Husserl, Gilgamesh e la paziente Covid che rifiutava le cure

di FABIO SONZOGNI

Ad Arezzo, un’anziana con Covid rifiuta le cure, rivede le figlie attraverso una finestra e riprende a mangiare.

Niente cibo e niente medicine.

Gioconda, paziente Covid di 73 anni, dopo 40 giorni di ospedale, dove è stata anche intubata sei giorni e ha portato il casco per la respirazione, aveva deciso che non valeva più la pena continuare. Il personale sanitario ha però deciso di portare il suo letto davanti alla finestra per consentirle di rivedere le due figlie e adesso l’anziana ha ripreso a curarsi.

Il dott. Danilo Tacconi, direttore di malattie infettive: “La signora rifiutava il cibo e le medicine, si strappava gli aghi. Dal punto di vista medico stava meglio ma non potevamo curarla se lei rifiutava tutto. Abbiamo quindi alzato il telefono e abbiamo parlato con una delle due figlie. Le abbiamo raccontato cosa stava accadendo e proposto di vedere sua madre. Non entrando ovviamente in degenza Covid ma attraverso i vetri della finestra. Il nostro reparto è a piano terra e potevamo avvicinare il letto alla finestra. Lo abbiamo fatto. Adesso la signora Gioconda ha accettato di riprendere a mangiare e a curarsi”.

“Non so come ho fatto a non mettermi a piangere quando ho visto la mamma“, racconta Manuela, una delle figlie. “Non potevo entrare e quindi parlare con la mamma” aggiunge la donna spiegando che lei e la sorella Maura le hanno allora “scritto su fogli che le vogliamo bene e che ci manca. E li ho accostati al vetro della finestra. Nei suoi occhi ho visto il dolore e la paura. Spezza il cuore lasciare sola una persona che si ama quando sta male e rischia di morire. Lo so che non ci sono alternative e io non posso che ringraziare i medici per quello che hanno fatto e stanno continuando a fare. Non solo per la mamma ma anche per noi figlie”.

Ho letto questa notizia, scritta su un giornale locale online e mi sono commosso.

Ho scritto questo pezzo per provare a dare ordine a questa forte emozione. Tante immagini, ricordi, parole si sono avvicendati, lasciando posto ad un testo che abita da molto la mia curiosità: L’Epopea di Gilgamesh. Eroe dell’epica assiro-babilonese, è considerato per due terzi dio e per un terzo uomo da una tradizione letteraria che inizia sotto la III dinastia di Ur (fine del III millennio a.C.).

È il protagonista del grande poema in accadico, di cui sono conservate anche redazioni frammentarie in lingua ittita e urrita: l’epopea di Gilgamesh è l’opera epica che più influenza ha avuto nella letteratura, nella religione e nell’arte dell’Antico Oriente e non solo.

Le domande inevase che il testo affronta, sono fondamentalmente tre: la ricerca del senso della vita, il perché del dolore, il perché della morte (perdonate la semplificazione). Dice bene Husserl quando scrive che: “Il più grande vuoto del nostro tempo è determinato dalla mancanza di significazione”.

La vicenda di Gioconda e le figlie Manuela e Maura, al contrario, riempiono i contenitori vuoti con l’atto della relazione, l’incontro, l’amore, quella forza misteriosa che Dante così efficacemente descrive: “L’amor che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, v. 145).

La signora Gioconda il senso lo ha trovato, lo ha compreso profondamente.

E tutto questo è accaduto grazie alla sensibilità di medici e infermiere, persone prima che professionisti competenti. Grazie.

Evviva.

LETTURE

L’epopea di Gilgameš, a cura di N.K.Sandars, Adelphi editore.

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Fabio Sonzogni ha lavorato come attore con i registi: Luca Ronconi, Dario Fo, Antonio Syxty, Antonio Latella. Dal 2000 lavora come regista. Il suo ultimo lavoro teatrale, Signorina Julie di Strindberg è in tournée. Dalla prima edizione si occupa della direzione artistica del Siloe Film Festival. Per approfondire. 

Il Natale più triste e il sogno di Mario

di ALBERTO CONTRI

Questo è certamente il Natale più triste della mia vita.

Non perché mancano i mercatini, le abbuffate di dolci, le luminarie che, lentamente, laicamente e prosaicamente hanno sostituito i simboli di una tradizione che era il cuore dell’Europa.

Al suo posto ora trionfa un politically correct che guarda caso si sta sbriciolando all’istante di fronte a un virus di cui non sappiamo ancora granché ma che ha messo in ginocchio l’economia di quasi tutto il mondo. Aveva scritto Chesterton: “Non credono più a nulla, così finiscono per credere a tutto“. E noi, districandoci in mezzo a milioni di fake news, dovremmo sforzarci di credere alla “Scienza” che ha fatto di tutto per perdere la propria credibilità, grandi istituzioni in primis.

Dovremmo ubbidire a governanti che in altre epoche avrebbero potuto fare al massimo gli uscieri.

Ci dobbiamo sorbire il tragico inveramento delle profezie di Orwell, Huxley e Benson (come ho descritto nel mio recente pamphlet “La sindrome del Criceto“): la neo-lingua è oramai tra noi, ogni sera vengono modificati a piacimento un po’ di significati, quasi ogni sera Lilli Gruber domanda imperturbabile: “Quanto durerà questo governo?”. Come se fosse la domanda intelligente del secolo.

E come se non bastasse ora c’è pure la polemica sulla Messa di mezzanotte.

I difensori della salute pubblica nazionale ed europea hanno individuato in questo evento di un’ora, di una sola sera, il pericolo N.1 del contagio, mentre hanno dedicato pochi minuti per posticipare la chiusura dei negozi alle 21 tutte le sere…

Inoltre dobbiamo sorbirci pure i cattolici moderni e illuminati: “Ma che vuol dire? Del resto i Papi troppo anziani e stanchi l’hanno anticipata da anni, Cristo nasce nei nostri cuori, eccetera“. Sinceramente non me n’ero mai accorto di questo spostamento (non guardavamo la tv e andavamo invece sempre alla Messa a mezzanotte, anche con i bambini piccoli dormienti in braccio o nella carrozzina). Ora che ci penso – con tutto il rispetto – un po’ mi secca, se quello è il povero, modesto motivo: potevano benissimo inventarsi un evento liturgico con canti di tutte le tradizioni natalizie del mondo e riflessioni varie alle 21 con il Papa. E far celebrare la Messa di mezzanotte in S.Pietro ad un povero e umile missionario, come era uso fare il vecchio parroco della chiesa che frequentavo quando ero piccolo (oramai 70 anni fa…!). Ricordo come ci colpiva la sua predica,che non era un esercizio retorico, ma un racconto sempre appassionante.

Tanta acqua da allora è passata sotto i ponti, e nel frattempo tutto si è annacquato, uno vale uno, l’ignorantocrazia (titolo di grande attualità di un saggio di Gianni Canova) regna sovrana, i simboli pian piano si sono appannati o sono svaniti.

Il vero simbolo sovrano oramai è il relativismo etico: la vera libertà consiste nel fare ciascuno quello che gli pare, purché si rispetti magari un imbarazzante coprifuoco, che dà tanto la sensazione che quelli che avevamo dichiarato di aver abolito la povertà, ora pensano sul serio alla nostra salute, mentre vanno in tv a dire (ci avete fatto caso?) sempre tre cose, intercambiabili, ma sempre tre, tipo: salute, sviluppo, lavoro.

Evidentemente convinti che basti pronunciare quelle parole perché il loro significato diventi realtà.

Questa è l’unica cosa che hanno imparato.

Non hanno programmato nulla per mesi, e ora ritengono che si debba fare tutto in poche settimane (forse con le rotelle nei banchi si fa prima), persino i vaccini che hanno sempre richiesto addirittura decine di anni di sviluppo e controlli, ora si troverebbero (sicuri) in pochi mesi.

Tramite l’ineffabile Commissario, il nostro Governo ha già acquistato milioni di dosi di un vaccino (Pfizer), che oltre ad essere complicatissimo da gestire, modifica semplicemente il nostro genoma.

Sul tema, solo qualche rara vox in deserto clamantis.

Ho lavorato oltre vent’anni a contatto delle imprese farmaceutiche di tutto il mondo, e so di cosa parlo. Nessuno mi potrà mai obbligare a modificare il mio genoma per una malattia che si può curare con adeguati antinfiammatori e anticoagulanti… se presa in tempo (ma sulla medicina del territorio, che è la vera chiave, si sentono circolare sempre e solo buzzwords).

Davvero un triste Natale.

Per vedere se si riesce comunque a passà a nuttata, personalmente mi sono trovato un piccolo salvagente, un metodo che mi ha sempre aiutato nella mia lunga vita professionale: osservo bene le facce.

Mi fido solo delle facce. Le facce non mentono. Gli occhi non mentono (un tempo si sosteneva addirittura che fossero lo specchio dell’anima). Un solo esempio: quando, fra i tanti, vedo apparire in tv il prof. Garattini o il Direttore del Mario Negri prof. Remuzzi, o il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani, prof. Ippolito, con le loro facce così per bene, come ce l’hanno solo le persone che hanno studiato, lavorato seriamente e imparato molto, mi rassereno.

E penso che ancora qualche possibilità ce l’abbiamo.

Così ho pensato di fare a tutti gli amici di questa piazza virtuale un particolare regalo di Natale, che ha a che fare con il mio mestiere di comunicatore. Pur essendo un riciclo di due anni fa… ritengo abbia ha un notevole valore: si tratta del video che tutti gli ospiti della casa di Riposo San Francesco di Monte San Pietrangeli hanno realizzato sotto la direzione artistica del loro direttore Alberto Del Bello, che è il responsabile di una RSA, dove, guarda caso, il virus non è mai entrato. Finora nemmeno un solo decesso a causa del Covid. Perché invece di chiacchierare di medicina del territorio, l’hanno sempre messa in pratica sul serio.

Si capisce che si sono anche divertiti non poco, regalando dignità e divertimento a quelli che dai vertici dell’Europa e della sua Banca Centrale sono considerati un peso inutile e troppo grande per la società.

Lo hanno fatto coniugando mirabilmente etica ed estetica (che i pensatori moderni, di oggi, vorrebbero invece fossero sempre più divise), dimostrando che prendendosi gran cura dei vecchi di questo piccolo paese, la vita è degna di essere vissuta fino all’ultimo, anche grazie al valore e al calore dei simboli.

Come lo è la Messa di mezzanotte.

Esempi come questo, oltre a costituire un momento di rara bellezza (anche l’esecuzione di Carol the Bells dei Pentathonix colpisce al cuore) ci esortano a non arrenderci e a resistere, come si sta facendo nei G.R.U. – Gruppi di Resistenza Umana, che stanno crescendo rapidamente, anche fuori dall’Italia.

Resistere al degrado, all’ignorantocrazia e al relativismo etico è forse il più grande dono che possiamo fare a noi stessi, ai nostri figli e ai nostri nipoti.

E anche al nostro Paese.

Non a caso abbiamo voluto aggiungere all’acronimo dei GRU questo slogan: Per risollevare l’Italia.

Almeno proviamoci.

Buon Natale, ad ogni buon conto: Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà.

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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Osiamo sognare

di ANDREA DEL PONTE

È molto interessante, per i suoi plurimi significati simbolici, il mito di fondazione di Atene: in tempi antichissimi, quando ancora la neonata città non aveva un nome, posarono gli occhi sulla bella regione dell’Attica due dèi dell’Olimpo, intendendo diventarne signori e protettori.

Erano Poseidone e Atena.  

Il dio del Caos e la dea della Ragione

Il primo era dio delle più elementari forze telluriche e geologiche: terremoti, sorgenti salutari, inondazioni disastrose, fenditure attraverso le quali l’acqua erompe o s’inabissa: il dio del caos naturale.

La seconda era la dèa della ragione e dell’intelligenza, nata già adulta dalla testa di Zeus e simboleggiata dalla civetta, i cui grandi occhi che vedono nel buio rappresentano la forza del pensiero: l’esatta lucidità intellettuale posseduta da Atena.

Dunque un giorno, all’improvviso, sgorgò sulla collina dell’Acropoli una sorgente di acqua salata, da cui secondo alcuni balzò fuori un cavallo; poco dopo, nei pressi, spuntò un alberello di olivo.

Il re del luogo, Cècrope, chiese un’interpretazione del fenomeno all’oracolo di Apollo, il quale gli rispose che si trattava dei doni delle due divinità in contesa per la protezione della città: si sarebbe chiamata Atene o Poseidonia a seconda della scelta che egli avrebbe fatto.

Un voto popolare per dirimere la contesa…

Astutamente, Cècrope non volle correre il rischio personale di inimicarsi l’uno o l’altro degli Olimpi e rimandò la decisione a un voto popolare.  

Gli uomini votarono in massa per Poseidone e le donne per Atena, ritenendo che il dono dell’ulivo fosse molto più utile della navigazione e della guerra: per un solo punto prevalse la dèa, che da allora in poi sarebbe stata il nume tutelare della città che da lei prese il nome.

La reazione di Poseidone per l’affronto subìto fu violenta: scatenò le onde del mare e allagò la regione. Prudentemente, gli Ateniesi vollero riconciliarsi con il dio offeso: con una decisione che testimonia il profondo maschilismo delle società antiche, tolsero tutti i diritti civili e politici alle donne e l’onorarono con un tempio sull’Acropoli, l’Eretteo, equamente diviso fra i due contendenti.

Così, Atene sarebbe diventata faro di cultura e civiltà per tutta la Grecia e nel contempo detentrice di un potentissimo impero marittimo.

Disordini, terrorismo, corruzione e crollo degli apparati statali, Covid19. Il dio offeso del XXI secolo

Quale lettura di questo mito possiamo dare oggi noi, europei del XXI secolo, spazzati da cambiamenti epocali di un’intensità e di una distruttività non inferiore a quella dello tsunami poseidoniano? E qual è il dio offeso che ci sta precipitando in un gorgo da cui non sappiamo bene come riemergere?

L’ultimo trentennio è stato scosso con tremenda violenza dal tridente di Poseidone. Il crollo e la dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991) hanno portato alla fine del mondo bipolare e all’apertura di profonde crepe geopolitiche nelle quali s’è inserito il sanguinario terrorismo islamico su scala globale: dichiarata la guerra all’Occidente l’11 settembre 2001 (attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono), esso ha poi minato per due decenni il sistema nervoso di Stati e popoli europei con i crudeli e imprevedibili attentati perpetrati dall’ISIS.  

In Italia la decapitazione della classe politica uscita dal dopoguerra, a partire dal 1992, ha determinato una caduta verticale della qualità degli apparati statali che pare non avere fine.

Vaste ondate migratorie, messe in moto sia dalla guerra civile siriana (dal 2009 a oggi) sia da gravissimi fattori di crisi nell’Africa sub-sahariana, hanno scosso le fondamenta del Vecchio Continente, modificando vita, abitudini, percezione di sicurezza dei cittadini.

La terza e quarta rivoluzione industriale hanno alterato profondamente non solo gli stili di vita ma anche proprio la mentalità e la rappresentazione di sé dell’uomo, alienandolo sempre di più da una normale relazione con i suoi simili e con la natura.

La crescente interazione fra dimensione biologica, digitale e virtuale sta sconvolgendo con la forza di sommovimenti tellurici l’economia, le prospettive di lavoro, i progetti e le esistenze di enormi masse, tanto più impaurite e smarrite quanto più alta è l’età media – come tipicamente avviene in Europa.

Infine, il mistero della pandemia da Covid 19 ha inferto il colpo forse finale a un Abendland non più sull’orlo di una crisi di nervi, ma proprio nel pieno di una nevrosi acuta.

Nel frattempo, Atena è risalita sull’Olimpo, lasciandoci di sé, appunto, non più che un’immagine virtuale, riflessa nei prodigiosi sviluppi dell’odierna tecnologia.

Atena si è ritirata, lasciando il posto a dèmoni vicari

Al suo posto, i dèmoni vicari che hanno sede a Cupertino (Apple), a Redmond (Microsoft), a Mountain View (Google), a Shenzhen (Huawei).

Per il resto, il crollo della cultura, dell’istruzione, dei saperi, ma anche dell’intelligenza in sé e per sé, nella società italiana e occidentale in genere, è testimoniato da un’infinità di prove che si possono trovare con facilità ovunque: nell’involuzione del linguaggio, sempre più confuso, labirintico e incapace di fotografare sinteticamente il reale.

Nella progressiva perdita della scrittura e della capacità espressiva nelle giovani generazioni nate dopo il Duemila; nella farragine dei regolamenti in cui asfissiano le libere professioni; nella perdita di contatto con la realtà inscritta nella natura; nello smarrimento dell’identità stessa dell’essere umano come creatura unica per la sua razionalità; nella perdita del senso della spiritualità e del fascino della ricerca teologica perfino ai vertici della Chiesa cattolica.

Siamo di fronte a un bivio: scendere rapidamente in un’epoca peggio che ferrea, oscura e servile per la maggioranza, dominata con pugno duro dai pochi detentori del sapere tecnologico e della ricchezza, oppure osare di tentare il miracolo di un nuovo Rinascimento

Nell’eclissi dei valori più antichi ed elementari, sostituiti da controfigure attaccate al qui e ora invece che a Idee permanenti; nella supina accettazione del conformismo e del nichilismo più spinto anche da parte delle più alte istituzioni di cultura, fino ai recenti casi di rimozioni di statue nella più totale indifferenza per il ridicolo contenuto nell’anacronismo di chi le pretendeva.

Siamo di fronte a un bivio: o scendere rapidamente in un’epoca peggio che ferrea, oscura e servile per la maggioranza, dominata con pugno duro dai pochi detentori del sapere tecnologico e della ricchezza, in un mondo doloroso per le disuguaglianze, le violenze e le persecuzioni; oppure osare di tentare il miracolo – in aree anche ristrette, vere oasi di salvezza – di un nuovo Rinascimento, dopo essere ruzzolati giù per un buon tratto di scale, dalla fine degli anni Sessanta ad oggi.

La via da percorrere dovrà partire dall’istruzione, restaurata e rinnovata nello stesso tempo, richiamando sulla terra l’intelligenza stabilizzatrice di Atena e riappacificandosi con l’energia libera e creativa di Poseidone: ulivo e cavallo dovranno essere, metaforicamente, i fattori trainanti di questo potente rinnovamento che osiamo sognare.


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Andrea del Ponte è professore di latino e greco e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collabora con articoli e ricerche scientifiche, con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista Zetesis di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi Grammata. È autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, ha collaborato con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ha tradotto per l’INDA di Siracusa i Sette contro Tebe al Festival giovani. Come saggista, ha pubblicato il volume Per le nostre radici – Carta d’identità del latino, con la prefazione di Salvatore Settis.

Pandemia, distopia, perdita di diritti. E quella necessità di equilibrio tra l’uomo e il creato

di ALBERTO CONTRI

La pandemia del coronavirus-Sars-2 ci è piombata addosso come uno tsunami, travolgendo le nostre vite, le nostre abitudini, le nostre certezze, insieme all’economia di tutto il mondo. 

Con decreti emanati d’urgenza per motivi di salute pubblica, i governi hanno sospeso diritti fondamentali segregando i cittadini in casa, e le città deserte sono apparse come un set pronto per una puntata di Black Mirror

L’incertezza della scienza di fronte ad un virus dalle caratteristiche sconosciute, si è trasformata ben presto in una insidiosa paura per un evento incontrollabile.

I governi hanno sospeso diritti fondamentali segregando i cittadini in casa, e le città deserte sono apparse come un set pronto per una puntata di Black Mirror. 

In questo frangente abbiamo cominciato a prendere coscienza della nostra grande fragilità di fronte ad un pur microscopico ed elementare organismo capace di far impazzire il nostro sistema immunitario. La dichiarazione di pandemia globale ad opera dell’OMS ha colto di sorpresa un mondo impegnato a celebrare le magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale, dei robot dotati di coscienza, della libera scelta del proprio sesso, indipendentemente da quanto scritto nel DNA dell’uomo.

Che già si stava dichiarando onnipotente, addirittura transumano, e liberato dall’ingombrante fardello della tradizione, della propria storia, e persino delle leggi  della natura.

La mitizzazione di un incessante progresso tecnologico stava iniziando ad auspicare un pianeta popolato da ominidi sempre più tracciati, manipolabili ed eterodiretti, mentre la sconsiderata diffusione delle teorie gender stava favorendo la trasformazione delle persone in  esseri neutri, senza storia né tradizione, unicamente in balia delle proprie voglie.

L’uomo si dichiara onnipotente, addirittura transumano, liberato dall’ingombrante fardello della tradizione, della propria storia, e persino delle leggi  della natura.

Le pagine dei romanzi di George Orwell, Aldous Huxley e George Benson avevano silenziosamente cominciato a sostituire i fogli nel nostro calendario quotidiano, trasformando in realtà le loro previsioni distopiche. Sebbene scritte all’inizio del Novecento, quelle pagine contenevano i segnali latenti della riduzione dell’umanità alla mercé della dittatura di un pensiero unico pericolosamente totalizzante.

Assai prima che scoppiasse la pandemia, mi ero messo alla ricerca di quanti percepivano i rischi che stavamo correndo. E sono stato confortato dallo scoprire ovunque donne e uomini di qualunque ceto e livello culturale preoccupati per quel problema, animati dal desiderio di non restare inerti, e con l’urgenza di risolverlo.

Ecco perché ho ritenuto fosse venuto il momento di opporsi apertamente ad un così amaro destino, senza per questo demonizzare sviluppo tecnologico e Intelligenza Artificiale, che devono rimanere preziosi mezzi e non pericolosi fini. E senza trasformare meritorie campagne a favore delle diversità e per la parità di genere nella delegittimazione dell’unica famiglia in grado di perpetuare naturalmente la stirpe umana.

Dopo aver analizzato la criticità della situazione e raccolto pensieri di molte autorevoli e indipendenti personalità, ho deciso di proporre, alla fine di questo pamphlet, il manifesto dei: “GRU- Gruppi di Resistenza Umana”.

Mi ero messo alla ricerca di quanti percepivano i rischi che stavamo correndo. E sono stato confortato dallo scoprire ovunque donne e uomini di qualunque ceto e livello culturale preoccupati per quel problema, animati dal desiderio di non restare inerti e con l’urgenza di risolverlo.

Si tratta di un movimento d’opinione che intende promuovere la forza delle idee basate sull’educazione, lo studio, la formazione, l’approfondimento, la condivisione del sapere, il rispetto della dignità, la promozione dell’uomo e il rifiuto del relativismo etico.

Alla ricerca di un vero umanesimo integrale che sappia combinare tradizione e innovazione.

In molti hanno sentenziato che dopo il passaggio della pandemia, nulla sarà più come prima. Forse c’è proprio da augurarselo: perché di fronte alla ritrovata coscienza delle giuste proporzioni tra l’uomo e il creato, potrebbe essere assai meglio.

 

BIBLIOGRAFIA E LINK

La sindrome del Criceto, Alberto Contri edizioni La Vela

Comunicazione sociale e media digitali”, Roberto Bernocchi, Alberto Contri, Alessandro Rea – Carocci

McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale.” Alberto Contri, Bollati Boringhieri

PER APPROFONDIRE

Gender, progresso, politically correct: il rischio di un mondo di ominidi, Angelo maria Perrino intervista a Alberto Contri, Affari Italiani 22 giugno 2020

La rivoluzione che sta portando l’informazione verso i monopoli, Alberto Contri – Il Sussidiario

Perché l’IA non batte il cervello umano, Raffaele Barberio intervista a Alberto Contri – Key4byz

La Sindrome del Criceto, Eugenia Massari – Media Emporia dicembre 2019

Al robot i processi, all’uomo le decisioni, Alberto Contri – Media Emporia febbraio 2019

Intelligenza Artificiale tra utopia e distopia, Alberto Contri – Media Emporia

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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.