Epistemologia della comunicazione: il virus è la cura, il vaccino la malattia mortale

di MATTIA SPANÓ

Dal punto di vista della comunicazione, il Covid-19 è una terapia. Non commetto né un errore né un refuso: il Covid-19 è la terapia di un mondo malato. Come tale è stato concepito, o almeno sfruttato.

Se assumiamo l’assioma di Paul Watzlawick, tutto è comunicazione, allora il nome che si dà alle cose è decisivo. Anche in una prospettiva meno radicale, l’ipotesi resta valida.

Il nominalismo procede per assonanze o dissonanze – è un criterio squisitamente musicale, eufonico o cacofonico – con quanto già esistente e nominato. 

Il fatto che il virus abbia assunto un nome del tutto simile a certi farmaci, come Comirnaty, EN-101, Nimesulide, deve far riflettere e concludere, quanto meno sul piano ipotetico, che il virus sia la terapia.

Nessuno al ristorante ordinerebbe un piatto chiamato Rattoon Miorto, perché gli ricorderebbe un topo morto (nei paesi italofoni e ispanofoni sicuramente, forse perfino in quelli anglofoni). Non ha nessuna importanza che sia buono o meno: l’impressione destata dal nome sarebbe tale che soltanto una minima parte degli avventori accetterebbe di provare il piatto.

Nessuno comprerebbe una vettura che si chiamasse Craashi o Skassun – potrebbe essere il nome di una macchina coreana – perché penserebbe di lasciarci la pelle al primo incrocio.

Esiste una notevole varietà di mele: le Golden, le Granny Smith, le Stark, le Renette, le Imperatore. Non esistono le Kakka, che in lingua giapponese significa “eccellenza”, nel senso inglese di “milord”, mio signore, per estensione che si distacca dal consueto, che eccelle in virtù e qualità.

Tutti mangiano mele che si chiamano “rigido, desolato” (le Stark) o “nonna fabbro” (Granny Smith) evocative di qualcosa di duro, sgradevole, sporco, immangiabile. Nessuno però comprerebbe delle mele che si chiamino “eccellenza” in giapponese. Perché? Perché i nomi vengono introiettati a livello profondo, e lì si solidificano come certe schiume usate nell’industria.

Questo è razionale? No. Se non è razionale, almeno è reale? Sì. E già questo basterebbe a contestare, minandolo probabilmente alla radice, il ben noto enunciato hegeliano “tutto ciò che è razionale è reale, e tutto ciò che è reale è razionale”. 

Dal momento che non sarò certo io a smontare il grande Hegel, in un dialogo impossibile con un grande della filosofia defunto, mi limito ad osservare che egli si gioca la partita della conoscenza sul piano grammaticale degli aggettivi, trattando reale e razionale come attributi del “tutto”.

Se invece li considero come sostantivi, cioè parti del tutto, non semplici attributi, allora il problema diventa comprendere cosa accade quando il razionale si introduce nel reale e viceversa. Possono succedere allora tre cose: o il razionale si rivela irrazionale, oppure il reale si rivela irreale.

Nel terzo caso, il razionale che coincide col reale e viceversa, ha ragione il grande Hegel, il quale in definitiva ha ragione, ma parzialmente.

Ma, ed eccoci al punto dirimente, qualsiasi cosa accada una volta che ho piantato il chiodo nel muro, estrarlo intatto è pressoché impossibile. In altre parole, la dialettica fra reale e razionale modifica sia l’uno che l’altro in modo irreversibile.

Esaurita questa lunga parentesi filosofica che ci tornerà utile nelle conclusioni, torniamo al nostro virus.

Molti ricorderanno che inizialmente il virus veniva chiamato Coronavirus, che però contiene la parola “virus”, percepita come negativa. Di colpo, letteralmente, si è cominciato a chiamarlo col più neutro Covid-19, eliminando la percezione negativa legata alla parola. Un nome buono per una medicina, appunto.

Se il vostro medico curante vi prescrivesse un farmaco contro l’ipertensione chiamato Covid-19, al netto del fatto che il nome sia stato speso per indicare una patologia, non avreste alcun problema ad assumerlo.

Con una dimostrazione controintuitiva: se avessero chiamato la malattia “peste nera”, o “peste bubbonica”, o “lebbra”, o “colera”, l’uomo occidentale sanificato da decenni di disposizioni sanitarie sempre più capillari e invasive, avrebbe semplicemente rifiutato l’idea stessa della malattia giudicandola impossibile.

Allora sì che avrebbe detto: “la peste nera non esiste, ve la siete inventata”. Ovvero, avrebbe offerto una formidabile resistenza culturale anche contro l’evidenza fattuale. Ecco perché un pupazzo tenerone lo chiamo Monciccì e non Dragosputasangue Trinciabambini.

Lo stesso schema di programmazione neuro-linguistica si è applicato chiamando farmaci sperimentali genicivaccini”. I vaccini li hanno fatti tutti sin da piccoli, tutto sommato senza conseguenze negative rilevanti, o per lo meno queste non sono state recepite sul piano psico-culturale profondo. 

È molto difficile contestare in via preventiva qualcosa che in fondo ognuno, compreso il contestatore, percepisce come buono.

Chiamando il virus con il nome di un farmaco, si è occultata e resa digeribile un’idea semplice: l’umanità è malata, il virus è la terapia.

Se l’affermazione può sembrare assurda, si consideri che viviamo in una selva di messaggi decostruzionisti: l’uomo è il cancro del pianeta, il sesso è decidibile, le minoranze si comportano aggressivamente nei confronti della maggioranza, la politica è sporca, regredire felicemente è possibile e desiderabile, gli animali sono meglio di noi, al mondo siamo in troppi, l’aborto sta trasformandosi da eccezione regolamentata a diritto eccetera. Cioè messaggi che mettono radicalmente in discussione, e puntano ad eliminare, il sistema di usi, costumi e credenze che abbiamo alle spalle.

Sia che si condivida questo genere di messaggi, sia che lo si combatta, si deve riconoscere che si tratta di un autentico capovolgimento dell’ordine naturale, o culturale, delle cose. Ciò che non si condivide non si critica: si cancella.

Affermare quindi che il virus ha funzionato e sta funzionando da farmaco curativo di un mondo e un’umanità malati, è perfettamente in linea con la cultura del paradosso che si sta imponendo a colpi di maglio.

È probabile, e forse già è così, che la “terapia della terapia”, vale a dire il vaccino curativo, alla fine di questa storia faccia più morti di quanti ne abbia fatti la patologia stessa.

Il Great Reset, il green pass, la nuova normalità, la digitalizzazione galoppante, il lockdown, altre misure chiaramente folli – né reali né razionali, dunque – non si sarebbero mai affermate se un’umanità sbagliata avesse continuato a ragionare secondo i vecchi canoni culturali.

A questa “malattia”, vale a dire la ragione e il rapporto con la natura di derivazione greco-romano-giudaico-cristiano, è stata imposta una terapia: il virus. Con coerenza omeopatica, la cura del virus è la morte o l’invalidità permanente grazie ad un pharmakòn, il veleno che uccide eliminando la possibilità stessa di sventure, mali e disgrazie tipica della vita.

Di qui la possibilità fornita dal governo canadese di pagare il suicidio ai cittadini poveri, disagiati o sofferenti che ne facessero richiesta. Prima ti affamo e ti riduco la vita ad un inferno, poi ti offro di suicidarti a spese mie.

Le discussioni sui giovani pelandroni che si rifiutano di lavorare a 280 euro al mese, o meglio ancora gratis. Già che se ne parli, è una mezza ammissione che la schiavitù sia non solo possibile, ma addirittura auspicabile.

O che un insegnante dichiari ad una maturanda che bisognava impedire di fare l’esame di stato a chi non avesse ricevuto almeno un vaccino, gettandola in un limbo di potenziale disoccupazione o sottoccupazione.

Il fatto che Facebook, Twitter e Youtube si possano permettere di silenziare un presidente degli Stati Uniti, o cancellare interi canali o pagine “sgradite”.

Il fatto che si obblighino le persone a rinunciare al contante, e si chiamino i loro diritti “libertà” – qualcosa che qualunque carcerato sa benissimo può essere tolta, al contrario dei diritti di cui anche l’uomo peggiore resta titolare-.

Sono tutte piccole tessere di un grande mosaico: l’Uomo Nuovo è l’Uomo Morto.

L’effetto collaterale di una terapia come il Covid-19 è che la maggior parte della gente sopravvive. Dunque ecco il vaccino, la cura definitiva che getta molte più persone nel meraviglioso mondo della morte: l’Ade o lo Sheol, la penombra eterna in cui vagano le anime. Esse si dicono che in fondo bisogna morire, e lo accettano serenamente: una vita priva di senso e di scopo, o la cui dignità e il cui scopo siano stati distrutti, non è degna di essere vissuta né apprezzata.

La malattia mortale è la disperazione di Kierkegaard: ignoranza di sé, volontà di essere altro da sé, incapacità di essere sé. Tutta questa disperazione è stata messa in moto con la pandemia prima, la cura poi, ora la guerra. Siamo al punto che alcuni bramano l’escalation nucleare.

Suggestioni da complottisti? Può darsi. Di fatto però il turbine semantico a cui siamo sottoposti autorizza questo tipo di speculazioni. In definitiva, non si tratta di stabilire se esista o meno un “tutto” hegeliano, ma di ridefinire più prosaicamente cosa e sotto quali condizioni ne faccia parte.

Su questo la comunicazione, vale a dire la capacità di dare il giusto nome alle cose e di persuadere le persone, può dare un contributo fondamentale. A patto che riconsideri i suoi fondamenti epistemologici positivi.


Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Propaganda da Tiffany. “Dove niente di veramente brutto può capitarti”

di MATTIA SPANÓ

In casi come una pandemia o una guerra, il potere ricorre alla propaganda. Per la verità, propaganda è l’alfabeto del potere anche durante la gestione degli affari correnti.

È la propaganda che agita le acque al punto da generare la crisi, lo stato di eccezione, il pericolo mortale. O che a tratti si limita a gestire la “normalità” – la più raffinata delle invenzioni semantiche della propaganda.

La propaganda si fonda sul concetto primordiale di nemico, cioè un’entità che minaccia la quantità e la qualità della vita. Il nemico può essere il cambiamento climatico, una pandemia, la Russia, il terrorismo islamico, i no-vax, il fantasma del fascismo, gli omofobi, la mafia, il razzismo.

Sono tutti fattori realmente esistenti, ma la domanda cruciale è: sono davvero una minaccia?

Un potere politico radicalmente impotente come quello che presiede le nostre esistenze sopravvive di sola propaganda. È un potere che alla domanda appena posta risponde: sì, sono una minaccia reale.

Dal momento che non sa più incidere positivamente nell’economia, nella società, nella diplomazia, per mezzo della propaganda inchioda le persone alla paura del nemico.

La propaganda serve a diffondere una, e solo una, verità assoluta che non può essere criticata e messa in discussione: l’esistenza del nemico

La ragione profonda di ciò è che lo Stato occidentale moderno si regge su alcuni luoghi comuni incompiuti come la democrazia, la libertà, l’uguaglianza e soprattutto un benessere relativo (il nostro stile di vita).

È uno Stato approssimativo, tendenziale: si avvicina, gira intorno, poi deve calciare il barattolo ma non troppo, perché i cittadini credano che resti a portata.

Il cittadino accetta di chiudere un occhio su alcuni malfunzionamenti del sistema, e sullo scostamento dell’obiettivo, in cambio del godimento dello statu quo nunc fornito dal sistema stesso.

Quello di cui sembra non accorgersi è che, dal punto di vista del potere, questo statu quo nunc non solo non esiste, ma non deve esistere.

Il potere non ha nulla a che fate con la politica democratica, la quale è talmente indebolita ed esangue da limitarsi a sottoscrivere ciò che la massa chiede in base a ciò che crede di volere.

È il consenso che muove la politica, non il contrario. La politica è governata dalla volontà posticcia e informe delle masse, così come essa viene rappresentata dai mass-media.

La politica finanzia i mass-media, che interpretano una spettrale “volontà del popolo” e la rappresentano alla politica, in un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

La comunicazione mena le danze. Il consenso è mutevole e basato sull’impulso.

La “macchina democratica” ha come carburante il cambiamento continuo, che garantisce una parvenza di alternanza e accorda al popolo una possibilità di scelta irrilevante, il quale vive nell’illusione costante di poter “cambiare le cose”.

La comunicazione propagandistica agisce in puro stile stimolo-risposta: provoca reazioni innaturali nell’opinione pubblica, e su queste innesta ulteriori provocazioni allontanando i cittadini dal contatto coi bisogni reali.

Non solo, il potere “democratico” invita il cittadino a battersi per risolvere certi problemi, lo chiama ad essere “attivo”, a “partecipare”: ad esempio la parità di genere e di salario fra uomo e donna, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, il lavoro remoto, il sesso liquido e decidibile, sono spacciate per conquiste della “società civile”.

Si crede, ma è appunto una credenza, che in questo modo la società migliori un già elevato livello di benessere e civiltà. Soprattutto, il cittadino si convince di decidere liberamente del proprio destino come singolo e come membro della comunità.

Anche il cittadino che non condivida tali cambiamenti migliorativi, nel subconscio li accetta perché pensa che domani toccherà a lui vedere esaudite le sue istanze.

Crede di vivere in un sistema libero, il che lo spinge ad accettare anche quelle leggi e costumi ai quali è contrario, perché si tratta di un’”espressione democratica”.

Pensa che quella che è a tutti gli effetti propaganda sia al contrario l’espressione di una genuina volontà popolare, e che il potere esista e sia necessario per realizzare questa volontà. 

Questo “accadere della volontà popolare” si chiama libertà, e non accade mai. È una libertà astratta che funziona da palliativo analgesico, vagamente soporifero. Non deve realizzarsi, deve semplicemente far credere che lo farà.

Il motivo per cui una persona o un gruppo perfino maggioritario di persone non vedrà mai espressi i propri bisogni nell’Agenda setting è banale. Si può descrivere come la minoranza maggioritaria che condiziona (qualcuno direbbe: opprime) una maggioranza minoritaria.

Una minoranza che apporta idee e soluzioni di rottura dispone di mezzi finanziari e una capacità di penetrazione mediatica enorme e razionalmente incomprensibile, soprattutto in una società fondata sul processo di produzione (input-output).

Una simile società non deve soddisfare bisogni, ma “crescere”. Non produce “offerta”: produce ricchezza, vale a dire stock di eccedenze.

Bisogna allora costruire una minoranza, a volte molto sparuta, che distrugga le eccedenze e generare povertà. La povertà è la condizione ideale per il potere democratico: accresce nei cittadini la fame di “cambiamento”.

In effetti uno stato delle cose “normale”, già accettato dalla maggioranza, non permette alcuno spazio proiettivo all’azione politica. Il potere nei regimi democratici si fonda sul futuro, mai sul presente e men che meno sul passato.

La riscoperta dei fasti del passato è un tratto tipico dei regimi totalitari di destra del ‘900. La Roma Antica per Mussolini, i Nibelunghi e Agarthi per Hitler.

Fra le tante ragioni della loro eradicazione ce n’è una peculiare: sono regimi privi della visione progressista nelle magnifiche sorti, e pertanto monchi. Restaurano, non innovano.

La visione del Sol dell’Avvenire che invece sostiene i regimi orientali come quello sovietico e cinese è sopravvissuta nel loro carattere utopico, e dopo essere iniziata in Occidente vi è tornata trasfigurata dalla visione circolare del tempo tipica dell’Oriente.

È una forma-pensiero resiliente, non dimostrabile e perciò non falsificabile: l’Eden terrestre che promette non si è ancora realizzato, quindi non può essere negato né l’avanzata verso di esso può essere impedita.

Così nella minoranza maggioritaria, l’attivismo politico diventa una professione ben pagata, e i media danno voce a queste idee dirompenti.

La minoranza diventa maggioritaria perché la sua presenza sulla scena sociale e politica è quasi esclusiva: essa porta il cambiamento, il “nuovo”.

La minoranza fronteggia una maggioranza silenziosa cui nessuno dà voce – la tradizione non porta, per assioma, elementi di novità notiziabili – per di più sottoposta al giogo della produzione: deve produrre per vivere, non ha tempo né risorse per influenzare il modo di vivere e pensare altrui.

È una maggioranza il cui peso specifico culturale è inesistente, e come tale minoritaria. Si accontenta di ciò che ha, non pensa alle alternative, è destinata a subire passivamente – al massimo a reagire – al pensiero di rottura della minoranza.

Se osserviamo il modello delle minoranze maggioritarie che contrastano le maggioranze minoritarie, senza per forza voler supporre disegni eversivi retrostanti, notiamo che il carattere eversivo è intrinseco al meccanismo: ogni tot anni un sistema simile, a chiarissima matrice computazionale, deve resettarsi.

A dispetto della convinzione di molti, il pensiero computazionale – un ibrido matematico-strutturalista – precede l’invenzione del computer.

I limiti di questo tipo di modello di sviluppo culturale fondato sulla propaganda, ovvero su un sistema di istruzioni interdipendenti (il programma, che vende un partito ai cittadini o fa girare un’applicazione sul telefono) sono ben descritti nell’aspirazione della protagonista del romanzo di Truman Capote, Colazione da Tiffany: rifocillarsi dalle asprezze della vita in un luogo “dove niente di veramente brutto può capitarti”.

Torna la promessa del paradiso perduto: facciamo le riforme, e staremo meglio, approviamo la legge contro l’omofobia e tutto andrà bene, inviamo armi all’Ucraina così che il pazzo presidente russo perda e il mondo sia un posto migliore.

Ma il programma o non si realizza, o invecchia e va sovrascritto o disinstallato, o va in crash. Edulcorare la pillola invocando l’irreversibilità del progresso – una baggianata sesquipedale, a parer mio – non serve a nulla. Primo limite.

C’è poi un problema di smaltimento delle scorie culturali: piaccia o meno, l’Occidente si fonda sull’osservazione ordinata della natura tipica del pensiero greco, e sull’origine di questa natura in un Creatore divino secondo il pensiero giudaico-cristiano.

Quelli che oggi ci appaiono come rottami disfunzionali sono un ingombro dello spazio culturale (che non è infinito chiunque lo occupi, come non sono infiniti i server di Google): presto o tardi entreranno in conflitto con il nuovo, e verosimilmente lo stritoleranno. Secondo limite.

Da ultimo, il carattere circolare del pensiero minoritario che diventa maggioritario e che per sopravvivere deve tornare ciclicamente a disfare i risultati conseguiti, vale a dire ripetere all’infinito il giochino, ad un certo punto non troverà alcun fondamento solido come il logos e il divino, ma soltanto la fragile stratificazione del vecchio codice-macchina che occupa memoria.

È condannato a esplodere e implodere in continuazione, a sviluppare calore che finisce per liquefarlo, a radicalizzarsi sempre più annichilendo sé stesso. Terzo limite.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Dai vaccini Covid alla guerra in Ucraina, stiamo affogando nel politicamente corretto

di ALBERTO CONTRI


Dio è morto, Marx è morto, e nemmeno io mi sento troppo bene”. Oggi si potrebbe parafrasare questa famosa battuta di Ionesco (a dispetto di quanti pensano fosse di Woody Allen) in questo modo: la guerra infuria, i talk show impazzano, ci mancava pure la wokery. Che in inglese significa un atteggiamento di dogmatismo intollerante e censorio come quello che sta prendendo sempre più piede con la sconsiderata propensione a essere o mostrarsi politically correct. Con tutta una serie di conseguenze assurde come l’abbattimento delle statue di Colombo ritenuto schiavista, o l’ostracismo dato alla scrittrice J.K. Rowling colpevole di avere denunciato la dittatura del pensiero unico woke. In base al quale l’Università di Northampton ha pensato bene di emettere un avviso di pericolo per gli studenti riguardo al romanzo 1984 di George Orwell, che conterrebbe “materiale esplicito che alcuni potrebbero trovare offensivo e sconvolgente”. Ovunque sta avvenendo che chi denunciava limitazioni della propria liberà di pensiero, si stia tenacemente impegnando a limitare quella altrui. Davvero curiosa, per non dire drammatica, la preoccupazione espressa dai media mainstream di tutto il mondo per il fatto che Elon Musk, oggi nuovo proprietario di Twitter, abbia annunciato di voler eliminare la censura vigente oggi sul social network, in base al quale Donald Trump ne era stato escluso. Dunque, ci si spaventa perché su Twitter potrebbero tornare a circolare tutti i pensieri, e non soltanto quello unico.

Altrettanto sta succedendo in Italia, dove alcuni deputati del PD stanno insistendo con la Commissione di Vigilanza perché almeno in RAI non si invitino più nei talk-show gli ospiti critici con gli Usa o la Nato, definiti automaticamente filo-Putin. Oggi i più scatenati filo-atlantisti sono i vertici del PD: è proprio vero che si nasce incendiari e si muore pompieri.

Mentre a un osservatore attento non può sfuggire che in tutti i talk show, programmi e telegiornali le voci critiche siano in realtà ridotte al minimo. Eppure, non si vuole permettere nemmeno una piccola percentuale di dissenso. Qualche critico viene invitato solo per accendere la rissa e per fare scorrere il sangue nell’arena televisiva, moderna rappresentazione dei combattimenti dei gladiatori. Nulla che possa essere utile per poter ragionare sul serio.

Era già successo con il Covid, con la stigmatizzazione di chi si permetteva di non ritenere i vaccini così efficaci e sicuri, eppure oggi, nel silenzio generale, nella comunità scientifica si mormora addirittura di un possibile ritiro dal mercato di alcuni di questi, mentre studi ufficiali di diversi paesi dimostrano che attualmente tre persone su quattro, che siano contagiate, ricoverate o decedute, sono vaccinate con tre dosi. Per non parlare del danno economico provocato dai lockdown, superiore ai vantaggi per la salute, visto che nel frattempo sta emergendo che la malattia da Covid è in larga parte curabile con antiinfiammatori se prescritti precocemente. Ma per due anni, medici in primis, chi lo sosteneva è stato addirittura perseguitato.

Analogamente oggi non è possibile fare dei distinguo sulla guerra in corso, nemmeno dopo aver dichiarato l’illegittimità dell’intervento russo. Se ai tempi dei dibattiti sul vaccino andavano per la maggiore virologi con noti conflitti di interesse, oggi perlopiù si vedono nei talk show rappresentanti di istituti di studi geopolitici o di strategie militari che vivono sostanzialmente di progetti e studi commissionati da enti e istituzioni schierati a prescindere con la Nato. Che considerano la Nato guidata dagli USA come l’angelo protettore del mondo. Quando è noto che ha fomentato guerre disastrose senza chiedere niente a nessuno e senza subire mai nessuna sanzione.

Avvenire del primo maggio ci ha ricordato che attualmente “si combattono 169 conflitti nascosti o ben lontani dai riflettori dei media”. Ci voleva: perché appena qualcuno cerca di ricordare in un dibattito questo tema, il malcapitato viene sommerso di accuse di benaltrismo. Il problema è che oggi la guerra la vediamo in diretta ad ogni ora, mentre della guerra in Iraq si vedevano solo gli effetti delle cosiddette bombe intelligenti, sotto forma di bagliori grigiastri come in un videogioco: né sangue né cadaveri. Come in tutte le guerre, in questo caso poi la propaganda gioca un ruolo fondamentale, e da entrambe le parti. Mentre giornalisti e conduttori sono portati a credere per definizione alle notizie fornite da chi sta subendo l’invasione.

Magari fosse solo un problema di propaganda: qui si sta rischiando davvero la terza guerra mondiale, con le devastazioni previste dal Terzo Segreto di Fatima. Eppure illustri personalità come l’economista americano Jeffrey Sachs della Columbia University (chiamato da Papa Francesco all’Accademia Pontificia delle Scienze Sociali) o l’ex ambasciatore Sergio Romano hanno seri dubbi sulla volontà di pace della Nato e degli USA: <<Il grande errore degli americani – ha detto Sachs al Corriere della Sera – è credere che la Nato sconfiggerà la Russia: tipica arroganza e miopia americana. È difficile capire cosa significhi “sconfiggere la Russia”, dato che Vladimir Putin controlla migliaia di testate nucleari. I politici americani hanno un desiderio di morte? Conosco bene il mio paese. I leader sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino. Sarebbe molto meglio fare la pace che distruggere l’Ucraina in nome della “sconfitta” di Putin. La mia ipotesi è che gli Stati Uniti siano più riluttanti della Russia a una pace negoziata. La Russia vuole un’Ucraina neutrale e l’accesso ai suoi mercati e alle sue risorse. Alcuni di questi obiettivi sono inaccettabili, ma sono comunque chiari in vista di un negoziato. Gli Stati Uniti e l’Ucraina invece non hanno mai dichiarato i loro termini per trattare. Gli Stati Uniti vogliono un’Ucraina nel campo euro-americano, in termini militari, politici ed economici. Qui si trova la ragione principale di questa guerra. Gli Stati Uniti non hanno mai mostrato un segno di compromesso, né prima che la guerra scoppiasse, né dopo».

È la stessa amara verità espressa con altre parole da Sergio Romano. A fronte del rischio di una guerra mondiale che trasformerebbe la terra in un deserto, sarebbe invece il caso di cercare ogni possibile compromesso, mettendo da parte anche qualche principio cosiddetto irrinunciabile se l’unica ipotesi alternativa è la distruzione del pianeta.

La realtà e la guerra totale

di GIORGIO BIANCHI

Baricco in una celebre lettura affermò che depurando la realtà dai fatti, ciò che resta è storytelling. Nel mondo occidentale è rimasto solo questo. Oramai tutto è storytelling, la sostanza è caduta in secondo piano.

Vai al ristorante e il cameriere ti fa lo storytelling del piatto; compri un fuoristrada per girare in città, perché la pubblicità ti ha detto che si adatta al tuo carattere indomito; giri con la maschera all’aperto, perché le istituzioni ti hanno convinto che così sei responsabile. Ogni azione è dettata dall’emotivitá, dal desiderio di accedere a pieno titolo all’immaginario che viene di volta in volta proposto. L’acquisto di un bene, ma anche delle idee, oramai propagandate e vendute con le stesse tecniche con le quali ti rifilano a trecento euro un paio di jeans stracciati fatti in Cina, avvengono con le stesse modalità, attraverso i medesimi canali. Il design e la moda hanno sostituito la sostanza, anche per ciò che dovrebbe riguardare la coscienza. Oramai le idee si indossano a seconda della tendenza del momento.


Per questo motivo questa non è una guerra tra stati, ma un conflitto tra realtà e storytelling, tra la concretezza dell’acciaio delle armi e la fumosità e l’evanescenza della narrazione. È una lotta tra l’efficacia dei mezzi militari e quella della propaganda. Riusciranno le sanzioni prodotte dalla propaganda ad abbattere la Russia prima che le sue armi facciano capitolare Kiev e che gli effetti della crisi comincino a falcidiare le popolazioni europee?


La risposta è no, e lo abbiamo visto in Siria. Lo storytelling anche questa volta perderà, e alla fine tutti dovranno tornare alla realtà. La realtà è che il mondo si regge sui rapporti di forza. Quando tutti torneranno alla realtà, sarà guerra totale.

Le facili emozioni

di GIORGIO BIANCHI

Photo credit Giorgio Bianchi

Non utilizzo quasi mai immagini di bambini nei miei progetti fotografici, a meno che non sia narrativamente importante. Al contrario la propaganda di regime, per suscitare facili emozioni nelle anime belle sempre pronte all’indignazione da salotto, sta dando fondo a tutto l’arsenale a sua disposizione non risparmiando più neanche i minori.


Questa bambina viveva a Zaitsevo con la mamma e i fratellini in condizioni disperate. Visitai la sua casa nel 2016. La zona era sottoposta a continui bombardamenti da parte delle truppe Ucraine. All’epoca nessuno si indignava, nessuno abbandonava la propria postazione all’ONU, nessuno offriva le seconde e le terze case.


Siete delle tragiche marionette che si muovono a comando: un giorno vi indignate per i migranti, un altro per i profughi ucraini, nell’intervallo vi chiudete dentro casa e sterilizzate la spesa. Basta premere un tasto del telecomando e cambiate psicosi.


Il vuoto pneumatico della vostra insipienza, come il Nulla de La storia infinita, sta risucchiando gli ultimi barlumi della nostra civiltà.

L’uomo a una dimensione

di F. T.

Esperienze recenti mi hanno confermato che chi ha rifiutato il trattamento, è persona libera, è cioè nella sua stessa libertà che stanno le ragioni del rifiuto.

Ciascuno nelle sue forme, si chiamino corpo, sesso, pensiero, emozioni, ma in ogni caso nella vitalità di una persona, dove questa vitalità è il rifiuto della cessione non già di una semplice parte del proprio essere – la maschera, com’è stato fino al 2020 -, ma di intere parti del proprio sé, intime e vitali.

È inutile girarci intorno: il trattamento è un atto di sottomissione, ed è qui tutto il suo significato. Ritengo la forma del ricatto intrinseco. Non sarebbe mai potuto esistere un trattamento volontario, perché non avrebbe svolto la sua funzione di umiliazione, sottomissione e obbedienza.

All’atto del trattamento, non solo la sottomissione è evidente – l’essere trattati come bestie al macello, senza coscienza e dignità -, ma rivela, nel tempo, che il suo unico significato era restare aggrappati al proprio mondo, in cambio di sé.

Uno scambio i cui equilibri, non sono così facili, come si poteva pensare. Perché il proprio mondo viene (intanto) svuotato di sé. Questa consapevolezza, affiora come una ferita, che va richiusa subito. Puntando all’incoscienza, alle proprie piccole cose, cercando di vederle come sempre, dimenticando che un QR Code si è inserito, intanto, come un cuneo, all’interno del tuo essere, per toglierti quella vitalità che è la partecipazione in prima persona alle cose della vita.

La mediazione toglie e cancella. Arretra l’individuo, perché frapporre il QR Code significa omologazione totale: nella medicina, nella scuola, nella società.

È la scomparsa dell’individuo.

Marcuse, a diciotto anni, ultimo anno di liceo, mi fece capire come il mondo che avevo intorno fosse ‘problema’. Il suo scritto era L’uomo ad una dimensione. E quel titolo, oggi, ci perseguita, come un urlo straziante.

Questo articolo è una riflessione intima e personale ed è una dedica. È indubbio che, pur nella diversità di ciascuno, ci sia un atteggiamento comune nel rifiuto di voler essere depredati della propria vita.

Questa sembra una guerra all’individuo, ai suoi sogni, alla sua libertà. Al suo pensiero, alla sua intelligenza e al suo corpo. E non è questione di individualismo. È che l’individuo era l’unica forma di resistenza a una società sempre più stupida misera e squallida.

E ora il trattamento, ci sta dicendo, che così deve essere, per tutti.

La bottega degli uomini liberi

di MATTIA SPANÓ

Partirei dalla percezione più banale possibile di cosa sia la libertà: dare seguito concreto ad un pensiero. Fare letteralmente ciò che passa per la testa. Mi sembra che queste poche parole mettano d’accordo la maggior parte degli esseri umani, e quindi provo a sviluppare l’analisi partendo da qui.

La definizione appena data è un concetto postumo. Che io faccia qualcosa prevede giocoforza un savoir faire. La maggior parte delle persone semplicemente esclude dalle opzioni ciò che non sa fare. Non le pensa neanche. Una persona incapace di dipingere non penserà affatto di essere libera dipingendo un autoritratto. Nemmeno considera una diminuzione il fatto di non dipingere. 

Per la proprietà transitiva la libertà è un concetto postumo, nel senso che l’esercizio della libertà debutta nel momento in cui il saper fare seppellisce il non sapere.

Mi riesce difficile pensare la libertà al di fuori del suo esercizio pratico. Se penso ad un concetto o un’aspirazione, essa diventa sostituibile oppure viene delusa o tradita.

Se la libertà si realizza, significa che ha conseguenze. Come se non si realizza, del resto, e quindi è servitù, cioè l’asservimento alla libertà di un altro. Dico servitù e non schiavitù perché la condizione dello schiavo è coatta, quella del servo consapevole. Questo dovrebbe portarci a pensare la libertà come una pratica binaria. 

A questo proposito, è interessante notare che la distinzione fra libero arbitrio e servo arbitrio sia stata una delle cause principali della separazione fra Chiesa Cattolica e chiese protestanti. La differenza tra una scelta guidata dalla ragione al bene, e una scelta gravata dal male del peccato e perciò impossibile (serva).

Anche se queste brevi riflessioni possono sembrare inutilmente astratte, si deve notare che la pandemia, e soprattutto il governo dello stato di emergenza, hanno insieme messo in luce esattamente il tipo di concezione di libertà che va per la maggiore.

In linea di massima, non mi sembra fuori luogo sostenere che l’homo pandemicus ha rivelato una bassissima propensione ad agire, e per converso un’altissima inclinazione ad essere agito.

La socialità fisica è passata dall’essere un disturbo – viviamo in una comunità fortemente agorafobica, eccezion fatta per quei contesti come il calcio, la discoteca e i concetti in cui il frastuono ci rinchiude nella nostra abituale solitudine – all’essere un pericolo mortale. L’osservanza para-religiosa di provvedimenti sommamente insulsi come il green pass ha restituito un sensus fidei ormai smarrito da decenni: le persone credono nello Stato, si fidano dello Stato, avendone sinora interiorizzato soltanto lo spirito burocratico. Quello, appunto, che elargisce permessi.

La remissione completa delle proprie libertà nelle mani delle istituzioni nate per tutelare, non per elargirle sotto vincolo esterno, ha scatenato una sorta di panico da decisione. Se non penso a me stesso come libero, qualsiasi decisione, anche la più semplice, finisce per spaventarmi. 

Le persone, lentamente private dalla routine della capacità di immaginare la vita, attendono con ansia che venga detto loro cosa fare. Un cambiamento anche minimo previsto dal decreto settimanale riscrive la routine, fornendo l’illusione narcisistica di partecipare ad una comunità vitale, mentre essa è appena cangiante. È una situazione estremamente confortevole.

Tutti discutono se sia giusto o meno ciò che lo Stato prescrive. Nessuno è disposto o indotto a discutere se sia giusto o sbagliato ciò che egli stesso fa.

Diciamo allora che se la libertà è un’opera, come accennavo all’inizio, allora bisogna tornare a bottega. Il tirocinio della libertà deve innanzitutto ripartire dalla ricerca di maestri d’arte che possano insegnarla.

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Mattia Spanó si occupa di marketing online e copywriting, è imprenditore nel Congo belga, si occupa di business intelligence per importanti realtà nazionali e internazionali.

Quella campana chioccia e petulante sui vaccini

Conflitti di interesse, fondi di investimento, responsabilità per aver occultato e impedito le cure e altre amenità sul disastro in corso. Intervista a Alberto Contri

(Originariamente pubblicata su Affari Italiani.it, per gentile concessione di Affari Italiani e Alberto Contri)

Sui social network, il caso del momento è costituito da un post di solo testo. Niente Tik-Tok, niente video acchiappa-like, solo testo. Per di più su un network frequentato da professionisti come Linkedin, sul quale 20.000 visualizzazioni in tre giorni e centinaia di commenti per un post di testo costituiscono una eccezione davvero rilevante. C’è di mezzo il tema dei temi, i vaccini, e un professionista della comunicazione come Alberto Contri, da mezzo secolo ai vertici di multinazionali e di associazioni del settore (per 20 anni è stato anche presidente di Pubblicità Progresso), da tempo docente di comunicazione sociale in diverse università.

Prof. Contri, ma cosa ci combina? Si è messo alla testa dei No-Vax, adesso?

Questo è quello che dicono alcuni detrattori. Ma non è affatto vero. Ho sempre creduto nei vaccini ben sperimentati e ne conosco la storia. Ma è successo che ho cominciato ad osservare tutti gli accadimenti legati al SARS-CoV-2 partendo proprio dalla comunicazione, rilevando una serie di elementi che mi hanno fatto riflettere. 

Quali?

Sono rimasto colpito da una narrazione insistente intorno ad un termine usato in maniera non corretta. Alludo ai vaccini, che tali non sono, in quanto si tratta di terapie geniche sperimentali. 

Mentre il termine “vaccini” riporta alla mente di ognuno quelli fatti nell’infanzia e in altre occasioni, tutti a base di germi attenuati, uccisi, o loro componenti, con i quali vengono fatti paragoni del tutto impropri.

Mentre quelli anti-Covid seguono un procedimento del tutto diverso, interessante ma ancora sperimentale.

Ho rilevato poi sui mass media una informazione del tutto univoca, troppo simile ad una campana talmente chioccia e petulante da risultare stonata, e quindi sempre più sospetta. 

Palese il tentativo di delegittimare o ridicolizzare le poche voci dissonanti, mentre ad un gruppetto di virologi, di membri del Cts e del Ministro della Salute sono sempre state fatte delle classiche interviste “in ginocchio”, anche da giornalisti specializzati nell’informazione medica.

Ulteriore interesse hanno destato i cosiddetti siti “anti-bufale”, gestiti anche da incompetenti in medicina, sempre pronti a controbattere usando i comunicati stampa dei produttori dei vaccini ora in uso, e a smentire dati di criticità con ragionamenti fantasiosi. Se ci fosse ancora uno straccio di giornalismo di inchiesta, sarebbe interessante indagasse su chi li finanzia. Anche perché non è cosí difficile scoprirlo. 

Infine mi hanno profondamente stupito le affermazioni invero apodittiche come quelle del Presidente Mattarella e soprattutto del Premier Draghi, perché tutto quello che sta succedendo nei paesi con il più alto numero di vaccinati dimostra che sono scientificamente improponibili. E ora si stanno esponendo ad una figura perlomeno imbarazzante.

Questo per quanto riguarda la comunicazione.

I suoi detrattori la sfottono proprio in quanto docente di comunicazione, e non di materie scientifiche.

 Dovrebbe vedere il loro disappunto quando rivelo che per venti anni sono stato ai vertici del più grande network multinazionale specializzato nella comunicazione alla classe medica, lavorando gomito a gomito con tutte, ma proprio tutte, le aziende farmaceutiche internazionali e nazionali. Conoscendo a fondo le loro attività di ricerca e le loro modalità di lobby nei confronti della classe medica, dei media e della società. Ma quello che più conta è che, dovendo approfondire tematiche  di ogni genere per spiegarle ai medici, ho sviluppato un approccio interdisciplinare ed olistico alle varie branche della medicina, ben diversamente da quello dei virologi televisivi e degli esperti di statistica.

Ci parli del caso Linkedin

Ho postato un fondo di Sallusti, ora condirettore a Libero, che dopo l’approvazione definitiva da parte dell’FDA americana al vaccino Comirnaty della Pizer (senza attendere la conclusione del follow up pianificato per il 2023), si è letteralmente scatenato contro i preoccupati o renitenti verso questo tipo di vaccini, sostenendo che finalmente “la Scienza” aveva posto la parola fine a tutti i dubbi su efficacia e sicurezza, e che i non vaccinati sono degli sciagurati che mettono a rischio la salute della comunità. Ho rilevato che i suoi toni mi parevano eccessivi, proprio a fronte della crescita dei contagi nei paesi con il maggior numero di vaccinati, e ho notato che anche Libero si era aggiunto ad un coro praticamente unanime di stampa e tv che non ammette discussioni sulle criticità di farmaci che non sono affatto vaccini tradizionali, giova ripeterlo.

E cosa è successo?

Che in tre giorni questo post ha totalizzato 20.000 visualizzazioni, oltre un centinaio di commenti e, sorpresa delle sorprese, al 95% d’accordo con la mia posizione. Smentendo la vulgata che i critici di questa modalità di affrontare il Covid 19 appartengano ad una classe medio-bassa e ignorante, dato che su Linkedin si ritrovano soprattutto laureati, manager, professionisti, operatori assai qualificati. Molti dei quali in grado di leggere un lavoro o una tabella di dati pur non avendo un background medico-scientifico. 

La discussione è diventata particolarmente interessante, dato che giusto un giorno dopo l’intemerata di Sallusti con tutte le sue granitiche certezze, è intervenuto il British Medical Journal (una delle più autorevoli riviste scientifiche del mondo) che, ad opera del suo senior editor Peter Goshi ha criticato aspramente l’FDA per aver violato una serie di procedure sempre rispettate per altri vaccini e farmaci. Rilevando la costante crescita di effetti collaterali gravi, l’efficacia che si è ridotta già a sei mesi e anche meno, e il fatto che i vaccinati in molti casi risultano comunque contagiosi. Nel frattempo è stata pubblicata una intervista del dr. Malone (l’inventore della tecnica mRNA messaggero) molto dubbioso sul fatto che i vantaggi superino i rischi. Il colpo di grazia è stato dato da un autorevole professore di virologia di Harvard, Martin Kulldorf, che in una dettagliatissima intervista ha parlato senza mezzi termini di “fiasco” dell’intero approccio al Covid 19, smentendo senza mezzi termini l’efficacia dei lockdown e dei Green Pass.

È probabile che questo interesse si sia sviluppato perché in generale sui mass media le informazioni critiche non si trovano?

Sicuramente. Ma anche perché riguardo ad efficacia e sicurezza i soliti camici bianchi intervistati ovunque fanno affermazioni con tale certezza da sembrare convincenti, quando a volte sono palesemente false, e per forza di cose i dubbi cominciano a diffondersi. Nella trasmissione “In onda” su La 7, l’onnipresente prof. Bassetti ha tentato di smontare la vulgata secondo la quale i nuovi vaccini non sarebbero ancora in fase sperimentale. Secondo il garrulo professore, “non è vero che sono stati trovati in fretta come si dice, perché in realtà la tecnologia RNA messaggero la si sta studiando dal 1990, e inoltre si tratta di vaccini a tutti gli effetti assolutamente efficaci e sicuri”.

Ora, un conto è lo studio delle terapie geniche in generale, un conto è la oggettiva breve durata della sperimentazione degli attuali vaccini, dichiarata e ammessa in modo temporaneo e condizionato nelle stesse documentazioni di registrazione, a fronte della situazione di emergenza. 

La risposta a Bassetti in termini di sicurezza la troviamo in un seminario tenuto in Senato proprio su questo tema. Tra i vari relatori vale la pena di citare il prof. Frajese, endocrinologo dell’Università degli Studi di Roma “Foro Italico”. Fra i tanti problemi evidenziati, ha segnalato che per la fretta non sono stati fatti gli studi sulle interazioni farmacocinetiche, né quelli di tossicocinetica, né di genotossicità, e – udite udite – di carcinogenicità, il che, parlando di vaccinare bambini e bambine, è davvero grave. Tanto più che in un annesso della documentazione Pfizer, si trova un lavoro da cui si apprende che nei ratti le proteine spike si distribuiscono in 48 ore in diversi organi, e in percentuale assai alta nelle ovaie” (qui il suo intero intervento). Recentemente il dr. Peter Schirmacher, uno dei più autorevoli patologi tedeschi, docente all’Università di Heidelberg, ha sostenuto che le morti causate dal vaccino sono ampiamente sottostimate, riportando una analisi su 40 autopsie in base alle quali i casi di morte correlata al vaccino sono risultati pari fino al 40%.

Lei ha criticato anche il prof Abrignani, che è pure  membro del Cts.

Non ho parole per definire quello che ha detto sulle pericarditi nei bambini, “che se capita si risolvono in breve tempo”. Il dr. Malone ha spiegato molto efficacemente che le pericarditi invece lasciano delle cicatrici che si possono far sentire più in là negli anni. Ma anche subito, come accaduto alla pallavolista Francesca Marcon, che a causa di una pericardite da vaccino non riesce più a giocare. È inaccettabile che un membro del Cts faccia simili affermazioni. 

Secondo lei come mai questi illustri cattedratici sono unanimi nel sostenere questa narrazione di efficacia e sicurezza in modo cosí convinto?

Ci sono sicuramente quelli in buona fede, ma anche quelli che hanno conflitti di interesse a causa di stretti rapporti con le case farmaceutiche. Ho letto che proprio il prof. Bassetti è stato pizzicato a sbianchettare dal curriculum la sua presenza nel Global Advisory Board di Pfizer. Ora, data la mia esperienza nel Network Medicus Intercon, non ci vedo nulla di male, in quanto le imprese farmaceutiche vivono in simbiosi con la medicina sul campo, hanno bisogno dei clinici disponibili a fare le sperimentazioni e tanto altro. Ma il limite è la coscienza professionale. Un conto è fornire consulenze sulla base della propria competenza, un conto è trasformarsi in propagandisti di farmaci non sufficientemente testati, che altri colleghi internazionali – di assai maggiore autorevolezza, inoltre – ritengono non cosí efficaci né sicuri. 

Secondo il sistema di rilevamento passivo VAERS americano, questo tipo di vaccini è stato associato con più morti di quelle associate con tutti i vaccini presi assieme nei precedenti 21 anni. Per non parlare delle reazioni avverse gravi (“severe”, in pratica temporaneamente inabilitanti nella prima settimana, ma talora piu a lungo), che il sistema di rilevazione attiva dei CDC, V-safe, riporta ad es. nella misura di oltre un giovane (16-25 anni) su quattro. Tornando a Bassetti, il fatto di aver cancellato quel dato è una ammissione di lampante conflitto di interessi. Ma lui compare dappertutto lo stesso.

Tra i temi dibattuti ci sono i farmaci alternativi o complementari ai vaccini e il famoso protocollo del Ministero “Paracetamolo e vigile attesa”.

Qui ci vuole una breve premessa: è oramai assodato che la sindrome da Covid 19 si divide in due fasi: la prima, quella infettiva, virenica, in cui febbre e infiammazione giocano ancora il ruolo difensivo assegnato loro dall’evoluzione, si fa strada nei primi giorni. La seconda, in cui si sviluppa la trombosi dei vasi polmonari e di altri distretti, è molto più difficile da curare, e può risultare letale per gli individui compromessi da altre patologie. La prima può essere bloccata nella gran parte dei casi grazie alle difese innate o con farmaci di uso molto comune, ce ne sono oramai una decina con ricerche scientifiche valide a sostegno, e che costano pochissimo.

Ci potrebbero dire EMA, OMS, Aifa, ISS, Cts, Ministero della Salute, perché si è ritenuto lecito approvare in via emergenziale nuovi tipi di vaccini che stanno dimostrando di avere diversi punti di contatto con “L’Apprendista stregone” di goethiana memoria, e non si consenta di applicare in via emergenziale terapie che stanno dando risultati sorprendentemente buoni (e validati) in diversi paesi del mondo? Se la pandemia è cosí grave, perché lasciare qualcosa di intentato che magari, come spesso avviene, potrebbe rivelarsi l’uovo di Colombo? Che esista, lo dimostra un grande metastudio pubblicato da Elsevier, la casa editrice di The Lancet, la più autorevole in campo scientifico, che illustra come le terapie precoci  azzerino il rischio di ospedalizzazione nelle case di cura per anziani, che sono notoriamente uno dei focolai più pericolosi.

Tutt’altro che il protocollo “paracetamolo e vigile attesa”…

Questo è un fatto che ha dell’incredibile. Nessuno è mai stato in grado di spiegare le sue basi scientifiche. In nessuna intervista nessun giornalista lo ha chiesto al Ministro Speranza (esiste anche il peccato di omissione, mi pare). Diversi ricercatori di tutto il mondo hanno oramai mostrato che il paracetamolo in questo caso svolge un ruolo negativo perché abbassa la febbre – che è una importante difesa iniziale contro l’infezione virale – e poi perché interferisce con il glutatione e con la sua potente azione antiossidante. Sempre più medici, che hanno una seria paura di esprimersi per paura di essere sanzionati o addirittura radiati, ritengono che somministrare paracetamolo e attendere sia una scelta molto grave. 

In realtà quando si parla dei molti morti per sostenere la vaccinazione di massa, si omette di dire che ce ne sarebbero meno se si applicassero le terapie domiciliari precoci. Il dr. Georg Fareed, una carriera nella P.A. americana e ad Harvard, sostiene che se si fossero applicate da subito le terapie domiciliari precoci, la mortalità complessiva sarebbe stata molto inferiore.

Su questa base, e con gli stessi argomenti del virologo di Harward Kulldorf, (anche se i media italiani non ci dicono nulla) l’avvocato tedesco Fuellmich sta coordinando una class action insieme a migliaia di avvocati e medici contro CDC, OMS e il Gruppo di Davos, e vari Ministeri della Salute per la violazione dei 10 principi di Norimberga.

Può sembrare fantascienza. 

Ma potrebbe anche non esserlo, visto che l’avv. Fuellmich è colui che ha messo in ginocchio la Volkswagen sulla faccenda del diesel-gate, e scoperchiato la corruzione nella Deutsche Bank. 

Quindi lei pensa ad un complotto ordito da Big Pharma?

No. Ritengo che le aziende farmaceutiche abbiano svolto negli anni un ruolo chiave per la salute dell’umanità. Osservo però che, venendo avanti nel tempo, nel loro azionariato le famiglie dei fondatori – che erano medici e ricercatori – sono state via via affiancate o sostituite dai grandi Fondi di investimento come ad esempio Black Rock, il cui spasmodico interesse per i risultati economici trimestrali è ben noto. Black Rock è presente in Pfizer, con i Fondi Vanguard e Wellington.  Insieme a Bank of America, Deutsche Bank, Morgan Stanley, JP Morgan. Che non sono esattamente degli enti di beneficenza, e sono ben felici che Pfizer abbia raddoppiato la previsione del fatturato 2021 per il solo vaccino: 26 miliardi di dollari. Previsione che andrà vista al rialzo dopo l’annuncio di un aumento di prezzo del 15%. Figuriamoci con l’ipotesi della terza dose e con le anticipazioni del Ministro Speranza sulla vaccinazione da ripetere ogni anno (se basterà).

Gli stessi Fondi sono presenti anche nei social network più famosi, molto premurosi nel sovvenzionare i siti “anti-bufale” cui ho accennato, o nel limitare e addirittura cancellare i post critici sulla vaccinazione di massa.

Conoscendo questi dati, ognuno può trarre le proprie conclusioni. Magari non prima di aver dato un’occhiata alle dichiarazioni shock dell’ex Ministro della Sanità francese Philippe Douste-Blazy.

Per concludere, se lei fosse al Governo, cosa farebbe?

Abolirei subito il Green Pass: che senso ha, se i vaccinati infettano e si ammalano ugualmente?

Manterrei mascherine (non all’aperto, se non in caso di prossimità continuativa), distanziamento, pulizia delle dita delle mani, soprattutto quelle di chi lavora in bar, ristoranti, negozi.

Poi farei una grande campagna di prevenzione, consigliando di assumere con l’alimentazione le sostanze in grado di tenere lontano il virus, sulla cui efficacia esistono lavori scientifici randomizzati controllati.

Sostituirei immediatamente il protocollo “Paracetamolo e vigile attesa” con uno aggiornato su terapie domiciliari precoci di buona o molto probabile efficacia, istruendo in merito tutti i medici di famiglia.

Quanto al vaccino lo riserverei solo agli anziani e ai pazienti a rischio, e solo dopo una esauriente informazione medica su benefici attesi e rischi, in quanto il cosiddetto “consenso informato” è una pratica burocratica semplicemente inqualificabile per il modo i cui viene quotidianamente disapplicata.

Infine chiederei ai media di far specificare sempre agli intervistati i loro eventuali conflitti di interessi.

 

Stelle

di GIORGIO BIANCHI

Questa sera ad un certo punto mi sono ritrovato seduto all’interno in una casetta per i bimbi con mio figlio: dalla finestrella si scorgeva un cielo stellato maestoso, la limpidezza dei suoi occhi era esaltata da un taglio trasversale di luce, l’unico rumore attorno a noi era il canto di un milione di grilli. Era tutto meravigliosamente perfetto, sembrava la scena di un film.

Ciononostante mi sentivo irrequieto.
Anche un momento magico come quello era offuscato dalla patina di tristezza mista a sconforto che caratterizza gran parte delle mie giornate. Ad un certo punto, senza distogliere lo sguardo dal rettangolo di cielo incorniciato dalla finestrella, quasi rivolgendomi a me stesso, ho sussurrato: “io ti salverò”. Senza alzare lo sguardo dai fili d’erba che teneva tra le mani, con un filo di voce, mi ha risposto “piangi ?”


Un amico in difficoltà tempo fa mi disse che “i papà sono forti anche quando sono deboli”.
E’ veramente difficile mostrarsi solidi, quando si ha davanti agli occhi l’immagine di un’intera comunità che viene risucchiata nel Maelström del fanatismo e dell’odio.
L’indifferenza di fronte ad uno scempio di questa portata è un marchio che non potrete cancellare.
La vostra colpa non è emendabile.