Il dogma imprescindibile

di MARCO NASTASI

La libido mortuaria inscritta nell’inorganico: macchine, codici, mascherine, virus, metaverso, distanza. Il nuovo Eden che sta prendendo forma sulla terra, la terra promessa dell’Uomo Nuovo, dove la carne ed il sangue sono solo parametri per definire la vita come il testo scritto dalla paura della morte. Il corpo, se la fluidità diventa un dogma imprescindibile, altrimenti che sia conservato per testare i farmaci. L’elisir, mentre la carne ed il sangue sono i veleni di chi ancora interroga il buio.

Propaganda da Tiffany. “Dove niente di veramente brutto può capitarti”

di MATTIA SPANÓ

In casi come una pandemia o una guerra, il potere ricorre alla propaganda. Per la verità, propaganda è l’alfabeto del potere anche durante la gestione degli affari correnti.

È la propaganda che agita le acque al punto da generare la crisi, lo stato di eccezione, il pericolo mortale. O che a tratti si limita a gestire la “normalità” – la più raffinata delle invenzioni semantiche della propaganda.

La propaganda si fonda sul concetto primordiale di nemico, cioè un’entità che minaccia la quantità e la qualità della vita. Il nemico può essere il cambiamento climatico, una pandemia, la Russia, il terrorismo islamico, i no-vax, il fantasma del fascismo, gli omofobi, la mafia, il razzismo.

Sono tutti fattori realmente esistenti, ma la domanda cruciale è: sono davvero una minaccia?

Un potere politico radicalmente impotente come quello che presiede le nostre esistenze sopravvive di sola propaganda. È un potere che alla domanda appena posta risponde: sì, sono una minaccia reale.

Dal momento che non sa più incidere positivamente nell’economia, nella società, nella diplomazia, per mezzo della propaganda inchioda le persone alla paura del nemico.

La propaganda serve a diffondere una, e solo una, verità assoluta che non può essere criticata e messa in discussione: l’esistenza del nemico

La ragione profonda di ciò è che lo Stato occidentale moderno si regge su alcuni luoghi comuni incompiuti come la democrazia, la libertà, l’uguaglianza e soprattutto un benessere relativo (il nostro stile di vita).

È uno Stato approssimativo, tendenziale: si avvicina, gira intorno, poi deve calciare il barattolo ma non troppo, perché i cittadini credano che resti a portata.

Il cittadino accetta di chiudere un occhio su alcuni malfunzionamenti del sistema, e sullo scostamento dell’obiettivo, in cambio del godimento dello statu quo nunc fornito dal sistema stesso.

Quello di cui sembra non accorgersi è che, dal punto di vista del potere, questo statu quo nunc non solo non esiste, ma non deve esistere.

Il potere non ha nulla a che fate con la politica democratica, la quale è talmente indebolita ed esangue da limitarsi a sottoscrivere ciò che la massa chiede in base a ciò che crede di volere.

È il consenso che muove la politica, non il contrario. La politica è governata dalla volontà posticcia e informe delle masse, così come essa viene rappresentata dai mass-media.

La politica finanzia i mass-media, che interpretano una spettrale “volontà del popolo” e la rappresentano alla politica, in un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

La comunicazione mena le danze. Il consenso è mutevole e basato sull’impulso.

La “macchina democratica” ha come carburante il cambiamento continuo, che garantisce una parvenza di alternanza e accorda al popolo una possibilità di scelta irrilevante, il quale vive nell’illusione costante di poter “cambiare le cose”.

La comunicazione propagandistica agisce in puro stile stimolo-risposta: provoca reazioni innaturali nell’opinione pubblica, e su queste innesta ulteriori provocazioni allontanando i cittadini dal contatto coi bisogni reali.

Non solo, il potere “democratico” invita il cittadino a battersi per risolvere certi problemi, lo chiama ad essere “attivo”, a “partecipare”: ad esempio la parità di genere e di salario fra uomo e donna, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, il lavoro remoto, il sesso liquido e decidibile, sono spacciate per conquiste della “società civile”.

Si crede, ma è appunto una credenza, che in questo modo la società migliori un già elevato livello di benessere e civiltà. Soprattutto, il cittadino si convince di decidere liberamente del proprio destino come singolo e come membro della comunità.

Anche il cittadino che non condivida tali cambiamenti migliorativi, nel subconscio li accetta perché pensa che domani toccherà a lui vedere esaudite le sue istanze.

Crede di vivere in un sistema libero, il che lo spinge ad accettare anche quelle leggi e costumi ai quali è contrario, perché si tratta di un’”espressione democratica”.

Pensa che quella che è a tutti gli effetti propaganda sia al contrario l’espressione di una genuina volontà popolare, e che il potere esista e sia necessario per realizzare questa volontà. 

Questo “accadere della volontà popolare” si chiama libertà, e non accade mai. È una libertà astratta che funziona da palliativo analgesico, vagamente soporifero. Non deve realizzarsi, deve semplicemente far credere che lo farà.

Il motivo per cui una persona o un gruppo perfino maggioritario di persone non vedrà mai espressi i propri bisogni nell’Agenda setting è banale. Si può descrivere come la minoranza maggioritaria che condiziona (qualcuno direbbe: opprime) una maggioranza minoritaria.

Una minoranza che apporta idee e soluzioni di rottura dispone di mezzi finanziari e una capacità di penetrazione mediatica enorme e razionalmente incomprensibile, soprattutto in una società fondata sul processo di produzione (input-output).

Una simile società non deve soddisfare bisogni, ma “crescere”. Non produce “offerta”: produce ricchezza, vale a dire stock di eccedenze.

Bisogna allora costruire una minoranza, a volte molto sparuta, che distrugga le eccedenze e generare povertà. La povertà è la condizione ideale per il potere democratico: accresce nei cittadini la fame di “cambiamento”.

In effetti uno stato delle cose “normale”, già accettato dalla maggioranza, non permette alcuno spazio proiettivo all’azione politica. Il potere nei regimi democratici si fonda sul futuro, mai sul presente e men che meno sul passato.

La riscoperta dei fasti del passato è un tratto tipico dei regimi totalitari di destra del ‘900. La Roma Antica per Mussolini, i Nibelunghi e Agarthi per Hitler.

Fra le tante ragioni della loro eradicazione ce n’è una peculiare: sono regimi privi della visione progressista nelle magnifiche sorti, e pertanto monchi. Restaurano, non innovano.

La visione del Sol dell’Avvenire che invece sostiene i regimi orientali come quello sovietico e cinese è sopravvissuta nel loro carattere utopico, e dopo essere iniziata in Occidente vi è tornata trasfigurata dalla visione circolare del tempo tipica dell’Oriente.

È una forma-pensiero resiliente, non dimostrabile e perciò non falsificabile: l’Eden terrestre che promette non si è ancora realizzato, quindi non può essere negato né l’avanzata verso di esso può essere impedita.

Così nella minoranza maggioritaria, l’attivismo politico diventa una professione ben pagata, e i media danno voce a queste idee dirompenti.

La minoranza diventa maggioritaria perché la sua presenza sulla scena sociale e politica è quasi esclusiva: essa porta il cambiamento, il “nuovo”.

La minoranza fronteggia una maggioranza silenziosa cui nessuno dà voce – la tradizione non porta, per assioma, elementi di novità notiziabili – per di più sottoposta al giogo della produzione: deve produrre per vivere, non ha tempo né risorse per influenzare il modo di vivere e pensare altrui.

È una maggioranza il cui peso specifico culturale è inesistente, e come tale minoritaria. Si accontenta di ciò che ha, non pensa alle alternative, è destinata a subire passivamente – al massimo a reagire – al pensiero di rottura della minoranza.

Se osserviamo il modello delle minoranze maggioritarie che contrastano le maggioranze minoritarie, senza per forza voler supporre disegni eversivi retrostanti, notiamo che il carattere eversivo è intrinseco al meccanismo: ogni tot anni un sistema simile, a chiarissima matrice computazionale, deve resettarsi.

A dispetto della convinzione di molti, il pensiero computazionale – un ibrido matematico-strutturalista – precede l’invenzione del computer.

I limiti di questo tipo di modello di sviluppo culturale fondato sulla propaganda, ovvero su un sistema di istruzioni interdipendenti (il programma, che vende un partito ai cittadini o fa girare un’applicazione sul telefono) sono ben descritti nell’aspirazione della protagonista del romanzo di Truman Capote, Colazione da Tiffany: rifocillarsi dalle asprezze della vita in un luogo “dove niente di veramente brutto può capitarti”.

Torna la promessa del paradiso perduto: facciamo le riforme, e staremo meglio, approviamo la legge contro l’omofobia e tutto andrà bene, inviamo armi all’Ucraina così che il pazzo presidente russo perda e il mondo sia un posto migliore.

Ma il programma o non si realizza, o invecchia e va sovrascritto o disinstallato, o va in crash. Edulcorare la pillola invocando l’irreversibilità del progresso – una baggianata sesquipedale, a parer mio – non serve a nulla. Primo limite.

C’è poi un problema di smaltimento delle scorie culturali: piaccia o meno, l’Occidente si fonda sull’osservazione ordinata della natura tipica del pensiero greco, e sull’origine di questa natura in un Creatore divino secondo il pensiero giudaico-cristiano.

Quelli che oggi ci appaiono come rottami disfunzionali sono un ingombro dello spazio culturale (che non è infinito chiunque lo occupi, come non sono infiniti i server di Google): presto o tardi entreranno in conflitto con il nuovo, e verosimilmente lo stritoleranno. Secondo limite.

Da ultimo, il carattere circolare del pensiero minoritario che diventa maggioritario e che per sopravvivere deve tornare ciclicamente a disfare i risultati conseguiti, vale a dire ripetere all’infinito il giochino, ad un certo punto non troverà alcun fondamento solido come il logos e il divino, ma soltanto la fragile stratificazione del vecchio codice-macchina che occupa memoria.

È condannato a esplodere e implodere in continuazione, a sviluppare calore che finisce per liquefarlo, a radicalizzarsi sempre più annichilendo sé stesso. Terzo limite.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Garantire l’abuso

La lettera dei garanti dell’infanzia della Basilicata a Bianchi e Speranza

di EUGENIA MASSARI

I garanti dell’infanzia della Basilicata scrivono ai ministri Bianchi e Speranza per sollecitare l’abolizione dell’uso delle mascherine nelle aule scolastiche.

I garanti riportano il parere di novanta esperti sugli ormai accertati danni da mascherina sui minori, tra cui: aumento istinti suicidiari, disturbi alimentari, disturbi della sfera cognitiva, disturbi comportamentali. I garanti parlano quindi di emergenza salute mentale.

Per poi chiaramente affermare, di fatto, che la misura sarebbe necessaria non per cessare il danneggiamento della salute pubblica, nel testo ammesso e denunciato. Quanto per premiare i minori che hanno ubbidito alle regole.

E, soprattutto, in vista dell’autunno. Quando, sollecitano i garanti, andrà bene re-imporre i dispositivi e gli interventi che danneggiano la salute pubblica.

LEGGI LA LETTERA

Tornare a vivere insieme 

di MATTIA SPANÓ

Dobbiamo tornare a vivere insieme. Ciò significa che dobbiamo tornare a fare politica. L’essere umano vive in comunità organizzate: la politica è l’attività di organizzazione positiva orientata al bene del singolo e della società.

Dalla fine della Prima Repubblica segnata da Tangentopoli, un ritornello si è imposto agli italiani: la politica è un affare sporco per gente incapace e corrotta.

Questa idea semplice si è incistata ad un livello talmente profondo della psiche che ormai viene percepita come una legge fisica, o un’evidenze empirica come “la pioggia bagna”.

Dire che la politica è sporca e cattiva è come dire che al ristorante si mangia sempre bene. Oppure che la “Scienza” è sempre buona e gli scienziati sono esseri angelici sempre totalmente disinteressati. Affermazioni talmente false da essere comunemente accettate, in forza della loro banalità priva di sfumature.

Questa insistenza nel confondere un’opera indispensabile come la politica con il suo autore accidentale ha scatenato una guerra sotterranea fra una generazione di politici infinitamente mediocri e la società civile. 

Tizio promette a Caio la luna, Caio lo vota, Tizio in parlamento vota Sempronio primo ministro, Sempronio fa l’esatto contrario di quanto Tizio ha promesso a Caio.

Per un effetto paradosso, bersagliare di improperi la politica ha messo al riparo i politici da critiche e accuse, o meglio dagli effetti concreti di queste (nel Medioevo, cacciarli con torce e forconi o ricoprirli di pece bollente e piume, ma erano tempi bui popolati da gente ottusa e rozza).

Ecco come, per eterogenesi dei fini, l’idea che la politica sia brutta sporca e cattiva si è avverata. C’è un principio dell’economia che mette in guardia dalle profezie e aspettative negative, le quali hanno la straordinaria tendenza ad avverarsi. Vale anche per la politica.

Parlare un giorno sì e l’altro pure di governo ladro ha fatto sì che avessimo esattamente ciò che abbiamo evocato. Ci si è concentrati sulla trama del brutto film dimenticando gli attori cani.

Questo giochino mentale ha permesso, in Italia, di piazzare qua e là “governi tecnici” o “del presidente” che certificassero per autopoiesi “il fallimento della politica”: i vari Ciampi, Amato, Dini, Monti, Draghi. Con la scusa delle “competenze” mancanti (concetto, quello di “competenza”, ermetico e fumoso quanto quello di “merito”) si sono imposti al potere figure “competenti” nel governare il paese.

Per ghiribizzo, questo sì populista, si è preso l’aggettivo “competente” generalizzandolo. Cioè si è fatto compiere ad una competenza per definizione verticale – so fare la pizza – un tuffo carpiato logico con triplo avvitamento – so governare un paese. 

Il falso sillogismo che se ne ricava è: so fare la pizza buona, quindi so governare il paese, ergo il mio governo è buono come la pizza.

Mettiamo il giocattolo sotto la lente d’ingrandimento e osserviamolo bene.

Politici incapaci e incompetenti eleggono uno di loro presidente della Repubblica. Appena eletto, su costui scende la fiammella della Spirito Santo e diventa un esempio di virtù preclara, un illuminato statista votato al miglior interesse della nazione.

Questo Gran Sacerdote dell’unità nazionale, una volta insignito della più alta carica prende miracolosamente coscienza del fatto che coloro che lo hanno eletto sono degli incapaci incompetenti, per di più autori di svariate marachelle ai danni dell’erario (banchi a rotelle e mascherine, per citare gli ultimi sperperi… nelle more: anche Domenico Arcuri è un “tecnico” di Stato). 

Nomina allora un “tecnico” a capo di un governo di “tecnici” che guidi la nazione verso un avvenire dove scorrono fiumi di latte e miele.

Peccato che anche i tecnici si inchiodino alle tecnicissime poltrone su proposta degli stessi politici incapaci e corrotti con l’eccezione, come abbiamo visto, del presidente che un bacio parlamentare ha tramutato da ranocchio in bel principe. E non solo lui: anche i “tecnici”. Si prendano in esame i valzer dei partiti quando scadono le nomine nei CdA delle controllate statali.

Commissari europei, presidenti della Commissione Europea, direttori del Tesoro, della Banca Centrale nazionale o europea. Tutte nomine politiche. Si vedano le carriere dei tecnici summenzionati e mi si dimostri che sbaglio.

In soldoni, politici incapaci e corrotti sono capaci e onesti quando si tratta di eleggere il presidente della Repubblica (super partes, ça va sans dire) e di proporre per ruoli tecnici figure di altissima competenza e valore morale.

Non rimane che votare la fiducia al governo tecnico che salverà il paese dal disastro. Coerentemente, i politici appoggiano tali governi “tecnici” che decretano la loro inettitudine. La distinzione fra “politici” e “tecnici” è puro fumo negli occhi. Nella realtà, non esiste.

Ora: è un fatto che questa impalpabile dissonanza cognitiva non sfiori neppure la chimerica coscienza collettiva. Non pone alcun problema logico. 

Forse non si fa gran pubblicità alla cosa, in ogni caso chi si accorge delle crepe nei ragionamenti tace per paura dello stigma sociale, e della perdita di quei piccoli benefici che il potere accorda volentieri a chi brucia il granello d’incenso in suo onore – in genere, generosamente non lo uccide.

Arriviamo così conciati alla pandemia, che non fa altro che avverare il vecchio adagio latino homo homini lupus. L’uomo è un pericolo mortale – e morale – per l’altro uomo. La società va letteralmente in pezzi. Il legame, la relazione umana diventano il veicolo di contagio di pesti e piaghe bibliche a cui la Scienza e la Tecnica pongono rimedio. O meglio no, ma bisogna credere che così sia, amen.

Conclusione: la politica fa schifo, i tecnici sono bravi e scientifici, la società non esiste più. C’è un bel libro del professor Alberto Contri, La sindrome del criceto, che spiega con grande chiarezza e arguzia questo fenomeno terminale di disgregamento dell’identità consapevole di sé e del mondo.

Che fare, allora? Come uscirne?

Preso atto che In Italia esiste una minoranza che ha capito il gioco ed è stanca di giocare, si tratta di unirla sotto un’unica bandiera e presentarsi alle elezioni.

Questo non è possibile: in una società frantumata, le piccole isole che come banchi di ghiaccio vagano alla deriva nell’Artico quando va bene non comunicano fra loro. Quando va male si guardano in cagnesco, sospettano fra loro, difendono interessi di bottega e personalismi dei leader.

Per di più, dalla legge Calderoli – il Porcellum – i candidati alle politiche vengono decisi dalle segreterie di partito. Una democrazia in crisi come quella italiana sfocia, volente o nolente, in una forma più o meno violenta di totalitarismo.

L’ultima isola felice prima dell’autarchia – che sospetto verrà soffocata nel sangue – sono le elezioni comunali. Si cominci allora presentando candidati alle elezioni comunali e si sostengano anche dando l’appoggio esterno, vale a dire senza trasformarsi in partiti politici che otterrebbero percentuali dello zero virgola.

Si cominci un lavoro di tessitura di rapporti personali nei comuni. Si abbandoni l’idea di federare le comunità, le associazioni culturali, i gruppi di resistenti. Si pensi piuttosto a coordinarli.

Soprattutto, e questo è l’aspetto fondamentale, si abbandoni l’idea di fondare nuovi partiti politici e si pensi molto seriamente a formare uomini e donne che sappiano fare politica.

Fatto ciò, un libero congresso delle realtà territoriali eleggerà i propri rappresentanti nelle istituzioni nazionali. Questi prenderanno la strada più congeniale collocandosi a destra, centro o sinistra del parlamento, ma con un’idea precisa di come funziona un paese. Non “cittadini a 5 stelle” né “tecnici”, ma politici di professione. Inevitabilmente, agiranno bene o male, ma saranno formati dal popolo che li sostiene, non da lobby oscure e interessi sovranazionali.

Si tratta di abbandonare un gioco per inventarne un altro che sia democratico non in senso meramente ideale, ma pratico. Non è la politica che governa gli uomini, ma sono gli uomini a governare la politica.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Dai vaccini Covid alla guerra in Ucraina, stiamo affogando nel politicamente corretto

di ALBERTO CONTRI


Dio è morto, Marx è morto, e nemmeno io mi sento troppo bene”. Oggi si potrebbe parafrasare questa famosa battuta di Ionesco (a dispetto di quanti pensano fosse di Woody Allen) in questo modo: la guerra infuria, i talk show impazzano, ci mancava pure la wokery. Che in inglese significa un atteggiamento di dogmatismo intollerante e censorio come quello che sta prendendo sempre più piede con la sconsiderata propensione a essere o mostrarsi politically correct. Con tutta una serie di conseguenze assurde come l’abbattimento delle statue di Colombo ritenuto schiavista, o l’ostracismo dato alla scrittrice J.K. Rowling colpevole di avere denunciato la dittatura del pensiero unico woke. In base al quale l’Università di Northampton ha pensato bene di emettere un avviso di pericolo per gli studenti riguardo al romanzo 1984 di George Orwell, che conterrebbe “materiale esplicito che alcuni potrebbero trovare offensivo e sconvolgente”. Ovunque sta avvenendo che chi denunciava limitazioni della propria liberà di pensiero, si stia tenacemente impegnando a limitare quella altrui. Davvero curiosa, per non dire drammatica, la preoccupazione espressa dai media mainstream di tutto il mondo per il fatto che Elon Musk, oggi nuovo proprietario di Twitter, abbia annunciato di voler eliminare la censura vigente oggi sul social network, in base al quale Donald Trump ne era stato escluso. Dunque, ci si spaventa perché su Twitter potrebbero tornare a circolare tutti i pensieri, e non soltanto quello unico.

Altrettanto sta succedendo in Italia, dove alcuni deputati del PD stanno insistendo con la Commissione di Vigilanza perché almeno in RAI non si invitino più nei talk-show gli ospiti critici con gli Usa o la Nato, definiti automaticamente filo-Putin. Oggi i più scatenati filo-atlantisti sono i vertici del PD: è proprio vero che si nasce incendiari e si muore pompieri.

Mentre a un osservatore attento non può sfuggire che in tutti i talk show, programmi e telegiornali le voci critiche siano in realtà ridotte al minimo. Eppure, non si vuole permettere nemmeno una piccola percentuale di dissenso. Qualche critico viene invitato solo per accendere la rissa e per fare scorrere il sangue nell’arena televisiva, moderna rappresentazione dei combattimenti dei gladiatori. Nulla che possa essere utile per poter ragionare sul serio.

Era già successo con il Covid, con la stigmatizzazione di chi si permetteva di non ritenere i vaccini così efficaci e sicuri, eppure oggi, nel silenzio generale, nella comunità scientifica si mormora addirittura di un possibile ritiro dal mercato di alcuni di questi, mentre studi ufficiali di diversi paesi dimostrano che attualmente tre persone su quattro, che siano contagiate, ricoverate o decedute, sono vaccinate con tre dosi. Per non parlare del danno economico provocato dai lockdown, superiore ai vantaggi per la salute, visto che nel frattempo sta emergendo che la malattia da Covid è in larga parte curabile con antiinfiammatori se prescritti precocemente. Ma per due anni, medici in primis, chi lo sosteneva è stato addirittura perseguitato.

Analogamente oggi non è possibile fare dei distinguo sulla guerra in corso, nemmeno dopo aver dichiarato l’illegittimità dell’intervento russo. Se ai tempi dei dibattiti sul vaccino andavano per la maggiore virologi con noti conflitti di interesse, oggi perlopiù si vedono nei talk show rappresentanti di istituti di studi geopolitici o di strategie militari che vivono sostanzialmente di progetti e studi commissionati da enti e istituzioni schierati a prescindere con la Nato. Che considerano la Nato guidata dagli USA come l’angelo protettore del mondo. Quando è noto che ha fomentato guerre disastrose senza chiedere niente a nessuno e senza subire mai nessuna sanzione.

Avvenire del primo maggio ci ha ricordato che attualmente “si combattono 169 conflitti nascosti o ben lontani dai riflettori dei media”. Ci voleva: perché appena qualcuno cerca di ricordare in un dibattito questo tema, il malcapitato viene sommerso di accuse di benaltrismo. Il problema è che oggi la guerra la vediamo in diretta ad ogni ora, mentre della guerra in Iraq si vedevano solo gli effetti delle cosiddette bombe intelligenti, sotto forma di bagliori grigiastri come in un videogioco: né sangue né cadaveri. Come in tutte le guerre, in questo caso poi la propaganda gioca un ruolo fondamentale, e da entrambe le parti. Mentre giornalisti e conduttori sono portati a credere per definizione alle notizie fornite da chi sta subendo l’invasione.

Magari fosse solo un problema di propaganda: qui si sta rischiando davvero la terza guerra mondiale, con le devastazioni previste dal Terzo Segreto di Fatima. Eppure illustri personalità come l’economista americano Jeffrey Sachs della Columbia University (chiamato da Papa Francesco all’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali) o l’ex ambasciatore Sergio Romano hanno seri dubbi sulla volontà di pace della Nato e degli USA: <<Il grande errore degli americani – ha detto Sachs al Corriere della Sera – è credere che la Nato sconfiggerà la Russia: tipica arroganza e miopia americana. È difficile capire cosa significhi “sconfiggere la Russia”, dato che Vladimir Putin controlla migliaia di testate nucleari. I politici americani hanno un desiderio di morte? Conosco bene il mio paese. I leader sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino. Sarebbe molto meglio fare la pace che distruggere l’Ucraina in nome della “sconfitta” di Putin. La mia ipotesi è che gli Stati Uniti siano più riluttanti della Russia a una pace negoziata. La Russia vuole un’Ucraina neutrale e l’accesso ai suoi mercati e alle sue risorse. Alcuni di questi obiettivi sono inaccettabili, ma sono comunque chiari in vista di un negoziato. Gli Stati Uniti e l’Ucraina invece non hanno mai dichiarato i loro termini per trattare. Gli Stati Uniti vogliono un’Ucraina nel campo euro-americano, in termini militari, politici ed economici. Qui si trova la ragione principale di questa guerra. Gli Stati Uniti non hanno mai mostrato un segno di compromesso, né prima che la guerra scoppiasse, né dopo».

È la stessa amara verità espressa con altre parole da Sergio Romano. A fronte del rischio di una guerra mondiale che trasformerebbe la terra in un deserto, sarebbe invece il caso di cercare ogni possibile compromesso, mettendo da parte anche qualche principio cosiddetto irrinunciabile se l’unica ipotesi alternativa è la distruzione del pianeta.

L’aereo più pazzo del mondo

di ANDREA ZHOK

Vivere in Occidente oggi è come viaggiare sull’aereo più pazzo del mondo, ma con Di Maio al posto di Leslie Nielsen.


Se fossimo marziani sarebbe uno spasso vedere dallo spazio gente che si prodiga in contorsioni verbali per santificare quelli che fino a ierlaltro erano il Male Assoluto, gente che condanna Dostojevsky e Ciaikovsky come complici di Putin, che si impettisce a voler “insegnare le regole” a quel maledetto serbo selvaggio di Djokovich, gente che parla di “vincere una guerra nucleare” (sic!) e che ha un tale senso della realtà da pensare di dare il proprio contributo alla vittoria non lavandosi le ascelle con l’acqua calda e coprendo di vernice le case private dei russi.
Come marziani, sarebbe da sganasciarsi dalle risate vedere i giornali promuovere il libro con “i grandi discorsi della storia” mettendo Zelenski accanto, anzi un po’ sopra, a Gesù, Buddha e San Francesco.


Sarebbe tutto divertentissimo, se sull’aereo più pazzo del mondo non ci stessimo davvero viaggiando, a dieci chilometri d’altezza, con alla guida gente che sta litigando sugli usi legittimi della lettera Z e una tempesta in arrivo.

Purtroppo gran parte della popolazione, ma soprattutto la sedicente borghesia colta, vive da tempo in una realtà parallela, una bolla fatta solo di opinioni fumose ma nettissime, di sentenze morali, di finzioni mediatiche il cui contenuto dipende da rapporti di potere, ricatti privati o leccate di culo, da qualunque cosa tranne il tentativo di dar conto della realtà. Questa è gente che applaudirebbe anche l’Olocausto nucleare se gli desse ragione, e prima di diventare una decalcomania su un muro griderebbe soddisfatta “Ben ti sta! Così impari!“.

Prigionieri del villaggio globale

di ARTEMISIA MARTINA

Al tempo della mia giovinezza ricordo una serie televisiva molto ben fatta, “Il prigioniero” il cui protagonista, un agente dello spionaggio il cui nome era “Numero Sei” tentava in ogni modo di fuggire da un inquietante villaggio controllato da una omnipervasiva presenza, che nonostante le astuzie del protagonista riusciva sempre, invariabilmente, a sabotarne i piani di fuga e di libertà.

Il protagonista, oltre che tentare di fuggire, al contempo tentava anche di capire dove fosse questo villaggio in cui era stato trasportato in stato di incoscienza, e chi ne fosse il capo. Il successo della serie stava nel fatto che lo spettatore si trovava esattamente allo stesso livello di consapevolezza del protagonista, e tentava di capire inutilmente chi governasse quel soffocante microcosmo -anche grazie all’aiuto di cittadini -spie e di numerose telecamere disseminate ovunque, che potevano registrare e vedere ogni cosa.

Questi episodi a puntate erano assolutamente strepitosi per una mente giovane, poiché nella monotona vita del villaggio si celavano insospettabili doppiezze ma anche inesauribili tentativi del Numero Sei di vincere il suo invisibile e potentissimo avversario: il misterioso “Numero Uno”. Il villaggio era abitato da molte persone apparentemente amichevoli e comprensive che potevano però celare la loro doppia natura, riportando al numero Due, capo della sicurezza, ogni piano messo in atto dal numero Sei per la fuga.

In tutti gli episodi non mancavano di comparire delle enormi sfere bianche, i Rover, che fisicamente atterravano gli indisciplinati e i ribelli, riportandoli all’ordine dopo averli fagocitati, e qualche volta anche uccisi. Un dialogo in particolare veniva riproposto ad ogni puntata, ed era il seguente: 

Numero 6: Dove sono?

Numero 2: Nel Villaggio.

Numero 6: Cosa volete?

Numero 2: Informazioni.

Numero 6: Da che parte state?

Numero 2: Non posso dirlo. Vogliamo informazioni. Informazioni. Informazioni.

Numero 6: Non ne avrete!

Numero 2: Le avremo, con le buone o con le cattive.

Numero 6: Chi è lei?

Numero 2: Il Numero 2.

Numero 6: Chi è il Numero 1?

Numero 2: Lei è il Numero 6.

Numero 6: Io non sono un numero! Sono un uomo libero!

Numero 2(Risate di scherno)

Questa serie Tv fu inventata da Patrick Mc Goohan e George Markstein nel lontano 1967 ma fu trasmessa in Italia tra il ’74 e l’81. Ciò che maggiormente sorprende è che questo film si svolga, con i suoi ambienti claustrofobici e il pesante tema censorio, in un’età spensierata e di grande rigoglio come furono gli anni sessanta-settanta in tutta Europa, con il loro fermento culturale, politico, economico e di costume, ma anche artistico e tecnologico.

Chi ha avuto la fortuna di essere giovane in quegli anni non può non avere in sé, anche se sopito dalla tristezza degli ultimi tempi, un anelito alla libertà, alla creatività, allo spirito di ricerca e innovazione, al rispetto per il prossimo. Naturalmente, furono anni molto complicati. Accanto a tanta gioia di vivere, benessere e ottimismo (la guerra era finita da pochi lustri, col suo carico di tragedia) c’erano pur sempre ideologie malate, frutto di regìe occulte e politicizzate, di dogmatismi e totalitarismi mai risolti. Da una parte la libertà dei costumi, gli hippies, le droghe, il benessere economico, lo sviluppo industriale, dall’altro la strategia della tensione, l’austerity, le stragi di Stato, i servizi deviati. I due mondi, quello del diritto e quello del rovescio, quello della libera iniziativa e quello della ragione di Stato, dell’anelito al bene e del suo contrario, in fondo si sono sempre contrapposti e affrontati; si sono presi sempre reciprocamente le misure, fino a che uno dei due non ha avuto il sopravvento. 

Ecco quindi che improvvisamente questo racconto disturbante di un progresso vòlto al controllo della mente e del corpo degli individui di una società futura, si riaffaccia alla mente carico di implicazioni.

Ci siamo normalmente addormentati due anni fa per ritrovarci a sorpresa dentro un Villaggio governato da un invincibile numero Uno spalleggiato dai Rover.

Tentare di fuggire, di tornare anche semplicemente con la fantasia ai nostri anni di giovinezza e di libertà è diventato un processo quasi proibitivo, che forse ad alcuni di noi è rimasto solo di notte, nei sogni. Da bravi cittadini, abbiamo atteso pazientemente la fine di questo incubo, dominato da controllori non ben identificati, che ci ripetevano ogni giorno che “oggi sarà un’altra giornata di sole” mentre restavamo chiusi a sera nelle nostre stanze, esattamente come i prigionieri del Villaggio, poiché vigeva anche qui lo stesso coprifuoco. Nessuno usciva di sera nelle strade del Villaggio; per essere certi che ogni abitante se ne stesse buono venivano somministrati droghe e sonniferi nelle bevande; noi avevamo i nostri televisori e i nostri computer, potenti mezzi di sfogo e di tranquillamento sociale. 

Tutti ci siamo chiesti come fosse stato possibile arrivare a tanto. 

Eppure Orwell, membro della discussa Fabian Society, ci aveva avvertito con settanta anni di anticipo di ciò che sarebbe potuto accadere grazie all’uso del potere senza controllo, esercitato in questo caso da un Big Brother dagli infiniti possedimenti.

Già, ma noi non siamo figli di Albione, della nebbia e dello spleen londinese. Come possono attecchire certi progetti distopici nel paese che dette i natali a Michelangelo, Botticelli, Canova, Dante, Giordano Bruno, Galileo, solo per citarne alcuni? Nel DNA italiano, posto che si possa rintracciare un’origine comune in un popolo per sua natura eterogeneo e brillante proprio per la sua disomogeneità, non c’era posto per l’irregimentazione tipica dei sistemi socialisti e necessaria per il fiorire di certa omologazione. Eppure, forse anche grazie alla scomparsa di molti intellettuali, il paese del sole e delle invenzioni ha cambiato faccia, è diventata un luogo tetragono e triste come una colonia penale, o un Villaggio globale. I piani del Grande Fratello Fabian prevedono un’invasione capillare, un cambiamento mai drastico ma sempre dolce, che è passato infatti attraverso lo yuppiesmo degli anni ottanta e i nerd degli anni novanta fino all’età delle criptovalute e delle pandemie; per fare tutto questo, però, era necessario che l’Italia si piegasse ad un ricatto: si svestisse dei suoi panni sgargianti per entrare in Europa, ovvero che perdesse la propria identità, la propria cultura, la propria italianità, e ben inteso, la propria sovranità economica, per indossare una bigia casacca presa in prestito dai suoi carcerieri. Il Numero Sei, che abbiamo lasciato prigioniero nel suo villaggio virtuale, infatti, è stato imprigionato con un inganno: narcotizzato nella sua stanza di Londra si è svegliato in una stanza che era la fedele riproduzione della precedente, solo che era finta.

E come lui, privi di protezione, di mezzi, di potere, di autorità, ci dibattiamo in questo incubo riuscito, nel quale, per quanto ridicolo, assurdo e mostruoso sia, si combatte una guerra invisibile, ma con veri morti e feriti, morti e feriti che nessuno conta. Una guerra come sempre di ricchi contro poveri, in cui come diceva C.Beneil popolo prende a calci nel sedere il popolo su mandato del popolo” in questo fantoccio di democrazia che assomiglia ogni giorno di più ad una dittatura economica, perché sei solo se hai

Ogni prigione però ha una via d’uscita. Nell’episodio finale del film, lo spettatore capisce che la collocazione geografica del villaggio non ha importanza: mentre il Numero Sei all’inizio del film tentava in tutti i modi di capire dove fosse il Villaggio, ora diventa prioritario capire cosa fosse, per sapere come poterne fuggire. Quando il Numero 6 ha capito come potere scappare dal Villaggio, non ha più importanza sapere dove sia, può anche trovarsi a pochi chilometri da Londra, separato dal resto del mondo attraverso un semplice tunnel chiuso da un cancello: non era la distanza geografica a tenere prigioniero il Numero 6, ma l’organizzazione socio-politica del Villaggio, che lui ha saputo distruggere dall’interno.

La serie si basa sul concetto che il Villaggio possa essere ovunque, compresa la stessa città in cui si vive. Nell’ultimo episodio della serie, il Numero sei riesce a strappare la maschera che cela il volto del numero Uno, scoprendo il muso di un gorilla, che urla la parola “Io” quindi strappa anche questa maschera e sotto ancora, con enorme sorpresa del telespettatore, si cela il volto del numero Sei. Secondo alcuni tale invenzione era già palese nel dialogo riportato all’inizio, quando alla domanda “chi è il numero uno?” il numero due risponde “tu sei il numero sei”.

La liberazione come sempre passa attraverso la consapevolezza, e la consapevolezza passa attraverso l’informazione. Il popolo globale, trattato da certe élites come mandria da allevamento, può sempre in qualunque momento far ricorso alla potente arma del sapere, della consapevolezza, per rompere la sfera e far crollare il Villaggio di cartone. 

Nessun incantesimo è per sempre.

La banalità dell’emergenza

di DARIO GIACOMINI, GIORGIO AGAMBEN, GIOVANNI FRAJESE, ELISABETTA FREZZA

Ci siamo ritrovati a guardarci negli occhi, pensando a cosa si sarebbe potuto fare partendo da quello che, di buono, già era stato fatto. Ne è uscito questo scritto, intorno al quale chiamiamo a raccolta tutti coloro che, senza protagonismi, desiderino darsi vicendevolmente una mano e riprendersi la vita con l’umanità che le spetta.

LA BANALITÀ DELL’EMERGENZA

Il sistema oppressivo che si è manifestato in questi due anni non ha neppure la tragica grandezza della «banalità del male» colta da Hannah Arendt. Covid-19 e Green Pass sarebbero persino termini da operetta se, a loro causa e in loro nome, non ci fossimo ritrovati esposti, d’improvviso, alle intemperie di un tempo spietato in cui la paralisi della democrazia, il sovvertimento dell’assetto istituzionale, la violazione dei principi fondativi del vivere comune hanno portato con sé lo stravolgimento dei rapporti sociali e la mortificazione di ogni umanità.


D’improvviso, siamo stati travolti da un diluvio di provvedimenti arbitrari, emanati su presupposti di fatto erronei o distorti quando non del tutto inconsistenti, senza alcun riguardo a quel perseguimento del bene comune che è la funzione primordiale della politica.

«La società» come scriveva fin dagli Anni Trenta del secolo scorso Simone Weil in Oppressione e libertà «è diventata una macchina per comprimere il cuore» e di conseguenza «per fabbricare l’incoscienza, la stupidità, la corruzione, la disonestà e soprattutto, la vertigine del caos».

UN TOTALITARISMO DALLE RADICI PROFONDE

Sarebbe un grave errore non dare a questa «macchina per comprimere il cuore» il suo vero nome: totalitarismo. Il fatto che sia condiviso da una vasta parte di cittadini non ne muta l’essenza.

Anzi, mostra che i tempi erano maturi per cogliere il frutto avvelenato, seminato e coltivato con cura e a lungo. Ci si chiede come mai la gente non capisca quello che è così chiaro e non veda ciò che è tanto evidente. Siamo giunti al momento in cui, come paventava Simone Weil, non si comprendono più i significati pratici e contingenti delle azioni.

Azione e conoscenza, lavoro e progettualità, cause ed effetti sono separati. Conta solo la funzione, l’uomo è sacrificato al meccanismo, il mezzo diventa fine; e l’autorità, per quanto esercitata in modo arbitrario, diventa un idolo, un totem, un talismano capace di curare tutti i mali. L’uomo è una marionetta che si agita in un teatrino in cui non c’è più proporzione tra il fare e il conoscere e in cui è divenuto un essere sradicato, incapace di rapportarsi alla realtà.

UN TOTALITARISMO CONDIVISO. MA NON DA TUTTI

Dentro questa rappresentazione, per aver coltivato un pensiero non conforme a quello di una massa manipolata, confusa e impaurita; per non esserci piegati ai ricatti di un potere coercitivo cinico e spregiudicato e alle sue misure irragionevoli e incongruenti; per non avere ceduto il corpo alla somministrazione coatta di farmaci che non assicurano l’immunità né impediscono il contagio, abbiamo subìto la sospensione dallo stipendio o la privazione del posto di lavoro, la soppressione del diritto di circolazione e di accesso a servizi pubblici pagati con le nostre tasse, la compressione della libertà di espressione, l’esclusione dalla scuola, dall’università e dai luoghi della cultura, il peso della minaccia sempre incombente sui nostri figli. E lo abbiamo subìto nel plauso generale, con il pieno e deliberato consenso di familiari, amici, colleghi, vicini di casa.


È su questo terreno impervio che, per iniziativa del dottor Dario Giacomini, nella primavera del 2021, a ridosso dell’introduzione dell’obbligo vaccinale per i sanitari a mezzo decretazione d’urgenza (d.l. 44/2021), nasce ContiamoCi!, per riunire in associazione quanti, tra i destinatari della norma, intendono opporsi alla sua applicazione considerandola intrinsecamente ingiusta oltre che incompatibile con i principi fondamentali dell’ordinamento. In una fase successiva, l’associazione si apre ai dipendenti della scuola e poi via via alle altre categorie di lavoratori ed a tutti i cittadini, fino a stendere una rete di mutuo sostegno su tutto il territorio nazionale.


Si è scoperto così come quel terreno arso, in apparenza votato alla sterilità, fosse in realtà straordinariamente fertile. Perché capace di far emergere qualcosa che afferisce alla radice dell’essere uomini e precede qualsiasi appartenenza. Perché capace di dare corpo a pensieri buoni e opere buone, di far crescere legami nuovi di amicizia, solidarietà, fratellanza, insieme alla voglia di mettere a frutto i talenti di cui ciascuno per parte sua è portatore, per battere strade alternative: nella ricerca scientifica, nella socialità, nei servizi, nella cultura, nell’arte.

PROSPETTIVE PER RESISTERE ALLA MACCHINA CHE COMPRIME IL CUORE

Il Novecento, secolo tutt’altro che breve, è ricco di insegnamenti e di esperienze che testimoniano la possibilità teorica e pratica di vivere al di là delle costrizioni totalitarie. Tra le molte intuizioni sorte nell’Europa dell’est, è particolarmente felice, sul piano degli intenti e della loro comunicazione, quella della “pólis parallela”, messa a punto da Václav Benda, membro del movimento “Charta 77” attivo in Cecoslovacchia. Nel breve saggio La polis parallela diceva tra l’altro: «Propongo perciò di unire le nostre forze per costruire poco a poco delle strutture parallele in grado di supplire, anche in misura limitata, a quelle funzioni comunemente utili e necessarie ora assenti; laddove sia possibile, occorre sfruttare le strutture esistenti e umanizzarle». In uno scritto successivo, Situazione, prospettive e significato della polis parallela, auspicava come fase finale la fusione della comunità resistente con quella ufficiale risanata o, addirittura, il «predominio pacifico della comunità ancorata alla verità su quella della mera manipolazione del potere».


È con questo stesso spirito che, oggi, ContiamoCi! si propone di allargare le sue fila e chiama a raccolta intorno al suo cuore già pulsante tutti coloro che, sperimentando quotidianamente su di sé e sui propri figli una discriminazione via via sempre più capillare e feroce, desiderino ricreare le condizioni per vivere e, per questo, sentano di dover mettere insieme i pezzi di una ragione distrutta e di una umanità negata: un po’ come tanti frammenti di qualcosa di più grande e di più bello di cui conservare memoria e tramandarla a chi ci succede.


ContiamoCi! intende costituire un luogo di aggregazione per chi non si rassegni a essere trasferito a peso morto nel recinto cosmopolita, digitale, tecnologico ed “ecologico” dei nuovi sudditi uguali e obbedienti, in attesa di essere ibridati e, finalmente, sostituiti; ma, viceversa, sia determinato a resistere agli insulti di uno strapotere fuori controllo, e sia pronto a sacrificare quanto acquisito pur di onorare la propria coscienza, e rimanere uomo.


ContiamoCi! vuole cercare di corrispondere a quei bisogni essenziali che, d’improvviso, ostacoli inediti impediscono ai cittadini di perseguire. Offre le prestazioni di medici, infermieri, legali, insegnanti, commercianti, artigiani, artisti, uomini di buona volontà che si mettono a servizio degli altri con spirito di collaborazione e slancio disinteressato. E così, pian piano, punta a edificare un’altra medicina, un’altra scuola, un’altra assistenza, in una parola un’altra polis che funzioni, parallela, nel rispetto delle leggi non scritte ma incastonate nella natura dell’essere umano.

VIVERE SENZA MENZOGNA

Nella consapevolezza che il vedere altri che pensano come te, vivono come te, soffrono e combattono come te, regala a ciascuno di noi un sostegno molto più forte di qualsiasi astratto proclama; che a ciascuno di noi fa bene farsi medicare, confortare, consolare per guarire nell’animo e recuperare le forze, ContiamoCi! intende rendere più vivibile la nostra quotidianità contando sul contributo di uomini vivi, integri e coraggiosi che sappiano guardare oltre i reticolati dei nuovi lager tecnologici e regalarci la speranza di esserne liberati. Solo così si potrà immaginare di invertire il segno di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi in danno nostro e dei nostri figli: per sopravvivere a un oggi disumano, e guardare al futuro con fiducia non velleitaria, o si ritrova la comune umanità, la si cura e la si coltiva a ogni costo, o si è destinati a perderla del tutto. «Non è possibile farsi semplicemente da parte, credere di potersi trar fuori dalle macerie del mondo che ci è crollato intorno. Perché il crollo ci riguarda e ci apostrofa, siamo anche noi soltanto una di quelle macerie e dovremo imparare cautamente a usarle nel modo più giusto, senza farci notare» (Giorgio Agamben, Quando la casa brucia).
In altre parole, lo spirito che guida una tale opera ha in radice quanto Solženicyn diceva, nel 1974, in Vivere senza menzogna: «Ciò che ci sta addosso non si staccherà mai da sé se continueremo tutti ogni giorno ad accettarlo, ossequiarlo, consolidarlo, se non respingeremo almeno la cosa a cui più è sensibile. Se non respingeremo la menzogna. (…) Ed è proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia!».

Le facili emozioni

di GIORGIO BIANCHI

Photo credit Giorgio Bianchi

Non utilizzo quasi mai immagini di bambini nei miei progetti fotografici, a meno che non sia narrativamente importante. Al contrario la propaganda di regime, per suscitare facili emozioni nelle anime belle sempre pronte all’indignazione da salotto, sta dando fondo a tutto l’arsenale a sua disposizione non risparmiando più neanche i minori.


Questa bambina viveva a Zaitsevo con la mamma e i fratellini in condizioni disperate. Visitai la sua casa nel 2016. La zona era sottoposta a continui bombardamenti da parte delle truppe Ucraine. All’epoca nessuno si indignava, nessuno abbandonava la propria postazione all’ONU, nessuno offriva le seconde e le terze case.


Siete delle tragiche marionette che si muovono a comando: un giorno vi indignate per i migranti, un altro per i profughi ucraini, nell’intervallo vi chiudete dentro casa e sterilizzate la spesa. Basta premere un tasto del telecomando e cambiate psicosi.


Il vuoto pneumatico della vostra insipienza, come il Nulla de La storia infinita, sta risucchiando gli ultimi barlumi della nostra civiltà.

L’uomo a una dimensione

di F. T.

Esperienze recenti mi hanno confermato che chi ha rifiutato il trattamento, è persona libera, è cioè nella sua stessa libertà che stanno le ragioni del rifiuto.

Ciascuno nelle sue forme, si chiamino corpo, sesso, pensiero, emozioni, ma in ogni caso nella vitalità di una persona, dove questa vitalità è il rifiuto della cessione non già di una semplice parte del proprio essere – la maschera, com’è stato fino al 2020 -, ma di intere parti del proprio sé, intime e vitali.

È inutile girarci intorno: il trattamento è un atto di sottomissione, ed è qui tutto il suo significato. Ritengo la forma del ricatto intrinseco. Non sarebbe mai potuto esistere un trattamento volontario, perché non avrebbe svolto la sua funzione di umiliazione, sottomissione e obbedienza.

All’atto del trattamento, non solo la sottomissione è evidente – l’essere trattati come bestie al macello, senza coscienza e dignità -, ma rivela, nel tempo, che il suo unico significato era restare aggrappati al proprio mondo, in cambio di sé.

Uno scambio i cui equilibri, non sono così facili, come si poteva pensare. Perché il proprio mondo viene (intanto) svuotato di sé. Questa consapevolezza, affiora come una ferita, che va richiusa subito. Puntando all’incoscienza, alle proprie piccole cose, cercando di vederle come sempre, dimenticando che un QR Code si è inserito, intanto, come un cuneo, all’interno del tuo essere, per toglierti quella vitalità che è la partecipazione in prima persona alle cose della vita.

La mediazione toglie e cancella. Arretra l’individuo, perché frapporre il QR Code significa omologazione totale: nella medicina, nella scuola, nella società.

È la scomparsa dell’individuo.

Marcuse, a diciotto anni, ultimo anno di liceo, mi fece capire come il mondo che avevo intorno fosse ‘problema’. Il suo scritto era L’uomo ad una dimensione. E quel titolo, oggi, ci perseguita, come un urlo straziante.

Questo articolo è una riflessione intima e personale ed è una dedica. È indubbio che, pur nella diversità di ciascuno, ci sia un atteggiamento comune nel rifiuto di voler essere depredati della propria vita.

Questa sembra una guerra all’individuo, ai suoi sogni, alla sua libertà. Al suo pensiero, alla sua intelligenza e al suo corpo. E non è questione di individualismo. È che l’individuo era l’unica forma di resistenza a una società sempre più stupida misera e squallida.

E ora il trattamento, ci sta dicendo, che così deve essere, per tutti.