Che “innovazione” i musei non neutrali!

di FABRIZIO MASUCCI

Leggendo e rileggendo il programma, i temi giornalieri, gli hashtag dell’imminente MuseumWeek, dedicata quest’anno a “Cultura, società e innovazione”, un tarlo mi ha assillato per giorni: sono diventato un rompicoglioni seriale? Ci ha pensato mia moglie a mettere fine ai miei rovelli assicurandomi che la domanda è posta fuori tempo massimo, se non platealmente oziosa.

Per chi non lo sapesse, la MuseumWeek è un “evento offline e online” che, dal 2014, si tiene una volta all’anno e coinvolge musei, gallerie, biblioteche, archivi e organizzazioni culturali del pianeta. L’edizione 2022 ha come partner, oltre all’Unesco, la Talkwalker, multinazionale che ha sviluppato la piattaforma n° 1 di accelerazione della “consumer intelligence” al servizio dei “brand più influenti al mondo”: grazie al suo motore di IA, al machine learning e al “social listening profondo” (sic!) che consente di “monitorare ogni segnale dei clienti”, solo la piattaforma Talkwalker – recita fieramente la home del sito aziendale – “aiuta i brand a trarre vantaggio dal potenziale dei dati sui consumatori in tempo reale”. Urca!

A proposito di partner e domande oziose, se la MuseumWeek ha siffatto partner può sorgere il dubbio che siano per l’appunto oziose alcune domande rivolte nel programma alle istituzioni culturali, come – per citarne un paio – “i musei dovrebbero far parte del metaverso?” e “qual è il loro ruolo rispetto al pubblico connesso?”. O almeno che tali quesiti siano “orientati” e che chi li pone abbia già delle risposte preferite (e cercherà di sollecitarle e favorirle?). Il problema è senz’altro, però, che sono un rompicoglioni.

Mi limiterò quindi a condividere alcune perplessità e riflessioni suscitate dalla lettura del programma, scaricabile in pdf in italiano dal sito ufficiale della MuseumWeek, concentrandomi solo su due punti e prescindendo nelle mie valutazioni da chi supporta l’edizione che inizia il prossimo 13 giugno o dal fatto che Facebook e Instagram, due dei social network su cui sarà veicolata l’iniziativa, sono di proprietà di “Meta”, che non si chiama così per caso.

L’hashtag principale della prima giornata è “innovazione”, cui vengono correlati hashtag come “macchine”, “robot”, “realtàAumentata”, “metaverso”, “tecnologia”, “algoritmi”, “intelligenzaArtificiale”. Sullo sfondo di un dipinto in cui un personaggio viene digitalmente munito di visore, il solo proliferare di queste parole chiave abbinate al concetto di innovazione mi pare sia di per sé indicativo delle prospettive future dei musei e della loro fruizione da parte dei visitatori. E, soprattutto, è assai eloquente su ciò che tutti noi, volenti o nolenti, intendiamo ormai per “innovazione”, ossia “innovazione tecnologica”, dimenticandone il primario significato che è – trascrivo da tre dizionario a caso – “modificazione, perlopiù in meglio, dello stato di cose esistente; l’innovare, l’innovarsi e il loro risultato; introduzione di sistemi e criteri nuovi”. Stando ai dizionari, si potrebbe sostenere che la nascita della democrazia sia stata una “innovazione” ben più di quella di internet, ma oggi chi la definirebbe così?

Vero, mescolate alle parole chiave della giornata afferenti alla tecnologia ce ne sono altre che – pur ai miei occhi isterilite dalla retorica politically correct – sono compatibili con il più autentico senso di “innovazione”: “uguaglianza”, “diversità”, “culturaPerTutti”, “accessibilità”, “inclusione”. Temo tuttavia che tale promiscuità finisca con il suggerire in modo subliminale un nesso stringente tra il progresso tecnologico e l’accesso paritario ad arte e cultura, nesso che non è da negare a priori, ma resta tutto da dimostrare e andrebbe quantomeno problematizzato. È pacifico che il digitale consenta oggi la fruizione di beni culturali a soggetti che, a causa di impedimenti concreti, in un museo non potrebbero mai andare di persona, ed è pacifico che ciò sia una nobile “innovazione”; ritengo però altrettanto evidente che le nuove tecnologie possano anche essere fonte di nuove disuguaglianze. E ciò non solo e non tanto perché la tecnologia ha un costo, e quindi un prezzo; ma soprattutto per il motivo opposto, potenzialmente più insidioso, e cioè che una diffusione capillare di avveniristiche applicazioni tecnologiche – circostanza che permette a produttori e intermediari di offrirle a costi sempre più vantaggiosi – rischia con il tempo di far divenire elitaria (in quanto più onerosa e/o “complicata”) proprio la visita dal vivo, specie se all’esito di un viaggio.

Faccio notare, en passant, che dopo oltre due anni in cui la libertà di spostamento è stata inibita, limitata o subordinata a determinati requisiti, a seguito dello scoppio della guerra a est il più corposo rincaro registrato tra beni e servizi è quello dei voli internazionali (+103% su base annua). Poiché i rompicoglioni tendono a preoccuparsi eccessivamente per banali congiunture sfortunate, mi si passi la boutade: non è che l’immagine grossolanamente pixelata (pag. 5 del programma in italiano) di un dettaglio della “Creazione” di Michelangelo prefiguri le “esperienze di visita” di utenti, rigorosamente digitali, che non potranno permettersi visite virtuali “deluxe” e meno che mai quelle dal vivo?

La complessità del tema e la tipica verbosità da rompicoglioni mi costringono a lasciare inconcluso il primo argomento per passare al secondo, che verte sull’hashtag “MuseiNonNeutrali”. Nel programma l’hashtag fa la sua prima comparsa nella giornata del 15 giugno, il cui tema è “libertà”.
La pagina del programma dedicata al tema libertà raffigura, di fatto, la bandiera dell’Ucraina. Le parole chiave che fanno compagnia a “libertà” e “MuseiNonNeutrali” sono “democrazia”, “libertàdiEspressione”, “giustizia”, “libertàDinformazione”.


Ragazzi, non so davvero da dove cominciare, ma ci proverò.

Credo che tutti conoscano le decisioni grottesche, le indegne esclusioni e alcune imbarazzate e imbarazzanti mezze marce indietro che la “non neutralità” del mondo della cultura ha prodotto da febbraio in qua. A me e a qualche altro milione di persone – per limitarci all’Italia – pare che questa politica culturale “non neutrale” sconfessi apertamente proprio i concetti espressi dalle ultime parole chiave citate, e – peggio – tradisca il ruolo della cultura stessa. Non perché il mondo dell’arte e della cultura debba necessariamente essere neutrale (anzi esso, in quanto costituito da persone, non potrebbe esserlo fino in fondo neanche se lo volesse), ma perché urge capirsi su cosa si intenda per “non neutralità” e su come essa venga effettivamente declinata.

Mi sembra che gli ultimi anni ci abbiano mostrato istituzioni museali e culturali che si sono sistematicamente schierate in blocco dalla parte dell’ideologia politicamente corretta, sedicente progressista, sui temi di volta in volta dettati dall’agenda dei “poteri buoni” e (ma è quasi la stessa cosa) dalla catechesi dei grandi media, dei CEO onusti di gloria e dell’attivismo gradito ai salotti radical chic. Anche altri topics della MuseumWeek, e soprattutto i modi in cui sono presentati, sono sintomi dello stesso fenomeno. Curioso che la non neutralità dichiarata si traduca sempre in un’eco unanime della voce dei saggi padroni, specie in un settore – quello artistico e culturale – che si supporrebbe animato da persone dotate di una qualche vivacità intellettuale e, pertanto, fisiologicamente eterogeneo.

Sarebbe questa la non neutralità dei musei? A dispetto delle intenzioni, tali MuseiNonNeutrali risultano di fatto “neutralizzati”, disattivati proprio nella pretesa funzione di attori del progresso sociale e di animatori di un dibattito a più voci, riducendosi a megafono delle parole d’ordine à la page e ad attacchini di etichette preconfezionate.


Termini come “libertà”, “libertàdiEspressione”, “giustizia”, poco di moda fino a ieri e quasi tabù fino a ieri l’altro, ora tornano in auge se accortamente abbinati ai colori nazionali di un paese belligerante: dobbiamo quindi intendere tali termini solo nelle accezioni suggerite dall’abbinamento? Mi chiedo, piuttosto, se non potesse starci bene in tale contesto anche la parola “pace”, se non altro come timido auspicio. Si vede, però, che nel 2022 la parola non va di moda, ma chissà che prima o poi non torni a rendersi utile…

Forse mi sbaglio, però. Magari durante la Museumweek, quando si parlerà di “libertàdiEspressione” fioccheranno anche tweet a sostegno di scienziati di chiara fama censurati per aver solo pubblicato link ad articoli su riviste scientifiche di riconosciuto prestigio internazionale; l’hashtag “libertàDinformazione” indicizzerà migliaia di dichiarazioni di solidarietà a storici, politologi e freelance occidentali messi alla gogna e criminalizzati per aver diffuso le proprie idee (senza una sola fake news); la parola chiave “giustizia” scatenerà un diluvio di appelli per un giornalista che rischia 175 anni di carcere, o per un’altra freddata da un cecchino, o per i cristiani perseguitati in Africa; degli NFT (Non-fungible tokens), infine, non si parlerà tanto nelle giornate dedicate all’innovazione e ai “creatori”, ma soprattutto nella giornata dedicata all’ambiente, evidenziandone il drammatico impatto in termini di CO2.

Qui in Italia, poi, qualche museo oserà perfino ricordarsi di un filosofo bullizzato da cento “colleghi” senza uno straccio di argomentazione credibile; qualche altro, nel sentir parlare di “libertà”, si interrogherà – pensate un po’ – sulla “libertà di scelta”; nel giorno dedicato alle “lezioni di vita”, più di un’istituzione domanderà ai suoi follower se non ci sia forse qualcosa da imparare dai docenti sospesi e demansionati e dal furore “educativo” del ministro dell’istruzione; al solo sentire le parole “democrazia” e “giustizia”, ci si chiederà se sia degno di un regime democratico discriminare artisti, studiosi, persone in genere solo per la loro nazionalità, o manganellare e colpire con gli idranti manifestanti pacifici, o tenere in carcere e agli arresti domiciliari da febbraio ragazzi di vent’anni, incensurati, per la loro partecipazione a una protesta contro l’alternanza scuola-lavoro. Ma sì, c’è da aspettarsi questo e altro, anzi la MuseumWeek sarà l’occasione per ragionare su cosa diavolo sia capitato all’Occidente e rendersi conto di cos’altro gli sarebbe capitato in futuro se non ci fosse stata la provvida MuseumWeek a farlo rinsavire.

Non può che andare così, dopotutto. Questo era solo lo sproloquio di uno che – non ricordo se l’ho detto – è un grande, grandissimo, colossale rompicoglioni.

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Fabrizio Masucci. Manager culturale, già Direttore del Museo Cappella Sansevero.

La Torre di Babele. Marxismo, ateismo e “neo-umanesimo” visti con gli occhi di Dostoevskij

di REDAZIONE

 

Condividiamo questa profonda e colta riflessione di Alberto Strumia, sacerdote e teologo italiano.

Partendo dalla letteratura distopica – Benson, Orwell – e visionaria – Soloviev -, Strumia approfondisce lo sguardo di Dostoevskij sull’ateismo rivoluzionario, attraverso Lubac.

Portando alla luce come esso costituisca le basi delle ideologie contemporanee del transumanesimo e del neo-umanesimo.

Diffuse, a dire del sacerdote, anche nella Chiesa.

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La Torre di Balele

da ALBERTO STRUMIA

 

Immagino, o almeno spero, che non siano pochi, tra i lettori di questo blog, coloro che hanno letto libri divenuti famosi per il loro carattere predittivo, per non dire “propriamente profetico” – e addirittura “apocalittico” – dell’attuale situazione del mondo, e anche della Chiesa, come Il padrone del mondo  (del 1907) di R.H. Benson, o 1984 (del 1948-49) di G. OrwellIl racconto dell’Anticristo di V.S. Soloviev (del 1899).

Immagino, o almeno spero, che non siano pochi, tra i lettori di questo blog, coloro che hanno letto libri divenuti famosi per il loro carattere predittivo, per non dire “propriamente profetico“…

Meno noto è certamente un altro libro, più impegnativo per i suoi riferimenti filosofici e teologici oltre che letterari, tipici di uno studioso, ma non meno “profetico”, come Il dramma dell’umanesimo ateo di H. De Lubac (pubblicato nel 1945).

Sono libri che sembrano scritti per noi oggi.

Ne propongo qui un brano, tratto dal paragrafo intitolato “La Torre di Babele” nel quale l’autore segue la lettura “profetica” condotta da Dostoevskij nei suoi scritti, facendosi egli stesso in qualche modo profeta con lui.

Ne Il dramma dell’umanesimo ateo, De Lubac ci mostra la visione di Dostoevskij

Per alleggerirne la lettura, densa di elementi anche piuttosto “tecnici”, ho estratto dal testo, senza alterarle, quelle parti che mi sono sembrate ben leggibili e cariche di giudizi e indicazioni per i nostri giorni.

Ho inserito anche, in parentesi quadra, qualche mia breve annotazione per facilitare alcuni riferimenti agli accadimenti dei nostri anni.

Ecco il testo:

<<L’avventura che agli sguardi di tutti appare più attuale, è quella simboleggiata dalla Torre di Babele. Dostoevskij adatterà l’antico simbolo biblico per esprimere l’avventura socialista [oggi fusasi con quella “liberal laicista occidentale”, come Orwell aveva previsto nel suo 1984], da lui intesa in un senso particolare.

Socialismo, ateismo e la Torre di Babele, ovvero il mondo senza Dio

Per lui “il socialismo non è soltanto la questione operaia o quella del quarto stato, è anzitutto la questione dell’ateismo, della sua incarnazione contemporanea; è la questione della Torre di Babele, che si costruisce senza Dio, non per raggiungere i cieli dalla terra, ma per abbassare i cieli fino alla terra” (I fratelli Karamzov, I, 32).

Questa Torre di Babele, diciamolo subito, l’uomo non la può costruire da solo.

Se non sarà Dio ad aiutarlo, bisognerà che intervengano i demoni.

Essa sarà l’opera di veri demoni, e se questi da soli non ci riusciranno, allora altri, più realisti, si rivolgeranno segretamente al capo delle armate del male, a Satana.

“La Torre di Babele resterà senza dubbio incompiuta, come la prima, dice il Grande Inquisitore. Gli uomini verranno a trovarci dopo di avere penato degli anni per costruirla, e saremo noi a portarla a termine” [il satanismo in progressiva crescita, in forme criptate, come “gioco” e “sfida”, o esplicite, attraverso le sette, i film e internet, oggi ha raggiunto giovani, gente comune, capi di stato e potentati finanziari].

Dostoevskij ci propone due formule di socialismo ateo: l’una fa l’oggetto del romanzo I demoni; l’altra viene esposta dal Grande Inquisitore immaginato da Ivan in I Fratelli Karamazov.

Dostoevskij ci propone dunque due formule di socialismo ateo, tutte e due diaboliche: l’una fa l’oggetto del romanzo I demoni; l’altra viene esposta dal Grande Inquisitore immaginato da Ivan in I Fratelli Karamazov.

I demoni è una discesa nelle profondità più tenebrose dell’anima umana, e nello stesso tempo il gesto annunciatore in cui l’Europa leggerà il suo destino.

E quali profondità nella diagnosi!

Non ci si deve però ingannare.

Se egli si mostra feroce per i rivoluzionari, di cui scolpisce così bene i lineamenti, non mostra però di avere maggiore pietà per il mondo che questi fanno crollare; “meno di qualunque altro, ha scritto Berdiaev, egli si farebbe il difensore del vecchio mondo borghese; nello spirito, egli è rivoluzionario, ma vuole una rivoluzione con Dio e con Cristo” (Les sourses et les sens du communism russe116).

I demoni è una discesa nelle profondità più tenebrose dell’anima umana, e nello stesso tempo il gesto annunciatore in cui l’Europa leggerà il suo destino.

C’è qualche cosa nella sua anima che cospira perfino con quei demolitori da lui esecrati, e la visione apocalittica che sorge dinanzi a lui, non prende tutta la sua sostanza dagli orrori vissuti di cui si informa: essa procede pure dalle sue “disposizioni apocalittiche”.

I socialisti rivoluzionari sono gli eredi dei liberali che alla scuola dell’Occidente sono diventati atei. “Annientare Dio”, questo è il primo punto del loro programma, la prima parola d’ordine che essi diffondono con i loro fogli di propaganda. Poi tirano le conseguenze di questo ateismo: non contentandosi di una vaga fede nel progresso, essi intraprendono la costruzione di una umanità senza Dio. Sono logici. Ma dove li condurrà questa logica?

Distruggere la società, cacciare i sogni…

La prima fase del loro lavoro è distruttiva: distruzione della vecchia società, soprattutto distruzione di tutto quello che derivava dalla fede in Dio. Non solo il cielo viene vuotato, ma l’uomo viene sconsacrato. Più nulla in lui deve richiamare una origine trascendente ed un destino sacro. Bisogna cacciare tutti i sogni, ed allora sulla base della scienza, si potrà mettersi a costruire un nuovo edificio, si potrà organizzare il benessere della umanità.

Si tratta sempre della famosa Torre. Ma una volta che l’uomo si sia liberato di Dio, sarà poi libero di fatto? Quelli che vogliono procurare la sua felicità, capiscono molto presto che la dovranno procurare suo malgrado.

Tra i congiurati uno solo ha seriamente riflettuto al problema; uno solo ha concepito un piano completo per ciò che dovrà tener dietro alla rivoluzione. Il suo sistema è semplice ed egli lo riassume in questa formula: “partito dalla libertà illimitata, sono arrivato al dispotismo illimitato”.

Che si divida dunque la umanità in due parti. Un decimo avrà sugli altri nove decimi una autorità assoluta. Questa è la condizione necessaria per instaurare il Paradiso.

Senza dubbio, come gli viene suggerito, sarebbe ancor più logico di sterminare questi nove decimi; allora non resterebbe altro “che un pugno di gente istruita, che organizzandosi secondo i principi scientifici, vivrebbe felice per sempre”. Questa idea non ha che un difetto: è troppo difficile a mettersi in pratica.

Dostoevskij con questo intende suggerirci “che i sistemi sociali fuori delle basi cristiane, la sola sorgente capace di trasformare l’uomo, diventano fatalmente dei sistemi di violenza e di schiavitù”.

I fatti hanno forse mostrato che la sua convinzione non era arbitraria!

Ma egli pensava inoltre che l’esperienza non poteva essere spinta fino in fondo. Alla base della impresa, c’è ancora troppa utopia! Supponiamo infatti la vecchia società sia abolita e che incominci ad edificarsi la nuova: “ne risulterebbero tali tenebre, un tale caos, qualche cosa di grossolano, di così cieco ed inumano, che tutto l’edificio crollerebbe sotto le maledizioni della umanità, prima ancora che fosse finito di costruire” (Diario di uno scrittore,I, 348).

I fratelli KaramazovA questo punto entra in scena il Grande Inquisitore. Costui, l’uomo che suscita una fede frenetica nel gregge che disprezza e che ha il potere spaventoso di fare rinnegare Gesù da parte di quegli stessi che un’ora prima l’acclamavano, appartiene ad una famiglia spirituale ben diversa da quella dei nostri rivoluzionari.

Egli non ha mai dato ricetto nel suo cervello al minimo atomo di utopia; non incomincia col sognare “liberazioni”. Volendo lui pure il bene dell’umanità, egli ne conosce fin da principio le condizioni; ne pone nettamente l’antitesi: libertà o felicità.

Per essere felici, sono totalmente alienati

[…] Il sistema del Grande Inquisitore non si arresta alla costrizione esterna ma asservisce le anime. In grazia sua gli uomini trovano “un depositario della loro coscienza”.

La “grave preoccupazione di scegliere” è loro ormai risparmiata; non hanno più né da pensare, né da volere. Neppure in faccia alla morte, avranno la rivelazione del loro destino: è prevista la loro eutanasia spirituale [oltre  a quella del corpo].

Per essere felici, essi sono totalmente alienati. Ora la Torre può essere eretta; le fondamenta sono solide. L’Inquisitore ha scavato fino alle radici dell’essere, ed ha estirpato ogni germe perturbatore. Egli, senza nulla perdere della sua calma sovrana, ha fatto alleanza con Satana, “lo Spirito terribile ed intelligente, lo Spirito della negazione e del nulla, lo Spirito profondo, eterno, assoluto”. È il profeta del nulla, ed è ciò che costituisce la sua forza terribile. Egli solo può riuscire, perché egli solo ha l’audacia di affrontare Dio, come la sua vivente antitesi; cos’è infatti Dio se non un creatore di libertà? Egli solo ha dunque il diritto di dire al Cristo, quando questi vuole ancora venire ad immischiarsi nelle faccende di questo mondo: “Perché ci vieni a disturbare?”. Egli solo può proclamarsi l’Anti-Cristo.

Il pensiero dominante di Dostoevskij è che uccidendo Dio nell’uomo, si uccide con ciò stesso l’uomo. […]

Socialismo e superomismo

Il Grande Inquisitore con il partito che associa al suo segreto ed alla sua opera combina assieme il tipo del “socialista” e il tipo del superuomo, quali sono stati abbozzati negli altri romanzi; due volte ateo – cioè sempre contro Dio –, due volte, per conseguenza, contro l’uomo: negli altri ed in se stesso. Se questa figura è la più impressionante, è pure la più profetica tra tutte quelle che sono state generate dal genio di Dostoevskij. Poco importa lo scenario su cui l’ha collocata. Egli credeva veramente, noi lo sappiamo, che il “cattolicismo romano” avesse “venduto il Cristo in cambio del regno della terra” [il paragone con i nostri ultimi anni è raccapricciante, ma “inevitabile”!].

Ma quel socialismo del Grande Inquisitore non rassomiglia affatto a quello che la storia già gli mostrava nei suoi primi protagonisti, né a quello che aveva descritto ne I demoni, prendendo le mosse dai terroristi russi.

Oggi tutto questo è il “Nuovo ordine mondiale” massonico, il tanto predicato (nella politica come anche nella Chiesa) “nuovo umanesimo”…

È notevole il suo carattere positivista. Il Grande Inquisitore ed i suoi associati sembrano essere fratelli di quei “servitori della Umanità” sognati da Comte; “degni ambiziosi” che “si impadroniscono del mondo sociale non per diritto alcuno, ma per dovere evidente”, per poter organizzare l’“ordine finale” [oggi tutto questo è il “Nuovo ordine mondiale” massonico, è il tanto predicato (nella politica come anche nella Chiesa) “nuovo umanesimo”, è quello che vediamo accadere “intorno” e ormai anche “addosso” a noi].

Anche il potere che instaurano, si presenta come fosse anzitutto l’opera di una volontà di potenza.

Quelli che la realizzeranno sono una razza di Dominatori.

Ideologie sociali, neo-paganesimo, ambientalismo, panteismo

Per stabilire l’ordine nuovo, essi pensano dapprima al loro dominio: “Noi ci siamo dichiarati i dominatori della terra” [mediante l’ideologia: sociale, ecumenista, pagana, ambientalista, naturalista, panteista, ecc.]; bisogna che essi portino a termine la loro conquista: “noi raggiungeremo il nostro scopo, saremo Cesare, il nostro regno sarà deificato”; solamente in seguito essi si occuperanno dell’umanità che disprezzano ed ingannano: “Noi allora penseremo alla felicità universale”. Non annunciano essi forse il “tempo del disprezzo”? Ma profezia non è previsione; è anticipazione spirituale.

Questo profeta conviene leggerlo secondo lo spirito di ogni profezia, e, pur senza rinunciare alla speranza di trovarvi dei segni che ci aiuteranno a interpretare il nostro tempo, ricordarci che egli ci trasmette un genere di verità di cui nessuna realizzazione storica può esaurire il senso.

Secondo il Grande Inquisitore, l’umanità è tormentata da un bisogno di unione universale, e se tutti l’accolgono con riconoscenza, è perché tutti trovano in lui non solo un padrone, non soltanto un depositario della loro coscienza, ma ancora “un essere” che fornisce loro i mezzi di unirsi per non fare più che un grande formicaio. Dostoevskij sa che questo bisogno si trova di fatto nel cuore dell’uomo. Ma egli sa anche che il “formicaio”, il “grande formicaio uniforme” non lo soddisfa affatto.

Il fatto si è che non c’è unione degna di questo nome che tra persone, e non c’è persona senza libertà, come non c’è libertà senza Dio.

La legge di un mondo che rifiuta Dio è una legge di frazionamento e di isolamento completo, tanto più marcata quanto più stretta è la rete formata dai legami sociali

Le bestie del branco non sono unite affatto.

La legge di un mondo che rifiuta Dio è una legge di frazionamento e di isolamento completo, tanto più marcata quanto più stretta è la rete formata dai legami sociali. “In questo secolo tutti sono frazionati, ognuno si allontana dai suoi simili, ed allontana i suoi simili da sé; invece di affermare la loro personalità, tutti cadono in una solitudine completa”; così “gli sforzi degli uomini non sboccano che al suicidio totale”. “Questo isolamento terribile un giorno finirà certamente”, ma quel giorno sarà il giorno in cui il segno del Figlio dell’Uomo apparirà in cielo…

Al messianismo terrestre, Dostoevskij oppone dunque l’apocalisse cristiana; ai sogni di un paradiso collocato nell’avvenire umano, la speranza del Regno di Dio.

Conosciamo le interpretazioni di un troppo facile conservatorismo, che sul piano politico e sociale ha potuto accogliere un tale pensiero. Ma ora questo non ci interessa. Non sfuggiremo una verità per paura dei suoi abusi, o per diffidenza delle condizioni psicologiche che hanno potuto favorire il suo sbocciare. Così pure non si tratta qui di adesione, ma di intelligenza, e Dostoevskij non può essere compreso che in profondità.

Dostoevskij denuncia l’utopia socialista ancora sotto un altro aspetto.

Questa Torre di Babele, supposto che un giorno si innalzi, che alla fine essa offra una dimora abitabile, in nome di che cosa mi si può costringere oggi a seppellirmi nelle sue fondamenta? Ogni generazione vale come un’altra, e la città futura non potrebbe mai interessarmi, come invece mi interessa un Regno eterno…[…]

Ora è venuta “la bonaccia e gli uomini sono rimasti soli, come volevano: la grande idea di un tempo li ha lasciati; la grande sorgente di energia che finora li ha alimentati e riscaldati si è ritirata, ma ora è l’ultimo giorno dell’umanità. E tutto ad un tratto gli uomini hanno compreso che sono rimasti completamente soli, hanno sentito bruscamente un grande abbandono di orfani”. Divenuti orfani, che faranno essi se non serrarsi gli uni contro gli altri, prendersi le mani, sapendo ormai che essi sono tutto gli uni per gli altri? Con Dio, anche l’immortalità li ha abbandonati. E per questo “tutto quel grande eccesso di amore” che era orientato verso l’aldilà, troverà forse ora il suo oggetto sulla terra? Non lavoreranno essi tutti gli uni per gli altri, consolandosi a vicenda, ciascuno facendosi tutto a tutti?

Villaggi interi, città e nazioni intere ne erano contaminate e perdevano la ragione

In altra parte egli ha visto cosa diventano gli uomini orfani; ha visto un flagello inaudito abbattersi sull’Europa: “Certi esseri parassiti, esseri microscopici di una specie nuova [oggi abbiamo un virus cinese; e poi che cosa dobbiamo aspettarci? Un microchip che ci pilota nel pensare e nell’agire?], avevano fatta la loro comparsa, eleggendo il loro domicilio nel corpo delle persone. Ma questi animaletti erano spiriti dotati di intelligenza [artificiale?] e di volontà [di chi li ha fatti programmare in nome del potere?]. Gli individui che ne erano affetti, diventavano all’istante pazzi furiosi. Ma mai, mai gli uomini si erano tanto creduti così in possesso della verità quanto credevano di esserlo quegli afflitti.

Mai avevano tanto creduto alla infallibilità dei loro giudizi, delle loro conclusioni scientifiche, dei loro principi morali e religiosi.

Villaggi interi, città e nazioni intere ne erano contaminate e perdevano la ragione.

Tutti erano in angoscia, e non si comprendevano più gli uni gli altri [il relativismo è la nostra Torre di Babele. E quando la verità è ridotta a opinione essa non si impone più per la sua evidenza o la sua razionalità, ma viene imposta come ideologia in un “pensiero unico” da chi ha il potere del momento].

Ognuno credeva di possedere da solo la verità (la sua opinione) e di discernere ciò che era il bene ed il male.

Non si sapeva chi condannare, chi assolvere [in queste condizioni il peccato non è più una colpa personale, ma viene scaricato sulle “strutture”. Questo è il marxismo nascosto nelle nostre apparenti democrazie stataliste.

[Ma oggi, finalmente, non è più affatto nascosto, se non agli occhi degli ingenui, o dei suoi complici]. Gli uomini si uccidevano gli uni gli altri, sotto l’impeto di una collera assurda [sono i delitti di oggi, domestici come in strada, per futili motivi, efferati nei modi e nelle conseguenze, perché satanici nella loro origine]. Scoppiarono incendi, poi fu la fame… La pestilenza faceva strage e si propagava sempre più. In tutto il mondo soltanto alcuni potevano essere salvi: erano i puri e gli eletti, predestinati a rinnovare la terra; ma nessuno in nessun posto faceva attenzione a quegli uomini, nessuno ascoltava la loro voce” (Delitto e castigo, II, 557). [È un piccolo resto del popolo cristiano che, nascostamente, in piccoli gruppi, non senza l’intervento di Dio, salva la ragione e la fede]>>.

 

(H. De LubacIl dramma dell’umanesimo ateo, Morcelliana, Brescia 1979, pp. 259-268)

NOTE

L’articolo è leggibile per intero su Alberto Strumia e  Sabino Paciolla.

 

LINK E RISORSE

Il padrone del mondo, di Robert Hugh Benson – Fazi editore

1984, George Orwell – edizioni Mondadori

Il racconto dell’Anticristo, Vladimir Solov’ëv – Fazi editore

H. De LubacIl dramma dell’umanesimo ateo, Editrice Morcelliana

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Alberto Strumia è sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari.  www.albertostrumia.it