La teoria dei sociopatici al potere

Ovvero i predatori della giungla capitalistica

di ENRICO VALERIO AVERSA

American Psycho, Mary Harron (2000)

Il giornalista e scrittore Paolo Barnard (1) nel suo libro Il più grande crimine, sintetizza l’evoluzione economico-sociale dell’Occidente spiegando che, dopo secoli di lotte, alcune nazioni illuminate conseguirono i capisaldi del benessere e del progresso umano in termini umani: la «democrazia» e la «moneta sovrana moderna». Grazie a ciò si giunse alla civile gestione dei beni comuni, con economie più sane e socialmente più benefiche.

Siccome a goderne erano in molti e soprattutto il popolo “sovrano”, ecco che a “qualche ristretta élite” la cosa non piacque affatto.


Dal secondo dopoguerra a oggi questi signori hanno lavorato per distruggere il nuovo corso virtuoso, portando moltissime persone alla disperazione, alla sofferenza, rendendogli la vita
impossibile
e non più degna di questo nome. Un raro esempio di avidità, sete di potere e sadismo post-modernista, da parte di un’élite onnipotente. Come scrive Barnard: «pochi spregiudicati criminali, assistiti dai loro sicari intellettuali e politici» che scelsero scientemente a tavolino di manovrare le leve finanziarie e
politiche a livello globale per azzerare il processo di emancipazione dell’umanità.
Si attuò così un più vasto disegno criminale definito «Piano Neoclassico, Neomercantile e Neoliberista», come specifica nuovamente Barnard nel suo libro: «[…] sto parlando dei leader dei maggiori istituti finanziari del mondo e delle corporations di stazza multinazionale, accompagnati da uno stuolo di fedeli pensatori economici e di tecnocrati. I politici, obbedienti, spesso li seguono a ruota. A volte li sentirete chiamare “gli Investitori internazionali” che si riuniscono in alcuni club esclusivi come la Commissione Trilaterale, il Bilderberg, il World Economic Forum di Davos, l’Aspen Institute e altri. Sono coloro che il settimanale The Economist ha di recente chiamato “I Globocrati».


Prendendo spunto anche da un articolo pubblicato sul sito Avvenire.it nel 2009 (2), un pezzo molto interessante dal titolo “Affari a gonfie vele se il manager è psicopatico
e approfondendo la bibliografia scientifica della criminologia che si occupa di imprenditori e dirigenti d’azienda, si apprendono altre notizie interessanti.
Come vedremo, le ricerche dimostrano una chiara correlazione tra le attitudini antisociali tipiche dei criminali psicopatici e i profili di personalità dei professionisti dell’alta finanza responsabili delle grandi bolle speculative e dei disastri borsistici nel periodo 1994-2009. Il fenomeno era ed è studiato da moltissimi anni, ma oggi se ne parla ancora troppo poco. Lo si sottovaluta, forse, a causa del fatto che la maggioranza delle persone, anche le più
informate e acculturate, di fronte al problema fa “spallucce” e dice: «lo sappiamo, ci sono i criminali e allora?». Come sarebbe a dire “… e allora?”. Questo non è un fenomeno raro, isolato, appannaggio di pochi ricercatori specialistici. Non è una notizia che non abbia ricadute concrete nel quotidiano di tutti noi. Sveglia! Il cuore del problema è tutto qui. Se non risolviamo il marciume della cultura criminale che avvelena la mentalità della maggioranza dei dormienti e non eliminiamo gli psicopatici dal potere, non andremo da nessuna parte.

I «predatori della giungla capitalistica» (3), come vengono chiamati, possiedono personalità patologiche perfettamente adatte a competere con successo nel mondo affaristico dominato dalle leggi darwiniane dello “rank & yank” (4), dove chi non si dimostra all’altezza è eliminato. Le loro caratteristiche patologiche di personalità sono:

  • l’arroganza;
  • la propensione eccessiva al rischio e la disponibilità all’azzardo;
  • l’orientamento alla frode e alla gestione criminale delle aziende (corporate psychopaty).

Si afferma nell’articolo di Avvenire.it: «Top manager come serial-killer di massa? Secondo alcuni studi americani e inglesi, sì». Approfondendo questi studi citati (nota 5-6) si scoprono ulteriori risvolti interessanti.

I ricercatori hanno utilizzato strumenti clinico-diagnostici (Psychopathy Checklist), che misurano il grado di psicopatia criminale, per somministrarli agli esponenti dell’alta finanza responsabili dei suddetti disastri economici. Si capisce così, che tali sciagure non furono il risultato di errori decisionali di persone pronte a pentirsi, ma causate da veri e propri perversi-immorali cronici, incapaci di senso di colpa o di provare altri sentimenti, se non mimandoli per mantenere una facciata di rispettabilità.

Chiariamo meglio: questa élite di persone ai vertici aziendali e sociali, quando viene valutata clinicamente, manifesta chiari profili di personalità degni dei peggiori criminali: mancanza di scrupoli, di responsabilità, di empatia, tendenza esasperata alla menzogna e alla manipolazione.

Approfondendo ulteriormente la letteratura scientifica sui disturbi di personalità tra gli erroneamente considerati “normali” colletti bianchi, si trova un altro studio, stavolta inglese. Emerge che gli “psicopatici”, che operano all’interno della società tradizionale, hanno successo nei ruoli dirigenziali di alto livello grazie alle loro caratteristiche emotive patologiche (nota 7):

  • fascino superficiale, insincerità, egocentrismo, manipolazione (istrionismo);
  • grandiosità, cinismo, sfruttamento (narcisismo);
  • perfezionismo, eccessiva devozione al lavoro e tendenze dittatoriali (compulsione).

Ma non è tutto. Questi disturbi legati al comportamento deviante non sarebbero appannaggio solo del mondo del lavoro. Sarebbero molto diffusi anche nella comunità sociale generale.

La sottostima del fenomeno sarebbe dovuta alla minore gravità psicopatica di certe persone e dal loro sforzo cosciente di apparire socialmente accettabili. Infatti, la personalità istrionica (nota 8) in forma mite trasforma la persona più in un “gregario” patologico, ma altrettanto pericoloso, se non più pericoloso di un predatore attivo.

E la società civile dal canto suo che cosa fa? Premia e incoraggia molti aspetti dei comportamenti devianti, ecco perché gli psicopatici “di successo” stanno aumentando nel tempo (nota 9), come i loro ammiratori e seguaci. Emerge anche, da uno studio condotto su studenti universitari che alcuni di loro possiedono i tratti caratteristici del disturbo psicopatico. Proprio grazie al fattore emotivo narcisistico, che occulta il tratto antisociale dello stile di vita deviante, quel tipo di persone riesce ad ottenere successo sul lavoro e nella società, perché le loro strategie emotive contribuiscono alla “facciata affascinante” e alla grande abilità nell’influenzare le persone.


Anche le Istituzioni non sono esenti dal problema (10) . Gli psicopatici sono abili a sviluppare relazioni proficue con persone della massima autorità istituzionale, manipolandole per fare carriera. Quindi, ce li troviamo anche lì. Si, abbiamo capito bene: gli psicopatici, spinti dal bisogno di potere e prestigio, conseguono posizioni di leadership istituzionale esercitando il potere e il controllo sulle risorse. È proprio così, gli psicopatici fanno sì che la loro personalità perversa, non appaia diversa
da quella degli individui “normali”. A livello sociale, i sondaggi comunitari (11) stimano che fino all’11% della popolazione adulta soffra di disturbi di personalità, mentre i tassi aumentano al 30-50% nelle persone che si rivolgono ai centri di salute mentale, al 75% nella popolazione carceraria, per giungere al 93% nel gruppo dei pazienti con disordini mentali (12) .

Perfino nei testi universitari di psichiatria si identifica un certo tipo di classe dirigente patologica come manifestazione sociologica del disturbo di personalità antisociale: «Certo, alcuni disvalori sono nella società attuale premianti. L’aumento relativo dei crimini contro la persona rispetto a quelli contro il patrimonio nelle classi sociali più basse e l’irresponsabilità criminale delle alte classi sociali corrotte, in Italia e diffusamente anche in Europa,
rappresentano l’immagine sociologica del disturbo di personalità antisociale» (13).
Accettiamolo, i disvalori criminali sono premianti nelle nostre società e che lo psicopatico è facilitato nell’indossare la “maschera della normalità” a causa degli stereotipi sociali che si fermano alle apparenze, giudicando positivamente gli istrionici solo perché appaiono più
sicuri di sé, persone educate, vestite alla moda e di successo. Non commettiamo però l’errore di etichettare questi disturbati come malati di mente.

L’antisociale si comporta nel pieno delle sue responsabilità e sceglie lucidamente di agire coerentemente con i suoi fini predatori e opportunistici. Sono persone che ricercano il piacere nel delinquere per sentirsi emotivamente vive, scelgono intenzionalmente di ignorare la legalità e le regole morali. Non provano mai né pentimento né paura delle conseguenze dei propri atti. Ed ecco l’aspetto sadico: provano piacere nel rendere impossibile e disagevole la vita degli altri. Non conoscono l’etica kantiana secondo cui l’essere umano va sempre considerato un fine e mai un mezzo. Usano gli altri come strumenti per conseguire i propri obiettivi di visibilità, ricchezza e potere economico-politico.


L’articolo di Avvenire.it dimostra come la psicopatia aumenti esponenzialmente nei luoghi di potere e di come il capitalismo neo-liberista e selvaggio rappresenti un habitat naturale per queste patologie. Se i delinquenti tradizionali sono impulsivi e fisicamente aggressivi, quindi entro poco
tempo avranno guai con la giustizia, i delinquenti della classe dirigente, capaci di autocontrollo e di celare abilmente la loro immoralità, riusciranno per molto tempo a nascondere la loro pericolosità sociale (14). Essi rappresentano l’evoluzione del criminale classico – termina l’articolo su Avveire.it – che ha imparato ad adattarsi al nuovo sistema socioeconomico. E questo principio è confermato anche dagli studi più attuali (15). Addirittura un recentissimo studio (16) sprona i cosiddetti “ricercatori dei tratti oscuri della
personalità nei luoghi di comando”, a migliorare i loro standard di qualità, sia in termini di teorie scientifiche che di misurazioni. Perché? Perché, termina lo studio, «non possiamo lasciare che il male sia più forte del bene».


Ma, perché facciamo fatica ad accettare questa realtà delle cose?


Ronald Laing (17) ci dà la sua spiegazione, quando ragiona sulla massa dormiente e inconsapevole della realtà che la riguarda, parlando di “normale alienazione dell’esperienza”: «L’importanza di Freud per il nostro tempo risiede in larga misura nel fatto che egli ha saputo vedere e, in gran parte, dimostrare come la persona comune sia un brandello, contratto e disseccato, di ciò che una persona può essere. […] La nostra capacità di pensare […] è pietosamente limitata: persino la nostra capacità di vedere, udire, toccare, percepire sapori ed odori è talmente annebbiata dai veli della mistificazione che per tutti è necessaria una intensa disciplina volta a disimparare, prima che possiamo incominciare ad avere di nuovo esperienza del mondo, con innocenza, verità ed amore. […] Questo stato di cose costituisce una devastazione quasi irreparabile della nostra esperienza: allora si ciarla a vuoto di maturità, amore, gioia, pace. Ciò che viene chiamato “normale” è un prodotto di repressione, negazione, scissione, proie-
zione, introiezione, e di altre forme di azioni distruttive operate contro l’esperienza […].
Vi sono forme di alienazione che sono relativamente rare rispetto a quelle statisticamente “normali”. La persona “normalmente” alienata, per il fatto di agire più o meno come tutti gli altri, è presa per sana. Le altre forme di alienazione che non stiano al passo con lo stato di alienazione predominante sono quelle che vengono etichettate dalla maggioranza “normale”
come nocive o folli. La condizione di alienazione, quella di essere un dormiente, inconsapevole, fuori di sé, è la condizione dell’uomo normale. La società fa gran conto del suo uomo normale: educa i fanciulli a smarrire se stessi e a divenire assurdi, e ad essere così normali. Gli uomini normali hanno assassinato 100 milioni circa dei loro simili uomini normali negli ultimi cinquant’anni. Il nostro comportamento è una funzione della nostra esperienza: agiamo in accordo con il nostro modo di vedere le cose»
(18).

C’è speranza per il futuro, secondo voi, se non ci svegliamo e se non cambiamo atteggiamento nei confronti di quelle persone? Dobbiamo smetterla di ammirarle e invidiarne la scalata sociale, le ricchezze e la facciata di falsa onorabilità.
Diversamente, che promesse potrà farci il futuro?

NOTE

1) Paolo Barnard (2011). Il più grande crimine. Ecco cosa è accaduto veramente alla democrazia e alla ricchezza comune. E a vantaggio di chi. Edizioni Andromeda; pag. 6.
2) Alessandro Beltrami (07/10/2009). La ricerca. Gli affari andranno a gonfie vele se il top manager è psicopatico. Avvenire.it
3) Avvenire.it, articolo citato.
4) Il rank & yank è anche un modello di valutazione del personale basato sulla produttività, per cui i dipendenti sono inseriti in graduatorie dove il 20% più produttivo è premiato e meglio remunerato, il 70% nella media viene considerato ancora adeguato, ma un 10%, a causa della bassa produttività, verrebbe licenziato.
5) P. Biabiak, R.D. Hare (2007). Snakes in Suits: When Psychopaths Go to Work. HarperCollins publishers.
6) Robert D. Hare et All. (1990). The Revised Psychopathy Checklist: Reliability and Factor Structure. Psychological Assessment, Vol. 2, No 3; 338-341.

7) B.J. Board, K. Fritzon (2003). Disordered personalities at work. Psychology, Crime & Law, March 2003, Vol. 11(1), pp. 17-32.
8) Millon, T. and Everly, G. (1985). Personality and Its Disorders: a Biosocial Learning Approach. New York: Wiley.
9) Lilienfeld, S. (1998). Methodological advances and developments in the assessment of psychopathy. Behaviour Research and Therapy, 36, 99-125.
10) Doren, D. (1987). Understanding and Treating the Psychopath . New York: Wiley.
11) Zimmerman, M. and Coryell,W. (1990). Diagnosing personality disorders in the community. A comparison of self-report and interview measures. Archives of General Psychiatry, 47, 527-531.
12) Coid, J., Kahtan, N., Gault, S. and Jarman, B. (1999). Patients with personality disorder admitted to secure forensic psychiatry services. British Journal of Psychiatry, 175, 528_/536.
13) Giordano Invernizzi (2000). Manuale di Psichiatria e Psicologia Clinica – Mc Graw-Hill 2a edizione, pag. 240.

14) B.J. Board, K. Fritzon (2003). Disordered personalities at work. Psychology, Crime & Law, March 2005, Vol. 11(1), pp. 17-32.
15) Landay, K., Harms, P. D., & Credé, M. (2019). Shall we serve the dark lords? A meta-analytic review of psychopathy and leadership. Journal of Applied Psychology, 104(1), 183–196.
16) P. D. Harms (2022). Bad Is Stronger Than Good. A Review of the Models and Measures of Dark Personality. Zeitschrift für Psychologie. Advance online publication.
17) Ronald David Laing (1927-1989) è stato uno psichiatra scozzese, che studiò e scrisse profondamente la malattia mentale e la psicosi. Il pensiero di Laing sulle cause e sul trattamento di importanti disfunzioni mentali furono influenzate dalla filosofia esistenzialista.
18) Laing R.D., (1967), La politica dell’esperienza, Feltrinelli Economica, Milano, IV ediz. 1977; pp.22-26.

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Enrico Valerio Aversa è psicoterapeuta, e autore di diverse pubblicazioni.

Winter is coming

O dell’Ideologia dietro la pandemia

di EUGENIA MASSARI

Solo chi abbia abdicato a ogni traccia residua di aristotelismo può davvero continuare a credere a Governi che rispondano ad una pandemia naturale per salvaguardare il benessere dei cittadini. Le misure hanno infatti avuto come risultato l’inesorabile distruzione della salute pubblica.

Questi Governi prendono ovunque le stesse decisioni. Negli stessi tempi. Con step che si susseguono in modo similare.

Soprattutto, a livello mondiale abbiamo visto usare gli stessi linguaggi e le stesse forme intrattenitive.

Forme che ricordano il centro commerciale, con clown colorati e musichine che invitano branchi di consumatori a comprare roba inutile o dannosa.

Da dove vengono questi protocolli? Da dove viene questa nuova lascienzah che oblitera secoli di metodo critico e di confutazione?

Da Who, ovvero l’OMS. Dall’Imperial College, dal MIT, da Harvard. Notevole quando quest’ultima suggeriva di indurre il disturbo psichiatrico noto cone FOMO – di cui soffrono soprattutto giovani e minori – per costringere le persone ad assumere i trattamenti a mRNA.

Enti “benefici” o di ricerca, ma finanziati, fondati e controllati dai soggetti del WEF, la grande industria delle biotecnologie, gli unicorni del digitale e i grandi della finanza.

C’è una ideologia che accomuna questi grandi ricchi della terra o tutto ruota solo intorno al fare soldi?

Nel 1979 Jacques Attali, figura chiave UE, e importante banchiere in cui molti vedono il padrino politico di Macron, pubblicava L’ordre cannibale. Vie et mort de la medicine. Attali vi auspicava una civiltà costruita intorno alla medicina industrializzata. Dove il corpo umano emerge come la vera economia circolare. Tanto che, ribaltando la metafora antropologica del cotto e del crudo elaborata da Lévi Strauss, Attali vede questa consumazione del corpo collettivo come evoluzione e sviluppo di potenziale. La volontà di potenza della classe egemone, perché va da sé che Attali non si immagina tra le classi degli sfruttati, i… “dannati della terra“.

Altro noto ideologo contemporaneo è Harari. Con Yuval Noah Harari si va oltre. Nei suoi saggi si vede come culmine dell’evoluzionismo, la perdita dell’umanità da parte degli esseri umani e la loro evoluzione in nuove forme di vita. Per chi pensi siano esagerazioni, si possono ascoltare i suoi interventi. Harari arriva a sostenere che l’uomo sia un animale, nella fattispecie un animale hackerabile. Nella visione di Harari si crea ovviamente una dicotomia: da un lato uomini come macchine -… le classi sociali basse -, dall’altro uomini come dei – le classi sociali ricchissime – .

Del resto, lo stesso Grillo aveva condiviso volentieri sul suo blog il manifesto del Transumanesimo.

Una grande deriva etica, morale, spirituale e persino antropologica. Che però ci mette di fronte alla domanda delle domande: fino a che punto sia calata dall’alto e dove, invece, non inizi dalle singole persone dei nostri tempi. Con il loro sentire e i loro valori profondi…

Insomma signori, l’inverno sta arrivando.

La scienza

Hiroshima, 6 agosto 1945

di EUGENIA MASSARI

<<Sono diventato la Morte, distruttore dei mondi>> Julius Robert Oppenheimer.

Consapevole, shakeaspeariano, addirittura citando la Bhagavadgītā, il Canto del Divino dei Mahābhārata. Non senza un nascosto sorriso sottostante affiorante, Oppenheimer ci rivela la sconfitta e tutta la mediocrità della creatura che si erge a dio. Quando “la scienza”, in opposizione alla natura, amante del sintetico e dell’artificio, dissacra l’umano.

Epistemologia della comunicazione: il virus è la cura, il vaccino la malattia mortale

di MATTIA SPANÓ

Dal punto di vista della comunicazione, il Covid-19 è una terapia. Non commetto né un errore né un refuso: il Covid-19 è la terapia di un mondo malato. Come tale è stato concepito, o almeno sfruttato.

Se assumiamo l’assioma di Paul Watzlawick, tutto è comunicazione, allora il nome che si dà alle cose è decisivo. Anche in una prospettiva meno radicale, l’ipotesi resta valida.

Il nominalismo procede per assonanze o dissonanze – è un criterio squisitamente musicale, eufonico o cacofonico – con quanto già esistente e nominato. 

Il fatto che il virus abbia assunto un nome del tutto simile a certi farmaci, come Comirnaty, EN-101, Nimesulide, deve far riflettere e concludere, quanto meno sul piano ipotetico, che il virus sia la terapia.

Nessuno al ristorante ordinerebbe un piatto chiamato Rattoon Miorto, perché gli ricorderebbe un topo morto (nei paesi italofoni e ispanofoni sicuramente, forse perfino in quelli anglofoni). Non ha nessuna importanza che sia buono o meno: l’impressione destata dal nome sarebbe tale che soltanto una minima parte degli avventori accetterebbe di provare il piatto.

Nessuno comprerebbe una vettura che si chiamasse Craashi o Skassun – potrebbe essere il nome di una macchina coreana – perché penserebbe di lasciarci la pelle al primo incrocio.

Esiste una notevole varietà di mele: le Golden, le Granny Smith, le Stark, le Renette, le Imperatore. Non esistono le Kakka, che in lingua giapponese significa “eccellenza”, nel senso inglese di “milord”, mio signore, per estensione che si distacca dal consueto, che eccelle in virtù e qualità.

Tutti mangiano mele che si chiamano “rigido, desolato” (le Stark) o “nonna fabbro” (Granny Smith) evocative di qualcosa di duro, sgradevole, sporco, immangiabile. Nessuno però comprerebbe delle mele che si chiamino “eccellenza” in giapponese. Perché? Perché i nomi vengono introiettati a livello profondo, e lì si solidificano come certe schiume usate nell’industria.

Questo è razionale? No. Se non è razionale, almeno è reale? Sì. E già questo basterebbe a contestare, minandolo probabilmente alla radice, il ben noto enunciato hegeliano “tutto ciò che è razionale è reale, e tutto ciò che è reale è razionale”. 

Dal momento che non sarò certo io a smontare il grande Hegel, in un dialogo impossibile con un grande della filosofia defunto, mi limito ad osservare che egli si gioca la partita della conoscenza sul piano grammaticale degli aggettivi, trattando reale e razionale come attributi del “tutto”.

Se invece li considero come sostantivi, cioè parti del tutto, non semplici attributi, allora il problema diventa comprendere cosa accade quando il razionale si introduce nel reale e viceversa. Possono succedere allora tre cose: o il razionale si rivela irrazionale, oppure il reale si rivela irreale.

Nel terzo caso, il razionale che coincide col reale e viceversa, ha ragione il grande Hegel, il quale in definitiva ha ragione, ma parzialmente.

Ma, ed eccoci al punto dirimente, qualsiasi cosa accada una volta che ho piantato il chiodo nel muro, estrarlo intatto è pressoché impossibile. In altre parole, la dialettica fra reale e razionale modifica sia l’uno che l’altro in modo irreversibile.

Esaurita questa lunga parentesi filosofica che ci tornerà utile nelle conclusioni, torniamo al nostro virus.

Molti ricorderanno che inizialmente il virus veniva chiamato Coronavirus, che però contiene la parola “virus”, percepita come negativa. Di colpo, letteralmente, si è cominciato a chiamarlo col più neutro Covid-19, eliminando la percezione negativa legata alla parola. Un nome buono per una medicina, appunto.

Se il vostro medico curante vi prescrivesse un farmaco contro l’ipertensione chiamato Covid-19, al netto del fatto che il nome sia stato speso per indicare una patologia, non avreste alcun problema ad assumerlo.

Con una dimostrazione controintuitiva: se avessero chiamato la malattia “peste nera”, o “peste bubbonica”, o “lebbra”, o “colera”, l’uomo occidentale sanificato da decenni di disposizioni sanitarie sempre più capillari e invasive, avrebbe semplicemente rifiutato l’idea stessa della malattia giudicandola impossibile.

Allora sì che avrebbe detto: “la peste nera non esiste, ve la siete inventata”. Ovvero, avrebbe offerto una formidabile resistenza culturale anche contro l’evidenza fattuale. Ecco perché un pupazzo tenerone lo chiamo Monciccì e non Dragosputasangue Trinciabambini.

Lo stesso schema di programmazione neuro-linguistica si è applicato chiamando farmaci sperimentali genicivaccini”. I vaccini li hanno fatti tutti sin da piccoli, tutto sommato senza conseguenze negative rilevanti, o per lo meno queste non sono state recepite sul piano psico-culturale profondo. 

È molto difficile contestare in via preventiva qualcosa che in fondo ognuno, compreso il contestatore, percepisce come buono.

Chiamando il virus con il nome di un farmaco, si è occultata e resa digeribile un’idea semplice: l’umanità è malata, il virus è la terapia.

Se l’affermazione può sembrare assurda, si consideri che viviamo in una selva di messaggi decostruzionisti: l’uomo è il cancro del pianeta, il sesso è decidibile, le minoranze si comportano aggressivamente nei confronti della maggioranza, la politica è sporca, regredire felicemente è possibile e desiderabile, gli animali sono meglio di noi, al mondo siamo in troppi, l’aborto sta trasformandosi da eccezione regolamentata a diritto eccetera. Cioè messaggi che mettono radicalmente in discussione, e puntano ad eliminare, il sistema di usi, costumi e credenze che abbiamo alle spalle.

Sia che si condivida questo genere di messaggi, sia che lo si combatta, si deve riconoscere che si tratta di un autentico capovolgimento dell’ordine naturale, o culturale, delle cose. Ciò che non si condivide non si critica: si cancella.

Affermare quindi che il virus ha funzionato e sta funzionando da farmaco curativo di un mondo e un’umanità malati, è perfettamente in linea con la cultura del paradosso che si sta imponendo a colpi di maglio.

È probabile, e forse già è così, che la “terapia della terapia”, vale a dire il vaccino curativo, alla fine di questa storia faccia più morti di quanti ne abbia fatti la patologia stessa.

Il Great Reset, il green pass, la nuova normalità, la digitalizzazione galoppante, il lockdown, altre misure chiaramente folli – né reali né razionali, dunque – non si sarebbero mai affermate se un’umanità sbagliata avesse continuato a ragionare secondo i vecchi canoni culturali.

A questa “malattia”, vale a dire la ragione e il rapporto con la natura di derivazione greco-romano-giudaico-cristiano, è stata imposta una terapia: il virus. Con coerenza omeopatica, la cura del virus è la morte o l’invalidità permanente grazie ad un pharmakòn, il veleno che uccide eliminando la possibilità stessa di sventure, mali e disgrazie tipica della vita.

Di qui la possibilità fornita dal governo canadese di pagare il suicidio ai cittadini poveri, disagiati o sofferenti che ne facessero richiesta. Prima ti affamo e ti riduco la vita ad un inferno, poi ti offro di suicidarti a spese mie.

Le discussioni sui giovani pelandroni che si rifiutano di lavorare a 280 euro al mese, o meglio ancora gratis. Già che se ne parli, è una mezza ammissione che la schiavitù sia non solo possibile, ma addirittura auspicabile.

O che un insegnante dichiari ad una maturanda che bisognava impedire di fare l’esame di stato a chi non avesse ricevuto almeno un vaccino, gettandola in un limbo di potenziale disoccupazione o sottoccupazione.

Il fatto che Facebook, Twitter e Youtube si possano permettere di silenziare un presidente degli Stati Uniti, o cancellare interi canali o pagine “sgradite”.

Il fatto che si obblighino le persone a rinunciare al contante, e si chiamino i loro diritti “libertà” – qualcosa che qualunque carcerato sa benissimo può essere tolta, al contrario dei diritti di cui anche l’uomo peggiore resta titolare-.

Sono tutte piccole tessere di un grande mosaico: l’Uomo Nuovo è l’Uomo Morto.

L’effetto collaterale di una terapia come il Covid-19 è che la maggior parte della gente sopravvive. Dunque ecco il vaccino, la cura definitiva che getta molte più persone nel meraviglioso mondo della morte: l’Ade o lo Sheol, la penombra eterna in cui vagano le anime. Esse si dicono che in fondo bisogna morire, e lo accettano serenamente: una vita priva di senso e di scopo, o la cui dignità e il cui scopo siano stati distrutti, non è degna di essere vissuta né apprezzata.

La malattia mortale è la disperazione di Kierkegaard: ignoranza di sé, volontà di essere altro da sé, incapacità di essere sé. Tutta questa disperazione è stata messa in moto con la pandemia prima, la cura poi, ora la guerra. Siamo al punto che alcuni bramano l’escalation nucleare.

Suggestioni da complottisti? Può darsi. Di fatto però il turbine semantico a cui siamo sottoposti autorizza questo tipo di speculazioni. In definitiva, non si tratta di stabilire se esista o meno un “tutto” hegeliano, ma di ridefinire più prosaicamente cosa e sotto quali condizioni ne faccia parte.

Su questo la comunicazione, vale a dire la capacità di dare il giusto nome alle cose e di persuadere le persone, può dare un contributo fondamentale. A patto che riconsideri i suoi fondamenti epistemologici positivi.


Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Tone is King

Fine della comunicazione pubblica, o nuovo inizio?

di ALBERTO CONTRI

Jean-Léon Gérôme, 1896

Leggendo del dottor Massimo Galli che accenna alla possibile correlazione fra i vaccini anti-Covid e disturbi finora attribuiti al long-Covid, ho avuto una specie di folgorazione a proposito di una questione che definire banale è persino generoso.

Com’è possibile, mi sono chiesto, che persone altamente qualificate che hanno preteso di aver dimostrato scientificamente  A, adesso ammettono la possibilità di non-A?

Com’è possibile che i mezzi di informazione non chiedano conto di questa clamorosa smentita di sé stessi?

Naturalmente ci sono molte risposte, alcune perfino ovvie, circa il perché questo accada. Ma sul piano della comunicazione, e in particolare della comunicazione pubblica, restano da fare delle analisi necessarie, finora rimaste in ombra.

Nel mondo della comunicazione c’è un mantra: content is king, comanda il contenuto. Nella realtà bisognerebbe dire: tone is king, comanda il tono.

In poche parole non è importante cosa si dice e il quando, ma il come, il dove e il chi lo dice

Ne Il piccolo principe di Saint-Exùpery si trova l’aneddoto dell’astronomo turco che scopre il pianeta dove vive il protagonista. Presenta il risultato della sua scoperta ad un congresso scientifico in abiti tradizionali, con il fez in testa, e nessuno gli crede. Un anno dopo ripete la sua presentazione, questa volta in giacca e cravatta, e gli credono tutti.

Le persone sono indotte a credere che sia la cornice, il contesto, a definire il contenuto di un messaggio. Si pongono domande, e in genere si danno risposte positive, sull’autorevolezza, la credibilità, la reputazione, l’affidabilità,  la puntualità, la chiarezza. Ma di cosa davvero quel messaggio significhi e verso quali conseguenze porti, se ne curano in pochi.

Questo non è sbagliato, ma è parziale. La realtà è governata da una legge spietata: se i fatti falsificano una delle condizioni cui ho brevemente accennato, tutto il castello crolla e gli attori della comunicazione pubblica vengono squalificati. O almeno dovrebbero, esattamente come un idraulico che chiamato a riparare una piccola perdita ti allaghi la casa.

Se questo invece non accade, c’è un enorme problema sul piano della comunicazione pubblica che può avere effetti travolgenti sulla democrazia, sul governo, sulle politiche anche internazionali. Detto in altri termini: esiste un limite fisico alle menzogne.

Io posso imbambolare le persone dicendo loro che esiste una terribile pandemia. Posso dire loro che se indossano mascherine e si vaccinano ne usciremo. Posso dire che il vaccino è efficace e sicuro. Posso chiudere tutto e raccontare che una grande ripresa economica ci attende in fondo al tunnel. Dal momento che né la pandemia si attenua né si vede traccia della ripresa economica, posso raccontare che è colpa della guerra in Ucraina: se sanzioniamo la Russia rinunciando a grano, gas e fertilizzanti, nel giro di una settimana lo Stato russo andrà in bancarotta.

Per quanto io calci il barattolo, arriva il momento in cui qualcosa di vero deve accadere. Se metto in forno l’arrosto non posso tirar fuori torta di mele. La prima volta posso pensare che qualcuno mi abbia fatto uno scherzo sostituendoli, la seconda che il burlone sia ripetitivo sino alla noia. La terza devo pensare che mi stia buggerando per fini ignoti ed ignobili.

Gli esempi fatti, tristemente falsi, dipendono dalla fiducia che la gente ha nel governo, nella scienza, nei media. Ma è un tipo di fiducia che la gente semplicemente non può non avere.

È una fiducia figlia non della persuasione, ma del bisogno stesso di fidarsi di quanto ci viene detto. È una fiducia che rifugge il caos, conservativa, che non offre soluzioni reali ma tende e perpetuare il già noto, il già saputo. Una fiducia coatta che è conseguenza di limiti culturali e tecnici – digital divide, scarsa padronanza delle lingue straniere, mancanza obiettiva di tempo per informarsi etc. In ultima analisi: è una fiducia che discende dal tono, non dal messaggio (siccome lo dice il governo e un governo non può mentire, allora è vero).

Ancora. I media ci hanno raccontano che Mario Draghi è una persona di qualità eccezionali, che gode di grandissimo prestigio internazionale. Se si analizzano queste qualità, si scopre che sono costruzioni narrative senza fondamenta. Per quanto riguarda l’enorme reputazione del nostro premier nel mondo, sui giornali e nelle televisioni esteri non se ne trova traccia, comunque non in misura tale da giustificare tanto entusiasmo – per lo più, si tratta di normale rispetto dovuto ad una carica istituzionale, a prescindere dal fatto che lo meriti o meno -.

Molte persone non addette ai lavori hanno compreso il meccanismo, anche se non sanno formularlo con chiarezza. Per contro, moltissimi comunicatori invece di analizzare questo monstrum, si sono abbandonati a valutazioni di opportunitàconvenienza, simpatie personali, conformismo. L’errore del principiante, che dopo la seconda ora di lezione pretende di saperne più del maestro, ma compiuto da maestri verso la realtà che descrivono.

È il lato oscuro dell’eccesso di specializzazione: il non addetto costretto a compensare artigianalmente i suoi limiti, l’addetto che va a giocare ad un gioco diverso su un campo nel quale la sua competenza non conta nulla. Mi pare una buona definizione di caos.

La divisione radicale introdotta da una comunicazione pubblica così rozza e inefficace ha creato una sorta di muro morale che divide i primi dai secondi: i primi si aspettavano una comunicazione corretta che i secondi non hanno dato. I secondi accusano i primi di essere incompetenti, ignoranti, in malafede. Non hanno però spiegato in modo convincente i fatti. Che la gente sia ignorante di ciò che non le compete, e spesso anche di ciò che le compete, è  purtroppo vero, ma la responsabilità più pesante del misfatto negro su chi ricade?

Ogni regime moribondo si estingue prima di tutto sul piano culturale. La cultura è l’approccio ai fatti e alla correlazione nascosta che li unisce all’interno di un orizzonte temporale finito – ciò che posso conoscere, comprendere  e trasmettere in 70 anni, 80 per i più robusti – . 

A questa fase ne segue un’altra, più o meno lunga ma estremamente dolorosa, di negoziazione e determinazione di un ordine nuovo (cosa ben diversa dal nuovo ordine mondiale: l’accento cade sull’ordine, non sulla novità, e non ci sono aggettivi tonitruanti a condire l’inconsistenza dello scopo).

Come se ne esce? Tenendo conto del grado elevatissimo di complessità che il nostro sistema ha raggiunto, e temperandolo con l’obiettiva fragilità che tale complessità frattale porta con sé.

Si è parlato molto di sistemi complessi straordinariamente raffinati e interfacciati. È venuto il momento di tornare a parlare di cose semplici, creando consenso su antiche ovvietà – stabilire, ad esempio, che la moneta digitale non ha alcun sottostante: la fiducia non è e non sarà mai algoritmica, ci sarà sempre qualche furbo in agguato pronto a rompere il patto: si studi il caso della crypto Terraluna, al riguardo.

Ci siamo allontanati troppo dalla costa. Bisogna richiamare le navi in porto, dire ai marinai che non ci sono sempre nuovi mondi di là dal mare, che i naufragi sono sempre una possibilità, che Colombo ha scoperto l’America una volta sola. Che i pomodori crescono nella terra, non nell’acqua o nei barattoli al supermercato.

Chiarito e padroneggiato il contenuto, allora torneremo a lavorare sul tono. Perché se è vero che la forma è sostanza, essa non può fare a meno della sostanza. E bisogna che chi ha fatto della forma una religione, si rassegni all’umiltà che una realtà infinitamente più grande di noi esige. Che si chiami Galli, Burioni, Bassetti, Draghi o Speranza.


Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.

Prigionieri del villaggio globale

di ARTEMISIA MARTINA

Al tempo della mia giovinezza ricordo una serie televisiva molto ben fatta, “Il prigioniero” il cui protagonista, un agente dello spionaggio il cui nome era “Numero Sei” tentava in ogni modo di fuggire da un inquietante villaggio controllato da una omnipervasiva presenza, che nonostante le astuzie del protagonista riusciva sempre, invariabilmente, a sabotarne i piani di fuga e di libertà.

Il protagonista, oltre che tentare di fuggire, al contempo tentava anche di capire dove fosse questo villaggio in cui era stato trasportato in stato di incoscienza, e chi ne fosse il capo. Il successo della serie stava nel fatto che lo spettatore si trovava esattamente allo stesso livello di consapevolezza del protagonista, e tentava di capire inutilmente chi governasse quel soffocante microcosmo -anche grazie all’aiuto di cittadini -spie e di numerose telecamere disseminate ovunque, che potevano registrare e vedere ogni cosa.

Questi episodi a puntate erano assolutamente strepitosi per una mente giovane, poiché nella monotona vita del villaggio si celavano insospettabili doppiezze ma anche inesauribili tentativi del Numero Sei di vincere il suo invisibile e potentissimo avversario: il misterioso “Numero Uno”. Il villaggio era abitato da molte persone apparentemente amichevoli e comprensive che potevano però celare la loro doppia natura, riportando al numero Due, capo della sicurezza, ogni piano messo in atto dal numero Sei per la fuga.

In tutti gli episodi non mancavano di comparire delle enormi sfere bianche, i Rover, che fisicamente atterravano gli indisciplinati e i ribelli, riportandoli all’ordine dopo averli fagocitati, e qualche volta anche uccisi. Un dialogo in particolare veniva riproposto ad ogni puntata, ed era il seguente: 

Numero 6: Dove sono?

Numero 2: Nel Villaggio.

Numero 6: Cosa volete?

Numero 2: Informazioni.

Numero 6: Da che parte state?

Numero 2: Non posso dirlo. Vogliamo informazioni. Informazioni. Informazioni.

Numero 6: Non ne avrete!

Numero 2: Le avremo, con le buone o con le cattive.

Numero 6: Chi è lei?

Numero 2: Il Numero 2.

Numero 6: Chi è il Numero 1?

Numero 2: Lei è il Numero 6.

Numero 6: Io non sono un numero! Sono un uomo libero!

Numero 2(Risate di scherno)

Questa serie Tv fu inventata da Patrick Mc Goohan e George Markstein nel lontano 1967 ma fu trasmessa in Italia tra il ’74 e l’81. Ciò che maggiormente sorprende è che questo film si svolga, con i suoi ambienti claustrofobici e il pesante tema censorio, in un’età spensierata e di grande rigoglio come furono gli anni sessanta-settanta in tutta Europa, con il loro fermento culturale, politico, economico e di costume, ma anche artistico e tecnologico.

Chi ha avuto la fortuna di essere giovane in quegli anni non può non avere in sé, anche se sopito dalla tristezza degli ultimi tempi, un anelito alla libertà, alla creatività, allo spirito di ricerca e innovazione, al rispetto per il prossimo. Naturalmente, furono anni molto complicati. Accanto a tanta gioia di vivere, benessere e ottimismo (la guerra era finita da pochi lustri, col suo carico di tragedia) c’erano pur sempre ideologie malate, frutto di regìe occulte e politicizzate, di dogmatismi e totalitarismi mai risolti. Da una parte la libertà dei costumi, gli hippies, le droghe, il benessere economico, lo sviluppo industriale, dall’altro la strategia della tensione, l’austerity, le stragi di Stato, i servizi deviati. I due mondi, quello del diritto e quello del rovescio, quello della libera iniziativa e quello della ragione di Stato, dell’anelito al bene e del suo contrario, in fondo si sono sempre contrapposti e affrontati; si sono presi sempre reciprocamente le misure, fino a che uno dei due non ha avuto il sopravvento. 

Ecco quindi che improvvisamente questo racconto disturbante di un progresso vòlto al controllo della mente e del corpo degli individui di una società futura, si riaffaccia alla mente carico di implicazioni.

Ci siamo normalmente addormentati due anni fa per ritrovarci a sorpresa dentro un Villaggio governato da un invincibile numero Uno spalleggiato dai Rover.

Tentare di fuggire, di tornare anche semplicemente con la fantasia ai nostri anni di giovinezza e di libertà è diventato un processo quasi proibitivo, che forse ad alcuni di noi è rimasto solo di notte, nei sogni. Da bravi cittadini, abbiamo atteso pazientemente la fine di questo incubo, dominato da controllori non ben identificati, che ci ripetevano ogni giorno che “oggi sarà un’altra giornata di sole” mentre restavamo chiusi a sera nelle nostre stanze, esattamente come i prigionieri del Villaggio, poiché vigeva anche qui lo stesso coprifuoco. Nessuno usciva di sera nelle strade del Villaggio; per essere certi che ogni abitante se ne stesse buono venivano somministrati droghe e sonniferi nelle bevande; noi avevamo i nostri televisori e i nostri computer, potenti mezzi di sfogo e di tranquillamento sociale. 

Tutti ci siamo chiesti come fosse stato possibile arrivare a tanto. 

Eppure Orwell, membro della discussa Fabian Society, ci aveva avvertito con settanta anni di anticipo di ciò che sarebbe potuto accadere grazie all’uso del potere senza controllo, esercitato in questo caso da un Big Brother dagli infiniti possedimenti.

Già, ma noi non siamo figli di Albione, della nebbia e dello spleen londinese. Come possono attecchire certi progetti distopici nel paese che dette i natali a Michelangelo, Botticelli, Canova, Dante, Giordano Bruno, Galileo, solo per citarne alcuni? Nel DNA italiano, posto che si possa rintracciare un’origine comune in un popolo per sua natura eterogeneo e brillante proprio per la sua disomogeneità, non c’era posto per l’irregimentazione tipica dei sistemi socialisti e necessaria per il fiorire di certa omologazione. Eppure, forse anche grazie alla scomparsa di molti intellettuali, il paese del sole e delle invenzioni ha cambiato faccia, è diventata un luogo tetragono e triste come una colonia penale, o un Villaggio globale. I piani del Grande Fratello Fabian prevedono un’invasione capillare, un cambiamento mai drastico ma sempre dolce, che è passato infatti attraverso lo yuppiesmo degli anni ottanta e i nerd degli anni novanta fino all’età delle criptovalute e delle pandemie; per fare tutto questo, però, era necessario che l’Italia si piegasse ad un ricatto: si svestisse dei suoi panni sgargianti per entrare in Europa, ovvero che perdesse la propria identità, la propria cultura, la propria italianità, e ben inteso, la propria sovranità economica, per indossare una bigia casacca presa in prestito dai suoi carcerieri. Il Numero Sei, che abbiamo lasciato prigioniero nel suo villaggio virtuale, infatti, è stato imprigionato con un inganno: narcotizzato nella sua stanza di Londra si è svegliato in una stanza che era la fedele riproduzione della precedente, solo che era finta.

E come lui, privi di protezione, di mezzi, di potere, di autorità, ci dibattiamo in questo incubo riuscito, nel quale, per quanto ridicolo, assurdo e mostruoso sia, si combatte una guerra invisibile, ma con veri morti e feriti, morti e feriti che nessuno conta. Una guerra come sempre di ricchi contro poveri, in cui come diceva C.Beneil popolo prende a calci nel sedere il popolo su mandato del popolo” in questo fantoccio di democrazia che assomiglia ogni giorno di più ad una dittatura economica, perché sei solo se hai

Ogni prigione però ha una via d’uscita. Nell’episodio finale del film, lo spettatore capisce che la collocazione geografica del villaggio non ha importanza: mentre il Numero Sei all’inizio del film tentava in tutti i modi di capire dove fosse il Villaggio, ora diventa prioritario capire cosa fosse, per sapere come poterne fuggire. Quando il Numero 6 ha capito come potere scappare dal Villaggio, non ha più importanza sapere dove sia, può anche trovarsi a pochi chilometri da Londra, separato dal resto del mondo attraverso un semplice tunnel chiuso da un cancello: non era la distanza geografica a tenere prigioniero il Numero 6, ma l’organizzazione socio-politica del Villaggio, che lui ha saputo distruggere dall’interno.

La serie si basa sul concetto che il Villaggio possa essere ovunque, compresa la stessa città in cui si vive. Nell’ultimo episodio della serie, il Numero sei riesce a strappare la maschera che cela il volto del numero Uno, scoprendo il muso di un gorilla, che urla la parola “Io” quindi strappa anche questa maschera e sotto ancora, con enorme sorpresa del telespettatore, si cela il volto del numero Sei. Secondo alcuni tale invenzione era già palese nel dialogo riportato all’inizio, quando alla domanda “chi è il numero uno?” il numero due risponde “tu sei il numero sei”.

La liberazione come sempre passa attraverso la consapevolezza, e la consapevolezza passa attraverso l’informazione. Il popolo globale, trattato da certe élites come mandria da allevamento, può sempre in qualunque momento far ricorso alla potente arma del sapere, della consapevolezza, per rompere la sfera e far crollare il Villaggio di cartone. 

Nessun incantesimo è per sempre.

I confini della politica tra storia, diritti e violenza

di ROBERTA FIDANZIA

Volume a cura di Roberta Fidanzia. Collana Voci della Politica. Centro Studi Femininum Ingenium. Volume 11

Postfazione

La società contemporanea e la declinazione di nuovi diritti, pone tutti noi di fronte a nuove – o antiche – domande, costituendo quel paradosso definito da alcuni studiosi ‘l’attualità dell’inattuale’. Davanti alle sfide della bioetica, delle biotecnologie, della nuova antropologia, ci si chiede dove si collochi il limite del diritto positivo. La legge naturale ha ancora senso nella contemporaneità tecnologica e tecnicizzata che ci circonda? L’umanità reca ancora intrinsecamente segnato il significato della vita? O meglio, riesce ancora a riconoscerlo? Oppure l’artificio regola ogni aspetto del nostro vivere? 

La questione fondamentale è – e resta – quella di comprendere il rapporto tra diritto naturale e diritto positivo, che definisce la codificazione del diritto costitutivo dell’essere umano e delle sue relazioni, con il limite preciso di non contraddizione del suo fondamento, pena il disconoscimento anche di se stesso.

Sergio Cotta, nel suo lavoro Il diritto come sistema di valori (1), afferma che il diritto non è eteronomo, ovvero non è un artificio esterno all’uomo che ne limita la libertà comportamentale. Il diritto è socionomo, ovvero radica il senso della propria esistenza all’interno delle esigenze propriamente umane. Pertanto, l’uomo necessita il riconoscimento e l’accoglienza dell’altro per completare il limite della finitezza che gli è proprio.

E dunque, una società che pone tra i diritti l’aborto senza se e senza ma, l’eutanasia anche di stato e il fine vita, non riconoscendo e accogliendo l’altro, può ancora definirsi ‘umana’? Cos’è l’umanità?

La chiarificazione circa la definizione di uomo e di cosa sia la persona è – e dev’essere – percepita come elemento intrinseco alla scienza sociale, poiché esso rappresenta la ricerca della conoscenza umana delle cose umane ed include come suo fondamento la conoscenza umana di ciò che costituisce l’umanità (2).

La modernità, pur avendo contribuito in modo decisivo ad assicurare ai diritti umani fondamentali una tutela giuridica, porta con sé la tendenza ad annientare la nozione di dignità umana, quando si fondano i diritti, e dunque le prerogative di ciascun uomo, sulla base di una determinata attualizzazione di caratteristiche umane e non sulla base del suo essere, ovvero della sua appartenenza, come scrive Robert Spaemann, alla specie Homo Sapiens (3).

Il tentativo di superare la normalità della conditio humana è da considerarsi un’utopia dall’esito nefasto, quanto inconsapevole, perché conduce alla distruzione di quella normalità che si chiama ‘vita’ (4).

Nell’attuale società viviamo circondati da fabbriche di morte, portatrici esclusivamente di messaggi di distruzione e di annientamento.

Ci si chiede, quindi, se la legge positiva possa entrare così a gamba tesa nel privato e nel personale di ogni individuo e di ogni nucleo familiare. Il caso di Charlie Gard, ha mostrato il potere penetrante ed invasivo della magistratura, del ‘terzo’ giudice. Il sistema britannico, infatti, impregnato di liberalismo di lockiana memoria, consente allo Stato di erigersi a giudice nel contenzioso fra le parti. Alla volontà genitoriale, espressione di una legge naturale che lo stato dovrebbe ri-conoscere in quanto pre-esistente ad esso, si oppone una volontà statuale e giudiziaria che si autoproclama arbitro della scelta di vivere e di morire del soggetto debole, optando sempre più frequentemente per la seconda opzione e facendosi portatore di distruzione, di eliminazione arrivando, appunto, a negare, come in questo caso, la naturalmente diretta potestà genitoriale. Il terzo-giudice, lo Stato, di fatto, emana una condanna a morte, dichiarando che il ‘best interest’ del soggetto debole, del bambino nello specifico, è quello di morire. Motivando la decisione con deboli appigli giuridici, facendo leva sulla sensazionalità dei casi e sulla pseudo-compassione che vorrebbe convincerci che la morte è la scelta migliore rispetto ad una vita considerata non dignitosa.

Ma ci si chiede: lo Stato può davvero avere questo potere così capillarmente diffuso da limitare, di fatto, la libertà di scelta del singolo soggetto e del singolo nucleo familiare? Può stabilire in senso oggettivo quale sia una vita dignitosa? E, di fondo, cosa definisce la dignità di una persona? L’attuale visione della società, capitalistica e consumistica, ci ha abituati a misurare il valore delle persone attraverso la produttività. Se una persona produce – e di conseguenza consuma – è degna di considerazione da parte della società, se una persona produce meno viene considerata un peso, un problema. In una società così formulata – ovvero in senso utilitarista – viene messa a repentaglio la dignità della persona in quanto tale.

“L’«abolizione dell’uomo» (così come di tutte le culture tradizionali), oggi minacciata dalla universalizzazione dell’oggettivazione scientifica del mondo e dalla sua organizzazione razionale-strumentale, il cui paradosso essenziale sta proprio nello scambiare i mezzi per i fini, mettendo in pericolo la stessa idea di dignità umana (ancor prima che quella di diritti umani), può essere contrastata soltanto riscoprendo un principio di trascendenza e il senso dell’assoluto: senza tuttavia dimenticare che: «la presenza dell’idea dell’assoluto in una società è una condizione necessaria, ma non sufficiente, del fatto che l’incondizionatezza della dignità venga attribuita a quella rappresentazione dell’assoluto che l’uomo stesso costituisce. Per questo occorrono ulteriori condizioni, e, tra queste, una codificazione giuridica. La civilizzazione scientifica – in ragione della minaccia immanente che essa costituisce a se stessa – ha bisogno di una tale codificazione, più di ogni altra»” (5). 

Spaemann  si chiedeva se la definizione tassonomica e biologica di essere umano fosse sufficiente a disegnare la cornice in cui ricomprendere la sua dignità, che non è una qualità biologica dell’uomo, ma ne è il suo fondamento dell’uomo e spiega l’esistenza di diritti e doveri, della libertà e della responsabilità. La dignità ha in sé qualcosa di trascendente, di sacro, di religioso. Solo rappresentando l’Assoluto, l’essere umano possiede ciò che chiamiamo ‘dignità’ (6).

La nozione della ‘persona umana’, infatti, autentica idea portante della cultura occidentale, è oggi messa in discussione da un approccio utilitaristico che vorrebbe ridurre i comportamenti degli esseri umani al funzionamento del sistema nervoso centrale ed alla funzione socialmente utile degli stessi.

Si aprono scenari inquietanti che conducono alla riflessione sul valore riconosciuto alla vita umana nella società occidentale, valore che attualmente sta subendo colpi su colpi, ad uso e consumo di una società tarata sul modello utilitarista, che sta producendo uno svuotamento di senso e di significato dell’intera esistenza. Basti pensare, appunto, al ‘diritto di morire’ (suicidio assistito) e al ‘diritto di uccidere’ (aborto ed eutanasia).

Il ruolo della politica, dunque, nel suo vero senso del termine, è quello di riscoprire il senso della polis, ovvero della comunità, costruendone l’ordinamento che dev’essere volto al bene comune, il quale è necessariamente comprensivo del bene individuale, personale, di ogni soggetto che costituisce la comunità stessa. 

L’errore dei sistemi perfettistici sta nel fatto che presumono di programmare tutta la vita della comunità socio-politica in ogni particolare, escludendo anche che nel futuro programmato qualcuno possa compiere dei passi falsi, allontanandosi dalle scelte progettate per raggiungere infallibilmente gli scopi prefissati.

Come scrive Mario Palmaro, “C’è un tragico processo che le leggi ingiuste innescano nella società e nella testa della gente […]: digerire, assimilare, assorbire poco alla volta l’ingiustizia, in un primo tempo dicendo che sì, è una cosa sbagliata, ma che ormai non c’è più possibilità di eliminarla; dopo qualche anno il giudizio politico – ‘Non abbiamo la forza per eliminare quella legge’ – si trasforma in un giudizio morale e filosofico-giuridico: ‘Quella legge tutto sommato non è poi così cattiva, anzi è buona” (7).

È il rovesciamento del paradigma, che avviene quasi del tutto indisturbato. “Se il diritto positivo non si proponesse di rendere possibile la convivenza attraverso un’equa ripartizione dei beni e dei diritti, allora verrebbe meno la sua ragion d’essere. Un diritto che non mira alla pace, alla coesistenza, alla sicurezza sociale è come un’arte medica che non si propone di guarire l’ammalato ma di sopprimerlo. In tal caso gli uomini non avrebbero alcun motivo per obbedire al diritto positivo, anzi avrebbero ben fondati motivi per disobbedire” (8).

La sfida attuale, dunque, è quella di misurarsi con il mutamento della società occidentale, con gli esiti di questa deriva utilitaristica: l’abolizione dell’uomo, la sua spersonalizzazione a mero funzionario di una grande macchina, di un gigantesco ingranaggio, esiti che testi come quelli L’operaio di Ernst Junger e l’Ulisse di James Joyce, o pellicole come Tempi moderni di Charlie Chaplin – per citarne solo alcuni –, hanno intuito ed evidenziato da tempo.

Note

1 Cfr. S. Cotta, Il diritto come sistema di valori, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004

2  Cfr. L. Strauss, Scienza Sociale e umanesimo, a cura di L. Gattamorta, in «Ideazione», 1, 2004, pp. 198-208

3  Cfr. L. Allodi, La trascendenza, «luogo» dell’umano, in Persone. Sulla differenza tra “qualcosa” e “qualcuno”, a cura di L. Allodi, Laterza, Roma-Bari 2005, p. XI.

4  Cfr. Ivi, p. XIII

5  Cfr. Ivi, p. XV.

6  Cfr. R. Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, ed. Lindau, Torino 2018

7  M. Palmaro, Aborto & 194 – Fenomenologia di una legge ingiusta, SugarCo, Milano 2008, pp. 57-58

8  F. Viola, I diritti umani alla prova del diritto naturale, in «Persona y Derecho» 23 (2), 1990, pp. 101-128.

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Roberta Fidanzia, è Dottore di Ricerca in Storia delle dottrine politiche e Filosofia politica presso l’Università Sapienza di Roma, ove ha collaborato per anni svolgendo anche attività di ricerca e docenza. È Diplomata in Storia e Storiografia multimediale, Università Roma Tre.  È Direttore di Storiadelmondo, Direttore editoriale di Femininum Ingenium. Collana di Studi sul genio femminile, co-Direttore della Collana Voci della Politica e co-Direttore di Christianitas.  E’ Presidente del Centro Studi Femininum Ingenium.

Una rosa è una rosa, una rosa, una rosa? Il cuore del ddl Zan

di MARINA TERRAGNI*

Il sondaggio (realizzato in crowfunding da associazioni femministe tra cui Se Non Ora Quando, RadFem Italia, Libreria delle Donne, Udi e altre) non misura il generico consenso al ddl Zan ma punta l’obiettivo sul vero core del ddl: l’identità di genere, la libera percezione di sé a prescindere dal sesso di nascita –anzi, come si dice oggi: attribuito alla nascita-, totalmente dematerializzato.

La battaglia sull’identità di genere ha corso in mezzo mondo: Spagna, Germania, per arrivare al Perù. In Gran Bretagna si è chiusa con la sconfitta dei sostenitori del genere percepito.

Le ingiustizie subite da Malika o dai due ragazzi che si baciano in metro’: si pensa a questo quando si ragiona sul ddl, non all’identità di genere.

Il sondaggio mette invece a fuoco tre aspetti della questione, a cominciare dal self-id o libera autocertificazione di genere con un semplice atto all’anagrafe, senza perizie o sentenze: netta la maggioranza dei contrari, 66%, con lieve prevalenza degli uomini, dei più giovani e dei più scolarizzati. A favore solo il 20%; il 14% non si pronuncia. Con notevole impatto sociale, il self-id è già legge in Canada, a Malta e in altri Paesi.

Bloccanti della pubertà per i minori in attesa che decidano il proprio genere: anche qui nettissima prevalenza dei contrari (66%), scendono al 13% i favorevoli, 21% gli incerti.

Il blocco ormonale della pubertà –pochi lo sanno- è autorizzato in Italia con semplice perizia medica. In Gran Bretagna invece serve l’ok di un tribunale: la svolta dopo l’aumento esponenziale, + 4000% in pochi anni, di transizioni tra bambine (soprattutto) e bambini, e dopo la causa vinta dalla giovanissima detransitioner Keira Bell contro il Servizio Sanitario Nazionale.

Intervistato pochi giorni fa dal Guardian lo psichiatra David Bell, già in servizio presso il servizio di Sviluppo dell’Identità di Genere (GIDS) alla Tavistock Clinic di Londra, ha affermato che i bambini, spesso avviati frettolosamente alla terapia, in molti casi “sono gay… alcuni sono depressi” o soffrono di “anoressia, autismo o hanno alle spalle una storia di traumi”.

Infine, la partecipazione delle atlete trans agli sport femminili: caso noto in Italia, la velocista paraolimpica Valentina Petrillo. Anche qui una maggioranza di contrari: 56% (69% fra gli uomini, normalmente più attenti allo sport), 30% i favorevoli, 14% i non so.

Negli Usa è una questione politica di primissimo piano. Nelle prime 24 ore del suo mandato Joe Biden ha emesso un executive order che ammetteva le atlete trans negli sport femminili: la battaglia negli Stati infuria, la rete globale Save Women’s Sport combatte, molte atlete T si preparano alle Olimpiadi. Proprio in queste ore è al centro di un furioso shitstorm l’icona trans Caitlyn Jenner, già campione olimpico di Decathlon, patrigno di Kim Kardashian e in lizza per il governo della California. E solo per avere detto, da atleta, che le pare sleale che le trans gareggino con le donne.

L’identità di genere è questo, e sta al centro del ddl Zan. Quanti lo sanno?

Approvato frettolosamente alla Camera in novembre, quando si riempivano le terapie intensive, il ddl si prepara per il rush finale al Senato.”Quel testo non si modifica!“: Monica Cirinnà chiude un dibattito mai aperto.

Temi sensibili come divorzio, aborto e fecondazione assistita hanno impegnato la società italiana a discutere per anni. L’identità di genere è tema ancora più sensibile, ha a che fare con la sessuazione umana e con la materialità dei corpi ridotta all’insignificanza: una vera rivoluzione antropologica.

Nel 1984 Ivan Illich, padre dell’ecologismo europeo, profetizzava l’annullamento della differenza sessuale, “cambiamento della condizione umana che non ha precedenti”. Il mercato richiederà il neutrum oeconomicum, soggetto fluido, flessibile, fungibile. Una “scomparsa del genere che degrada le donne più ancora degli uomini”, il linguaggio sarà “contemporaneamente neutro e sessista”.

Con buona pace della senatrice Cirinnà, qui c’è davvero molto da discutere.

*Per concessione di Marina Terragni, La Stampa del 5/5/2020

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Marina Terragni, giornalista e scrittrice. Autrice di Vergine e piena di grazia, La scomparsa delle donne, Un gioco da ragazze e Temporary Mother – Utero in affitto e mercato dei figli.

Machinarium

di EUGENIA MASSARI

 

Bene, la soluzione si chiama Passaporto sanitario integrato al vaccino anti-Covid. Chi non potrà esibire il documento non dovrà essere autorizzato a: fruire dei mezzi di trasporto (bus –treni –navi –aerei); accedere ai pubblici esercizi (bar-ristoranti-discoteche-negozi); accedere all’interno di teatri, musei, stadi e centri commerciali; Frequentare luoghi pubblici con rilevante presenza di soggetti a rischio come scuole e ospedali

(Davide Faraone, PD)

L’esclusione della comunità ebraica dalla società tedesca d’inizio ‘900 non avvenne da un giorno all’altro. Fu attuata con passi graduali.

All’inizio fu il grande pericolo.

Un grande pericolo minacciava la Germania – nuovamente sull’orlo del precipizio-. La politica vedeva nella comunità ebraica un nemico interno. Cominciò dunque a responsabilizzarla per la situazione in cui il Paese versava. Non il potere, ma una parte di popolazione aveva la responsabilità del disastro economico e militare da cui la Germania a stento si tirava fuori.

La responsabilità era dapprima morale. Seguì una fase di decostruzione informale del Diritto Civile. Se non sancito dalla legislazione, cominciava tuttavia ad essere consentito di eludere i diritti senza che la giustizia prendesse nessun provvedimento. 

Era possibile deridere, insultare, calunniare una parte di cittadinanza. Era consentito identificare questa parte di cittadinanza in un’unica fazione. I dissidenti erano una minoranza eppure la maggioranza, che controllava ormai tutte le strutture decisionali, se ne sentiva minacciata.  I cittadini rientranti nella categoria designata erano ormai portatori di un pericolo nella vita quotidiana: il potere aveva delegato al cittadino il compito di esercitare una pressione sociale su questa parte della cittadinanza.

E venne il giorno.

All’individuazione del nemico pubblico interno, allo sgretolamento della società civile, all’esclusione di una parte di cittadinanza dal godimento della comunità e dal dibattito politico, insomma alla consuetudine, seguì il Diritto [1].

Un Diritto Nuovo e aberrante, scritto dall’Uomo Nuovo che ribaltava e modificava i diritti naturali, piegandoli alla volontà del potere. Che era anche una volontà di potere.

A una parte di popolazione fu fatto divieto di accedere alle scuole. A una parte di popolazione fu fatto divieto di lavorare. A una parte di popolazione fu espropriato gradualmente tutto – incluse attività, botteghe, negozi -. Una parte di popolazione fu tenuta ad identificarsi. Una parte di popolazione fu tenuta a rispondere alle autorità di ogni spostamento. Una parte di popolazione fu tenuta a non lasciare le zone di confinamento.

Andò come andò.

Come sempre andrà, ogni qual volta l’Esecutivo – le forze economiche ed umane, le somme di interessi specifici che lo guidano – sarà reso totalmente libero di non rendere conto dei Diritti Umani. Non importa quale sia il motivo, l’emergenza, il grande pericolo da fronteggiare.

Quando questi meccanismi sono innescati, si muovono con una vita propria.

Sono ingenerati indotti economici cui i singoli si piegano o all’interno dei quali si arricchiscono. Figure che a condizioni normali occupano ruoli non in vista nella comunità o esercitano mestieri stressanti, hanno l’occasione di uscire dall’ordinario ed emergere nell’eccezionalità dell’evento, trascinati dal machinarium, pronti a servirlo, finalmente potendovisi associare e identificare.

Quando il potere comincia a schiacciare, veramente necessari sono solo i gangli del machinarium schiacciante. La produzione di beni di sopravvivenza, l’industria pesante e la grande produzione, gli apparati militari, gli apparati della burocrazia nel limite contenuto dello stretto necessario. Schiavizzati gli agricoltori, eliminato l’artigianato, limitati i culti. Teatri, letteratura, musica resi belletti del mortaio.

Tutte le dittature sono sempre state la dittatura dei gangli.

Tanto più desertificatrici, quanto più affondate nelle radici della mediocrità.

Odi privati, stadi spirituali inevoluti, malvagità, sadismo, narcisismo.

Il machinarium richiama dal fosso la folla delle malimpressioni.

Così, venuto meno il velo dell’apparente similitudine, caduto a terra l’abito di carne, emerge – sconvolgente – il segreto del Numero.

Su mille, uno.

È la natura umana, baby.

PER APPROFONDIRE

L’Olocausto iniziò con l’esclusione degli ebrei dal mondo del lavoro – Una storia vera, di Giulia Morpurgo 28 gennaio 2020

Le tappe della Shoah. Emigrazione, ghettizzazione e sterminio, Giovanni de Martis

Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

NOTE

[1]  <<La prima serie di leggi, emanata tra il 1933 e il 1934, puntava soprattutto a limitare la partecipazione degli Ebrei alla vita pubblica in Germania. La prima disposizione a ridurre in modo significativo i diritti dei cittadini ebrei fu la “Legge per la Restaurazione del Servizio Civile Professionale”, varata il 7 aprile 1933, secondo la quale funzionari e impiegati pubblici ebrei – insieme a quelli giudicati “politicamente inaffidabili” – dovevano venire esclusi dalle cariche e dalle funzioni pubbliche. Il nuovo Codice della Pubblica Amministrazione costituì la prima formulazione, da parte delle autorità tedesche, di quello che sarebbe poi diventato il cosiddetto Paragrafo Ariano, un regolamento studiato apposta per escludere gli Ebrei (e per estensione spesso anche altri gruppi “non ariani”) dalla maggior parte delle organizzazioni, da molte professioni e da altri aspetti della vita pubblica. Nell’aprile del 1933, la legge tedesca limitò il numero di studenti ebrei che potevano frequentare le scuole e le università. Nel corso dello stesso mese, altre leggi ridussero fortemente le “attività ebraiche” nella professione medica e in quella legale. Leggi e decreti successivi limitarono il rimborso ai medici ebrei da parte delle assicurazioni sanitarie costituite con fondi pubblici. La città di Berlino proibì agli avvocati ebrei e ai notai di lavorare su materie legali; il sindaco di Monaco, inoltre, vietò ai medici ebrei di curare pazienti non-ebrei e il Ministro dell’Interno bavarese negò agli studenti ebrei l’ammissione alla facoltà di medicina. A livello nazionale, il governo nazista revocò la licenza ai commercialisti ebrei; impose una quota, non superiore all’1.50%, di “non ariani” che potessero frequentare le scuole e le università pubbliche; licenziò gli impiegati civili ebrei dell’esercito e, all’inizio del 1934, proibì agli attori ebrei di esibirsi, a teatro come sullo schermo>>.

(Enciclopedia dell’Olocausto, United States Holocaust Memorial Museum, Washington)

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Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Autrice su Il Mondo di Pannunzio, design editoriale e co-founder Media Emporia.

La formazione diffusa e il corpo del potere

di FABIO SONZOGNI

Lo stato di emergenza nei Paesi a regime liberale è una dichiarazione ufficiale emanata, tramite un decreto legislativo approvato da un atto parlamentare, da un Governo che constata l’esistenza di un pericolo imminente che minaccia la nazione.

C’è qualcosa di nuovo: si nega alla persona l’accesso alla formazione

Il filosofo Massimo Cacciari ci ricorda che “Son trent’anni che affrontiamo la crisi con regime di emergenza”. 1990 -1991, Guerra del Golfo; 11 settembre 2001: Torri Gemelle, 2004 – 2019: Terrorismo islamico (Al Qaeda, ISIS); 2008-2009: Crisi economica

…2020, Pandemia.

Quest’ultima ha caratteristiche proprie che tutti abbiamo imparato a conoscere, ma c’è invece qualcosa di nuovo, ed evidente, nel come affrontarla: si nega alla persona l’accesso alla formazione.

Dall’estate ad oggi ho frequentato – come molti di voi, immagino – i luoghi che il nuovo Dpcm ha segnalato come pericolosi. Mi riferisco ai Cinema, Teatri, Scuole. Insegno al Liceo, vado spesso al cinema e a teatro. Ho spesso affrontando il tema educativo-formativo, e in quelle occasioni ho scritto di formazione diffusa.

…la scuola ha scelto di informare – non di formare – alla competizione con l’altro, secondo il modello anglosassone

Ritengo la scuola il luogo privilegiato per tale compito, ma lavorandoci avverto che non è sempre così, al contrario sembra che la scuola abbia scelto di informare affinché i discenti possano corazzarsi e partecipare alla competizione con l’altro. Pratica collaudata da decenni dalla scuola anglosassone.

È anche per questo che credo sia giusto diffondere sull’intero territorio, fisico e psichico, proposte formative. I cinema, i teatri, insieme a biblioteche, librerie, attività sportive, relazioni in contesti strutturati, la famiglia, luoghi capaci di aggregare persone innamorate della stessa passione… insomma ogni luogo che favorisca l’incontro con l’altro nella condivisione.

Da fonte MIUR: “La scuola non ha avuto impatto sull’aumento dei contagi generali, se non in modo molto residuale”. Motivando questa affermazione con la percentuale (naturalmente molto piccola) di nuovi contagiati rispetto al totale di ciascuna categoria: 0,021% degli studenti, 0,047% dei docenti e 0,059% dei non docenti.

L’Agis, l’Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, ha monitorato 2.782 spettacoli tra lirica, prosa, danza e concerti, con una media di 130 presenze per ciascun evento. Nel periodo che va dal 15 giugno (giorno della riapertura dopo il lockdown) a inizio ottobre, le Asl territoriali hanno registrato un solo caso di contagio da coronavirus. “Una percentuale pari allo zero e assolutamente irrilevante – sostiene l’Agis – che testimonia quanto i luoghi che continuano ad ospitare lo spettacolo siano assolutamente sicuri”.

Perché questo accanimento nei confronti della formazione?

Perché questo accanimento nei confronti della formazione?

Spesso e giustamente quando si parla di Spettacolo, in relazione alle chiusure causate dal Covid-19, ci si riferisce ai lavoratori dello spettacolo. E di cosa perde lo spettatore, chi ne parla?

In alcuni ambiti l’arte è tuttora considerata inutile se non per divergere, divertire.

No, l’Arte non è divertimento, è un’opportunità per modificare lo sguardo, per alzare gli orizzonti, per abbandonare la staticità e mettersi in moto, per emozionarsi, per incontrare l’altro, le cose del mondo e sé stesso.

La volontà di sottrarre all’Uomo l’incontro e il coraggio di pensare

Chiudere quei luoghi significa distanziamento sociale (termine orribile e pericoloso), che rivela la volontà di sottrarre all’Uomo l’incontro, la condivisione, unica pratica formativa edificante, capace di generare il coraggio di pensare, autonomamente, in libertà.

Con strumenti più affinati potremo anche convivere con il nemico invisibile rielaborando, per comprenderle, paure e angosce altrimenti capaci di fare molto male, innanzitutto ai nostri ragazzi il cui contesto non è più soltanto liquido, ma approda, spesso, allo stato gassoso.

Ha ragione Cacciari quando dice che “le risposte alle crisi sono sempre state emergenziali e sempre tese a ridurre lo spazio politico, mettendo in crisi la democrazia parlamentare.”

Mi permetto una digressione, che mi suggerisce Elias Canetti nel suo mirabile testo: Massa e Potere.

Alla parola forza si ricollega l’immagine di qualcosa di vicino e di presente: la forza è più pressante e immediata del potere.

Intensificando l’espressione, si parla di forza fisica. Ai livelli più bassi, più animaleschi, è più esatto parlare di forza anziché di potere. Una preda viene afferrata con forza, e con forza portata alla bocca. Quando la forza dura a lungo, diviene potere; ma nell’istante acuto, che giungerà all’improvviso, nell’istante decisivo e irrevocabile, sarà di nuovo pura forza.

Quando la forza dura a lungo, diviene potere

Il potere è più generale e più ampio della forza, contiene di più, e non è altrettanto dinamico. È più complesso e possiede perfino una certa misura di pazienza. La parola stessa deriva dall’antica radice gotica “magan” che significa “potere, essere in grado di” e non ha alcun rapporto con il tema “machen” (fare). La differenza tra forza e potere può essere esemplificata in modo evidente se ci si riferisce al rapporto fra il gatto e il topo.

Il topo, una volta prigioniero, è in balia della forza del gatto. Il gatto lo ha afferrato, lo tiene e lo ucciderà. Ma non appena il gatto incomincia a giocare col topo, sopravviene qualcosa di nuovo. Il gatto infatti lascia libero il topo e gli permette di correre qua e là per un poco. Appena il topo incomincia a correre, non è più in balia della forza del gatto; ma il gatto ha pienamente il potere di riprendere il topo.

Permettendo al topo di correre, il gatto lo ha lasciato pure sfuggire dall’ambito immediato dell’azione della sua forza; ma finché il topo resta afferrabile dal gatto, continua ad esser in suo potere.

Lo spazio sul quale il gatto proietta la sua ombra, gli attimi di speranza che esso concede al topo, sorvegliandolo però con la massima attenzione, senza perdere interesse per il topo, per la sua prossima distruzione, tutto ciò insieme, spazio, speranza, sorveglianza, interesse per la distruzione, potrebbe essere definito come il vero corpo del potere, o semplicemente il potere stesso.

Ho la sensazione che, parafrasando Cacciari, è da trent’anni – e forse più – che siamo costretti ad interpretare inconsapevolmente il ruolo del topo.

Averne coscienza credo sia già un passaggio importante.

Quindi il gatto ha bisogno dell’emergenza perché, in quel caso, il suo compito sarà decisamente più semplice. E se nulla emergesse? Si crea subito un nuovo nemico, altrimenti il topo torna a ballare.

Mi scuso per la semplificazione eccessiva. La mia è una considerazione priva di ogni scientificità, che rasenta l’ovvio.

Ma a me accade spesso di cercare in profondità quello che sta in superficie.

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Fabio Sonzogni ha lavorato come attore con i registi: Luca Ronconi, Dario Fo, Antonio Syxty, Antonio Latella. Dal 2000 lavora come regista. Il suo ultimo lavoro teatrale, Signorina Julie di Strindberg è in tournée. Dalla prima edizione si occupa della direzione artistica del Siloe Film Festival. Per approfondire.