La teoria dei sociopatici al potere

Ovvero i predatori della giungla capitalistica

di ENRICO VALERIO AVERSA

American Psycho, Mary Harron (2000)

Il giornalista e scrittore Paolo Barnard (1) nel suo libro Il più grande crimine, sintetizza l’evoluzione economico-sociale dell’Occidente spiegando che, dopo secoli di lotte, alcune nazioni illuminate conseguirono i capisaldi del benessere e del progresso umano in termini umani: la «democrazia» e la «moneta sovrana moderna». Grazie a ciò si giunse alla civile gestione dei beni comuni, con economie più sane e socialmente più benefiche.

Siccome a goderne erano in molti e soprattutto il popolo “sovrano”, ecco che a “qualche ristretta élite” la cosa non piacque affatto.


Dal secondo dopoguerra a oggi questi signori hanno lavorato per distruggere il nuovo corso virtuoso, portando moltissime persone alla disperazione, alla sofferenza, rendendogli la vita
impossibile
e non più degna di questo nome. Un raro esempio di avidità, sete di potere e sadismo post-modernista, da parte di un’élite onnipotente. Come scrive Barnard: «pochi spregiudicati criminali, assistiti dai loro sicari intellettuali e politici» che scelsero scientemente a tavolino di manovrare le leve finanziarie e
politiche a livello globale per azzerare il processo di emancipazione dell’umanità.
Si attuò così un più vasto disegno criminale definito «Piano Neoclassico, Neomercantile e Neoliberista», come specifica nuovamente Barnard nel suo libro: «[…] sto parlando dei leader dei maggiori istituti finanziari del mondo e delle corporations di stazza multinazionale, accompagnati da uno stuolo di fedeli pensatori economici e di tecnocrati. I politici, obbedienti, spesso li seguono a ruota. A volte li sentirete chiamare “gli Investitori internazionali” che si riuniscono in alcuni club esclusivi come la Commissione Trilaterale, il Bilderberg, il World Economic Forum di Davos, l’Aspen Institute e altri. Sono coloro che il settimanale The Economist ha di recente chiamato “I Globocrati».


Prendendo spunto anche da un articolo pubblicato sul sito Avvenire.it nel 2009 (2), un pezzo molto interessante dal titolo “Affari a gonfie vele se il manager è psicopatico
e approfondendo la bibliografia scientifica della criminologia che si occupa di imprenditori e dirigenti d’azienda, si apprendono altre notizie interessanti.
Come vedremo, le ricerche dimostrano una chiara correlazione tra le attitudini antisociali tipiche dei criminali psicopatici e i profili di personalità dei professionisti dell’alta finanza responsabili delle grandi bolle speculative e dei disastri borsistici nel periodo 1994-2009. Il fenomeno era ed è studiato da moltissimi anni, ma oggi se ne parla ancora troppo poco. Lo si sottovaluta, forse, a causa del fatto che la maggioranza delle persone, anche le più
informate e acculturate, di fronte al problema fa “spallucce” e dice: «lo sappiamo, ci sono i criminali e allora?». Come sarebbe a dire “… e allora?”. Questo non è un fenomeno raro, isolato, appannaggio di pochi ricercatori specialistici. Non è una notizia che non abbia ricadute concrete nel quotidiano di tutti noi. Sveglia! Il cuore del problema è tutto qui. Se non risolviamo il marciume della cultura criminale che avvelena la mentalità della maggioranza dei dormienti e non eliminiamo gli psicopatici dal potere, non andremo da nessuna parte.

I «predatori della giungla capitalistica» (3), come vengono chiamati, possiedono personalità patologiche perfettamente adatte a competere con successo nel mondo affaristico dominato dalle leggi darwiniane dello “rank & yank” (4), dove chi non si dimostra all’altezza è eliminato. Le loro caratteristiche patologiche di personalità sono:

  • l’arroganza;
  • la propensione eccessiva al rischio e la disponibilità all’azzardo;
  • l’orientamento alla frode e alla gestione criminale delle aziende (corporate psychopaty).

Si afferma nell’articolo di Avvenire.it: «Top manager come serial-killer di massa? Secondo alcuni studi americani e inglesi, sì». Approfondendo questi studi citati (nota 5-6) si scoprono ulteriori risvolti interessanti.

I ricercatori hanno utilizzato strumenti clinico-diagnostici (Psychopathy Checklist), che misurano il grado di psicopatia criminale, per somministrarli agli esponenti dell’alta finanza responsabili dei suddetti disastri economici. Si capisce così, che tali sciagure non furono il risultato di errori decisionali di persone pronte a pentirsi, ma causate da veri e propri perversi-immorali cronici, incapaci di senso di colpa o di provare altri sentimenti, se non mimandoli per mantenere una facciata di rispettabilità.

Chiariamo meglio: questa élite di persone ai vertici aziendali e sociali, quando viene valutata clinicamente, manifesta chiari profili di personalità degni dei peggiori criminali: mancanza di scrupoli, di responsabilità, di empatia, tendenza esasperata alla menzogna e alla manipolazione.

Approfondendo ulteriormente la letteratura scientifica sui disturbi di personalità tra gli erroneamente considerati “normali” colletti bianchi, si trova un altro studio, stavolta inglese. Emerge che gli “psicopatici”, che operano all’interno della società tradizionale, hanno successo nei ruoli dirigenziali di alto livello grazie alle loro caratteristiche emotive patologiche (nota 7):

  • fascino superficiale, insincerità, egocentrismo, manipolazione (istrionismo);
  • grandiosità, cinismo, sfruttamento (narcisismo);
  • perfezionismo, eccessiva devozione al lavoro e tendenze dittatoriali (compulsione).

Ma non è tutto. Questi disturbi legati al comportamento deviante non sarebbero appannaggio solo del mondo del lavoro. Sarebbero molto diffusi anche nella comunità sociale generale.

La sottostima del fenomeno sarebbe dovuta alla minore gravità psicopatica di certe persone e dal loro sforzo cosciente di apparire socialmente accettabili. Infatti, la personalità istrionica (nota 8) in forma mite trasforma la persona più in un “gregario” patologico, ma altrettanto pericoloso, se non più pericoloso di un predatore attivo.

E la società civile dal canto suo che cosa fa? Premia e incoraggia molti aspetti dei comportamenti devianti, ecco perché gli psicopatici “di successo” stanno aumentando nel tempo (nota 9), come i loro ammiratori e seguaci. Emerge anche, da uno studio condotto su studenti universitari che alcuni di loro possiedono i tratti caratteristici del disturbo psicopatico. Proprio grazie al fattore emotivo narcisistico, che occulta il tratto antisociale dello stile di vita deviante, quel tipo di persone riesce ad ottenere successo sul lavoro e nella società, perché le loro strategie emotive contribuiscono alla “facciata affascinante” e alla grande abilità nell’influenzare le persone.


Anche le Istituzioni non sono esenti dal problema (10) . Gli psicopatici sono abili a sviluppare relazioni proficue con persone della massima autorità istituzionale, manipolandole per fare carriera. Quindi, ce li troviamo anche lì. Si, abbiamo capito bene: gli psicopatici, spinti dal bisogno di potere e prestigio, conseguono posizioni di leadership istituzionale esercitando il potere e il controllo sulle risorse. È proprio così, gli psicopatici fanno sì che la loro personalità perversa, non appaia diversa
da quella degli individui “normali”. A livello sociale, i sondaggi comunitari (11) stimano che fino all’11% della popolazione adulta soffra di disturbi di personalità, mentre i tassi aumentano al 30-50% nelle persone che si rivolgono ai centri di salute mentale, al 75% nella popolazione carceraria, per giungere al 93% nel gruppo dei pazienti con disordini mentali (12) .

Perfino nei testi universitari di psichiatria si identifica un certo tipo di classe dirigente patologica come manifestazione sociologica del disturbo di personalità antisociale: «Certo, alcuni disvalori sono nella società attuale premianti. L’aumento relativo dei crimini contro la persona rispetto a quelli contro il patrimonio nelle classi sociali più basse e l’irresponsabilità criminale delle alte classi sociali corrotte, in Italia e diffusamente anche in Europa,
rappresentano l’immagine sociologica del disturbo di personalità antisociale» (13).
Accettiamolo, i disvalori criminali sono premianti nelle nostre società e che lo psicopatico è facilitato nell’indossare la “maschera della normalità” a causa degli stereotipi sociali che si fermano alle apparenze, giudicando positivamente gli istrionici solo perché appaiono più
sicuri di sé, persone educate, vestite alla moda e di successo. Non commettiamo però l’errore di etichettare questi disturbati come malati di mente.

L’antisociale si comporta nel pieno delle sue responsabilità e sceglie lucidamente di agire coerentemente con i suoi fini predatori e opportunistici. Sono persone che ricercano il piacere nel delinquere per sentirsi emotivamente vive, scelgono intenzionalmente di ignorare la legalità e le regole morali. Non provano mai né pentimento né paura delle conseguenze dei propri atti. Ed ecco l’aspetto sadico: provano piacere nel rendere impossibile e disagevole la vita degli altri. Non conoscono l’etica kantiana secondo cui l’essere umano va sempre considerato un fine e mai un mezzo. Usano gli altri come strumenti per conseguire i propri obiettivi di visibilità, ricchezza e potere economico-politico.


L’articolo di Avvenire.it dimostra come la psicopatia aumenti esponenzialmente nei luoghi di potere e di come il capitalismo neo-liberista e selvaggio rappresenti un habitat naturale per queste patologie. Se i delinquenti tradizionali sono impulsivi e fisicamente aggressivi, quindi entro poco
tempo avranno guai con la giustizia, i delinquenti della classe dirigente, capaci di autocontrollo e di celare abilmente la loro immoralità, riusciranno per molto tempo a nascondere la loro pericolosità sociale (14). Essi rappresentano l’evoluzione del criminale classico – termina l’articolo su Avveire.it – che ha imparato ad adattarsi al nuovo sistema socioeconomico. E questo principio è confermato anche dagli studi più attuali (15). Addirittura un recentissimo studio (16) sprona i cosiddetti “ricercatori dei tratti oscuri della
personalità nei luoghi di comando”, a migliorare i loro standard di qualità, sia in termini di teorie scientifiche che di misurazioni. Perché? Perché, termina lo studio, «non possiamo lasciare che il male sia più forte del bene».


Ma, perché facciamo fatica ad accettare questa realtà delle cose?


Ronald Laing (17) ci dà la sua spiegazione, quando ragiona sulla massa dormiente e inconsapevole della realtà che la riguarda, parlando di “normale alienazione dell’esperienza”: «L’importanza di Freud per il nostro tempo risiede in larga misura nel fatto che egli ha saputo vedere e, in gran parte, dimostrare come la persona comune sia un brandello, contratto e disseccato, di ciò che una persona può essere. […] La nostra capacità di pensare […] è pietosamente limitata: persino la nostra capacità di vedere, udire, toccare, percepire sapori ed odori è talmente annebbiata dai veli della mistificazione che per tutti è necessaria una intensa disciplina volta a disimparare, prima che possiamo incominciare ad avere di nuovo esperienza del mondo, con innocenza, verità ed amore. […] Questo stato di cose costituisce una devastazione quasi irreparabile della nostra esperienza: allora si ciarla a vuoto di maturità, amore, gioia, pace. Ciò che viene chiamato “normale” è un prodotto di repressione, negazione, scissione, proie-
zione, introiezione, e di altre forme di azioni distruttive operate contro l’esperienza […].
Vi sono forme di alienazione che sono relativamente rare rispetto a quelle statisticamente “normali”. La persona “normalmente” alienata, per il fatto di agire più o meno come tutti gli altri, è presa per sana. Le altre forme di alienazione che non stiano al passo con lo stato di alienazione predominante sono quelle che vengono etichettate dalla maggioranza “normale”
come nocive o folli. La condizione di alienazione, quella di essere un dormiente, inconsapevole, fuori di sé, è la condizione dell’uomo normale. La società fa gran conto del suo uomo normale: educa i fanciulli a smarrire se stessi e a divenire assurdi, e ad essere così normali. Gli uomini normali hanno assassinato 100 milioni circa dei loro simili uomini normali negli ultimi cinquant’anni. Il nostro comportamento è una funzione della nostra esperienza: agiamo in accordo con il nostro modo di vedere le cose»
(18).

C’è speranza per il futuro, secondo voi, se non ci svegliamo e se non cambiamo atteggiamento nei confronti di quelle persone? Dobbiamo smetterla di ammirarle e invidiarne la scalata sociale, le ricchezze e la facciata di falsa onorabilità.
Diversamente, che promesse potrà farci il futuro?

NOTE

1) Paolo Barnard (2011). Il più grande crimine. Ecco cosa è accaduto veramente alla democrazia e alla ricchezza comune. E a vantaggio di chi. Edizioni Andromeda; pag. 6.
2) Alessandro Beltrami (07/10/2009). La ricerca. Gli affari andranno a gonfie vele se il top manager è psicopatico. Avvenire.it
3) Avvenire.it, articolo citato.
4) Il rank & yank è anche un modello di valutazione del personale basato sulla produttività, per cui i dipendenti sono inseriti in graduatorie dove il 20% più produttivo è premiato e meglio remunerato, il 70% nella media viene considerato ancora adeguato, ma un 10%, a causa della bassa produttività, verrebbe licenziato.
5) P. Biabiak, R.D. Hare (2007). Snakes in Suits: When Psychopaths Go to Work. HarperCollins publishers.
6) Robert D. Hare et All. (1990). The Revised Psychopathy Checklist: Reliability and Factor Structure. Psychological Assessment, Vol. 2, No 3; 338-341.

7) B.J. Board, K. Fritzon (2003). Disordered personalities at work. Psychology, Crime & Law, March 2003, Vol. 11(1), pp. 17-32.
8) Millon, T. and Everly, G. (1985). Personality and Its Disorders: a Biosocial Learning Approach. New York: Wiley.
9) Lilienfeld, S. (1998). Methodological advances and developments in the assessment of psychopathy. Behaviour Research and Therapy, 36, 99-125.
10) Doren, D. (1987). Understanding and Treating the Psychopath . New York: Wiley.
11) Zimmerman, M. and Coryell,W. (1990). Diagnosing personality disorders in the community. A comparison of self-report and interview measures. Archives of General Psychiatry, 47, 527-531.
12) Coid, J., Kahtan, N., Gault, S. and Jarman, B. (1999). Patients with personality disorder admitted to secure forensic psychiatry services. British Journal of Psychiatry, 175, 528_/536.
13) Giordano Invernizzi (2000). Manuale di Psichiatria e Psicologia Clinica – Mc Graw-Hill 2a edizione, pag. 240.

14) B.J. Board, K. Fritzon (2003). Disordered personalities at work. Psychology, Crime & Law, March 2005, Vol. 11(1), pp. 17-32.
15) Landay, K., Harms, P. D., & Credé, M. (2019). Shall we serve the dark lords? A meta-analytic review of psychopathy and leadership. Journal of Applied Psychology, 104(1), 183–196.
16) P. D. Harms (2022). Bad Is Stronger Than Good. A Review of the Models and Measures of Dark Personality. Zeitschrift für Psychologie. Advance online publication.
17) Ronald David Laing (1927-1989) è stato uno psichiatra scozzese, che studiò e scrisse profondamente la malattia mentale e la psicosi. Il pensiero di Laing sulle cause e sul trattamento di importanti disfunzioni mentali furono influenzate dalla filosofia esistenzialista.
18) Laing R.D., (1967), La politica dell’esperienza, Feltrinelli Economica, Milano, IV ediz. 1977; pp.22-26.

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Enrico Valerio Aversa è psicoterapeuta, e autore di diverse pubblicazioni.

L’altra epidemia

Quando la psichiatria è usata per eliminare il dissenso

Droni cinesi utilizzati per i lockdown

di SONIA CASSIANI

La psichiatria è una disciplina di confine tra medicina e scienza sociale: pertanto ci si aspetterebbe da un saggio pubblicato su una rivista specialistica (Rivista Italiana di Psichiatria) come “L’altra epidemia” del Professor Giuseppe Bersani un linguaggio aperto alla falsificabilità della propria tesi, secondo il principio che dovrebbe contraddistinguere il metodo secondo la cosiddetta “comunità scientifica” e coerente con il principio di “avalutatività” delle scienze sociali teorizzato da Max Weber.

L’altra epidemia di G. Bersani si presenta al contrario come una sorta di pamphlet politico contro i “negazionisti della pandemia” e i “no vax”: la parola che apre il saggio è idioti, e l’autore considera questi soggetti come tali esattamente nell’accezione intesa nel senso comune, “untori” di un’epidemia di idiozia più grave di quella sanitaria.

Dai “sorci” di Burioni alla “poltiglia verde” di Selvaggia Lucarelli, fino al fantasma del generale Bava Beccaris da scatenare contro le piazze no pass evocate dall’ex sindacalista e parlamentare Giuliano Cazzola, la violenza linguistica contro quella che Bersani definisce, non senza un qualche fondo di ragione dal punto di vista sociologica, una “subculturala violenza linguistica contro i cosiddetti negazionisti e i no vax ha caratterizzato ampiamente il discorso pubblico tra il 2020 e oggi.

Per subcultura si intende infatti un gruppo sociale che porta avanti visioni e valori almeno in parte diversi da quelli dominanti in un dato periodo storico.

L’autore del saggio parte da un concetto assunto in maniera dogmatica come verità: la narrazione ufficiale della pandemia è sicuramente vera, perché mai i governi agirebbero contro l’interesse e la salute dei cittadini, e la scienza è “pura”, un’isola felice aliena da conflitti di interesse. 

L’uso del termine “negazionismo” oltre ad associare i cosiddetti no vax ai neonazisti che affermano di non credere alla realtà dei lager, denota un approccio dogmatico e quasi religioso alla “verità” scientifica.

In primo luogo, l’analisi di Bersani che appunto è uno psichiatra è caratterizzata da un approccio clinico (ovvero, incentrato sull’individuo) e non sociale. 

Questo comporta che le affermazioni riprese da alcuni soggetti o gruppi contrari alla narrazione pandemica ufficiale possano risultare apparentemente “deliranti” se avulse dal contesto. 

Quello che Bersani omette totalmente è però il cambio di paradigma consumato nel marzo 2020.

In quelle che erano democrazie liberali anche se imperfette, i cittadini sono stati da quel momento considerati malati asintomatici fino a prova contraria da esibire allo stato: dal tampone, il cuore del nuovo paradigma di società medicalizzata, al green pass da esibire come “garanzia di non contagiosità” come affermato nell’estate 2021 dal premier italiano Draghi, qualcosa di mai visto in precedenza. 

Bersani omette totalmente questo aspetto e si lancia in una tassonomia delle “teorie alternative” alla scienza ufficiale. 

La sua argomentazione risulta debolissima e fallace, in quanto mette insieme tesi bizzarre oggettivamente non dimostrabili in alcun modo “i vaccini ci trasformeranno in esseri incapaci di reagire alle vessazioni del potere” con tesi che pur espresse in maniera ingenua risultano invece credibili: che la cosiddetta “Big Pharma” tragga profitti da questa situazione è pacifico, e che la ricerca scientifica finanziata da aziende private sia esposta a enormi rischi di conflitto di interessi, anche. 

Bersani inserisce nello stesso elenco anche la tesi della pandemia come castigo divino, avanzata tra gli altri dal cardinal Viganò nell’aprile 2020: una visione non “negazionista” quindi ma ispirata da quello che potremmo definire pensiero magico.

Fra i colpiti “dall’altra epidemia” Bersani inserisce anche coloro che “contestano le scelte operative dei governi” e “minano la credibilità delle politiche sanitarie”. L’autore del saggio non riconosce quindi il ruolo critico dell’intellettuale e del filosofo: quello appunto di seminare il dubbio e analizzare le comunicazioni ufficiali in maniera imparziale. 

Un atteggiamento che ricorda la caccia alle streghe e agli eretici, e non ci sorprende: la lotta alla stregoneria, come riconoscono i maggiori storici del fenomeno, fu condotta insieme dalla Chiesa e da quella che oggi è diventata “la scienza” ovvero il paradigma che ha vinto una guerra culturale contro approcci diversi, in particolare alla medicina.

L’argomentazione di Bersani ricalca i più scontati clichés della rappresentazione mediale di coloro che si sono opposti alle restrizioni e alla vaccinazione di massa, mettendo in evidenza le punte più improbabili e strampalate di un movimento molto variegato, dai seguaci della teoria cospirazionista Qanon a coloro che parlano di controllo dei corpi a distanza con i microchip. 

La tecnica usata è quella del cosiddetto framingteorizzata da E. Goffman e ben nota in sociologia della comunicazione: si prende un qualcosa che realmente esiste e lo si forza in modo da far corrispondere la realtà alla propria tesi. 

Ora è palese che queste tesi estreme esistano nella cosiddetta area culturale che si è opposta alle restrizioni e al green pass, insieme a moltissimi altri punti di vista meno folkloristici, da quello liberale che mette l’accento sulla sistematica violazione dell’habeas corpus e dello stato di diritto ai punti di vista che vedono nella nascita e nella gestione dell’emergenza pandemica strategie geo-politiche di largo respiro, tutte tesi socialmente squalificate grazie all’uso di frame come negazionisti o no vax.

Bersani riconosce che rispetto al dibattito pre-2020 l’area cosiddetta no vax si arricchisce di nuovi elementi non riconducibili allo stereotipo sociale del nerd complottista o del seguace di teorie new age

La spiegazione che propone è tuttavia viziata dal pregiudizio clinico; per l’autore del testo, questi soggetti proietterebbero nel “negazionismo” il proprio terrore della malattia e della morte, vedendo in questo processo tratti di carattere psico-patologico. Si tratta a tutti gli effetti di una psichiatrizzazione del dissenso, nonostante l’autore si prenda la briga di negarlo in un passo del testo.

Molte persone lontanissime da un certo stereotipo hanno riconosciuto in quanto avvenuto tra 2020 e 2021 quel cambio di paradigma che Bersani nega, e hanno preso a interrogarsi sulla non neutralità e la politicizzazione della scienza. Il sociologo inglese W. Davies, nel saggio Stati Nervosi del 2018, aveva previsto che la scienza ufficiale avrebbe reagito al decennio populista dell’uno vale uno politicizzandosi.

Esattamente quello che è successo, la scienza si è inserita nel vuoto di visione della politica tradizionale delineando una società medicalizzata e asettica, caratterizzata dalla filosofia della “massima precauzione” e del rischio zero come modello di virtù. E come aveva previsto Michel Foucault, gli scienziati sono diventati i nuovi pastori laici della cittadinanza, dispensando norme di condotta sessuale (si ricorderanno le uscite sul sesso in mascherina o i congiunti) e igienica.

 Nella visione di Foucault questo ruolo di “pastore” laico che avrebbe sostituito quello cattolico sarebbe stato ricoperto dagli psichiatri, appunto. In questa situazione invece è stato svolto da infettivologi e virologi, e il saggio di Bersani si conclude proprio rivendicando il ruolo “pastorale” nei mezzi di comunicazione degli psichiatri accanto a quello di questi ultimi. 

Bersani si contraddice inoltre quando afferma che per delineare una condizione psico-patologica il soggetto deve portare avanti tesi non condivise dalla cultura di riferimento, mentre a inizio del saggio ripete più volte che tutte le tesi “no vax” e “negazioniste” sarebbero condivise nell’universo culturale di riferimento.

L’altra epidemia si caratterizza quindi come una sorta di manifesto politico di una scienza elevata, o ridotta, a ideologia, che non ammette critiche o dubbi come una religione. 

Le tesi di Bersani sono di fatto dimostrate in maniera tautologica, affermando che la scienza ufficiale ha ragione in quanto tale e i governi non potrebbero mai agire per motivi non strettamente sanitari e di bene comune. 

L’ipotesi che l’opposizione alle restrizioni sia motivata dall’emersione di una psico-patologia di massa appare totalmente infondata e non supportata da prove.

Peraltro, se l’approccio è clinico una diagnosi di psico-patologia non può essere fatta per “sentito dire” e invece l’autore si limita a ripetere stereotipi sociali e a ragionare su di essi senza indagare casi singoli.

Nel capitolo finale l’autore si lamenta che gli psichiatri sono considerati non “pensatori” ma “operatori”.

In un saggio come “L’altra epidemia” di pensiero ne vediamo effettivamente pochissimo o nulla: si tratta appunto di un elenco raffazzonato di clichés, stereotipi e luoghi sui cosiddetti no vax e negazionisti, privo di qualsiasi riferimento a casi empirici. Dietro la veste accademica, il saggio trasuda lo stesso odio sociale delle dichiarazioni contro i “sorci” o la “poltiglia verde”.

La “scienza” rappresentata da questo saggio altro non sembra che propaganda travestita, una scienza che non solo si mette al servizio del potere ma che usa questo saggio per reclamare “un posto a tavola” assieme ai nuovi pastori della cittadinanza, dagli infettivologi ai virologi

La psichiatrizzazione del dissenso, neppure troppo strisciante, che propone l’autore di questo saggio appare estremamente pericolosa per una democrazia già messa a durissimo prova dalle “misure sanitarie” e, se venisse realmente recepita dalle istituzioni, finirebbe per dare ragione alle piazze no pass che nel 2021 paragonavano quanto stava avvenendo in Italia ai più feroci regimi totalitari del Novecento.

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Sonia Cassiani è Segretario del Partito Libertario 

Winter is coming

O dell’Ideologia dietro la pandemia

di EUGENIA MASSARI

Solo chi abbia abdicato a ogni traccia residua di aristotelismo può davvero continuare a credere a Governi che rispondano ad una pandemia naturale per salvaguardare il benessere dei cittadini. Le misure hanno infatti avuto come risultato l’inesorabile distruzione della salute pubblica.

Questi Governi prendono ovunque le stesse decisioni. Negli stessi tempi. Con step che si susseguono in modo similare.

Soprattutto, a livello mondiale abbiamo visto usare gli stessi linguaggi e le stesse forme intrattenitive.

Forme che ricordano il centro commerciale, con clown colorati e musichine che invitano branchi di consumatori a comprare roba inutile o dannosa.

Da dove vengono questi protocolli? Da dove viene questa nuova lascienzah che oblitera secoli di metodo critico e di confutazione?

Da Who, ovvero l’OMS. Dall’Imperial College, dal MIT, da Harvard. Notevole quando quest’ultima suggeriva di indurre il disturbo psichiatrico noto cone FOMO – di cui soffrono soprattutto giovani e minori – per costringere le persone ad assumere i trattamenti a mRNA.

Enti “benefici” o di ricerca, ma finanziati, fondati e controllati dai soggetti del WEF, la grande industria delle biotecnologie, gli unicorni del digitale e i grandi della finanza.

C’è una ideologia che accomuna questi grandi ricchi della terra o tutto ruota solo intorno al fare soldi?

Nel 1979 Jacques Attali, figura chiave UE, e importante banchiere in cui molti vedono il padrino politico di Macron, pubblicava L’ordre cannibale. Vie et mort de la medicine. Attali vi auspicava una civiltà costruita intorno alla medicina industrializzata. Dove il corpo umano emerge come la vera economia circolare. Tanto che, ribaltando la metafora antropologica del cotto e del crudo elaborata da Lévi Strauss, Attali vede questa consumazione del corpo collettivo come evoluzione e sviluppo di potenziale. La volontà di potenza della classe egemone, perché va da sé che Attali non si immagina tra le classi degli sfruttati, i… “dannati della terra“.

Altro noto ideologo contemporaneo è Harari. Con Yuval Noah Harari si va oltre. Nei suoi saggi si vede come culmine dell’evoluzionismo, la perdita dell’umanità da parte degli esseri umani e la loro evoluzione in nuove forme di vita. Per chi pensi siano esagerazioni, si possono ascoltare i suoi interventi. Harari arriva a sostenere che l’uomo sia un animale, nella fattispecie un animale hackerabile. Nella visione di Harari si crea ovviamente una dicotomia: da un lato uomini come macchine -… le classi sociali basse -, dall’altro uomini come dei – le classi sociali ricchissime – .

Del resto, lo stesso Grillo aveva condiviso volentieri sul suo blog il manifesto del Transumanesimo.

Una grande deriva etica, morale, spirituale e persino antropologica. Che però ci mette di fronte alla domanda delle domande: fino a che punto sia calata dall’alto e dove, invece, non inizi dalle singole persone dei nostri tempi. Con il loro sentire e i loro valori profondi…

Insomma signori, l’inverno sta arrivando.

Musica e Deep State

Quando arti e cultura sono strumenti del potere

InContri, Marcello Piras e Alberto Contri

Il noto musicologo Marcello Piras, in dialogo con Alberto Contri sugli intrecci tra musica e Potere. Il Deep State e le agenzie governative nei loro tentativi – riusciti- di controllare e creare un mercato da usare come strumento di condizionamento culturale.

La rubrica è a cura di Scienza e Coscienza, la rubrica InContri.

Scienzacoscienza.com

Quello sterminio chiamato “transizione ecologica”

Istat: 15 milioni in povertà assoluta, 60% di famiglie non arrivano a fine mese

di MARCO PALLADINO

Camerieri, Leone Pompucci 1995

Il delirio incalcolabile con cui è stato accolto in Romagna il pilota automatico in persona, è di per sé fin troppo significativo di cosa sia diventata l’Italia in questo tempo.


L’isteria per il potere personificato (che non è più quello politico, ma quello finanziario speculativo), assimila ciò che resta di questo Paese, alle più squalificate dittature che vedevamo in TV quando eravamo piccoli, e non ci spiegavamo come, delle folle sotto ipnosi, idolatrassero delle figure umane, che gli avevano assicurato povertà, guerra, disperazione e totale assenza di libertà.


Ci siamo arrivati, anzi siamo oltre.
Perché allora si usava la bandiera, la fedeltà, il patriottismo, i presunti valori fondanti e tradizionali. Da noi no, neanche quelli. Anzi da noi la bandiera è stata stracciata a favore di un panno blu, i sacri confini sono stati polverizzati e sono violati ogni giorno, il saccheggio dei nostri gioielli è continuo, come la subordinazione coloniale. Cioè noi gioiamo dello smembramento, dell’autocastrazione, dell’annullamento. Siamo entusiasti di essere fatti a pezzi e svenduti, di essere invasi, di dipendere totalmente da altri.


Se non sbaglio in nessun paese del mondo si è arrivati a mettere un banchiere al timone, uno che rappresenta egregiamente tutto il contrario di ciò che può essere benefico per un popolo. Ne abbiamo avuti due in un decennio. E ancora non ci basta.
E il banchiere è stato fin troppo chiaro e ha fatto giustizia delle stupide chiacchiere degli illusi: chiunque vada al governo, l’agenda non è assolutamente in discussione. Gli obiettivi saranno conseguiti pienamente. Andate tutti a votare.


La padronanza beffarda di chi sa di controllare pienamente il gioco: partecipate prego. Accomodatevi. Vinciamo sempre noi. Volete davvero andare alla sagra del nulla? Fate pure.


E notate anche un’altra cosa: la differenza abissale tra il peso delle parole di costui, pesate, sottolineate, santificate e il nulla dei politici di contorno, protagonisti di un confronto surreale, vuoto, da baraccone di periferia. Da qui si vede chiaramente dove risiede la decisionalità e dove invece alberga il nulla cosmico; che ormai sta come la muta di Setter irlandesi al cacciatore.


E quali sono gli obiettivi che saranno, comunque vada, raggiunti?


Ce lo certifica l’ultimo rapporto Eurostat sul nostro Paese pubblicato proprio ieri: 15 milioni in povertà assoluta, 60% di famiglie che non arrivano a fine mese, aumento spaventoso dei cosiddetti Working Poor, cioè lavoratori, ma poverissimi.


Cioè si lavora e non si vive. Il tutto con la prospettiva catastrofica alle porte, che ormai non nega più nessuno. Lo sterminio. Denominato transizione ecologica.
A tutto questo si inneggiava scompostamente ieri. Ma evidentemente agli italiani non basta. Non ancora.


Preso da catalessi autodistruttiva inarrestabile, questo stivale al centro del mediterraneo, mi ricorda esattamente un film del 1995 di Leone Pompucci: Camerieri. Andatelo a guardare.
Quello sgangherato ristorante su un litorale spettrale, in mano ad una umanità ridotta, suicida, ributtante, “conflittiva”, altezzosa e inconcludente, mi riporta amaramente al mio paese.
Sotto una maledizione che pare non avere fine e dal cui agitarsi viene fuori di tutto, tranne il bene. Ci sono persone sane e lucide, come il solo cameriere Riccardo, che prova a sfuggire alla follia individualista e fratricida che gli sta attorno, ma alla fine viene travolto anche lui. Dall’insipienza infinita dei suoi colleghi e dalla volgarità incommensurabile dei commensali.
Senza trovare una via d’uscita accettabile.
O riuscire ad accendere una luce in questa oscurità delle menti. Con gli occhi scevri da ogni fine personale, con la casella “tifoso” completamente vuota, ma soprattutto con il cuore, vedo questo scenario.


E non so cosa darei perché non fosse così.

La scienza

Hiroshima, 6 agosto 1945

di EUGENIA MASSARI

<<Sono diventato la Morte, distruttore dei mondi>> Julius Robert Oppenheimer.

Consapevole, shakeaspeariano, addirittura citando la Bhagavadgītā, il Canto del Divino dei Mahābhārata. Non senza un nascosto sorriso sottostante affiorante, Oppenheimer ci rivela la sconfitta e tutta la mediocrità della creatura che si erge a dio. Quando “la scienza”, in opposizione alla natura, amante del sintetico e dell’artificio, dissacra l’umano.

Elisabetta Frezza a “ContiamoCi”

Contro la biopolitica, il raduno di Vicenza

L’intervento di Elisabetta Frezza, giurista ed autrice, alla manifestazione ContiamoCi.

Manifestazione Nazionale ContiamoCi! 30 luglio 2022, Campo Marzo Vicenza.

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Il dogma imprescindibile

di MARCO NASTASI

La libido mortuaria inscritta nell’inorganico: macchine, codici, mascherine, virus, metaverso, distanza. Il nuovo Eden che sta prendendo forma sulla terra, la terra promessa dell’Uomo Nuovo, dove la carne ed il sangue sono solo parametri per definire la vita come il testo scritto dalla paura della morte. Il corpo, se la fluidità diventa un dogma imprescindibile, altrimenti che sia conservato per testare i farmaci. L’elisir, mentre la carne ed il sangue sono i veleni di chi ancora interroga il buio.

Propaganda da Tiffany. “Dove niente di veramente brutto può capitarti”

di MATTIA SPANÓ

In casi come una pandemia o una guerra, il potere ricorre alla propaganda. Per la verità, propaganda è l’alfabeto del potere anche durante la gestione degli affari correnti.

È la propaganda che agita le acque al punto da generare la crisi, lo stato di eccezione, il pericolo mortale. O che a tratti si limita a gestire la “normalità” – la più raffinata delle invenzioni semantiche della propaganda.

La propaganda si fonda sul concetto primordiale di nemico, cioè un’entità che minaccia la quantità e la qualità della vita. Il nemico può essere il cambiamento climatico, una pandemia, la Russia, il terrorismo islamico, i no-vax, il fantasma del fascismo, gli omofobi, la mafia, il razzismo.

Sono tutti fattori realmente esistenti, ma la domanda cruciale è: sono davvero una minaccia?

Un potere politico radicalmente impotente come quello che presiede le nostre esistenze sopravvive di sola propaganda. È un potere che alla domanda appena posta risponde: sì, sono una minaccia reale.

Dal momento che non sa più incidere positivamente nell’economia, nella società, nella diplomazia, per mezzo della propaganda inchioda le persone alla paura del nemico.

La propaganda serve a diffondere una, e solo una, verità assoluta che non può essere criticata e messa in discussione: l’esistenza del nemico

La ragione profonda di ciò è che lo Stato occidentale moderno si regge su alcuni luoghi comuni incompiuti come la democrazia, la libertà, l’uguaglianza e soprattutto un benessere relativo (il nostro stile di vita).

È uno Stato approssimativo, tendenziale: si avvicina, gira intorno, poi deve calciare il barattolo ma non troppo, perché i cittadini credano che resti a portata.

Il cittadino accetta di chiudere un occhio su alcuni malfunzionamenti del sistema, e sullo scostamento dell’obiettivo, in cambio del godimento dello statu quo nunc fornito dal sistema stesso.

Quello di cui sembra non accorgersi è che, dal punto di vista del potere, questo statu quo nunc non solo non esiste, ma non deve esistere.

Il potere non ha nulla a che fate con la politica democratica, la quale è talmente indebolita ed esangue da limitarsi a sottoscrivere ciò che la massa chiede in base a ciò che crede di volere.

È il consenso che muove la politica, non il contrario. La politica è governata dalla volontà posticcia e informe delle masse, così come essa viene rappresentata dai mass-media.

La politica finanzia i mass-media, che interpretano una spettrale “volontà del popolo” e la rappresentano alla politica, in un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

La comunicazione mena le danze. Il consenso è mutevole e basato sull’impulso.

La “macchina democratica” ha come carburante il cambiamento continuo, che garantisce una parvenza di alternanza e accorda al popolo una possibilità di scelta irrilevante, il quale vive nell’illusione costante di poter “cambiare le cose”.

La comunicazione propagandistica agisce in puro stile stimolo-risposta: provoca reazioni innaturali nell’opinione pubblica, e su queste innesta ulteriori provocazioni allontanando i cittadini dal contatto coi bisogni reali.

Non solo, il potere “democratico” invita il cittadino a battersi per risolvere certi problemi, lo chiama ad essere “attivo”, a “partecipare”: ad esempio la parità di genere e di salario fra uomo e donna, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, il lavoro remoto, il sesso liquido e decidibile, sono spacciate per conquiste della “società civile”.

Si crede, ma è appunto una credenza, che in questo modo la società migliori un già elevato livello di benessere e civiltà. Soprattutto, il cittadino si convince di decidere liberamente del proprio destino come singolo e come membro della comunità.

Anche il cittadino che non condivida tali cambiamenti migliorativi, nel subconscio li accetta perché pensa che domani toccherà a lui vedere esaudite le sue istanze.

Crede di vivere in un sistema libero, il che lo spinge ad accettare anche quelle leggi e costumi ai quali è contrario, perché si tratta di un’”espressione democratica”.

Pensa che quella che è a tutti gli effetti propaganda sia al contrario l’espressione di una genuina volontà popolare, e che il potere esista e sia necessario per realizzare questa volontà. 

Questo “accadere della volontà popolare” si chiama libertà, e non accade mai. È una libertà astratta che funziona da palliativo analgesico, vagamente soporifero. Non deve realizzarsi, deve semplicemente far credere che lo farà.

Il motivo per cui una persona o un gruppo perfino maggioritario di persone non vedrà mai espressi i propri bisogni nell’Agenda setting è banale. Si può descrivere come la minoranza maggioritaria che condiziona (qualcuno direbbe: opprime) una maggioranza minoritaria.

Una minoranza che apporta idee e soluzioni di rottura dispone di mezzi finanziari e una capacità di penetrazione mediatica enorme e razionalmente incomprensibile, soprattutto in una società fondata sul processo di produzione (input-output).

Una simile società non deve soddisfare bisogni, ma “crescere”. Non produce “offerta”: produce ricchezza, vale a dire stock di eccedenze.

Bisogna allora costruire una minoranza, a volte molto sparuta, che distrugga le eccedenze e generare povertà. La povertà è la condizione ideale per il potere democratico: accresce nei cittadini la fame di “cambiamento”.

In effetti uno stato delle cose “normale”, già accettato dalla maggioranza, non permette alcuno spazio proiettivo all’azione politica. Il potere nei regimi democratici si fonda sul futuro, mai sul presente e men che meno sul passato.

La riscoperta dei fasti del passato è un tratto tipico dei regimi totalitari di destra del ‘900. La Roma Antica per Mussolini, i Nibelunghi e Agarthi per Hitler.

Fra le tante ragioni della loro eradicazione ce n’è una peculiare: sono regimi privi della visione progressista nelle magnifiche sorti, e pertanto monchi. Restaurano, non innovano.

La visione del Sol dell’Avvenire che invece sostiene i regimi orientali come quello sovietico e cinese è sopravvissuta nel loro carattere utopico, e dopo essere iniziata in Occidente vi è tornata trasfigurata dalla visione circolare del tempo tipica dell’Oriente.

È una forma-pensiero resiliente, non dimostrabile e perciò non falsificabile: l’Eden terrestre che promette non si è ancora realizzato, quindi non può essere negato né l’avanzata verso di esso può essere impedita.

Così nella minoranza maggioritaria, l’attivismo politico diventa una professione ben pagata, e i media danno voce a queste idee dirompenti.

La minoranza diventa maggioritaria perché la sua presenza sulla scena sociale e politica è quasi esclusiva: essa porta il cambiamento, il “nuovo”.

La minoranza fronteggia una maggioranza silenziosa cui nessuno dà voce – la tradizione non porta, per assioma, elementi di novità notiziabili – per di più sottoposta al giogo della produzione: deve produrre per vivere, non ha tempo né risorse per influenzare il modo di vivere e pensare altrui.

È una maggioranza il cui peso specifico culturale è inesistente, e come tale minoritaria. Si accontenta di ciò che ha, non pensa alle alternative, è destinata a subire passivamente – al massimo a reagire – al pensiero di rottura della minoranza.

Se osserviamo il modello delle minoranze maggioritarie che contrastano le maggioranze minoritarie, senza per forza voler supporre disegni eversivi retrostanti, notiamo che il carattere eversivo è intrinseco al meccanismo: ogni tot anni un sistema simile, a chiarissima matrice computazionale, deve resettarsi.

A dispetto della convinzione di molti, il pensiero computazionale – un ibrido matematico-strutturalista – precede l’invenzione del computer.

I limiti di questo tipo di modello di sviluppo culturale fondato sulla propaganda, ovvero su un sistema di istruzioni interdipendenti (il programma, che vende un partito ai cittadini o fa girare un’applicazione sul telefono) sono ben descritti nell’aspirazione della protagonista del romanzo di Truman Capote, Colazione da Tiffany: rifocillarsi dalle asprezze della vita in un luogo “dove niente di veramente brutto può capitarti”.

Torna la promessa del paradiso perduto: facciamo le riforme, e staremo meglio, approviamo la legge contro l’omofobia e tutto andrà bene, inviamo armi all’Ucraina così che il pazzo presidente russo perda e il mondo sia un posto migliore.

Ma il programma o non si realizza, o invecchia e va sovrascritto o disinstallato, o va in crash. Edulcorare la pillola invocando l’irreversibilità del progresso – una baggianata sesquipedale, a parer mio – non serve a nulla. Primo limite.

C’è poi un problema di smaltimento delle scorie culturali: piaccia o meno, l’Occidente si fonda sull’osservazione ordinata della natura tipica del pensiero greco, e sull’origine di questa natura in un Creatore divino secondo il pensiero giudaico-cristiano.

Quelli che oggi ci appaiono come rottami disfunzionali sono un ingombro dello spazio culturale (che non è infinito chiunque lo occupi, come non sono infiniti i server di Google): presto o tardi entreranno in conflitto con il nuovo, e verosimilmente lo stritoleranno. Secondo limite.

Da ultimo, il carattere circolare del pensiero minoritario che diventa maggioritario e che per sopravvivere deve tornare ciclicamente a disfare i risultati conseguiti, vale a dire ripetere all’infinito il giochino, ad un certo punto non troverà alcun fondamento solido come il logos e il divino, ma soltanto la fragile stratificazione del vecchio codice-macchina che occupa memoria.

È condannato a esplodere e implodere in continuazione, a sviluppare calore che finisce per liquefarlo, a radicalizzarsi sempre più annichilendo sé stesso. Terzo limite.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Garantire l’abuso

La lettera dei garanti dell’infanzia della Basilicata a Bianchi e Speranza

di EUGENIA MASSARI

I garanti dell’infanzia della Basilicata scrivono ai ministri Bianchi e Speranza per sollecitare l’abolizione dell’uso delle mascherine nelle aule scolastiche.

I garanti riportano il parere di novanta esperti sugli ormai accertati danni da mascherina sui minori, tra cui: aumento istinti suicidiari, disturbi alimentari, disturbi della sfera cognitiva, disturbi comportamentali. I garanti parlano quindi di emergenza salute mentale.

Per poi chiaramente affermare, di fatto, che la misura sarebbe necessaria non per cessare il danneggiamento della salute pubblica, nel testo ammesso e denunciato. Quanto per premiare i minori che hanno ubbidito alle regole.

E, soprattutto, in vista dell’autunno. Quando, sollecitano i garanti, andrà bene re-imporre i dispositivi e gli interventi che danneggiano la salute pubblica.

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