42 giorni e 28 anni

di MARGHERITA MENELAO

Lo chiamano miracolo scientifico.

Da giorni i quotidiani e le riviste definiscono così la nascita, in Tennessee, USA, di una bambina da un embrione (come fosse qualcosa di diverso da lei) congelato 28 anni fa.

Molly Everette Gibson, così si chiama la bimba, secondo quanto riportato dal New York Post, è nata il 26 ottobre, mentre l’embrione (ovvero sempre lei nella fase prenatale) era stato congelato nell’ottobre del 1992. Se non fosse stata congelata nella fase embrionale, ma avesse potuto usufruire di utero e gravidanza della madre biologica, oggi avrebbe circa un anno e mezzo in meno della donna che l’ha partorita, invece, poco più di un mese fa. Donna che, peraltro, nel 2017 fece nascere la sorella gemella di Molly, da embrione congelato a suo tempo da 25 anni. Viene definita, per questo, la donna dei record. Molly, di conseguenza, ha una gemella, stessa età biologica e stessi genitori biologici, di tre anni più grande.

La notizia viene considerata, si è scritto, un miracolo scientifico. Termine che risalta agli occhi del lettore tanto più che a rendere possibile tutto ciò è un’associazione cristiana, il National Embryo Donation Centre (NEDC) di Knoxville, no profit che raccoglie gli embrioni donati da genitori biologici che si sono sottoposti a fertilizzazione in vitro che però decidono di non utilizzarli e che il centro regala a coppie con problemi di infertilità.

Il genetista Jerome Lejeune[1] definiva questi centri come veri e propri “campi di congelamento”, in cui i piccoli uomini vengono posti in un tempo sospeso a -196°, temperatura dell’azoto liquido corrispondente allo zero assoluto.

Il freddo a bassissime temperature rallenta la vita delle molecole e quando ci si avvicina allo zero assoluto, tutto il movimento si ferma. E si ferma anche il tempo, che per l’embrione non scorre più e che lo costringe in un tempo sospeso.

Così migliaia di embrioni, migliaia di esseri umani, possono essere ammassati in un piccolo recipiente che li mantiene nel freddo intenso.

Definire questo stato, questa condizione è difficile.

Come è difficile immaginare un essere umano a cui sia impedito il suo sviluppo, il suo crescere, il suo muoversi (gli embrioni in utero si muovono).

Lejeune, con un intuitivo parallelo con i campi di concentramento nazisti, li definiva, appunto, campi di congelamento. Sono quei contenitori in cui si inseriscono gli embrioni cosiddetti ‘in sovrannumero’ (come se vi potessero essere uomini in sovrannumero), contenitori molto piccoli, gelidi e molto frequentemente mortali. Lejeune affermava che l’errore scientifico più disumano che possa commettere la nostra generazione è quello di perdere la nozione elementare secondo la quale ogni uomo è degno di rispetto, non perché potente, ma perché uomo. Quanto accaduto nei campi di concentramento si basava su una sola precisa inequivocabile idea: “un prigioniero non è un uomo”[2].

Questo ha permesso ogni atrocità.

Se affermiamo che un embrione non è un uomo, questo aprirà la strada ai più grandi crimini contro l’umanità.

Infatti, per dirla con Robert Spaemann, “tutti gli uomini sono persone[3] e risulta pericoloso affidare a mani umane il potere di decidere sull’essere persona di qualcuno e quindi sul suo diritto o meno alla dignità e alla vita. La persona e l’uomo sono definiti e caratterizzati da una parte dalla ragione, che è una specificità dell’essere persona, e dall’altra dalla dimensione interiore, spirituale e morale del soggetto. L’essere persona costituisce per Spaemann la natura stessa dell’uomo, il suo essere in quanto appartenente alla specie umana e da essa discendente e non può essere negato a nessuno, neppure nei casi in cui quegli elementi che caratterizzano l’uomo non compaiano, non compaiano ancora, o non si sviluppino sufficientemente o non siano ancora sufficientemente sviluppati.

L’appartenenza alla specie homo sapiens dev’essere il termine definitivo e l’unico criterio non arbitrario per il riconoscimento della persona. Questo per evitare che si possano usare le persone, che si possa considerarle “materiale” o sfruttarle come si sfrutta il bestiame.

Parafrasando la Genesi, si può dire che la scienza è un po’ come l’albero della conoscenza, cioè l’albero del bene e del male. Il compito degli scienziati, che è anche la loro responsabilità etica e bioetica, è capire in che modo questa conoscenza possa essere usata per il bene dell’uomo e non per il male dell’umanità.

Infine, tra le migliaia di opzioni e alternative possibili, ciascuno di noi avrebbe potuto non essere qui, ora, in questo preciso momento. Invece siamo qui, presenti e vivi, una scelta tra le migliaia possibili, e questo sguardo sul reale è, come scriveva Lejeune, una “continua ed inesauribile fonte di sorpresa e domanda”[4].

LETTURE

[1] Scritti Vari, Jerome Lejeune

[2] Se questo è un uomo, Primo Levi Torino, 1947.

[3] Persone. Sulla differenza tra “qualcosa” e “qualcuno”, Robert Spaemann, a cura di L. Allodi, Laterza, Bari 2005.

[4] Il messaggio della vita, Jerome Lejeune, Cantagalli, Siena 2002

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Margherita Menelao, dopo una formazione accademica di alto livello, lavora nella PA. Svolge attività di ricerca indipendente, si dedica alla divulgazione storica e all’organizzazione di eventi culturali.

Il Natale più triste e il sogno di Mario

di ALBERTO CONTRI

Questo è certamente il Natale più triste della mia vita.

Non perché mancano i mercatini, le abbuffate di dolci, le luminarie che, lentamente, laicamente e prosaicamente hanno sostituito i simboli di una tradizione che era il cuore dell’Europa.

Al suo posto ora trionfa un politically correct che guarda caso si sta sbriciolando all’istante di fronte a un virus di cui non sappiamo ancora granché ma che ha messo in ginocchio l’economia di quasi tutto il mondo. Aveva scritto Chesterton: “Non credono più a nulla, così finiscono per credere a tutto“. E noi, districandoci in mezzo a milioni di fake news, dovremmo sforzarci di credere alla “Scienza” che ha fatto di tutto per perdere la propria credibilità, grandi istituzioni in primis.

Dovremmo ubbidire a governanti che in altre epoche avrebbero potuto fare al massimo gli uscieri.

Ci dobbiamo sorbire il tragico inveramento delle profezie di Orwell, Huxley e Benson (come ho descritto nel mio recente pamphlet “La sindrome del Criceto“): la neo-lingua è oramai tra noi, ogni sera vengono modificati a piacimento un po’ di significati, quasi ogni sera Lilli Gruber domanda imperturbabile: “Quanto durerà questo governo?”. Come se fosse la domanda intelligente del secolo.

E come se non bastasse ora c’è pure la polemica sulla Messa di mezzanotte.

I difensori della salute pubblica nazionale ed europea hanno individuato in questo evento di un’ora, di una sola sera, il pericolo N.1 del contagio, mentre hanno dedicato pochi minuti per posticipare la chiusura dei negozi alle 21 tutte le sere…

Inoltre dobbiamo sorbirci pure i cattolici moderni e illuminati: “Ma che vuol dire? Del resto i Papi troppo anziani e stanchi l’hanno anticipata da anni, Cristo nasce nei nostri cuori, eccetera“. Sinceramente non me n’ero mai accorto di questo spostamento (non guardavamo la tv e andavamo invece sempre alla Messa a mezzanotte, anche con i bambini piccoli dormienti in braccio o nella carrozzina). Ora che ci penso – con tutto il rispetto – un po’ mi secca, se quello è il povero, modesto motivo: potevano benissimo inventarsi un evento liturgico con canti di tutte le tradizioni natalizie del mondo e riflessioni varie alle 21 con il Papa. E far celebrare la Messa di mezzanotte in S.Pietro ad un povero e umile missionario, come era uso fare il vecchio parroco della chiesa che frequentavo quando ero piccolo (oramai 70 anni fa…!). Ricordo come ci colpiva la sua predica,che non era un esercizio retorico, ma un racconto sempre appassionante.

Tanta acqua da allora è passata sotto i ponti, e nel frattempo tutto si è annacquato, uno vale uno, l’ignorantocrazia (titolo di grande attualità di un saggio di Gianni Canova) regna sovrana, i simboli pian piano si sono appannati o sono svaniti.

Il vero simbolo sovrano oramai è il relativismo etico: la vera libertà consiste nel fare ciascuno quello che gli pare, purché si rispetti magari un imbarazzante coprifuoco, che dà tanto la sensazione che quelli che avevamo dichiarato di aver abolito la povertà, ora pensano sul serio alla nostra salute, mentre vanno in tv a dire (ci avete fatto caso?) sempre tre cose, intercambiabili, ma sempre tre, tipo: salute, sviluppo, lavoro.

Evidentemente convinti che basti pronunciare quelle parole perché il loro significato diventi realtà.

Questa è l’unica cosa che hanno imparato.

Non hanno programmato nulla per mesi, e ora ritengono che si debba fare tutto in poche settimane (forse con le rotelle nei banchi si fa prima), persino i vaccini che hanno sempre richiesto addirittura decine di anni di sviluppo e controlli, ora si troverebbero (sicuri) in pochi mesi.

Tramite l’ineffabile Commissario, il nostro Governo ha già acquistato milioni di dosi di un vaccino (Pfizer), che oltre ad essere complicatissimo da gestire, modifica semplicemente il nostro genoma.

Sul tema, solo qualche rara vox in deserto clamantis.

Ho lavorato oltre vent’anni a contatto delle imprese farmaceutiche di tutto il mondo, e so di cosa parlo. Nessuno mi potrà mai obbligare a modificare il mio genoma per una malattia che si può curare con adeguati antinfiammatori e anticoagulanti… se presa in tempo (ma sulla medicina del territorio, che è la vera chiave, si sentono circolare sempre e solo buzzwords).

Davvero un triste Natale.

Per vedere se si riesce comunque a passà a nuttata, personalmente mi sono trovato un piccolo salvagente, un metodo che mi ha sempre aiutato nella mia lunga vita professionale: osservo bene le facce.

Mi fido solo delle facce. Le facce non mentono. Gli occhi non mentono (un tempo si sosteneva addirittura che fossero lo specchio dell’anima). Un solo esempio: quando, fra i tanti, vedo apparire in tv il prof. Garattini o il Direttore del Mario Negri prof. Remuzzi, o il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani, prof. Ippolito, con le loro facce così per bene, come ce l’hanno solo le persone che hanno studiato, lavorato seriamente e imparato molto, mi rassereno.

E penso che ancora qualche possibilità ce l’abbiamo.

Così ho pensato di fare a tutti gli amici di questa piazza virtuale un particolare regalo di Natale, che ha a che fare con il mio mestiere di comunicatore. Pur essendo un riciclo di due anni fa… ritengo abbia ha un notevole valore: si tratta del video che tutti gli ospiti della casa di Riposo San Francesco di Monte San Pietrangeli hanno realizzato sotto la direzione artistica del loro direttore Alberto Del Bello, che è il responsabile di una RSA, dove, guarda caso, il virus non è mai entrato. Finora nemmeno un solo decesso a causa del Covid. Perché invece di chiacchierare di medicina del territorio, l’hanno sempre messa in pratica sul serio.

Si capisce che si sono anche divertiti non poco, regalando dignità e divertimento a quelli che dai vertici dell’Europa e della sua Banca Centrale sono considerati un peso inutile e troppo grande per la società.

Lo hanno fatto coniugando mirabilmente etica ed estetica (che i pensatori moderni, di oggi, vorrebbero invece fossero sempre più divise), dimostrando che prendendosi gran cura dei vecchi di questo piccolo paese, la vita è degna di essere vissuta fino all’ultimo, anche grazie al valore e al calore dei simboli.

Come lo è la Messa di mezzanotte.

Esempi come questo, oltre a costituire un momento di rara bellezza (anche l’esecuzione di Carol the Bells dei Pentathonix colpisce al cuore) ci esortano a non arrenderci e a resistere, come si sta facendo nei G.R.U. – Gruppi di Resistenza Umana, che stanno crescendo rapidamente, anche fuori dall’Italia.

Resistere al degrado, all’ignorantocrazia e al relativismo etico è forse il più grande dono che possiamo fare a noi stessi, ai nostri figli e ai nostri nipoti.

E anche al nostro Paese.

Non a caso abbiamo voluto aggiungere all’acronimo dei GRU questo slogan: Per risollevare l’Italia.

Almeno proviamoci.

Buon Natale, ad ogni buon conto: Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà.

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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.