I confini della politica tra storia, diritti e violenza

di ROBERTA FIDANZIA

Volume a cura di Roberta Fidanzia. Collana Voci della Politica. Centro Studi Femininum Ingenium. Volume 11

Postfazione

La società contemporanea e la declinazione di nuovi diritti, pone tutti noi di fronte a nuove – o antiche – domande, costituendo quel paradosso definito da alcuni studiosi ‘l’attualità dell’inattuale’. Davanti alle sfide della bioetica, delle biotecnologie, della nuova antropologia, ci si chiede dove si collochi il limite del diritto positivo. La legge naturale ha ancora senso nella contemporaneità tecnologica e tecnicizzata che ci circonda? L’umanità reca ancora intrinsecamente segnato il significato della vita? O meglio, riesce ancora a riconoscerlo? Oppure l’artificio regola ogni aspetto del nostro vivere? 

La questione fondamentale è – e resta – quella di comprendere il rapporto tra diritto naturale e diritto positivo, che definisce la codificazione del diritto costitutivo dell’essere umano e delle sue relazioni, con il limite preciso di non contraddizione del suo fondamento, pena il disconoscimento anche di se stesso.

Sergio Cotta, nel suo lavoro Il diritto come sistema di valori (1), afferma che il diritto non è eteronomo, ovvero non è un artificio esterno all’uomo che ne limita la libertà comportamentale. Il diritto è socionomo, ovvero radica il senso della propria esistenza all’interno delle esigenze propriamente umane. Pertanto, l’uomo necessita il riconoscimento e l’accoglienza dell’altro per completare il limite della finitezza che gli è proprio.

E dunque, una società che pone tra i diritti l’aborto senza se e senza ma, l’eutanasia anche di stato e il fine vita, non riconoscendo e accogliendo l’altro, può ancora definirsi ‘umana’? Cos’è l’umanità?

La chiarificazione circa la definizione di uomo e di cosa sia la persona è – e dev’essere – percepita come elemento intrinseco alla scienza sociale, poiché esso rappresenta la ricerca della conoscenza umana delle cose umane ed include come suo fondamento la conoscenza umana di ciò che costituisce l’umanità (2).

La modernità, pur avendo contribuito in modo decisivo ad assicurare ai diritti umani fondamentali una tutela giuridica, porta con sé la tendenza ad annientare la nozione di dignità umana, quando si fondano i diritti, e dunque le prerogative di ciascun uomo, sulla base di una determinata attualizzazione di caratteristiche umane e non sulla base del suo essere, ovvero della sua appartenenza, come scrive Robert Spaemann, alla specie Homo Sapiens (3).

Il tentativo di superare la normalità della conditio humana è da considerarsi un’utopia dall’esito nefasto, quanto inconsapevole, perché conduce alla distruzione di quella normalità che si chiama ‘vita’ (4).

Nell’attuale società viviamo circondati da fabbriche di morte, portatrici esclusivamente di messaggi di distruzione e di annientamento.

Ci si chiede, quindi, se la legge positiva possa entrare così a gamba tesa nel privato e nel personale di ogni individuo e di ogni nucleo familiare. Il caso di Charlie Gard, ha mostrato il potere penetrante ed invasivo della magistratura, del ‘terzo’ giudice. Il sistema britannico, infatti, impregnato di liberalismo di lockiana memoria, consente allo Stato di erigersi a giudice nel contenzioso fra le parti. Alla volontà genitoriale, espressione di una legge naturale che lo stato dovrebbe ri-conoscere in quanto pre-esistente ad esso, si oppone una volontà statuale e giudiziaria che si autoproclama arbitro della scelta di vivere e di morire del soggetto debole, optando sempre più frequentemente per la seconda opzione e facendosi portatore di distruzione, di eliminazione arrivando, appunto, a negare, come in questo caso, la naturalmente diretta potestà genitoriale. Il terzo-giudice, lo Stato, di fatto, emana una condanna a morte, dichiarando che il ‘best interest’ del soggetto debole, del bambino nello specifico, è quello di morire. Motivando la decisione con deboli appigli giuridici, facendo leva sulla sensazionalità dei casi e sulla pseudo-compassione che vorrebbe convincerci che la morte è la scelta migliore rispetto ad una vita considerata non dignitosa.

Ma ci si chiede: lo Stato può davvero avere questo potere così capillarmente diffuso da limitare, di fatto, la libertà di scelta del singolo soggetto e del singolo nucleo familiare? Può stabilire in senso oggettivo quale sia una vita dignitosa? E, di fondo, cosa definisce la dignità di una persona? L’attuale visione della società, capitalistica e consumistica, ci ha abituati a misurare il valore delle persone attraverso la produttività. Se una persona produce – e di conseguenza consuma – è degna di considerazione da parte della società, se una persona produce meno viene considerata un peso, un problema. In una società così formulata – ovvero in senso utilitarista – viene messa a repentaglio la dignità della persona in quanto tale.

“L’«abolizione dell’uomo» (così come di tutte le culture tradizionali), oggi minacciata dalla universalizzazione dell’oggettivazione scientifica del mondo e dalla sua organizzazione razionale-strumentale, il cui paradosso essenziale sta proprio nello scambiare i mezzi per i fini, mettendo in pericolo la stessa idea di dignità umana (ancor prima che quella di diritti umani), può essere contrastata soltanto riscoprendo un principio di trascendenza e il senso dell’assoluto: senza tuttavia dimenticare che: «la presenza dell’idea dell’assoluto in una società è una condizione necessaria, ma non sufficiente, del fatto che l’incondizionatezza della dignità venga attribuita a quella rappresentazione dell’assoluto che l’uomo stesso costituisce. Per questo occorrono ulteriori condizioni, e, tra queste, una codificazione giuridica. La civilizzazione scientifica – in ragione della minaccia immanente che essa costituisce a se stessa – ha bisogno di una tale codificazione, più di ogni altra»” (5). 

Spaemann  si chiedeva se la definizione tassonomica e biologica di essere umano fosse sufficiente a disegnare la cornice in cui ricomprendere la sua dignità, che non è una qualità biologica dell’uomo, ma ne è il suo fondamento dell’uomo e spiega l’esistenza di diritti e doveri, della libertà e della responsabilità. La dignità ha in sé qualcosa di trascendente, di sacro, di religioso. Solo rappresentando l’Assoluto, l’essere umano possiede ciò che chiamiamo ‘dignità’ (6).

La nozione della ‘persona umana’, infatti, autentica idea portante della cultura occidentale, è oggi messa in discussione da un approccio utilitaristico che vorrebbe ridurre i comportamenti degli esseri umani al funzionamento del sistema nervoso centrale ed alla funzione socialmente utile degli stessi.

Si aprono scenari inquietanti che conducono alla riflessione sul valore riconosciuto alla vita umana nella società occidentale, valore che attualmente sta subendo colpi su colpi, ad uso e consumo di una società tarata sul modello utilitarista, che sta producendo uno svuotamento di senso e di significato dell’intera esistenza. Basti pensare, appunto, al ‘diritto di morire’ (suicidio assistito) e al ‘diritto di uccidere’ (aborto ed eutanasia).

Il ruolo della politica, dunque, nel suo vero senso del termine, è quello di riscoprire il senso della polis, ovvero della comunità, costruendone l’ordinamento che dev’essere volto al bene comune, il quale è necessariamente comprensivo del bene individuale, personale, di ogni soggetto che costituisce la comunità stessa. 

L’errore dei sistemi perfettistici sta nel fatto che presumono di programmare tutta la vita della comunità socio-politica in ogni particolare, escludendo anche che nel futuro programmato qualcuno possa compiere dei passi falsi, allontanandosi dalle scelte progettate per raggiungere infallibilmente gli scopi prefissati.

Come scrive Mario Palmaro, “C’è un tragico processo che le leggi ingiuste innescano nella società e nella testa della gente […]: digerire, assimilare, assorbire poco alla volta l’ingiustizia, in un primo tempo dicendo che sì, è una cosa sbagliata, ma che ormai non c’è più possibilità di eliminarla; dopo qualche anno il giudizio politico – ‘Non abbiamo la forza per eliminare quella legge’ – si trasforma in un giudizio morale e filosofico-giuridico: ‘Quella legge tutto sommato non è poi così cattiva, anzi è buona” (7).

È il rovesciamento del paradigma, che avviene quasi del tutto indisturbato. “Se il diritto positivo non si proponesse di rendere possibile la convivenza attraverso un’equa ripartizione dei beni e dei diritti, allora verrebbe meno la sua ragion d’essere. Un diritto che non mira alla pace, alla coesistenza, alla sicurezza sociale è come un’arte medica che non si propone di guarire l’ammalato ma di sopprimerlo. In tal caso gli uomini non avrebbero alcun motivo per obbedire al diritto positivo, anzi avrebbero ben fondati motivi per disobbedire” (8).

La sfida attuale, dunque, è quella di misurarsi con il mutamento della società occidentale, con gli esiti di questa deriva utilitaristica: l’abolizione dell’uomo, la sua spersonalizzazione a mero funzionario di una grande macchina, di un gigantesco ingranaggio, esiti che testi come quelli L’operaio di Ernst Junger e l’Ulisse di James Joyce, o pellicole come Tempi moderni di Charlie Chaplin – per citarne solo alcuni –, hanno intuito ed evidenziato da tempo.

Note

1 Cfr. S. Cotta, Il diritto come sistema di valori, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004

2  Cfr. L. Strauss, Scienza Sociale e umanesimo, a cura di L. Gattamorta, in «Ideazione», 1, 2004, pp. 198-208

3  Cfr. L. Allodi, La trascendenza, «luogo» dell’umano, in Persone. Sulla differenza tra “qualcosa” e “qualcuno”, a cura di L. Allodi, Laterza, Roma-Bari 2005, p. XI.

4  Cfr. Ivi, p. XIII

5  Cfr. Ivi, p. XV.

6  Cfr. R. Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana, ed. Lindau, Torino 2018

7  M. Palmaro, Aborto & 194 – Fenomenologia di una legge ingiusta, SugarCo, Milano 2008, pp. 57-58

8  F. Viola, I diritti umani alla prova del diritto naturale, in «Persona y Derecho» 23 (2), 1990, pp. 101-128.

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Roberta Fidanzia, è Dottore di Ricerca in Storia delle dottrine politiche e Filosofia politica presso l’Università Sapienza di Roma, ove ha collaborato per anni svolgendo anche attività di ricerca e docenza. È Diplomata in Storia e Storiografia multimediale, Università Roma Tre.  È Direttore di Storiadelmondo, Direttore editoriale di Femininum Ingenium. Collana di Studi sul genio femminile, co-Direttore della Collana Voci della Politica e co-Direttore di Christianitas.  E’ Presidente del Centro Studi Femininum Ingenium.

Una rosa è una rosa, una rosa, una rosa? Il cuore del ddl Zan

di MARINA TERRAGNI*

Il sondaggio (realizzato in crowfunding da associazioni femministe tra cui Se Non Ora Quando, RadFem Italia, Libreria delle Donne, Udi e altre) non misura il generico consenso al ddl Zan ma punta l’obiettivo sul vero core del ddl: l’identità di genere, la libera percezione di sé a prescindere dal sesso di nascita –anzi, come si dice oggi: attribuito alla nascita-, totalmente dematerializzato.

La battaglia sull’identità di genere ha corso in mezzo mondo: Spagna, Germania, per arrivare al Perù. In Gran Bretagna si è chiusa con la sconfitta dei sostenitori del genere percepito.

Le ingiustizie subite da Malika o dai due ragazzi che si baciano in metro’: si pensa a questo quando si ragiona sul ddl, non all’identità di genere.

Il sondaggio mette invece a fuoco tre aspetti della questione, a cominciare dal self-id o libera autocertificazione di genere con un semplice atto all’anagrafe, senza perizie o sentenze: netta la maggioranza dei contrari, 66%, con lieve prevalenza degli uomini, dei più giovani e dei più scolarizzati. A favore solo il 20%; il 14% non si pronuncia. Con notevole impatto sociale, il self-id è già legge in Canada, a Malta e in altri Paesi.

Bloccanti della pubertà per i minori in attesa che decidano il proprio genere: anche qui nettissima prevalenza dei contrari (66%), scendono al 13% i favorevoli, 21% gli incerti.

Il blocco ormonale della pubertà –pochi lo sanno- è autorizzato in Italia con semplice perizia medica. In Gran Bretagna invece serve l’ok di un tribunale: la svolta dopo l’aumento esponenziale, + 4000% in pochi anni, di transizioni tra bambine (soprattutto) e bambini, e dopo la causa vinta dalla giovanissima detransitioner Keira Bell contro il Servizio Sanitario Nazionale.

Intervistato pochi giorni fa dal Guardian lo psichiatra David Bell, già in servizio presso il servizio di Sviluppo dell’Identità di Genere (GIDS) alla Tavistock Clinic di Londra, ha affermato che i bambini, spesso avviati frettolosamente alla terapia, in molti casi “sono gay… alcuni sono depressi” o soffrono di “anoressia, autismo o hanno alle spalle una storia di traumi”.

Infine, la partecipazione delle atlete trans agli sport femminili: caso noto in Italia, la velocista paraolimpica Valentina Petrillo. Anche qui una maggioranza di contrari: 56% (69% fra gli uomini, normalmente più attenti allo sport), 30% i favorevoli, 14% i non so.

Negli Usa è una questione politica di primissimo piano. Nelle prime 24 ore del suo mandato Joe Biden ha emesso un executive order che ammetteva le atlete trans negli sport femminili: la battaglia negli Stati infuria, la rete globale Save Women’s Sport combatte, molte atlete T si preparano alle Olimpiadi. Proprio in queste ore è al centro di un furioso shitstorm l’icona trans Caitlyn Jenner, già campione olimpico di Decathlon, patrigno di Kim Kardashian e in lizza per il governo della California. E solo per avere detto, da atleta, che le pare sleale che le trans gareggino con le donne.

L’identità di genere è questo, e sta al centro del ddl Zan. Quanti lo sanno?

Approvato frettolosamente alla Camera in novembre, quando si riempivano le terapie intensive, il ddl si prepara per il rush finale al Senato.”Quel testo non si modifica!“: Monica Cirinnà chiude un dibattito mai aperto.

Temi sensibili come divorzio, aborto e fecondazione assistita hanno impegnato la società italiana a discutere per anni. L’identità di genere è tema ancora più sensibile, ha a che fare con la sessuazione umana e con la materialità dei corpi ridotta all’insignificanza: una vera rivoluzione antropologica.

Nel 1984 Ivan Illich, padre dell’ecologismo europeo, profetizzava l’annullamento della differenza sessuale, “cambiamento della condizione umana che non ha precedenti”. Il mercato richiederà il neutrum oeconomicum, soggetto fluido, flessibile, fungibile. Una “scomparsa del genere che degrada le donne più ancora degli uomini”, il linguaggio sarà “contemporaneamente neutro e sessista”.

Con buona pace della senatrice Cirinnà, qui c’è davvero molto da discutere.

*Per concessione di Marina Terragni, La Stampa del 5/5/2020

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Marina Terragni, giornalista e scrittrice. Autrice di Vergine e piena di grazia, La scomparsa delle donne, Un gioco da ragazze e Temporary Mother – Utero in affitto e mercato dei figli.

Machinarium

di EUGENIA MASSARI

 

Bene, la soluzione si chiama Passaporto sanitario integrato al vaccino anti-Covid. Chi non potrà esibire il documento non dovrà essere autorizzato a: fruire dei mezzi di trasporto (bus –treni –navi –aerei); accedere ai pubblici esercizi (bar-ristoranti-discoteche-negozi); accedere all’interno di teatri, musei, stadi e centri commerciali; Frequentare luoghi pubblici con rilevante presenza di soggetti a rischio come scuole e ospedali

(Davide Faraone, PD)

L’esclusione della comunità ebraica dalla società tedesca d’inizio ‘900 non avvenne da un giorno all’altro. Fu attuata con passi graduali.

All’inizio fu il grande pericolo.

Un grande pericolo minacciava la Germania – nuovamente sull’orlo del precipizio-. La politica vedeva nella comunità ebraica un nemico interno. Cominciò dunque a responsabilizzarla per la situazione in cui il Paese versava. Non il potere, ma una parte di popolazione aveva la responsabilità del disastro economico e militare da cui la Germania a stento si tirava fuori.

La responsabilità era dapprima morale. Seguì una fase di decostruzione informale del Diritto Civile. Se non sancito dalla legislazione, cominciava tuttavia ad essere consentito di eludere i diritti senza che la giustizia prendesse nessun provvedimento. 

Era possibile deridere, insultare, calunniare una parte di cittadinanza. Era consentito identificare questa parte di cittadinanza in un’unica fazione. I dissidenti erano una minoranza eppure la maggioranza, che controllava ormai tutte le strutture decisionali, se ne sentiva minacciata.  I cittadini rientranti nella categoria designata erano ormai portatori di un pericolo nella vita quotidiana: il potere aveva delegato al cittadino il compito di esercitare una pressione sociale su questa parte della cittadinanza.

E venne il giorno.

All’individuazione del nemico pubblico interno, allo sgretolamento della società civile, all’esclusione di una parte di cittadinanza dal godimento della comunità e dal dibattito politico, insomma alla consuetudine, seguì il Diritto [1].

Un Diritto Nuovo e aberrante, scritto dall’Uomo Nuovo che ribaltava e modificava i diritti naturali, piegandoli alla volontà del potere. Che era anche una volontà di potere.

A una parte di popolazione fu fatto divieto di accedere alle scuole. A una parte di popolazione fu fatto divieto di lavorare. A una parte di popolazione fu espropriato gradualmente tutto – incluse attività, botteghe, negozi -. Una parte di popolazione fu tenuta ad identificarsi. Una parte di popolazione fu tenuta a rispondere alle autorità di ogni spostamento. Una parte di popolazione fu tenuta a non lasciare le zone di confinamento.

Andò come andò.

Come sempre andrà, ogni qual volta l’Esecutivo – le forze economiche ed umane, le somme di interessi specifici che lo guidano – sarà reso totalmente libero di non rendere conto dei Diritti Umani. Non importa quale sia il motivo, l’emergenza, il grande pericolo da fronteggiare.

Quando questi meccanismi sono innescati, si muovono con una vita propria.

Sono ingenerati indotti economici cui i singoli si piegano o all’interno dei quali si arricchiscono. Figure che a condizioni normali occupano ruoli non in vista nella comunità o esercitano mestieri stressanti, hanno l’occasione di uscire dall’ordinario ed emergere nell’eccezionalità dell’evento, trascinati dal machinarium, pronti a servirlo, finalmente potendovisi associare e identificare.

Quando il potere comincia a schiacciare, veramente necessari sono solo i gangli del machinarium schiacciante. La produzione di beni di sopravvivenza, l’industria pesante e la grande produzione, gli apparati militari, gli apparati della burocrazia nel limite contenuto dello stretto necessario. Schiavizzati gli agricoltori, eliminato l’artigianato, limitati i culti. Teatri, letteratura, musica resi belletti del mortaio.

Tutte le dittature sono sempre state la dittatura dei gangli.

Tanto più desertificatrici, quanto più affondate nelle radici della mediocrità.

Odi privati, stadi spirituali inevoluti, malvagità, sadismo, narcisismo.

Il machinarium richiama dal fosso la folla delle malimpressioni.

Così, venuto meno il velo dell’apparente similitudine, caduto a terra l’abito di carne, emerge – sconvolgente – il segreto del Numero.

Su mille, uno.

È la natura umana, baby.

PER APPROFONDIRE

L’Olocausto iniziò con l’esclusione degli ebrei dal mondo del lavoro – Una storia vera, di Giulia Morpurgo 28 gennaio 2020

Le tappe della Shoah. Emigrazione, ghettizzazione e sterminio, Giovanni de Martis

Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

NOTE

[1]  <<La prima serie di leggi, emanata tra il 1933 e il 1934, puntava soprattutto a limitare la partecipazione degli Ebrei alla vita pubblica in Germania. La prima disposizione a ridurre in modo significativo i diritti dei cittadini ebrei fu la “Legge per la Restaurazione del Servizio Civile Professionale”, varata il 7 aprile 1933, secondo la quale funzionari e impiegati pubblici ebrei – insieme a quelli giudicati “politicamente inaffidabili” – dovevano venire esclusi dalle cariche e dalle funzioni pubbliche. Il nuovo Codice della Pubblica Amministrazione costituì la prima formulazione, da parte delle autorità tedesche, di quello che sarebbe poi diventato il cosiddetto Paragrafo Ariano, un regolamento studiato apposta per escludere gli Ebrei (e per estensione spesso anche altri gruppi “non ariani”) dalla maggior parte delle organizzazioni, da molte professioni e da altri aspetti della vita pubblica. Nell’aprile del 1933, la legge tedesca limitò il numero di studenti ebrei che potevano frequentare le scuole e le università. Nel corso dello stesso mese, altre leggi ridussero fortemente le “attività ebraiche” nella professione medica e in quella legale. Leggi e decreti successivi limitarono il rimborso ai medici ebrei da parte delle assicurazioni sanitarie costituite con fondi pubblici. La città di Berlino proibì agli avvocati ebrei e ai notai di lavorare su materie legali; il sindaco di Monaco, inoltre, vietò ai medici ebrei di curare pazienti non-ebrei e il Ministro dell’Interno bavarese negò agli studenti ebrei l’ammissione alla facoltà di medicina. A livello nazionale, il governo nazista revocò la licenza ai commercialisti ebrei; impose una quota, non superiore all’1.50%, di “non ariani” che potessero frequentare le scuole e le università pubbliche; licenziò gli impiegati civili ebrei dell’esercito e, all’inizio del 1934, proibì agli attori ebrei di esibirsi, a teatro come sullo schermo>>.

(Enciclopedia dell’Olocausto, United States Holocaust Memorial Museum, Washington)

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Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Autrice su Il Mondo di Pannunzio, design editoriale e co-founder Media Emporia.

La formazione diffusa e il corpo del potere

di FABIO SONZOGNI

Lo stato di emergenza nei Paesi a regime liberale è una dichiarazione ufficiale emanata, tramite un decreto legislativo approvato da un atto parlamentare, da un Governo che constata l’esistenza di un pericolo imminente che minaccia la nazione.

C’è qualcosa di nuovo: si nega alla persona l’accesso alla formazione

Il filosofo Massimo Cacciari ci ricorda che “Son trent’anni che affrontiamo la crisi con regime di emergenza”. 1990 -1991, Guerra del Golfo; 11 settembre 2001: Torri Gemelle, 2004 – 2019: Terrorismo islamico (Al Qaeda, ISIS); 2008-2009: Crisi economica

…2020, Pandemia.

Quest’ultima ha caratteristiche proprie che tutti abbiamo imparato a conoscere, ma c’è invece qualcosa di nuovo, ed evidente, nel come affrontarla: si nega alla persona l’accesso alla formazione.

Dall’estate ad oggi ho frequentato – come molti di voi, immagino – i luoghi che il nuovo Dpcm ha segnalato come pericolosi. Mi riferisco ai Cinema, Teatri, Scuole. Insegno al Liceo, vado spesso al cinema e a teatro. Ho spesso affrontando il tema educativo-formativo, e in quelle occasioni ho scritto di formazione diffusa.

…la scuola ha scelto di informare – non di formare – alla competizione con l’altro, secondo il modello anglosassone

Ritengo la scuola il luogo privilegiato per tale compito, ma lavorandoci avverto che non è sempre così, al contrario sembra che la scuola abbia scelto di informare affinché i discenti possano corazzarsi e partecipare alla competizione con l’altro. Pratica collaudata da decenni dalla scuola anglosassone.

È anche per questo che credo sia giusto diffondere sull’intero territorio, fisico e psichico, proposte formative. I cinema, i teatri, insieme a biblioteche, librerie, attività sportive, relazioni in contesti strutturati, la famiglia, luoghi capaci di aggregare persone innamorate della stessa passione… insomma ogni luogo che favorisca l’incontro con l’altro nella condivisione.

Da fonte MIUR: “La scuola non ha avuto impatto sull’aumento dei contagi generali, se non in modo molto residuale”. Motivando questa affermazione con la percentuale (naturalmente molto piccola) di nuovi contagiati rispetto al totale di ciascuna categoria: 0,021% degli studenti, 0,047% dei docenti e 0,059% dei non docenti.

L’Agis, l’Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, ha monitorato 2.782 spettacoli tra lirica, prosa, danza e concerti, con una media di 130 presenze per ciascun evento. Nel periodo che va dal 15 giugno (giorno della riapertura dopo il lockdown) a inizio ottobre, le Asl territoriali hanno registrato un solo caso di contagio da coronavirus. “Una percentuale pari allo zero e assolutamente irrilevante – sostiene l’Agis – che testimonia quanto i luoghi che continuano ad ospitare lo spettacolo siano assolutamente sicuri”.

Perché questo accanimento nei confronti della formazione?

Perché questo accanimento nei confronti della formazione?

Spesso e giustamente quando si parla di Spettacolo, in relazione alle chiusure causate dal Covid-19, ci si riferisce ai lavoratori dello spettacolo. E di cosa perde lo spettatore, chi ne parla?

In alcuni ambiti l’arte è tuttora considerata inutile se non per divergere, divertire.

No, l’Arte non è divertimento, è un’opportunità per modificare lo sguardo, per alzare gli orizzonti, per abbandonare la staticità e mettersi in moto, per emozionarsi, per incontrare l’altro, le cose del mondo e sé stesso.

La volontà di sottrarre all’Uomo l’incontro e il coraggio di pensare

Chiudere quei luoghi significa distanziamento sociale (termine orribile e pericoloso), che rivela la volontà di sottrarre all’Uomo l’incontro, la condivisione, unica pratica formativa edificante, capace di generare il coraggio di pensare, autonomamente, in libertà.

Con strumenti più affinati potremo anche convivere con il nemico invisibile rielaborando, per comprenderle, paure e angosce altrimenti capaci di fare molto male, innanzitutto ai nostri ragazzi il cui contesto non è più soltanto liquido, ma approda, spesso, allo stato gassoso.

Ha ragione Cacciari quando dice che “le risposte alle crisi sono sempre state emergenziali e sempre tese a ridurre lo spazio politico, mettendo in crisi la democrazia parlamentare.”

Mi permetto una digressione, che mi suggerisce Elias Canetti nel suo mirabile testo: Massa e Potere.

Alla parola forza si ricollega l’immagine di qualcosa di vicino e di presente: la forza è più pressante e immediata del potere.

Intensificando l’espressione, si parla di forza fisica. Ai livelli più bassi, più animaleschi, è più esatto parlare di forza anziché di potere. Una preda viene afferrata con forza, e con forza portata alla bocca. Quando la forza dura a lungo, diviene potere; ma nell’istante acuto, che giungerà all’improvviso, nell’istante decisivo e irrevocabile, sarà di nuovo pura forza.

Quando la forza dura a lungo, diviene potere

Il potere è più generale e più ampio della forza, contiene di più, e non è altrettanto dinamico. È più complesso e possiede perfino una certa misura di pazienza. La parola stessa deriva dall’antica radice gotica “magan” che significa “potere, essere in grado di” e non ha alcun rapporto con il tema “machen” (fare). La differenza tra forza e potere può essere esemplificata in modo evidente se ci si riferisce al rapporto fra il gatto e il topo.

Il topo, una volta prigioniero, è in balia della forza del gatto. Il gatto lo ha afferrato, lo tiene e lo ucciderà. Ma non appena il gatto incomincia a giocare col topo, sopravviene qualcosa di nuovo. Il gatto infatti lascia libero il topo e gli permette di correre qua e là per un poco. Appena il topo incomincia a correre, non è più in balia della forza del gatto; ma il gatto ha pienamente il potere di riprendere il topo.

Permettendo al topo di correre, il gatto lo ha lasciato pure sfuggire dall’ambito immediato dell’azione della sua forza; ma finché il topo resta afferrabile dal gatto, continua ad esser in suo potere.

Lo spazio sul quale il gatto proietta la sua ombra, gli attimi di speranza che esso concede al topo, sorvegliandolo però con la massima attenzione, senza perdere interesse per il topo, per la sua prossima distruzione, tutto ciò insieme, spazio, speranza, sorveglianza, interesse per la distruzione, potrebbe essere definito come il vero corpo del potere, o semplicemente il potere stesso.

Ho la sensazione che, parafrasando Cacciari, è da trent’anni – e forse più – che siamo costretti ad interpretare inconsapevolmente il ruolo del topo.

Averne coscienza credo sia già un passaggio importante.

Quindi il gatto ha bisogno dell’emergenza perché, in quel caso, il suo compito sarà decisamente più semplice. E se nulla emergesse? Si crea subito un nuovo nemico, altrimenti il topo torna a ballare.

Mi scuso per la semplificazione eccessiva. La mia è una considerazione priva di ogni scientificità, che rasenta l’ovvio.

Ma a me accade spesso di cercare in profondità quello che sta in superficie.

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Fabio Sonzogni ha lavorato come attore con i registi: Luca Ronconi, Dario Fo, Antonio Syxty, Antonio Latella. Dal 2000 lavora come regista. Il suo ultimo lavoro teatrale, Signorina Julie di Strindberg è in tournée. Dalla prima edizione si occupa della direzione artistica del Siloe Film Festival. Per approfondire. 

La Torre di Babele. Marxismo, ateismo e “neo-umanesimo” visti con gli occhi di Dostoevskij

di REDAZIONE

 

Condividiamo questa profonda e colta riflessione di Alberto Strumia, sacerdote e teologo italiano.

Partendo dalla letteratura distopica – Benson, Orwell – e visionaria – Soloviev -, Strumia approfondisce lo sguardo di Dostoevskij sull’ateismo rivoluzionario, attraverso Lubac.

Portando alla luce come esso costituisca le basi delle ideologie contemporanee del transumanesimo e del neo-umanesimo.

Diffuse, a dire del sacerdote, anche nella Chiesa.

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La Torre di Balele

da ALBERTO STRUMIA

 

Immagino, o almeno spero, che non siano pochi, tra i lettori di questo blog, coloro che hanno letto libri divenuti famosi per il loro carattere predittivo, per non dire “propriamente profetico” – e addirittura “apocalittico” – dell’attuale situazione del mondo, e anche della Chiesa, come Il padrone del mondo  (del 1907) di R.H. Benson, o 1984 (del 1948-49) di G. OrwellIl racconto dell’Anticristo di V.S. Soloviev (del 1899).

Immagino, o almeno spero, che non siano pochi, tra i lettori di questo blog, coloro che hanno letto libri divenuti famosi per il loro carattere predittivo, per non dire “propriamente profetico“…

Meno noto è certamente un altro libro, più impegnativo per i suoi riferimenti filosofici e teologici oltre che letterari, tipici di uno studioso, ma non meno “profetico”, come Il dramma dell’umanesimo ateo di H. De Lubac (pubblicato nel 1945).

Sono libri che sembrano scritti per noi oggi.

Ne propongo qui un brano, tratto dal paragrafo intitolato “La Torre di Babele” nel quale l’autore segue la lettura “profetica” condotta da Dostoevskij nei suoi scritti, facendosi egli stesso in qualche modo profeta con lui.

Ne Il dramma dell’umanesimo ateo, De Lubac ci mostra la visione di Dostoevskij

Per alleggerirne la lettura, densa di elementi anche piuttosto “tecnici”, ho estratto dal testo, senza alterarle, quelle parti che mi sono sembrate ben leggibili e cariche di giudizi e indicazioni per i nostri giorni.

Ho inserito anche, in parentesi quadra, qualche mia breve annotazione per facilitare alcuni riferimenti agli accadimenti dei nostri anni.

Ecco il testo:

<<L’avventura che agli sguardi di tutti appare più attuale, è quella simboleggiata dalla Torre di Babele. Dostoevskij adatterà l’antico simbolo biblico per esprimere l’avventura socialista [oggi fusasi con quella “liberal laicista occidentale”, come Orwell aveva previsto nel suo 1984], da lui intesa in un senso particolare.

Socialismo, ateismo e la Torre di Babele, ovvero il mondo senza Dio

Per lui “il socialismo non è soltanto la questione operaia o quella del quarto stato, è anzitutto la questione dell’ateismo, della sua incarnazione contemporanea; è la questione della Torre di Babele, che si costruisce senza Dio, non per raggiungere i cieli dalla terra, ma per abbassare i cieli fino alla terra” (I fratelli Karamzov, I, 32).

Questa Torre di Babele, diciamolo subito, l’uomo non la può costruire da solo.

Se non sarà Dio ad aiutarlo, bisognerà che intervengano i demoni.

Essa sarà l’opera di veri demoni, e se questi da soli non ci riusciranno, allora altri, più realisti, si rivolgeranno segretamente al capo delle armate del male, a Satana.

“La Torre di Babele resterà senza dubbio incompiuta, come la prima, dice il Grande Inquisitore. Gli uomini verranno a trovarci dopo di avere penato degli anni per costruirla, e saremo noi a portarla a termine” [il satanismo in progressiva crescita, in forme criptate, come “gioco” e “sfida”, o esplicite, attraverso le sette, i film e internet, oggi ha raggiunto giovani, gente comune, capi di stato e potentati finanziari].

Dostoevskij ci propone due formule di socialismo ateo: l’una fa l’oggetto del romanzo I demoni; l’altra viene esposta dal Grande Inquisitore immaginato da Ivan in I Fratelli Karamazov.

Dostoevskij ci propone dunque due formule di socialismo ateo, tutte e due diaboliche: l’una fa l’oggetto del romanzo I demoni; l’altra viene esposta dal Grande Inquisitore immaginato da Ivan in I Fratelli Karamazov.

I demoni è una discesa nelle profondità più tenebrose dell’anima umana, e nello stesso tempo il gesto annunciatore in cui l’Europa leggerà il suo destino.

E quali profondità nella diagnosi!

Non ci si deve però ingannare.

Se egli si mostra feroce per i rivoluzionari, di cui scolpisce così bene i lineamenti, non mostra però di avere maggiore pietà per il mondo che questi fanno crollare; “meno di qualunque altro, ha scritto Berdiaev, egli si farebbe il difensore del vecchio mondo borghese; nello spirito, egli è rivoluzionario, ma vuole una rivoluzione con Dio e con Cristo” (Les sourses et les sens du communism russe116).

I demoni è una discesa nelle profondità più tenebrose dell’anima umana, e nello stesso tempo il gesto annunciatore in cui l’Europa leggerà il suo destino.

C’è qualche cosa nella sua anima che cospira perfino con quei demolitori da lui esecrati, e la visione apocalittica che sorge dinanzi a lui, non prende tutta la sua sostanza dagli orrori vissuti di cui si informa: essa procede pure dalle sue “disposizioni apocalittiche”.

I socialisti rivoluzionari sono gli eredi dei liberali che alla scuola dell’Occidente sono diventati atei. “Annientare Dio”, questo è il primo punto del loro programma, la prima parola d’ordine che essi diffondono con i loro fogli di propaganda. Poi tirano le conseguenze di questo ateismo: non contentandosi di una vaga fede nel progresso, essi intraprendono la costruzione di una umanità senza Dio. Sono logici. Ma dove li condurrà questa logica?

Distruggere la società, cacciare i sogni…

La prima fase del loro lavoro è distruttiva: distruzione della vecchia società, soprattutto distruzione di tutto quello che derivava dalla fede in Dio. Non solo il cielo viene vuotato, ma l’uomo viene sconsacrato. Più nulla in lui deve richiamare una origine trascendente ed un destino sacro. Bisogna cacciare tutti i sogni, ed allora sulla base della scienza, si potrà mettersi a costruire un nuovo edificio, si potrà organizzare il benessere della umanità.

Si tratta sempre della famosa Torre. Ma una volta che l’uomo si sia liberato di Dio, sarà poi libero di fatto? Quelli che vogliono procurare la sua felicità, capiscono molto presto che la dovranno procurare suo malgrado.

Tra i congiurati uno solo ha seriamente riflettuto al problema; uno solo ha concepito un piano completo per ciò che dovrà tener dietro alla rivoluzione. Il suo sistema è semplice ed egli lo riassume in questa formula: “partito dalla libertà illimitata, sono arrivato al dispotismo illimitato”.

Che si divida dunque la umanità in due parti. Un decimo avrà sugli altri nove decimi una autorità assoluta. Questa è la condizione necessaria per instaurare il Paradiso.

Senza dubbio, come gli viene suggerito, sarebbe ancor più logico di sterminare questi nove decimi; allora non resterebbe altro “che un pugno di gente istruita, che organizzandosi secondo i principi scientifici, vivrebbe felice per sempre”. Questa idea non ha che un difetto: è troppo difficile a mettersi in pratica.

Dostoevskij con questo intende suggerirci “che i sistemi sociali fuori delle basi cristiane, la sola sorgente capace di trasformare l’uomo, diventano fatalmente dei sistemi di violenza e di schiavitù”.

I fatti hanno forse mostrato che la sua convinzione non era arbitraria!

Ma egli pensava inoltre che l’esperienza non poteva essere spinta fino in fondo. Alla base della impresa, c’è ancora troppa utopia! Supponiamo infatti la vecchia società sia abolita e che incominci ad edificarsi la nuova: “ne risulterebbero tali tenebre, un tale caos, qualche cosa di grossolano, di così cieco ed inumano, che tutto l’edificio crollerebbe sotto le maledizioni della umanità, prima ancora che fosse finito di costruire” (Diario di uno scrittore,I, 348).

I fratelli KaramazovA questo punto entra in scena il Grande Inquisitore. Costui, l’uomo che suscita una fede frenetica nel gregge che disprezza e che ha il potere spaventoso di fare rinnegare Gesù da parte di quegli stessi che un’ora prima l’acclamavano, appartiene ad una famiglia spirituale ben diversa da quella dei nostri rivoluzionari.

Egli non ha mai dato ricetto nel suo cervello al minimo atomo di utopia; non incomincia col sognare “liberazioni”. Volendo lui pure il bene dell’umanità, egli ne conosce fin da principio le condizioni; ne pone nettamente l’antitesi: libertà o felicità.

Per essere felici, sono totalmente alienati

[…] Il sistema del Grande Inquisitore non si arresta alla costrizione esterna ma asservisce le anime. In grazia sua gli uomini trovano “un depositario della loro coscienza”.

La “grave preoccupazione di scegliere” è loro ormai risparmiata; non hanno più né da pensare, né da volere. Neppure in faccia alla morte, avranno la rivelazione del loro destino: è prevista la loro eutanasia spirituale [oltre  a quella del corpo].

Per essere felici, essi sono totalmente alienati. Ora la Torre può essere eretta; le fondamenta sono solide. L’Inquisitore ha scavato fino alle radici dell’essere, ed ha estirpato ogni germe perturbatore. Egli, senza nulla perdere della sua calma sovrana, ha fatto alleanza con Satana, “lo Spirito terribile ed intelligente, lo Spirito della negazione e del nulla, lo Spirito profondo, eterno, assoluto”. È il profeta del nulla, ed è ciò che costituisce la sua forza terribile. Egli solo può riuscire, perché egli solo ha l’audacia di affrontare Dio, come la sua vivente antitesi; cos’è infatti Dio se non un creatore di libertà? Egli solo ha dunque il diritto di dire al Cristo, quando questi vuole ancora venire ad immischiarsi nelle faccende di questo mondo: “Perché ci vieni a disturbare?”. Egli solo può proclamarsi l’Anti-Cristo.

Il pensiero dominante di Dostoevskij è che uccidendo Dio nell’uomo, si uccide con ciò stesso l’uomo. […]

Socialismo e superomismo

Il Grande Inquisitore con il partito che associa al suo segreto ed alla sua opera combina assieme il tipo del “socialista” e il tipo del superuomo, quali sono stati abbozzati negli altri romanzi; due volte ateo – cioè sempre contro Dio –, due volte, per conseguenza, contro l’uomo: negli altri ed in se stesso. Se questa figura è la più impressionante, è pure la più profetica tra tutte quelle che sono state generate dal genio di Dostoevskij. Poco importa lo scenario su cui l’ha collocata. Egli credeva veramente, noi lo sappiamo, che il “cattolicismo romano” avesse “venduto il Cristo in cambio del regno della terra” [il paragone con i nostri ultimi anni è raccapricciante, ma “inevitabile”!].

Ma quel socialismo del Grande Inquisitore non rassomiglia affatto a quello che la storia già gli mostrava nei suoi primi protagonisti, né a quello che aveva descritto ne I demoni, prendendo le mosse dai terroristi russi.

Oggi tutto questo è il “Nuovo ordine mondiale” massonico, il tanto predicato (nella politica come anche nella Chiesa) “nuovo umanesimo”…

È notevole il suo carattere positivista. Il Grande Inquisitore ed i suoi associati sembrano essere fratelli di quei “servitori della Umanità” sognati da Comte; “degni ambiziosi” che “si impadroniscono del mondo sociale non per diritto alcuno, ma per dovere evidente”, per poter organizzare l’“ordine finale” [oggi tutto questo è il “Nuovo ordine mondiale” massonico, è il tanto predicato (nella politica come anche nella Chiesa) “nuovo umanesimo”, è quello che vediamo accadere “intorno” e ormai anche “addosso” a noi].

Anche il potere che instaurano, si presenta come fosse anzitutto l’opera di una volontà di potenza.

Quelli che la realizzeranno sono una razza di Dominatori.

Ideologie sociali, neo-paganesimo, ambientalismo, panteismo

Per stabilire l’ordine nuovo, essi pensano dapprima al loro dominio: “Noi ci siamo dichiarati i dominatori della terra” [mediante l’ideologia: sociale, ecumenista, pagana, ambientalista, naturalista, panteista, ecc.]; bisogna che essi portino a termine la loro conquista: “noi raggiungeremo il nostro scopo, saremo Cesare, il nostro regno sarà deificato”; solamente in seguito essi si occuperanno dell’umanità che disprezzano ed ingannano: “Noi allora penseremo alla felicità universale”. Non annunciano essi forse il “tempo del disprezzo”? Ma profezia non è previsione; è anticipazione spirituale.

Questo profeta conviene leggerlo secondo lo spirito di ogni profezia, e, pur senza rinunciare alla speranza di trovarvi dei segni che ci aiuteranno a interpretare il nostro tempo, ricordarci che egli ci trasmette un genere di verità di cui nessuna realizzazione storica può esaurire il senso.

Secondo il Grande Inquisitore, l’umanità è tormentata da un bisogno di unione universale, e se tutti l’accolgono con riconoscenza, è perché tutti trovano in lui non solo un padrone, non soltanto un depositario della loro coscienza, ma ancora “un essere” che fornisce loro i mezzi di unirsi per non fare più che un grande formicaio. Dostoevskij sa che questo bisogno si trova di fatto nel cuore dell’uomo. Ma egli sa anche che il “formicaio”, il “grande formicaio uniforme” non lo soddisfa affatto.

Il fatto si è che non c’è unione degna di questo nome che tra persone, e non c’è persona senza libertà, come non c’è libertà senza Dio.

La legge di un mondo che rifiuta Dio è una legge di frazionamento e di isolamento completo, tanto più marcata quanto più stretta è la rete formata dai legami sociali

Le bestie del branco non sono unite affatto.

La legge di un mondo che rifiuta Dio è una legge di frazionamento e di isolamento completo, tanto più marcata quanto più stretta è la rete formata dai legami sociali. “In questo secolo tutti sono frazionati, ognuno si allontana dai suoi simili, ed allontana i suoi simili da sé; invece di affermare la loro personalità, tutti cadono in una solitudine completa”; così “gli sforzi degli uomini non sboccano che al suicidio totale”. “Questo isolamento terribile un giorno finirà certamente”, ma quel giorno sarà il giorno in cui il segno del Figlio dell’Uomo apparirà in cielo…

Al messianismo terrestre, Dostoevskij oppone dunque l’apocalisse cristiana; ai sogni di un paradiso collocato nell’avvenire umano, la speranza del Regno di Dio.

Conosciamo le interpretazioni di un troppo facile conservatorismo, che sul piano politico e sociale ha potuto accogliere un tale pensiero. Ma ora questo non ci interessa. Non sfuggiremo una verità per paura dei suoi abusi, o per diffidenza delle condizioni psicologiche che hanno potuto favorire il suo sbocciare. Così pure non si tratta qui di adesione, ma di intelligenza, e Dostoevskij non può essere compreso che in profondità.

Dostoevskij denuncia l’utopia socialista ancora sotto un altro aspetto.

Questa Torre di Babele, supposto che un giorno si innalzi, che alla fine essa offra una dimora abitabile, in nome di che cosa mi si può costringere oggi a seppellirmi nelle sue fondamenta? Ogni generazione vale come un’altra, e la città futura non potrebbe mai interessarmi, come invece mi interessa un Regno eterno…[…]

Ora è venuta “la bonaccia e gli uomini sono rimasti soli, come volevano: la grande idea di un tempo li ha lasciati; la grande sorgente di energia che finora li ha alimentati e riscaldati si è ritirata, ma ora è l’ultimo giorno dell’umanità. E tutto ad un tratto gli uomini hanno compreso che sono rimasti completamente soli, hanno sentito bruscamente un grande abbandono di orfani”. Divenuti orfani, che faranno essi se non serrarsi gli uni contro gli altri, prendersi le mani, sapendo ormai che essi sono tutto gli uni per gli altri? Con Dio, anche l’immortalità li ha abbandonati. E per questo “tutto quel grande eccesso di amore” che era orientato verso l’aldilà, troverà forse ora il suo oggetto sulla terra? Non lavoreranno essi tutti gli uni per gli altri, consolandosi a vicenda, ciascuno facendosi tutto a tutti?

Villaggi interi, città e nazioni intere ne erano contaminate e perdevano la ragione

In altra parte egli ha visto cosa diventano gli uomini orfani; ha visto un flagello inaudito abbattersi sull’Europa: “Certi esseri parassiti, esseri microscopici di una specie nuova [oggi abbiamo un virus cinese; e poi che cosa dobbiamo aspettarci? Un microchip che ci pilota nel pensare e nell’agire?], avevano fatta la loro comparsa, eleggendo il loro domicilio nel corpo delle persone. Ma questi animaletti erano spiriti dotati di intelligenza [artificiale?] e di volontà [di chi li ha fatti programmare in nome del potere?]. Gli individui che ne erano affetti, diventavano all’istante pazzi furiosi. Ma mai, mai gli uomini si erano tanto creduti così in possesso della verità quanto credevano di esserlo quegli afflitti.

Mai avevano tanto creduto alla infallibilità dei loro giudizi, delle loro conclusioni scientifiche, dei loro principi morali e religiosi.

Villaggi interi, città e nazioni intere ne erano contaminate e perdevano la ragione.

Tutti erano in angoscia, e non si comprendevano più gli uni gli altri [il relativismo è la nostra Torre di Babele. E quando la verità è ridotta a opinione essa non si impone più per la sua evidenza o la sua razionalità, ma viene imposta come ideologia in un “pensiero unico” da chi ha il potere del momento].

Ognuno credeva di possedere da solo la verità (la sua opinione) e di discernere ciò che era il bene ed il male.

Non si sapeva chi condannare, chi assolvere [in queste condizioni il peccato non è più una colpa personale, ma viene scaricato sulle “strutture”. Questo è il marxismo nascosto nelle nostre apparenti democrazie stataliste.

[Ma oggi, finalmente, non è più affatto nascosto, se non agli occhi degli ingenui, o dei suoi complici]. Gli uomini si uccidevano gli uni gli altri, sotto l’impeto di una collera assurda [sono i delitti di oggi, domestici come in strada, per futili motivi, efferati nei modi e nelle conseguenze, perché satanici nella loro origine]. Scoppiarono incendi, poi fu la fame… La pestilenza faceva strage e si propagava sempre più. In tutto il mondo soltanto alcuni potevano essere salvi: erano i puri e gli eletti, predestinati a rinnovare la terra; ma nessuno in nessun posto faceva attenzione a quegli uomini, nessuno ascoltava la loro voce” (Delitto e castigo, II, 557). [È un piccolo resto del popolo cristiano che, nascostamente, in piccoli gruppi, non senza l’intervento di Dio, salva la ragione e la fede]>>.

 

(H. De LubacIl dramma dell’umanesimo ateo, Morcelliana, Brescia 1979, pp. 259-268)

NOTE

L’articolo è leggibile per intero su Alberto Strumia e  Sabino Paciolla.

 

LINK E RISORSE

Il padrone del mondo, di Robert Hugh Benson – Fazi editore

1984, George Orwell – edizioni Mondadori

Il racconto dell’Anticristo, Vladimir Solov’ëv – Fazi editore

H. De LubacIl dramma dell’umanesimo ateo, Editrice Morcelliana

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Alberto Strumia è sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari.  www.albertostrumia.it