orwell, Huxley e Benson (come ho descritto nel mio recente pamphlet “La sindrome del Criceto“): la neo-lingua è oramai tra noi, ogni sera vengono modificati a piacimento un po’ di significati, quasi ogni sera Lilli Gruber domanda imperturbabile: “Quanto durerà questo governo?”. Come se fosse la domanda intelligente del secolo.

E come se non bastasse ora c’è pure la polemica sulla Messa di mezzanotte.

I difensori della salute pubblica nazionale ed europea hanno individuato in questo evento di un’ora, di una sola sera, il pericolo N.1 del contagio, mentre hanno dedicato pochi minuti per posticipare la chiusura dei negozi alle 21 tutte le sere…

Inoltre dobbiamo sorbirci pure i cattolici moderni e illuminati: “Ma che vuol dire? Del resto i Papi troppo anziani e stanchi l’hanno anticipata da anni, Cristo nasce nei nostri cuori, eccetera“. Sinceramente non me n’ero mai accorto di questo spostamento (non guardavamo la tv e andavamo invece sempre alla Messa a mezzanotte, anche con i bambini piccoli dormienti in braccio o nella carrozzina). Ora che ci penso – con tutto il rispetto – un po’ mi secca, se quello è il povero, modesto motivo: potevano benissimo inventarsi un evento liturgico con canti di tutte le tradizioni natalizie del mondo e riflessioni varie alle 21 con il Papa. E far celebrare la Messa di mezzanotte in S.Pietro ad un povero e umile missionario, come era uso fare il vecchio parroco della chiesa che frequentavo quando ero piccolo (oramai 70 anni fa…!). Ricordo come ci colpiva la sua predica,che non era un esercizio retorico, ma un racconto sempre appassionante.

Tanta acqua da allora è passata sotto i ponti, e nel frattempo tutto si è annacquato, uno vale uno, l’ignorantocrazia (titolo di grande attualità di un saggio di Gianni Canova) regna sovrana, i simboli pian piano si sono appannati o sono svaniti.

Il vero simbolo sovrano oramai è il relativismo etico: la vera libertà consiste nel fare ciascuno quello che gli pare, purché si rispetti magari un imbarazzante coprifuoco, che dà tanto la sensazione che quelli che avevamo dichiarato di aver abolito la povertà, ora pensano sul serio alla nostra salute, mentre vanno in tv a dire (ci avete fatto caso?) sempre tre cose, intercambiabili, ma sempre tre, tipo: salute, sviluppo, lavoro.

Evidentemente convinti che basti pronunciare quelle parole perché il loro significato diventi realtà.

Questa è l’unica cosa che hanno imparato.

Non hanno programmato nulla per mesi, e ora ritengono che si debba fare tutto in poche settimane (forse con le rotelle nei banchi si fa prima), persino i vaccini che hanno sempre richiesto addirittura decine di anni di sviluppo e controlli, ora si troverebbero (sicuri) in pochi mesi.

Tramite l’ineffabile Commissario, il nostro Governo ha già acquistato milioni di dosi di un vaccino (Pfizer), che oltre ad essere complicatissimo da gestire, modifica semplicemente il nostro genoma.

Sul tema, solo qualche rara vox in deserto clamantis.

Ho lavorato oltre vent’anni a contatto delle imprese farmaceutiche di tutto il mondo, e so di cosa parlo. Nessuno mi potrà mai obbligare a modificare il mio genoma per una malattia che si può curare con adeguati antinfiammatori e anticoagulanti… se presa in tempo (ma sulla medicina del territorio, che è la vera chiave, si sentono circolare sempre e solo buzzwords).

Davvero un triste Natale.

Per vedere se si riesce comunque a passà a nuttata, personalmente mi sono trovato un piccolo salvagente, un metodo che mi ha sempre aiutato nella mia lunga vita professionale: osservo bene le facce.

Mi fido solo delle facce. Le facce non mentono. Gli occhi non mentono (un tempo si sosteneva addirittura che fossero lo specchio dell’anima). Un solo esempio: quando, fra i tanti, vedo apparire in tv il prof. Garattini o il Direttore del Mario Negri prof. Remuzzi, o il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani, prof. Ippolito, con le loro facce così per bene, come ce l’hanno solo le persone che hanno studiato, lavorato seriamente e imparato molto, mi rassereno.

E penso che ancora qualche possibilità ce l’abbiamo.

Così ho pensato di fare a tutti gli amici di questa piazza virtuale un particolare regalo di Natale, che ha a che fare con il mio mestiere di comunicatore. Pur essendo un riciclo di due anni fa… ritengo abbia ha un notevole valore: si tratta del video che tutti gli ospiti della casa di Riposo San Francesco di Monte San Pietrangeli hanno realizzato sotto la direzione artistica del loro direttore Alberto Del Bello, che è il responsabile di una RSA, dove, guarda caso, il virus non è mai entrato. Finora nemmeno un solo decesso a causa del Covid. Perché invece di chiacchierare di medicina del territorio, l’hanno sempre messa in pratica sul serio.

Si capisce che si sono anche divertiti non poco, regalando dignità e divertimento a quelli che dai vertici dell’Europa e della sua Banca Centrale sono considerati un peso inutile e troppo grande per la società.

Lo hanno fatto coniugando mirabilmente etica ed estetica (che i pensatori moderni, di oggi, vorrebbero invece fossero sempre più divise), dimostrando che prendendosi gran cura dei vecchi di questo piccolo paese, la vita è degna di essere vissuta fino all’ultimo, anche grazie al valore e al calore dei simboli.

Come lo è la Messa di mezzanotte.

Esempi come questo, oltre a costituire un momento di rara bellezza (anche l’esecuzione di Carol the Bells dei Pentathonix colpisce al cuore) ci esortano a non arrenderci e a resistere, come si sta facendo nei G.R.U. – Gruppi di Resistenza Umana, che stanno crescendo rapidamente, anche fuori dall’Italia.

Resistere al degrado, all’ignorantocrazia e al relativismo etico è forse il più grande dono che possiamo fare a noi stessi, ai nostri figli e ai nostri nipoti.

E anche al nostro Paese.

Non a caso abbiamo voluto aggiungere all’acronimo dei GRU questo slogan: Per risollevare l’Italia.

Almeno proviamoci.

Buon Natale, ad ogni buon conto: Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà.

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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

The Social Dilemma

di BRUNO BALLARDINI

Il documentario The Social Dilemma diretto da Jeff Orlowski, regista statunitense di 36 anni, è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2020 ed è disponibile su Netflix da settembre.

The Social Dilemma, documentario di Jeff Orlowski presentato al Sundance Film Festival 2020

<<Siamo stati ingenui riguardo al rovescio della medaglia>>, è la prima frase pronunciata da uno degli ospiti, tutti personaggi chiave nello sviluppo dei canali social. Qual è il problema, chiede l’intervistatore.

Silenzio.

Qualcuno risponde: «È difficile dare una risposta». «Non ci aspettavamo tutto questo quando abbiamo creato Twitter una decina di anni fa». E ancora: «Come si può gestire un’epidemia nell’era delle fake news?» .

Tristan Harris, un ex designer di Google e co-inventore di Gmail, fa un lungo mea culpa. Il centro del discorso è lo sviluppo della tecnologia persuasiva.

È decisamente sgradevole scoprire fino a che punto oggi siamo tutti cavie da laboratorio per chi gestisce i canali social.

La rete di dati serve ad accumulare profili individuali per poter capire più rapidamente il modo migliore in cui si può persuadere ciascun individuo. Harris spiega: «I social media non sono soltanto degli strumenti che aspettano di essere usati, i social media hanno obiettivi precisi e usano il tuo modo di pensare contro di te».

Questa affermazione è sufficiente a rendere The Social Dilemma qualcosa di indispensabile: dovrebbe essere resa obbligatoria la sua visione nelle scuole medie e medie superiori, e diventare materia di tesi di laurea all’università. Purtroppo in Italia non siamo in grado di rispondere con questa prontezza all’impatto con i nuovi media e i nostri sociologi della comunicazione si trincerano dietro ad una neutralità accademica e un dubbio sistematico che permette loro di non prendere mai posizione mantenendo un’immagine di arbitri e apparentemente indispensabili interpreti della rivoluzione digitale.

Tecnologia persuasiva e dopamina

Poi gli immancabili intellettuali da blog hanno accusato questo documentario di essere grossolano, quando invece abbiamo bisogno più che mai di semplificare per far ragionare su queste tematiche anche chi ha perso la capacità di connettere. E sono sempre più numerosi. 

Non importa sapere che i social media oggi siano organizzati e programmati per provocare un rilascio di dopamina nel sistema di ricompensa, e nemmeno scoprire che manipolazione è considerata ormai una parola innocua nel vocabolario dei millennial.

I social sono un immenso Luna Park basato su stimolo-risposta e assuefazione alla ricompensa, sia essa un like o siano contatti in più con relativo aumento del consenso di gruppo.

Jaron Lanier, padre della realtà virtuale, fa a questo proposito una delle osservazioni più preziose: «Il prodotto non siamo noi, è la possibilità che le piattaforme hanno di cambiare il nostro comportamento».

Per questo ci sono le tecniche di polarizzazione che servono a mantenere il più tempo possibile la gente online. Non ci accorgiamo minimamente che ci stanno rubando il bene più prezioso: il tempo, cioè tempo della nostra vita, e lo riempiono con fake news e un cumulo di informazioni totalmente inutili. Il motore di questa macchina infernale sono gli algoritmi. Cathy O’Neil, data scientist e autrice del best seller Weapons of Math (“Armi matematiche”) dice: «Stiamo permettendo ai tecnologi di trattare il problema come se fossero in grado di risolverlo. Questa è una bugia. L’intelligenza artificiale non distingue la verità, l’intelligenza artificiale non risolverà questi problemi, non può risolvere il problema delle fake news. Google non può dire ‘Oh, questa è una cospirazione? È la verità?’: non sa quale sia la verità, non ha un proxy per la verità che sia più efficace di un click».

Il fatto è che gli algoritmi sono strumenti di guerra. Guerra commerciale, guerra cognitiva, comunque guerra, ovvero un atto di aggressione verso l’individuo. La singolarità è già stata raggiunta nel controllo sociale: le macchine, l’intelligenza artificiale, controllano noi più di quanto noi siamo in grado di controllare lei.

La distruzione definitiva dell’individuo come soggetto politico

Ho già scritto in passato che il marketing è guerra, un insieme di strategie che mirano ad un solo obiettivo: invadere per primi un territorio. E il territorio in gioco è la nostra mente.

Ora immaginiamo che cosa accade se la cultura del marketing disponesse di nuovi strumenti per creare dipendenza e raccogliere dati personali: si configurerebbe quello che Baudrillard definiva il delitto perfetto, ovvero la distruzione definitiva dell’individuo come soggetto politico. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

Emblematica la replica di Facebook al documentario riportata da Wired. Un divertente catalogo di risposte infantili e poco credibili.

Ma ora basta con queste chiacchiere, sono rimasto fuori dai social per troppo tempo, non vedo l’ora di tornarci. D’altra parte, sono certo che anche voi non vedete l’ora e, terminata la lettura di questa recensione, tornerete di corsa su Facebook e su Instagram.

E probabilmente nemmeno vi ricorderete di vedere The Social Dilemma.

Perché non c’è nessun dilemma.

Avete già scelto.

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Bruno Ballardini è un saggista, scrittore e esperto di comunicazione strategica. Per un elenco dei suoi saggi. 

Il sonno della Ragione genera mostri

di ALBERTO CONTRI

L’incisione numero 43 della serie I Capricci di Francisco Goya porta come titolo un aforisma diventato molto famoso, e che rispecchia con amara e drammatica corrispondenza i tempi che stiamo vivendo: Il sonno della ragione genera mostri.

Alcuni fatti, da La Sindrome del Criceto…

A seguire, ecco alcune delle mostruose stupidaggini illustrate ne La sindrome del criceto (Edizioni La Vela 2020):

  • La British Medical Association ha invitato i suoi 160.000 aderenti a non chiamare mai più futura mamma una donna incinta, “per rispetto degli uomini intersex o trans che potrebbero essere gravidi”.
  • La ricercatrice Maddalena Marini propone l’uso dell’elettrostimolazione cerebrale per rimuovere gli stereotipi negativi.
  • Procter & Gamble ha rimosso il simbolo di Venere dagli involucri di assorbenti igienici a marchio Always “per includere i clienti che mestruano ma non si identificano come donne”.
  • Secondo il teorico della Singolarità, Ray Kurzweil la struttura biologica dell’uomo verrà sempre più diffusamente integrata con elementi derivanti dalla nanotecnologia e dalla robotica, e l’intelligenza delle macchine supererà quella dell’uomo.
  • Johanne Kathleen Rowling (autrice della saga di Henry Potter) è stata aggredita dalla comunità LGBT e stigmatizzata come omofoba, per aver difeso una donna licenziata per aver affermato che il sesso è un dato biologico.
  • A New York il sindaco Bill De Blasio ha inserito il monumento a Colombo, uno dei simboli della città, nell’elenco di quelli da abbattere perché ritenuto discriminatorio. Mentre l’Università di Edimburgo ha cancellato David Hume perché razzista.
  • La senatrice Cirinnà ha affermato che “la scuola pubblica ti deve salvare se hai avuto la sfiga di nascere con genitori oscurantisti”.
  • Lo scienziato giapponese Hiroshi Ishiguro ha sostenuto che “poiché la coscienza è costituita da un enorme ammasso di dati, quando avremo costruito un computer sufficientemente potente, avremo un computer dotato di coscienza”.
  • Secondo Francesca Pardi, autrice della favola “Il piccolo uovo”, “la famiglia omogenitoriale sta gradualmente sostituendo quella tradizionale”.
  • Il filosofo Cosimo Accoto sostiene che presto occorrerà riconoscere dei diritti ai robot perché dotati di coscienza.

Si potrebbe continuare a lungo, ma chi è interessato può approfondire leggendo il pamphlet*.

Gli esempi citati sono sufficienti a riempire l’animo di una profonda tristezza per l’infimo livello cui è stata portata la ragione da grandi imprese, mass media, ricercatori, scrittori, scienziati, politici. Tutti soggetti che dovrebbero brillare per razionalità, e invece sono sempre più abbagliati dalla luce di una opprimente forma di politically correct che in molti casi rasenta addirittura il ridicolo, negando basilari e inconfutabili leggi di natura.

L’abbassamento di livello del discorso

In seguito alle costanti pressioni di quella che J.K. Rowling ha definito una potente lobby planetaria, è stata confusa la più che ovvia e doverosa necessità di rispettare e tutelare i diritti di chi fa scelte sessuali e di vita di ogni tipo, con il pretendere che sia ritenuto uguale ciò che uguale non è, come stabilito dalla natura.

L’Economist e la “tirannia della tolleranza”

Quello che si fa fatica a comprendere è come mai blasonate società di consulenza e multinazionali del web e del commercio si siano votate a imporre con così grande determinazione le tesi di quella che è oggettivamente una minoranza della popolazione mondiale, e che non possono essere imposte a tutti, se non in base alla “Tirannia della tolleranza”, come ha titolato tempo fa l’Economist:

<<Le quote costringono le aziende e le università a valorizzare di più le identità che la competenza. Una orwelliana “polizia del pensiero” censura le opinioni politiche e sociali, la lingua, e persino i costumi di Halloween. Qualsiasi opinione contraria all’ortodossia libertaria si scontra con una forma di tolleranza zero che etichetta chi la esprime come razzista, omofobo o transfobico. I gruppi di minoranza stanno imponendo i loro valori e i loro stili di vita a tutti gli altri>>.

Insieme al tracollo e alla criminale distruzione di valori e di tradizioni millenarie in nome di un relativismo che ha la consistenza della carta velina, assistiamo allo sgretolamento delle virtù pubbliche, della buona amministrazione e anche della buona gestione imprenditoriale.

Con il sonno della ragione, oltre ai mostri citati, oggi imperano mostri di incompetenza che governano senza alcun cursus honorum alle spalle, e che ogni giorno trattano di questioni enormemente più grandi di loro, con risultati drammatici e spesso tragicomici.

Non avendo alcun retroterra culturale si entusiasmano poi immediatamente per tutto ciò che suona come politically correct, dato che è la filosofia spicciola più facile da masticare e sbandierare per chi non ha un minimo di retroterra culturale su cui basarsi.

E cosí il cerchio si chiude: un improvvisato ministro si trova a ripetere le stesse stupidaggini promosse dalla grande multinazionale, per cui il livello della conversatio del corpo sociale, nelle intenzioni politicamente corretta, è oramai precipitato al livello dove uno vale uno, dove tutto è uguale, indistinto, intercambiabile, e quindi non c’è più nulla che valga qualcosa. Seppelliti retaggio culturale e tradizione, siamo approdati in una terra di nessuno già ben descritta da Thomas S. Eliot nei Cori della Rocca, una terra in cui “gli uomini hanno abbandonato tutti gli dei, tranne il denaro, il potere e la lussuria”.

Il politically correct e la Responsabilità sociale di Impresa

A proposito di denaro, se mai si cercasse una riprova di quanto sia posticcio il politically correct sempre più spesso travestito da Responsabilità Sociale di Impresa, alcuni dei più famosi brand che hanno sposato in vario modo la causa del Black Lives Matter e i Gay Pride nel mondo, sono ora accusati di sfruttare tramite intermediari il lavoro di veri e propri schiavi in Cina e in Vietnam. Un rapporto dell’Australian Strategic Policy Institute sostiene infatti che 83 brand globali sfruttano catene di fornitura basate su persone che lavorano “in condizioni che ricordano fortemente il lavoro forzato“.

I brand citati dal rapporto sono:

Abercrombie & Fitch, Acer, Adidas, Alstom, Amazon, Apple, ASUS, BAIC Motor, BMW, Bombardier, Bosch, BYD, Calvin Klein, Candy, Carter’s, Cerruti 1881, Changan Automobile, Cisco, CRRC, Dell, Electrolux, Fila, Founder Group, GAC Group (automobiles), Gap, Geely Auto, General Motors, Google, Goertek, H&M, Haier, Hart Schaffner Marx, Hisense, Hitachi, HP, HTC, Huawei, iFlyTek, Jack & Jones, Jaguar, Japan Display Inc., L.L.Bean, Lacoste, Land Rover, Lenovo, LG, Li-Ning, Mayor, Meizu, Mercedes-Benz, MG, Microsoft, Mitsubishi, Mitsumi, Nike, Nintendo, Nokia, Oculus, Oppo, Panasonic, Polo Ralph Lauren, Puma, Roewe, SAIC Motor, Samsung, SGMW, Sharp, Siemens, Skechers, Sony, TDK, Tommy Hilfiger, Toshiba, Tsinghua Tongfang, Uniqlo, Victoria’s Secret, Vivo, Volkswagen, Xiaomi, Zara, Zegna, ZTE.

Dopo aver perso la ragione, ora – e per palese incoerenza – rischiano di perdere pudore e reputazione.

E noi dovremmo solo assistere allibiti, rattristarci, chiuderci nel nostro privato?

Forse ancora qualcosa si può fare: ribellarsi puntando ad un nuovo rinascimento partecipando ai GRU – Gruppi di Resistenza Umana http://www.resistenzaumana.org

*Disponibile su Amazon e Ibs, ma sul sito www.edizionilavela.it, la consegna è immediata – un giorno e si sostiene direttamente la casa editrice -.

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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.