Quello sterminio chiamato “transizione ecologica”

Istat: 15 milioni in povertà assoluta, 60% di famiglie non arrivano a fine mese

di MARCO PALLADINO

Camerieri, Leone Pompucci 1995

Il delirio incalcolabile con cui è stato accolto in Romagna il pilota automatico in persona, è di per sé fin troppo significativo di cosa sia diventata l’Italia in questo tempo.


L’isteria per il potere personificato (che non è più quello politico, ma quello finanziario speculativo), assimila ciò che resta di questo Paese, alle più squalificate dittature che vedevamo in TV quando eravamo piccoli, e non ci spiegavamo come, delle folle sotto ipnosi, idolatrassero delle figure umane, che gli avevano assicurato povertà, guerra, disperazione e totale assenza di libertà.


Ci siamo arrivati, anzi siamo oltre.
Perché allora si usava la bandiera, la fedeltà, il patriottismo, i presunti valori fondanti e tradizionali. Da noi no, neanche quelli. Anzi da noi la bandiera è stata stracciata a favore di un panno blu, i sacri confini sono stati polverizzati e sono violati ogni giorno, il saccheggio dei nostri gioielli è continuo, come la subordinazione coloniale. Cioè noi gioiamo dello smembramento, dell’autocastrazione, dell’annullamento. Siamo entusiasti di essere fatti a pezzi e svenduti, di essere invasi, di dipendere totalmente da altri.


Se non sbaglio in nessun paese del mondo si è arrivati a mettere un banchiere al timone, uno che rappresenta egregiamente tutto il contrario di ciò che può essere benefico per un popolo. Ne abbiamo avuti due in un decennio. E ancora non ci basta.
E il banchiere è stato fin troppo chiaro e ha fatto giustizia delle stupide chiacchiere degli illusi: chiunque vada al governo, l’agenda non è assolutamente in discussione. Gli obiettivi saranno conseguiti pienamente. Andate tutti a votare.


La padronanza beffarda di chi sa di controllare pienamente il gioco: partecipate prego. Accomodatevi. Vinciamo sempre noi. Volete davvero andare alla sagra del nulla? Fate pure.


E notate anche un’altra cosa: la differenza abissale tra il peso delle parole di costui, pesate, sottolineate, santificate e il nulla dei politici di contorno, protagonisti di un confronto surreale, vuoto, da baraccone di periferia. Da qui si vede chiaramente dove risiede la decisionalità e dove invece alberga il nulla cosmico; che ormai sta come la muta di Setter irlandesi al cacciatore.


E quali sono gli obiettivi che saranno, comunque vada, raggiunti?


Ce lo certifica l’ultimo rapporto Eurostat sul nostro Paese pubblicato proprio ieri: 15 milioni in povertà assoluta, 60% di famiglie che non arrivano a fine mese, aumento spaventoso dei cosiddetti Working Poor, cioè lavoratori, ma poverissimi.


Cioè si lavora e non si vive. Il tutto con la prospettiva catastrofica alle porte, che ormai non nega più nessuno. Lo sterminio. Denominato transizione ecologica.
A tutto questo si inneggiava scompostamente ieri. Ma evidentemente agli italiani non basta. Non ancora.


Preso da catalessi autodistruttiva inarrestabile, questo stivale al centro del mediterraneo, mi ricorda esattamente un film del 1995 di Leone Pompucci: Camerieri. Andatelo a guardare.
Quello sgangherato ristorante su un litorale spettrale, in mano ad una umanità ridotta, suicida, ributtante, “conflittiva”, altezzosa e inconcludente, mi riporta amaramente al mio paese.
Sotto una maledizione che pare non avere fine e dal cui agitarsi viene fuori di tutto, tranne il bene. Ci sono persone sane e lucide, come il solo cameriere Riccardo, che prova a sfuggire alla follia individualista e fratricida che gli sta attorno, ma alla fine viene travolto anche lui. Dall’insipienza infinita dei suoi colleghi e dalla volgarità incommensurabile dei commensali.
Senza trovare una via d’uscita accettabile.
O riuscire ad accendere una luce in questa oscurità delle menti. Con gli occhi scevri da ogni fine personale, con la casella “tifoso” completamente vuota, ma soprattutto con il cuore, vedo questo scenario.


E non so cosa darei perché non fosse così.

Tone is King

Fine della comunicazione pubblica, o nuovo inizio?

di ALBERTO CONTRI

Jean-Léon Gérôme, 1896

Leggendo del dottor Massimo Galli che accenna alla possibile correlazione fra i vaccini anti-Covid e disturbi finora attribuiti al long-Covid, ho avuto una specie di folgorazione a proposito di una questione che definire banale è persino generoso.

Com’è possibile, mi sono chiesto, che persone altamente qualificate che hanno preteso di aver dimostrato scientificamente  A, adesso ammettono la possibilità di non-A?

Com’è possibile che i mezzi di informazione non chiedano conto di questa clamorosa smentita di sé stessi?

Naturalmente ci sono molte risposte, alcune perfino ovvie, circa il perché questo accada. Ma sul piano della comunicazione, e in particolare della comunicazione pubblica, restano da fare delle analisi necessarie, finora rimaste in ombra.

Nel mondo della comunicazione c’è un mantra: content is king, comanda il contenuto. Nella realtà bisognerebbe dire: tone is king, comanda il tono.

In poche parole non è importante cosa si dice e il quando, ma il come, il dove e il chi lo dice

Ne Il piccolo principe di Saint-Exùpery si trova l’aneddoto dell’astronomo turco che scopre il pianeta dove vive il protagonista. Presenta il risultato della sua scoperta ad un congresso scientifico in abiti tradizionali, con il fez in testa, e nessuno gli crede. Un anno dopo ripete la sua presentazione, questa volta in giacca e cravatta, e gli credono tutti.

Le persone sono indotte a credere che sia la cornice, il contesto, a definire il contenuto di un messaggio. Si pongono domande, e in genere si danno risposte positive, sull’autorevolezza, la credibilità, la reputazione, l’affidabilità,  la puntualità, la chiarezza. Ma di cosa davvero quel messaggio significhi e verso quali conseguenze porti, se ne curano in pochi.

Questo non è sbagliato, ma è parziale. La realtà è governata da una legge spietata: se i fatti falsificano una delle condizioni cui ho brevemente accennato, tutto il castello crolla e gli attori della comunicazione pubblica vengono squalificati. O almeno dovrebbero, esattamente come un idraulico che chiamato a riparare una piccola perdita ti allaghi la casa.

Se questo invece non accade, c’è un enorme problema sul piano della comunicazione pubblica che può avere effetti travolgenti sulla democrazia, sul governo, sulle politiche anche internazionali. Detto in altri termini: esiste un limite fisico alle menzogne.

Io posso imbambolare le persone dicendo loro che esiste una terribile pandemia. Posso dire loro che se indossano mascherine e si vaccinano ne usciremo. Posso dire che il vaccino è efficace e sicuro. Posso chiudere tutto e raccontare che una grande ripresa economica ci attende in fondo al tunnel. Dal momento che né la pandemia si attenua né si vede traccia della ripresa economica, posso raccontare che è colpa della guerra in Ucraina: se sanzioniamo la Russia rinunciando a grano, gas e fertilizzanti, nel giro di una settimana lo Stato russo andrà in bancarotta.

Per quanto io calci il barattolo, arriva il momento in cui qualcosa di vero deve accadere. Se metto in forno l’arrosto non posso tirar fuori torta di mele. La prima volta posso pensare che qualcuno mi abbia fatto uno scherzo sostituendoli, la seconda che il burlone sia ripetitivo sino alla noia. La terza devo pensare che mi stia buggerando per fini ignoti ed ignobili.

Gli esempi fatti, tristemente falsi, dipendono dalla fiducia che la gente ha nel governo, nella scienza, nei media. Ma è un tipo di fiducia che la gente semplicemente non può non avere.

È una fiducia figlia non della persuasione, ma del bisogno stesso di fidarsi di quanto ci viene detto. È una fiducia che rifugge il caos, conservativa, che non offre soluzioni reali ma tende e perpetuare il già noto, il già saputo. Una fiducia coatta che è conseguenza di limiti culturali e tecnici – digital divide, scarsa padronanza delle lingue straniere, mancanza obiettiva di tempo per informarsi etc. In ultima analisi: è una fiducia che discende dal tono, non dal messaggio (siccome lo dice il governo e un governo non può mentire, allora è vero).

Ancora. I media ci hanno raccontano che Mario Draghi è una persona di qualità eccezionali, che gode di grandissimo prestigio internazionale. Se si analizzano queste qualità, si scopre che sono costruzioni narrative senza fondamenta. Per quanto riguarda l’enorme reputazione del nostro premier nel mondo, sui giornali e nelle televisioni esteri non se ne trova traccia, comunque non in misura tale da giustificare tanto entusiasmo – per lo più, si tratta di normale rispetto dovuto ad una carica istituzionale, a prescindere dal fatto che lo meriti o meno -.

Molte persone non addette ai lavori hanno compreso il meccanismo, anche se non sanno formularlo con chiarezza. Per contro, moltissimi comunicatori invece di analizzare questo monstrum, si sono abbandonati a valutazioni di opportunitàconvenienza, simpatie personali, conformismo. L’errore del principiante, che dopo la seconda ora di lezione pretende di saperne più del maestro, ma compiuto da maestri verso la realtà che descrivono.

È il lato oscuro dell’eccesso di specializzazione: il non addetto costretto a compensare artigianalmente i suoi limiti, l’addetto che va a giocare ad un gioco diverso su un campo nel quale la sua competenza non conta nulla. Mi pare una buona definizione di caos.

La divisione radicale introdotta da una comunicazione pubblica così rozza e inefficace ha creato una sorta di muro morale che divide i primi dai secondi: i primi si aspettavano una comunicazione corretta che i secondi non hanno dato. I secondi accusano i primi di essere incompetenti, ignoranti, in malafede. Non hanno però spiegato in modo convincente i fatti. Che la gente sia ignorante di ciò che non le compete, e spesso anche di ciò che le compete, è  purtroppo vero, ma la responsabilità più pesante del misfatto negro su chi ricade?

Ogni regime moribondo si estingue prima di tutto sul piano culturale. La cultura è l’approccio ai fatti e alla correlazione nascosta che li unisce all’interno di un orizzonte temporale finito – ciò che posso conoscere, comprendere  e trasmettere in 70 anni, 80 per i più robusti – . 

A questa fase ne segue un’altra, più o meno lunga ma estremamente dolorosa, di negoziazione e determinazione di un ordine nuovo (cosa ben diversa dal nuovo ordine mondiale: l’accento cade sull’ordine, non sulla novità, e non ci sono aggettivi tonitruanti a condire l’inconsistenza dello scopo).

Come se ne esce? Tenendo conto del grado elevatissimo di complessità che il nostro sistema ha raggiunto, e temperandolo con l’obiettiva fragilità che tale complessità frattale porta con sé.

Si è parlato molto di sistemi complessi straordinariamente raffinati e interfacciati. È venuto il momento di tornare a parlare di cose semplici, creando consenso su antiche ovvietà – stabilire, ad esempio, che la moneta digitale non ha alcun sottostante: la fiducia non è e non sarà mai algoritmica, ci sarà sempre qualche furbo in agguato pronto a rompere il patto: si studi il caso della crypto Terraluna, al riguardo.

Ci siamo allontanati troppo dalla costa. Bisogna richiamare le navi in porto, dire ai marinai che non ci sono sempre nuovi mondi di là dal mare, che i naufragi sono sempre una possibilità, che Colombo ha scoperto l’America una volta sola. Che i pomodori crescono nella terra, non nell’acqua o nei barattoli al supermercato.

Chiarito e padroneggiato il contenuto, allora torneremo a lavorare sul tono. Perché se è vero che la forma è sostanza, essa non può fare a meno della sostanza. E bisogna che chi ha fatto della forma una religione, si rassegni all’umiltà che una realtà infinitamente più grande di noi esige. Che si chiami Galli, Burioni, Bassetti, Draghi o Speranza.


Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Propaganda da Tiffany. “Dove niente di veramente brutto può capitarti”

di MATTIA SPANÓ

In casi come una pandemia o una guerra, il potere ricorre alla propaganda. Per la verità, propaganda è l’alfabeto del potere anche durante la gestione degli affari correnti.

È la propaganda che agita le acque al punto da generare la crisi, lo stato di eccezione, il pericolo mortale. O che a tratti si limita a gestire la “normalità” – la più raffinata delle invenzioni semantiche della propaganda.

La propaganda si fonda sul concetto primordiale di nemico, cioè un’entità che minaccia la quantità e la qualità della vita. Il nemico può essere il cambiamento climatico, una pandemia, la Russia, il terrorismo islamico, i no-vax, il fantasma del fascismo, gli omofobi, la mafia, il razzismo.

Sono tutti fattori realmente esistenti, ma la domanda cruciale è: sono davvero una minaccia?

Un potere politico radicalmente impotente come quello che presiede le nostre esistenze sopravvive di sola propaganda. È un potere che alla domanda appena posta risponde: sì, sono una minaccia reale.

Dal momento che non sa più incidere positivamente nell’economia, nella società, nella diplomazia, per mezzo della propaganda inchioda le persone alla paura del nemico.

La propaganda serve a diffondere una, e solo una, verità assoluta che non può essere criticata e messa in discussione: l’esistenza del nemico

La ragione profonda di ciò è che lo Stato occidentale moderno si regge su alcuni luoghi comuni incompiuti come la democrazia, la libertà, l’uguaglianza e soprattutto un benessere relativo (il nostro stile di vita).

È uno Stato approssimativo, tendenziale: si avvicina, gira intorno, poi deve calciare il barattolo ma non troppo, perché i cittadini credano che resti a portata.

Il cittadino accetta di chiudere un occhio su alcuni malfunzionamenti del sistema, e sullo scostamento dell’obiettivo, in cambio del godimento dello statu quo nunc fornito dal sistema stesso.

Quello di cui sembra non accorgersi è che, dal punto di vista del potere, questo statu quo nunc non solo non esiste, ma non deve esistere.

Il potere non ha nulla a che fate con la politica democratica, la quale è talmente indebolita ed esangue da limitarsi a sottoscrivere ciò che la massa chiede in base a ciò che crede di volere.

È il consenso che muove la politica, non il contrario. La politica è governata dalla volontà posticcia e informe delle masse, così come essa viene rappresentata dai mass-media.

La politica finanzia i mass-media, che interpretano una spettrale “volontà del popolo” e la rappresentano alla politica, in un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

La comunicazione mena le danze. Il consenso è mutevole e basato sull’impulso.

La “macchina democratica” ha come carburante il cambiamento continuo, che garantisce una parvenza di alternanza e accorda al popolo una possibilità di scelta irrilevante, il quale vive nell’illusione costante di poter “cambiare le cose”.

La comunicazione propagandistica agisce in puro stile stimolo-risposta: provoca reazioni innaturali nell’opinione pubblica, e su queste innesta ulteriori provocazioni allontanando i cittadini dal contatto coi bisogni reali.

Non solo, il potere “democratico” invita il cittadino a battersi per risolvere certi problemi, lo chiama ad essere “attivo”, a “partecipare”: ad esempio la parità di genere e di salario fra uomo e donna, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, il lavoro remoto, il sesso liquido e decidibile, sono spacciate per conquiste della “società civile”.

Si crede, ma è appunto una credenza, che in questo modo la società migliori un già elevato livello di benessere e civiltà. Soprattutto, il cittadino si convince di decidere liberamente del proprio destino come singolo e come membro della comunità.

Anche il cittadino che non condivida tali cambiamenti migliorativi, nel subconscio li accetta perché pensa che domani toccherà a lui vedere esaudite le sue istanze.

Crede di vivere in un sistema libero, il che lo spinge ad accettare anche quelle leggi e costumi ai quali è contrario, perché si tratta di un’”espressione democratica”.

Pensa che quella che è a tutti gli effetti propaganda sia al contrario l’espressione di una genuina volontà popolare, e che il potere esista e sia necessario per realizzare questa volontà. 

Questo “accadere della volontà popolare” si chiama libertà, e non accade mai. È una libertà astratta che funziona da palliativo analgesico, vagamente soporifero. Non deve realizzarsi, deve semplicemente far credere che lo farà.

Il motivo per cui una persona o un gruppo perfino maggioritario di persone non vedrà mai espressi i propri bisogni nell’Agenda setting è banale. Si può descrivere come la minoranza maggioritaria che condiziona (qualcuno direbbe: opprime) una maggioranza minoritaria.

Una minoranza che apporta idee e soluzioni di rottura dispone di mezzi finanziari e una capacità di penetrazione mediatica enorme e razionalmente incomprensibile, soprattutto in una società fondata sul processo di produzione (input-output).

Una simile società non deve soddisfare bisogni, ma “crescere”. Non produce “offerta”: produce ricchezza, vale a dire stock di eccedenze.

Bisogna allora costruire una minoranza, a volte molto sparuta, che distrugga le eccedenze e generare povertà. La povertà è la condizione ideale per il potere democratico: accresce nei cittadini la fame di “cambiamento”.

In effetti uno stato delle cose “normale”, già accettato dalla maggioranza, non permette alcuno spazio proiettivo all’azione politica. Il potere nei regimi democratici si fonda sul futuro, mai sul presente e men che meno sul passato.

La riscoperta dei fasti del passato è un tratto tipico dei regimi totalitari di destra del ‘900. La Roma Antica per Mussolini, i Nibelunghi e Agarthi per Hitler.

Fra le tante ragioni della loro eradicazione ce n’è una peculiare: sono regimi privi della visione progressista nelle magnifiche sorti, e pertanto monchi. Restaurano, non innovano.

La visione del Sol dell’Avvenire che invece sostiene i regimi orientali come quello sovietico e cinese è sopravvissuta nel loro carattere utopico, e dopo essere iniziata in Occidente vi è tornata trasfigurata dalla visione circolare del tempo tipica dell’Oriente.

È una forma-pensiero resiliente, non dimostrabile e perciò non falsificabile: l’Eden terrestre che promette non si è ancora realizzato, quindi non può essere negato né l’avanzata verso di esso può essere impedita.

Così nella minoranza maggioritaria, l’attivismo politico diventa una professione ben pagata, e i media danno voce a queste idee dirompenti.

La minoranza diventa maggioritaria perché la sua presenza sulla scena sociale e politica è quasi esclusiva: essa porta il cambiamento, il “nuovo”.

La minoranza fronteggia una maggioranza silenziosa cui nessuno dà voce – la tradizione non porta, per assioma, elementi di novità notiziabili – per di più sottoposta al giogo della produzione: deve produrre per vivere, non ha tempo né risorse per influenzare il modo di vivere e pensare altrui.

È una maggioranza il cui peso specifico culturale è inesistente, e come tale minoritaria. Si accontenta di ciò che ha, non pensa alle alternative, è destinata a subire passivamente – al massimo a reagire – al pensiero di rottura della minoranza.

Se osserviamo il modello delle minoranze maggioritarie che contrastano le maggioranze minoritarie, senza per forza voler supporre disegni eversivi retrostanti, notiamo che il carattere eversivo è intrinseco al meccanismo: ogni tot anni un sistema simile, a chiarissima matrice computazionale, deve resettarsi.

A dispetto della convinzione di molti, il pensiero computazionale – un ibrido matematico-strutturalista – precede l’invenzione del computer.

I limiti di questo tipo di modello di sviluppo culturale fondato sulla propaganda, ovvero su un sistema di istruzioni interdipendenti (il programma, che vende un partito ai cittadini o fa girare un’applicazione sul telefono) sono ben descritti nell’aspirazione della protagonista del romanzo di Truman Capote, Colazione da Tiffany: rifocillarsi dalle asprezze della vita in un luogo “dove niente di veramente brutto può capitarti”.

Torna la promessa del paradiso perduto: facciamo le riforme, e staremo meglio, approviamo la legge contro l’omofobia e tutto andrà bene, inviamo armi all’Ucraina così che il pazzo presidente russo perda e il mondo sia un posto migliore.

Ma il programma o non si realizza, o invecchia e va sovrascritto o disinstallato, o va in crash. Edulcorare la pillola invocando l’irreversibilità del progresso – una baggianata sesquipedale, a parer mio – non serve a nulla. Primo limite.

C’è poi un problema di smaltimento delle scorie culturali: piaccia o meno, l’Occidente si fonda sull’osservazione ordinata della natura tipica del pensiero greco, e sull’origine di questa natura in un Creatore divino secondo il pensiero giudaico-cristiano.

Quelli che oggi ci appaiono come rottami disfunzionali sono un ingombro dello spazio culturale (che non è infinito chiunque lo occupi, come non sono infiniti i server di Google): presto o tardi entreranno in conflitto con il nuovo, e verosimilmente lo stritoleranno. Secondo limite.

Da ultimo, il carattere circolare del pensiero minoritario che diventa maggioritario e che per sopravvivere deve tornare ciclicamente a disfare i risultati conseguiti, vale a dire ripetere all’infinito il giochino, ad un certo punto non troverà alcun fondamento solido come il logos e il divino, ma soltanto la fragile stratificazione del vecchio codice-macchina che occupa memoria.

È condannato a esplodere e implodere in continuazione, a sviluppare calore che finisce per liquefarlo, a radicalizzarsi sempre più annichilendo sé stesso. Terzo limite.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Tornare a vivere insieme 

di MATTIA SPANÓ

Dobbiamo tornare a vivere insieme. Ciò significa che dobbiamo tornare a fare politica. L’essere umano vive in comunità organizzate: la politica è l’attività di organizzazione positiva orientata al bene del singolo e della società.

Dalla fine della Prima Repubblica segnata da Tangentopoli, un ritornello si è imposto agli italiani: la politica è un affare sporco per gente incapace e corrotta.

Questa idea semplice si è incistata ad un livello talmente profondo della psiche che ormai viene percepita come una legge fisica, o un’evidenze empirica come “la pioggia bagna”.

Dire che la politica è sporca e cattiva è come dire che al ristorante si mangia sempre bene. Oppure che la “Scienza” è sempre buona e gli scienziati sono esseri angelici sempre totalmente disinteressati. Affermazioni talmente false da essere comunemente accettate, in forza della loro banalità priva di sfumature.

Questa insistenza nel confondere un’opera indispensabile come la politica con il suo autore accidentale ha scatenato una guerra sotterranea fra una generazione di politici infinitamente mediocri e la società civile. 

Tizio promette a Caio la luna, Caio lo vota, Tizio in parlamento vota Sempronio primo ministro, Sempronio fa l’esatto contrario di quanto Tizio ha promesso a Caio.

Per un effetto paradosso, bersagliare di improperi la politica ha messo al riparo i politici da critiche e accuse, o meglio dagli effetti concreti di queste (nel Medioevo, cacciarli con torce e forconi o ricoprirli di pece bollente e piume, ma erano tempi bui popolati da gente ottusa e rozza).

Ecco come, per eterogenesi dei fini, l’idea che la politica sia brutta sporca e cattiva si è avverata. C’è un principio dell’economia che mette in guardia dalle profezie e aspettative negative, le quali hanno la straordinaria tendenza ad avverarsi. Vale anche per la politica.

Parlare un giorno sì e l’altro pure di governo ladro ha fatto sì che avessimo esattamente ciò che abbiamo evocato. Ci si è concentrati sulla trama del brutto film dimenticando gli attori cani.

Questo giochino mentale ha permesso, in Italia, di piazzare qua e là “governi tecnici” o “del presidente” che certificassero per autopoiesi “il fallimento della politica”: i vari Ciampi, Amato, Dini, Monti, Draghi. Con la scusa delle “competenze” mancanti (concetto, quello di “competenza”, ermetico e fumoso quanto quello di “merito”) si sono imposti al potere figure “competenti” nel governare il paese.

Per ghiribizzo, questo sì populista, si è preso l’aggettivo “competente” generalizzandolo. Cioè si è fatto compiere ad una competenza per definizione verticale – so fare la pizza – un tuffo carpiato logico con triplo avvitamento – so governare un paese. 

Il falso sillogismo che se ne ricava è: so fare la pizza buona, quindi so governare il paese, ergo il mio governo è buono come la pizza.

Mettiamo il giocattolo sotto la lente d’ingrandimento e osserviamolo bene.

Politici incapaci e incompetenti eleggono uno di loro presidente della Repubblica. Appena eletto, su costui scende la fiammella della Spirito Santo e diventa un esempio di virtù preclara, un illuminato statista votato al miglior interesse della nazione.

Questo Gran Sacerdote dell’unità nazionale, una volta insignito della più alta carica prende miracolosamente coscienza del fatto che coloro che lo hanno eletto sono degli incapaci incompetenti, per di più autori di svariate marachelle ai danni dell’erario (banchi a rotelle e mascherine, per citare gli ultimi sperperi… nelle more: anche Domenico Arcuri è un “tecnico” di Stato). 

Nomina allora un “tecnico” a capo di un governo di “tecnici” che guidi la nazione verso un avvenire dove scorrono fiumi di latte e miele.

Peccato che anche i tecnici si inchiodino alle tecnicissime poltrone su proposta degli stessi politici incapaci e corrotti con l’eccezione, come abbiamo visto, del presidente che un bacio parlamentare ha tramutato da ranocchio in bel principe. E non solo lui: anche i “tecnici”. Si prendano in esame i valzer dei partiti quando scadono le nomine nei CdA delle controllate statali.

Commissari europei, presidenti della Commissione Europea, direttori del Tesoro, della Banca Centrale nazionale o europea. Tutte nomine politiche. Si vedano le carriere dei tecnici summenzionati e mi si dimostri che sbaglio.

In soldoni, politici incapaci e corrotti sono capaci e onesti quando si tratta di eleggere il presidente della Repubblica (super partes, ça va sans dire) e di proporre per ruoli tecnici figure di altissima competenza e valore morale.

Non rimane che votare la fiducia al governo tecnico che salverà il paese dal disastro. Coerentemente, i politici appoggiano tali governi “tecnici” che decretano la loro inettitudine. La distinzione fra “politici” e “tecnici” è puro fumo negli occhi. Nella realtà, non esiste.

Ora: è un fatto che questa impalpabile dissonanza cognitiva non sfiori neppure la chimerica coscienza collettiva. Non pone alcun problema logico. 

Forse non si fa gran pubblicità alla cosa, in ogni caso chi si accorge delle crepe nei ragionamenti tace per paura dello stigma sociale, e della perdita di quei piccoli benefici che il potere accorda volentieri a chi brucia il granello d’incenso in suo onore – in genere, generosamente non lo uccide.

Arriviamo così conciati alla pandemia, che non fa altro che avverare il vecchio adagio latino homo homini lupus. L’uomo è un pericolo mortale – e morale – per l’altro uomo. La società va letteralmente in pezzi. Il legame, la relazione umana diventano il veicolo di contagio di pesti e piaghe bibliche a cui la Scienza e la Tecnica pongono rimedio. O meglio no, ma bisogna credere che così sia, amen.

Conclusione: la politica fa schifo, i tecnici sono bravi e scientifici, la società non esiste più. C’è un bel libro del professor Alberto Contri, La sindrome del criceto, che spiega con grande chiarezza e arguzia questo fenomeno terminale di disgregamento dell’identità consapevole di sé e del mondo.

Che fare, allora? Come uscirne?

Preso atto che In Italia esiste una minoranza che ha capito il gioco ed è stanca di giocare, si tratta di unirla sotto un’unica bandiera e presentarsi alle elezioni.

Questo non è possibile: in una società frantumata, le piccole isole che come banchi di ghiaccio vagano alla deriva nell’Artico quando va bene non comunicano fra loro. Quando va male si guardano in cagnesco, sospettano fra loro, difendono interessi di bottega e personalismi dei leader.

Per di più, dalla legge Calderoli – il Porcellum – i candidati alle politiche vengono decisi dalle segreterie di partito. Una democrazia in crisi come quella italiana sfocia, volente o nolente, in una forma più o meno violenta di totalitarismo.

L’ultima isola felice prima dell’autarchia – che sospetto verrà soffocata nel sangue – sono le elezioni comunali. Si cominci allora presentando candidati alle elezioni comunali e si sostengano anche dando l’appoggio esterno, vale a dire senza trasformarsi in partiti politici che otterrebbero percentuali dello zero virgola.

Si cominci un lavoro di tessitura di rapporti personali nei comuni. Si abbandoni l’idea di federare le comunità, le associazioni culturali, i gruppi di resistenti. Si pensi piuttosto a coordinarli.

Soprattutto, e questo è l’aspetto fondamentale, si abbandoni l’idea di fondare nuovi partiti politici e si pensi molto seriamente a formare uomini e donne che sappiano fare politica.

Fatto ciò, un libero congresso delle realtà territoriali eleggerà i propri rappresentanti nelle istituzioni nazionali. Questi prenderanno la strada più congeniale collocandosi a destra, centro o sinistra del parlamento, ma con un’idea precisa di come funziona un paese. Non “cittadini a 5 stelle” né “tecnici”, ma politici di professione. Inevitabilmente, agiranno bene o male, ma saranno formati dal popolo che li sostiene, non da lobby oscure e interessi sovranazionali.

Si tratta di abbandonare un gioco per inventarne un altro che sia democratico non in senso meramente ideale, ma pratico. Non è la politica che governa gli uomini, ma sono gli uomini a governare la politica.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Dai vaccini Covid alla guerra in Ucraina, stiamo affogando nel politicamente corretto

di ALBERTO CONTRI


Dio è morto, Marx è morto, e nemmeno io mi sento troppo bene”. Oggi si potrebbe parafrasare questa famosa battuta di Ionesco (a dispetto di quanti pensano fosse di Woody Allen) in questo modo: la guerra infuria, i talk show impazzano, ci mancava pure la wokery. Che in inglese significa un atteggiamento di dogmatismo intollerante e censorio come quello che sta prendendo sempre più piede con la sconsiderata propensione a essere o mostrarsi politically correct. Con tutta una serie di conseguenze assurde come l’abbattimento delle statue di Colombo ritenuto schiavista, o l’ostracismo dato alla scrittrice J.K. Rowling colpevole di avere denunciato la dittatura del pensiero unico woke. In base al quale l’Università di Northampton ha pensato bene di emettere un avviso di pericolo per gli studenti riguardo al romanzo 1984 di George Orwell, che conterrebbe “materiale esplicito che alcuni potrebbero trovare offensivo e sconvolgente”. Ovunque sta avvenendo che chi denunciava limitazioni della propria liberà di pensiero, si stia tenacemente impegnando a limitare quella altrui. Davvero curiosa, per non dire drammatica, la preoccupazione espressa dai media mainstream di tutto il mondo per il fatto che Elon Musk, oggi nuovo proprietario di Twitter, abbia annunciato di voler eliminare la censura vigente oggi sul social network, in base al quale Donald Trump ne era stato escluso. Dunque, ci si spaventa perché su Twitter potrebbero tornare a circolare tutti i pensieri, e non soltanto quello unico.

Altrettanto sta succedendo in Italia, dove alcuni deputati del PD stanno insistendo con la Commissione di Vigilanza perché almeno in RAI non si invitino più nei talk-show gli ospiti critici con gli Usa o la Nato, definiti automaticamente filo-Putin. Oggi i più scatenati filo-atlantisti sono i vertici del PD: è proprio vero che si nasce incendiari e si muore pompieri.

Mentre a un osservatore attento non può sfuggire che in tutti i talk show, programmi e telegiornali le voci critiche siano in realtà ridotte al minimo. Eppure, non si vuole permettere nemmeno una piccola percentuale di dissenso. Qualche critico viene invitato solo per accendere la rissa e per fare scorrere il sangue nell’arena televisiva, moderna rappresentazione dei combattimenti dei gladiatori. Nulla che possa essere utile per poter ragionare sul serio.

Era già successo con il Covid, con la stigmatizzazione di chi si permetteva di non ritenere i vaccini così efficaci e sicuri, eppure oggi, nel silenzio generale, nella comunità scientifica si mormora addirittura di un possibile ritiro dal mercato di alcuni di questi, mentre studi ufficiali di diversi paesi dimostrano che attualmente tre persone su quattro, che siano contagiate, ricoverate o decedute, sono vaccinate con tre dosi. Per non parlare del danno economico provocato dai lockdown, superiore ai vantaggi per la salute, visto che nel frattempo sta emergendo che la malattia da Covid è in larga parte curabile con antiinfiammatori se prescritti precocemente. Ma per due anni, medici in primis, chi lo sosteneva è stato addirittura perseguitato.

Analogamente oggi non è possibile fare dei distinguo sulla guerra in corso, nemmeno dopo aver dichiarato l’illegittimità dell’intervento russo. Se ai tempi dei dibattiti sul vaccino andavano per la maggiore virologi con noti conflitti di interesse, oggi perlopiù si vedono nei talk show rappresentanti di istituti di studi geopolitici o di strategie militari che vivono sostanzialmente di progetti e studi commissionati da enti e istituzioni schierati a prescindere con la Nato. Che considerano la Nato guidata dagli USA come l’angelo protettore del mondo. Quando è noto che ha fomentato guerre disastrose senza chiedere niente a nessuno e senza subire mai nessuna sanzione.

Avvenire del primo maggio ci ha ricordato che attualmente “si combattono 169 conflitti nascosti o ben lontani dai riflettori dei media”. Ci voleva: perché appena qualcuno cerca di ricordare in un dibattito questo tema, il malcapitato viene sommerso di accuse di benaltrismo. Il problema è che oggi la guerra la vediamo in diretta ad ogni ora, mentre della guerra in Iraq si vedevano solo gli effetti delle cosiddette bombe intelligenti, sotto forma di bagliori grigiastri come in un videogioco: né sangue né cadaveri. Come in tutte le guerre, in questo caso poi la propaganda gioca un ruolo fondamentale, e da entrambe le parti. Mentre giornalisti e conduttori sono portati a credere per definizione alle notizie fornite da chi sta subendo l’invasione.

Magari fosse solo un problema di propaganda: qui si sta rischiando davvero la terza guerra mondiale, con le devastazioni previste dal Terzo Segreto di Fatima. Eppure illustri personalità come l’economista americano Jeffrey Sachs della Columbia University (chiamato da Papa Francesco all’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali) o l’ex ambasciatore Sergio Romano hanno seri dubbi sulla volontà di pace della Nato e degli USA: <<Il grande errore degli americani – ha detto Sachs al Corriere della Sera – è credere che la Nato sconfiggerà la Russia: tipica arroganza e miopia americana. È difficile capire cosa significhi “sconfiggere la Russia”, dato che Vladimir Putin controlla migliaia di testate nucleari. I politici americani hanno un desiderio di morte? Conosco bene il mio paese. I leader sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino. Sarebbe molto meglio fare la pace che distruggere l’Ucraina in nome della “sconfitta” di Putin. La mia ipotesi è che gli Stati Uniti siano più riluttanti della Russia a una pace negoziata. La Russia vuole un’Ucraina neutrale e l’accesso ai suoi mercati e alle sue risorse. Alcuni di questi obiettivi sono inaccettabili, ma sono comunque chiari in vista di un negoziato. Gli Stati Uniti e l’Ucraina invece non hanno mai dichiarato i loro termini per trattare. Gli Stati Uniti vogliono un’Ucraina nel campo euro-americano, in termini militari, politici ed economici. Qui si trova la ragione principale di questa guerra. Gli Stati Uniti non hanno mai mostrato un segno di compromesso, né prima che la guerra scoppiasse, né dopo».

È la stessa amara verità espressa con altre parole da Sergio Romano. A fronte del rischio di una guerra mondiale che trasformerebbe la terra in un deserto, sarebbe invece il caso di cercare ogni possibile compromesso, mettendo da parte anche qualche principio cosiddetto irrinunciabile se l’unica ipotesi alternativa è la distruzione del pianeta.

L’aereo più pazzo del mondo

di ANDREA ZHOK

Vivere in Occidente oggi è come viaggiare sull’aereo più pazzo del mondo, ma con Di Maio al posto di Leslie Nielsen.


Se fossimo marziani sarebbe uno spasso vedere dallo spazio gente che si prodiga in contorsioni verbali per santificare quelli che fino a ierlaltro erano il Male Assoluto, gente che condanna Dostojevsky e Ciaikovsky come complici di Putin, che si impettisce a voler “insegnare le regole” a quel maledetto serbo selvaggio di Djokovich, gente che parla di “vincere una guerra nucleare” (sic!) e che ha un tale senso della realtà da pensare di dare il proprio contributo alla vittoria non lavandosi le ascelle con l’acqua calda e coprendo di vernice le case private dei russi.
Come marziani, sarebbe da sganasciarsi dalle risate vedere i giornali promuovere il libro con “i grandi discorsi della storia” mettendo Zelenski accanto, anzi un po’ sopra, a Gesù, Buddha e San Francesco.


Sarebbe tutto divertentissimo, se sull’aereo più pazzo del mondo non ci stessimo davvero viaggiando, a dieci chilometri d’altezza, con alla guida gente che sta litigando sugli usi legittimi della lettera Z e una tempesta in arrivo.

Purtroppo gran parte della popolazione, ma soprattutto la sedicente borghesia colta, vive da tempo in una realtà parallela, una bolla fatta solo di opinioni fumose ma nettissime, di sentenze morali, di finzioni mediatiche il cui contenuto dipende da rapporti di potere, ricatti privati o leccate di culo, da qualunque cosa tranne il tentativo di dar conto della realtà. Questa è gente che applaudirebbe anche l’Olocausto nucleare se gli desse ragione, e prima di diventare una decalcomania su un muro griderebbe soddisfatta “Ben ti sta! Così impari!“.

I confini della politica tra storia, diritti e violenza

di ROBERTA FIDANZIA

Volume a cura di Roberta Fidanzia. Collana Voci della Politica. Centro Studi Femininum Ingenium. Volume 11

Postfazione

La società contemporanea e la declinazione di nuovi diritti, pone tutti noi di fronte a nuove – o antiche – domande, costituendo quel paradosso definito da alcuni studiosi ‘l’attualità dell’inattuale’. Davanti alle sfide della bioetica, delle biotecnologie, della nuova antropologia, ci si chiede dove si collochi il limite del diritto positivo. La legge naturale ha ancora senso nella contemporaneità tecnologica e tecnicizzata che ci circonda? L’umanità reca ancora intrinsecamente segnato il significato della vita? O meglio, riesce ancora a riconoscerlo? Oppure l’artificio regola ogni aspetto del nostro vivere? 

La questione fondamentale è – e resta – quella di comprendere il rapporto tra diritto naturale e diritto positivo, che definisce la codificazione del diritto costitutivo dell’essere umano e delle sue relazioni, con il limite preciso di non contraddizione del suo fondamento, pena il disconoscimento anche di se stesso.

Sergio Cotta, nel suo lavoro Il diritto come sistema di valori (1), afferma che il diritto non è eteronomo, ovvero non è un artificio esterno all’uomo che ne limita la libertà comportamentale. Il diritto è socionomo, ovvero radica il senso della propria esistenza all’interno delle esigenze propriamente umane. Pertanto, l’uomo necessita il riconoscimento e l’accoglienza dell’altro per completare il limite della finitezza che gli è proprio.

E dunque, una società che pone tra i diritti l’aborto senza se e senza ma, l’eutanasia anche di stato e il fine vita, non riconoscendo e accogliendo l’altro, può ancora definirsi ‘umana’? Cos’è l’umanità?

La chiarificazione circa la definizione di uomo e di cosa sia la persona è – e dev’essere – percepita come elemento intrinseco alla scienza sociale, poiché esso rappresenta la ricerca della conoscenza umana delle cose umane ed include come suo fondamento la conoscenza umana di ciò che costituisce l’umanità (2).

La modernità, pur avendo contribuito in modo decisivo ad assicurare ai diritti umani fondamentali una tutela giuridica, porta con sé la tendenza ad annientare la nozione di dignità umana, quando si fondano i diritti, e dunque le prerogative di ciascun uomo, sulla base di una determinata attualizzazione di caratteristiche umane e non sulla base del suo essere, ovvero della sua appartenenza, come scrive Robert Spaemann, alla specie Homo Sapiens (3).

Il tentativo di superare la normalità della conditio humana è da considerarsi un’utopia dall’esito nefasto, quanto inconsapevole, perché conduce alla distruzione di quella normalità che si chiama ‘vita’ (4).

Nell’attuale società viviamo circondati da fabbriche di morte, portatrici esclusivamente di messaggi di distruzione e di annientamento.

Ci si chiede, quindi, se la legge positiva possa entrare così a gamba tesa nel privato e nel personale di ogni individuo e di ogni nucleo familiare. Il caso di Charlie Gard, ha mostrato il potere penetrante ed invasivo della magistratura, del ‘terzo’ giudice. Il sistema britannico, infatti, impregnato di liberalismo di lockiana memoria, consente allo Stato di erigersi a giudice nel contenzioso fra le parti. Alla volontà genitoriale, espressione di una legge naturale che lo stato dovrebbe ri-conoscere in quanto pre-esistente ad esso, si oppone una volontà statuale e giudiziaria che si autoproclama arbitro della scelta di vivere e di morire del soggetto debole, optando sempre più frequentemente per la seconda opzione e facendosi portatore di distruzione, di eliminazione arrivando, appunto, a negare, come in questo caso, la naturalmente diretta potestà genitoriale. Il terzo-giudice, lo Stato, di fatto, emana una condanna a morte, dichiarando che il ‘best interest’ del soggetto debole, del bambino nello specifico, è quello di morire. Motivando la decisione con deboli appigli giuridici, facendo leva sulla sensazionalità dei casi e sulla pseudo-compassione che vorrebbe convincerci che la morte è la scelta migliore rispetto ad una vita considerata non dignitosa.

Ma ci si chiede: lo Stato può davvero avere questo potere così capillarmente diffuso da limitare, di fatto, la libertà di scelta del singolo soggetto e del singolo nucleo familiare? Può stabilire in senso oggettivo quale sia una vita dignitosa? E, di fondo, cosa definisce la dignità di una persona? L’attuale visione della società, capitalistica e consumistica, ci ha abituati a misurare il valore delle persone attraverso la produttività. Se una persona produce – e di conseguenza consuma – è degna di considerazione da parte della società, se una persona produce meno viene considerata un peso, un problema. In una società così formulata – ovvero in senso utilitarista – viene messa a repentaglio la dignità della persona in quanto tale.

“L’«abolizione dell’uomo» (così come di tutte le culture tradizionali), oggi minacciata dalla universalizzazione dell’oggettivazione scientifica del mondo e dalla sua organizzazione razionale-strumentale, il cui paradosso essenziale sta proprio nello scambiare i mezzi per i fini, mettendo in pericolo la stessa idea di dignità umana (ancor prima che quella di diritti umani), può essere contrastata soltanto riscoprendo un principio di trascendenza e il senso dell’assoluto: senza tuttavia dimenticare che: «la presenza dell’idea dell’assoluto in una società è una condizione necessaria, ma non sufficiente, del fatto che l’incondizionatezza della dignità venga attribuita a quella rappresentazione dell’assoluto che l’uomo stesso costituisce. Per questo occorrono ulteriori condizioni, e, tra queste, una codificazione giuridica. La civilizzazione scientifica – in ragione della minaccia immanente che essa costituisce a se stessa – ha bisogno di una tale codificazione, più di ogni altra»” (5). 

Spaemann  si chiedeva se la definizione tassonomica e biologica di essere umano fosse sufficiente a disegnare la cornice in cui ricomprendere la sua dignità, che non è una qualità biologica dell’uomo, ma ne è il suo fondamento dell’uomo e spiega l’esistenza di diritti e doveri, della libertà e della responsabilità. La dignità ha in sé qualcosa di trascendente, di sacro, di religioso. Solo rappresentando l’Assoluto, l’essere umano possiede ciò che chiamiamo ‘dignità’ (6).

La nozione della ‘persona umana’, infatti, autentica idea portante della cultura occidentale, è oggi messa in discussione da un approccio utilitaristico che vorrebbe ridurre i comportamenti degli esseri umani al funzionamento del sistema nervoso centrale ed alla funzione socialmente utile degli stessi.

Si aprono scenari inquietanti che conducono alla riflessione sul valore riconosciuto alla vita umana nella società occidentale, valore che attualmente sta subendo colpi su colpi, ad uso e consumo di una società tarata sul modello utilitarista, che sta producendo uno svuotamento di senso e di significato dell’intera esistenza. Basti pensare, appunto, al ‘diritto di morire’ (suicidio assistito) e al ‘diritto di uccidere’ (aborto ed eutanasia).

Il ruolo della politica, dunque, nel suo vero senso del termine, è quello di riscoprire il senso della polis, ovvero della comunità, costruendone l’ordinamento che dev’essere volto al bene comune, il quale è necessariamente comprensivo del bene individuale, personale, di ogni soggetto che costituisce la comunità stessa. 

L’errore dei sistemi perfettistici sta nel fatto che presumono di programmare tutta la vita della comunità socio-politica in ogni particolare, escludendo anche che nel futuro programmato qualcuno possa compiere dei passi falsi, allontanandosi dalle scelte progettate per raggiungere infallibilmente gli scopi prefissati.

Come scrive Mario Palmaro, “C’è un tragico processo che le leggi ingiuste innescano nella società e nella testa della gente […]: digerire, assimilare, assorbire poco alla volta l’ingiustizia, in un primo tempo dicendo che sì, è una cosa sbagliata, ma che ormai non c’è più possibilità di eliminarla; dopo qualche anno il giudizio politico – ‘Non abbiamo la forza per eliminare quella legge’ – si trasforma in un giudizio morale e filosofico-giuridico: ‘Quella legge tutto sommato non è poi così cattiva, anzi è buona” (7).

È il rovesciamento del paradigma, che avviene quasi del tutto indisturbato. “Se il diritto positivo non si proponesse di rendere possibile la convivenza attraverso un’equa ripartizione dei beni e dei diritti, allora verrebbe meno la sua ragion d’essere. Un diritto che non mira alla pace, alla coesistenza, alla sicurezza sociale è come un’arte medica che non si propone di guarire l’ammalato ma di sopprimerlo. In tal caso gli uomini non avrebbero alcun motivo per obbedire al diritto positivo, anzi avrebbero ben fondati motivi per disobbedire” (8).

La sfida attuale, dunque, è quella di misurarsi con il mutamento della società occidentale, con gli esiti di questa deriva utilitaristica: l’abolizione dell’uomo, la sua spersonalizzazione a mero funzionario di una grande macchina, di un gigantesco ingranaggio, esiti che testi come quelli L’operaio di Ernst Junger e l’Ulisse di James Joyce, o pellicole come Tempi moderni di Charlie Chaplin – per citarne solo alcuni –, hanno intuito ed evidenziato da tempo.

Note

1 Cfr. S. Cotta, Il diritto come sistema di valori, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004

2  Cfr. L. Strauss, Scienza Sociale e umanesimo, a cura di L. Gattamorta, in «Ideazione», 1, 2004, pp. 198-208

3  Cfr. L. Allodi, La trascendenza, «luogo» dell’umano, in Persone. Sulla differenza tra “qualcosa” e “qualcuno”, a cura di L. Allodi, Laterza, Roma-Bari 2005, p. XI.

4  Cfr. Ivi, p. XIII

5  Cfr. Ivi, p. XV.

6  Cfr. R. Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, ed. Lindau, Torino 2018

7  M. Palmaro, Aborto & 194 – Fenomenologia di una legge ingiusta, SugarCo, Milano 2008, pp. 57-58

8  F. Viola, I diritti umani alla prova del diritto naturale, in «Persona y Derecho» 23 (2), 1990, pp. 101-128.

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Roberta Fidanzia, è Dottore di Ricerca in Storia delle dottrine politiche e Filosofia politica presso l’Università Sapienza di Roma, ove ha collaborato per anni svolgendo anche attività di ricerca e docenza. È Diplomata in Storia e Storiografia multimediale, Università Roma Tre.  È Direttore di Storiadelmondo, Direttore editoriale di Femininum Ingenium. Collana di Studi sul genio femminile, co-Direttore della Collana Voci della Politica e co-Direttore di Christianitas.  E’ Presidente del Centro Studi Femininum Ingenium.

Ddl Zan. Un mondo insostenibile

di ALBERTO CONTRI

L’Espresso

Fa scalpore la copertina dell’Espresso con l’immagine della donna/uomo incinto, commentato con il titolo: “La diversità è ricchezza”.

Passano in tv spot commerciali di Dietorelle, e anche sociali dell’Unar/Presidenza del Consiglio, con lesbiche che si baciano con passione. Con il pretesto di combattere l’omofobia, sempre più spesso i mass media promuovono la fluidità di genere come un fatto acquisito o un modello di modernità.  Genitori ignari scoprono che l’Unicorno, il cavallo magico amato dai più piccoli, è stato oramai ingaggiato da una propaganda che illustra loro le magnifiche sorti e progressive della fluidità di genere. 

Senza attendere l’eventuale approvazione del DDL Zan, nelle scuole di ogni ordine e grado si organizzano sul tema corsi di formazione: recentissimo il caso delle “linee guida sulla varianza di genere” distribuite alle scuole della Regione Lazio, ritirate precipitosamente dopo le proteste di insegnati e genitori.

Imprese nazionali e multinazionali fanno della diversity&inclusion una bandiera da sventolare. Ma non si limitano a prevenire e combattere le discriminazioni: si impegnano fortemente a sostenere l’ideologia gender come la nuova normalità.

La promozione di questa ideologia in Italia e nel mondo sta raggiungendo livelli mai eguagliati prima. 

Omosessualità e sostenibilità. Che rapporto c’è?    

Diciamolo subito, non è questione di giudizi morali di sorta. Il problema dell’omosessualità è un altro: è uno stile di vita che esiste da sempre, che cozza però drammaticamente contro la globale aspirazione alla sostenibilità. 

Perché? Perché purtroppo una coppia omosessuale non può generare figli. Quindi non può partecipare al disegno previsto dalla natura per la prosecuzione della specie umana. Disegno che è in grave pericolo, visto l’alto tasso di de-natalità, sottolineato all’unisono come grave problema dal Presidente della Repubblica, da Papa Francesco, dal Presidente del Consiglio in occasione degli Stati Generali della Natalità. “In Italia inverno demografico freddo e buio” ha detto il Santo Padre.

In presenza di questa e altre clamorose contraddizioni, è opportuno domandarsi come si è arrivati a questa paradossale situazione.

A partire dai moti di Stonewall, quando il 28 giugno 1969 gli avventori di un noto ritrovo di omosessuali si ribellarono all’incursione della polizia, la comunità LGBT ha iniziato un lungo percorso alla conquista della pari dignità, usando come giusto argomento il fatto di essere stati maltrattati, torturati, incarcerati, deportati da Hitler e Stalin. Nel tempo le loro rivendicazioni sono diventate un emblema di libertà e di sacrosanta richiesta di non essere discriminati.

Come è nata l’idea dell’identità percepita

A queste rivendicazioni si sono via via sovrapposte e integrate le teorie del sessuologo americano John Money, che cominciò ad eseguire su ragazzini esperimenti di cambiamenti di sesso, spesso finiti in tragedie e suicidi come quelli dei tristemente famosi gemelli Reimer (v. La sindrome del criceto. Ed. La Vela, pag. 196 e sgg). Money fu il primo a sostenere che si poteva ignorare l’identità biologica per assumere quella percepita, definita “di genere”. Nonostante i molti guai combinati, Money è stato osannato dalla comunità scientifica e le sue teorie sono state diffuse in tutto il mondo e accettate da istituzioni come Onu e OMS.

Nel 1969 Frederick Jaffe, vice-presidente della International Planned Parenthood Federation, redasse per l’Organizzazione Mondiale della Sanità un memorandum strategico con l’esplicito obiettivo di diminuire la fertilità umana. E tra i mezzi funzionali alla contrazione delle nascite, Jaffe individuò i seguenti: «Ristrutturare la famiglia, posticipando o evitando il matrimonio; alterare l’immagine della famiglia ideale; educare obbligatoriamente i bambini alla sessualità; incrementare percentualmente l’omosessualità».

Come si vede, questo programma è stato portato avanti con tenace determinazione, e trasformato con notevole abilità in un movimento di pensiero “cool” che stigmatizza le posizioni di rispetto della natura come conservatrici e bigotte. Trovando oggi supporter importanti in rinomate società di consulenza che hanno convinto le imprese di tutto il mondo che cavalcando l’ideologia gender si vende di più. Recenti ricerche dimostrano che, ad esempio, tra le aspirazioni della generazione Z la fluidità di genere pesa ora circa il 15%. Ecco perché Ikea o Dietorelle propongono spot con coppie omosessuali. Ecco perché sono nate associazioni e società che offrono alle imprese consulenza e formazione sulla magica parola “inclusione”, nei cui comitati si trovano una quantità di esponenti di imprese che ritengono “cool” educare i propri dipendenti ma anche i propri fornitori e i propri consumatori all’integrazione delle persone LGBT. Il che, in sé, è senz’altro un ottimo proposito.

Il cavallo di Troia dell’inclusione 

Ma non lo è più quando sconfina nella promozione delle teorie gender, con l’organizzazione di corsi per i figli dei dipendenti, o con il sempre più diffuso inserimento di coppie e famiglie omosessuali nella loro pubblicità. Per non parlare delle vere e proprie stupidaggini commesse da Procter & Gamble che ha rimosso il simbolo di Venere dagli involucri di assorbenti igienici a marchio Always “per includere i clienti che mestruano ma non si identificano come donne”.

O da Mastercard che ha annunciato di “consentire alle persone transgender e non binarie di utilizzare il nome che riflette la loro identità piuttosto che quello legale, su carte di credito, debito e prepagate” in omaggio all’ideologia gender. Ma si tratta solo di due esempi che dimostrano come il sonno della ragione generi mostri. 

Ci sono altre gravi contraddizioni che stanno emergendo: atleti maschi che si dichiarano donne stravincono sulle atlete biologicamente donne. Condannati per stupro che si dichiarano donne vengono incarcerati nelle sezioni femminili, dove continuano a commettere gli stessi reati per i quali sono stati processati. In Italia, invece, la tristemente nota Cira-Ciro, non ha preteso di essere incarcerata in una sezione maschile per intuibili motivi: ci sono momenti in cui il dato oggettivo della sessualità biologica torna utile. 

Stanno aumentando drammaticamente il numero di pentimenti post-transizione di ragazzini che l’hanno fatta precocemente contro il parere della famiglia, così come i gravi effetti collaterali dei farmaci che bloccano la pubertà somministrati a ragazzini e ragazzine che presentano anche incerte disforie di genere.

È sempre più evidente che un così globale sistema di indottrinamento corrisponde ad una forma di grave irresponsabilità sociale: non solo difendere, ma promuovere dei modelli di vita che hanno come conseguenza la de-natalità è l’esatto opposto di quella sostenibilità che le imprese tanto si vantano di perseguire. Non si capisce poi come mai queste imprese abbiano smesso di ragionare con i dati, come hanno sempre fatto. A chi venderanno tra un po’ di tempo i prodotti per l’infanzia, se non ci saranno più bambini? Perché privilegiare un target che “pesa” circa  il 5 % della popolazione trascurando – e in molti casi irritando – il restante 95 %?

Il pensiero di Papa Francesco sul gender

Papa Francesco viene sempre osannato dai media quando sostiene la necessità di accogliere gli omosessuali nella comunità cristiana, come è giusto. Ma è sempre ignorato e censurato quando indica il gender “come la forma più specifica in cui si manifesta il male oggi”. Così ha detto ai vescovi polacchi a Cracovia il 27 luglio 2016: “In Europa, in America, in America Latina, in Africa, in alcuni paesi dell’Asia, ci sono vere colonizzazioni ideologiche. E una di queste — lo dico chiaramente con «nome e cognome» — è il gender! Oggi ai bambini — ai bambini! — a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere. E perché insegnano questo? Perché i libri sono quelli delle persone e delle istituzioni che ti danno i soldi. Sono le colonizzazioni ideologiche, sostenute anche da Paesi molto influenti. E questo è terribile”. 

Su questi temi il Papa è sempre stato chiaro: Il paragrafo 56 dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, stilata il 19 marzo 2016, recita: 

[…] L’ideologia gender nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata a un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. 

È inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini. Non si deve ignorare che «sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender)  si possono distinguere ma non separare”.

È importante evitare un possibile equivoco: non si intende censurare nessuna opzione di tipo sessuale, né dare giudizi etici o morali, né favorire o ritenere accettabili le discriminazioni. Si può però – perché è doveroso – chiedere che nell’educazione dei bambini non vengano promosse attitudini a cui i piccoli nemmeno pensano, o che nella pubblicità vengano promossi stili di vita che portano inevitabilmente alla denatalità, per ovvi motivi di sostenibilità. 

È davvero strano che imprese tanto attente al marketing non si rendano conto che accontentare i gusti di quella che nella società è comunque una assai esigua minoranza – a prescindere dall’enorme rumorosità e dalla visibilità raggiunta – significa prima o poi irritare il resto della popolazione che costituisce la grande maggioranza. “La visibilità degli omosessuali non è mai stata così alta come in questo momento e, a volte, se posso, fin troppo.” ha detto Maurizio Coruzzi, in arte Platinette.

Siamo vicini al punto di rottura

Se prestiamo attenzione ad alcuni segnali, nemmeno tanto deboli, si ha la sensazione che nel corpo sociale si stia arrivando un punto di rottura. L’Inghilterra, che si era spinta molto avanti nel dimostrarsi a favore, ha deciso di ritenere del tutto inaccettabile il concetto stesso di identità di genere. Con un notevole ravvedimento della ragione, nei giorni scorsi i parlamenti di Spagna e Germania hanno preso decisioni analoghe. In Argentina, a Buenos Aires e in altre città, migliaia di persone sono scese in piazza sbandierando cartelli con lo slogan Con Mis Hijos No Te Metas (Non ti intromettere con i miei figli), il cui acronimo, CMHNTM, è anche il nome di un movimento indipendente di genitori nato spontaneamente in Perù. Non è servito al presidente argentino Mauricio Macri bloccare l’approvazione della legge sull’educazione sessuale, che intendeva introdurre l’ideologia gender nelle scuole, ammettendo tardivamente che “il Governo crede nel ruolo principale e fondamentale della famiglia e nell’innegabile responsabilità dei genitori nell’educazione dei loro figli”. È stato sonoramente battuto nelle elezioni di ottobre 2019 dal candidato peronista Alberto Fernández. Le sempre più ampie aperture di Macron sul tema del gender –insieme ad altro, naturalmente – ne fanno un potenziale perdente nelle prossime elezioni a favore della conservatrice Marie Le Pen.

Le aziende stanno dimenticando il marketing?

Quanto all’incredibile innamoramento delle marche per l’ideologia gender, è interessante riprendere il parere di uno dei più autorevoli ricercatori sociali del nostro paese, Giuseppe Minoia, intervistato ne La sindrome del criceto: “Ci si chiede perché partiti/movimenti cosiddetti sovranisti stiano ottenendo così larghi consensi: forse perché partiti/movimenti di segno opposto si sono troppo identificati nei segnali deboli della società, ingranditi dalle lenti mediatiche per fini commerciali. Attenzione, i segnali deboli non sono da confondersi con le attese dei deboli, che vanno ascoltate e possibilmente esaudite. Ci si chiede perché le grandi marche, i megabrand planetari stiano con tanta acribia cavalcando il politicamente corretto, rasentando a volte il ridicolo comportamentale.

Forse perché temono di non apparire up to date, forse perché temono di perdere il segmento dei nuovi millennial. Ma io consiglio loro di tornare a porre attenzione al mainstream”. 

La dittatura della tolleranza

Rispetto ad un sempre più asfissiante clima politically correct, vale poi la pena di ricordare un brano di un editoriale dell’Economist, settimanale notoriamente progressista, che era intitolato La dittatura della tolleranza: “Le quote costringono le aziende e le università a valorizzare di più le identità che la competenza. Una orwelliana polizia del pensiero censura le opinioni politiche e sociali, la lingua, e persino i costumi di Halloween. Qualsiasi opinione contraria all’ortodossia libertaria si scontra con una forma di tolleranza zero che etichetta chi la esprime come razzista, omofobo o transfobico. I gruppi di minoranza stanno imponendo i loro valori e i loro stili di vita a tutti gli altri.”

Questa è la pura verità.

In conclusione, vale la pena di ricordare l’outing di uno dei più accreditati teorici del gender, il canadese Christopher Dummit, ovviamente censurato dai media mainstream: “Mi sono inventato tutto. Per questo sono così sconfortato nel vedere che i punti di vista che sostenevo con tanto fervore, ma senza fondamento, sono stati accettati da così tanti nella società di oggi”.

Diventa quindi sempre più importante tornare a ragionare, rispettando ogni opzione di vita sessuale, ma evitando di privilegiare e promuovere con una testardaggine degna di miglior causa quelle che si ispirano a ideologie insostenibili  per la sopravvivenza della specie umana.


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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Una rosa è una rosa, una rosa, una rosa? Il cuore del ddl Zan

di MARINA TERRAGNI*

Il sondaggio (realizzato in crowfunding da associazioni femministe tra cui Se Non Ora Quando, RadFem Italia, Libreria delle Donne, Udi e altre) non misura il generico consenso al ddl Zan ma punta l’obiettivo sul vero core del ddl: l’identità di genere, la libera percezione di sé a prescindere dal sesso di nascita –anzi, come si dice oggi: attribuito alla nascita-, totalmente dematerializzato.

La battaglia sull’identità di genere ha corso in mezzo mondo: Spagna, Germania, per arrivare al Perù. In Gran Bretagna si è chiusa con la sconfitta dei sostenitori del genere percepito.

Le ingiustizie subite da Malika o dai due ragazzi che si baciano in metro’: si pensa a questo quando si ragiona sul ddl, non all’identità di genere.

Il sondaggio mette invece a fuoco tre aspetti della questione, a cominciare dal self-id o libera autocertificazione di genere con un semplice atto all’anagrafe, senza perizie o sentenze: netta la maggioranza dei contrari, 66%, con lieve prevalenza degli uomini, dei più giovani e dei più scolarizzati. A favore solo il 20%; il 14% non si pronuncia. Con notevole impatto sociale, il self-id è già legge in Canada, a Malta e in altri Paesi.

Bloccanti della pubertà per i minori in attesa che decidano il proprio genere: anche qui nettissima prevalenza dei contrari (66%), scendono al 13% i favorevoli, 21% gli incerti.

Il blocco ormonale della pubertà –pochi lo sanno- è autorizzato in Italia con semplice perizia medica. In Gran Bretagna invece serve l’ok di un tribunale: la svolta dopo l’aumento esponenziale, + 4000% in pochi anni, di transizioni tra bambine (soprattutto) e bambini, e dopo la causa vinta dalla giovanissima detransitioner Keira Bell contro il Servizio Sanitario Nazionale.

Intervistato pochi giorni fa dal Guardian lo psichiatra David Bell, già in servizio presso il servizio di Sviluppo dell’Identità di Genere (GIDS) alla Tavistock Clinic di Londra, ha affermato che i bambini, spesso avviati frettolosamente alla terapia, in molti casi “sono gay… alcuni sono depressi” o soffrono di “anoressia, autismo o hanno alle spalle una storia di traumi”.

Infine, la partecipazione delle atlete trans agli sport femminili: caso noto in Italia, la velocista paraolimpica Valentina Petrillo. Anche qui una maggioranza di contrari: 56% (69% fra gli uomini, normalmente più attenti allo sport), 30% i favorevoli, 14% i non so.

Negli Usa è una questione politica di primissimo piano. Nelle prime 24 ore del suo mandato Joe Biden ha emesso un executive order che ammetteva le atlete trans negli sport femminili: la battaglia negli Stati infuria, la rete globale Save Women’s Sport combatte, molte atlete T si preparano alle Olimpiadi. Proprio in queste ore è al centro di un furioso shitstorm l’icona trans Caitlyn Jenner, già campione olimpico di Decathlon, patrigno di Kim Kardashian e in lizza per il governo della California. E solo per avere detto, da atleta, che le pare sleale che le trans gareggino con le donne.

L’identità di genere è questo, e sta al centro del ddl Zan. Quanti lo sanno?

Approvato frettolosamente alla Camera in novembre, quando si riempivano le terapie intensive, il ddl si prepara per il rush finale al Senato.”Quel testo non si modifica!“: Monica Cirinnà chiude un dibattito mai aperto.

Temi sensibili come divorzio, aborto e fecondazione assistita hanno impegnato la società italiana a discutere per anni. L’identità di genere è tema ancora più sensibile, ha a che fare con la sessuazione umana e con la materialità dei corpi ridotta all’insignificanza: una vera rivoluzione antropologica.

Nel 1984 Ivan Illich, padre dell’ecologismo europeo, profetizzava l’annullamento della differenza sessuale, “cambiamento della condizione umana che non ha precedenti”. Il mercato richiederà il neutrum oeconomicum, soggetto fluido, flessibile, fungibile. Una “scomparsa del genere che degrada le donne più ancora degli uomini”, il linguaggio sarà “contemporaneamente neutro e sessista”.

Con buona pace della senatrice Cirinnà, qui c’è davvero molto da discutere.

*Per concessione di Marina Terragni, La Stampa del 5/5/2020

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Marina Terragni, giornalista e scrittrice. Autrice di Vergine e piena di grazia, La scomparsa delle donne, Un gioco da ragazze e Temporary Mother – Utero in affitto e mercato dei figli.