La donna è pugile, qual pugno al mento…

di MATTIA SPANÒ

Da universitario mi punse vaghezza di organizzare un convegno satirico dal titolo: “Sesso: perché farlo se possiamo parlarne?”. Al tramonto del millennio mi colpiva l’ipersessualizzazione dei contenuti: che tu dovessi fissare il vetro box doccia, mangiare un gelato, farti una dormita su un letto nuovo o acquistare un collirio, c’era sempre una petarda (cit. Gino Cecchettin) clamorosa di mezzo, in abiti sfacciatamente minimalisti. L’impero dei sensi ridotto ad un diluvio di messaggi, cioè chiacchiere.

Con l’età ingravescente e l’esperienza si diventa amarognoli, e complice la perdita di qualche diottria le petarde si somiglian tutte, per somigliare tutte a bambole di gomma. Sono prive di realismo. Oggi intitolerei il convegno “Sesso: di cosa c@$£o stiamo parlando?”.

Con qualche ragione. Dopo la sbornia erotica degli ultimi decenni, stabilire con chi ti intrattieni fra le lenzuola non è impossibile: è inutile. La battuta di un’antica cortigiana al suo spasimante deluso aiuta ad inquadrare il busillis: “Signore, voi non mi amate più. Credete a quel che vedete, e non a quel che vi dico io”.

Non sono più leciti l’empirismo, l’ esperienza diretta, l’abitudine, il buonsenso paesano. Ogni cosa è un percolato di chiacchiericcio televisivo semi-colto. Nei sottopancia scorrono “giornalista e scrittore”, “scienziato e influencer”, “filosofo e mammasantissima”, “papa e dj”. Tutti però dicono la stessa cosa: vietato vietare, s’impone d’imporre (c’è grossa emergenza). Lo sfigato che si rilassa sul divano prima di crollare spappolato da urgenze e conti da pagare, alza le mani.

Il dibattito sul match di pugilato olimpico Khelif-Carini infuria. Mica per il contenuto sportivo. La domanda che toglie il sonno è: Khelif è uomo o donna? Credere a ciò che si intravvede è sconveniente e un po’ cafone, denota scarso livello culturale e un’ancor più scarsa empatia.

La stessa genìa di soloni, che ci ha venduto il vaccino come sicuro ed efficace ci racconta che la Khelif è donna. Nata donna con un leggero disturbo che le farebbe produrre cromosomi maschili ed ettolitri di testosterone. È, per usare l’ennesima parolina nuova di zecca da mandare a memoria presto e bene, “intersessuale”. Sullo sfondo già fa capolino la nuova parola-feticcio: ipersessuale.

Il donno e la uoma collettivi, con una spruzzatina trendy di “non saprei”. La Superuoma ipersessuale. Abbassi lo sguardo sul tuo pene o sulla vulva e ti avvedi sconsolato di essere un povero peone anche là sotto. Nel mondo prevalgono gli dei olimpici ipersessuali. Col tuo misero pistolino puoi metterti in fila alla Caritas per un piatto di penne al tonno.

Si parla di Khelif, non si parla affatto dell’altro “intersessuale” in competizione, tale Lin Yu Ting, taiwanese arrivato anche lui alla semifinale. Paura della sindrome cinese? Chi può dirlo. Nessuno chiede quale sarebbe la differenza fra un trans operato e un trans “naturale”, posto che entrambi hanno l’inalienabile diritto di andare alle Olimpiadi e picchiare chi gli pare, fosse anche un bambino mentre fa la pupù.

Diritto che non ebbe Alex Schwazer, condannato dalla Wada in base a campioni biologici manipolati per un eccesso di testosterone, ce l’hanno loro che hanno livelli maschili dello stesso ormone ma combattono con le donne, mentre Schwazer correva con gli uomini. E combattono in uno sport dove tra pari sesso, se uno dei pugili pesa 100 grammi in più del regolamento, viene gentilmente accompagnato all’uscita.

Ci sono almeno due aspetti macabri di questa vicenda. Il primo è l’idea che competa alla scienza definire cosa siano la donna e l’uomo. Appropriazione indebita. Volete avvelenare un dibattito sublimando in odio purissimo rapporti di rocciosa amicizia e rendendo impossibile determinare una verità, o quanto meno una conclusione conveniente e accettata da tutti? Mettetevi a sciorinare argomenti scientifici su un tema qualsiasi, fosse anche l’efficacia di un callifugo. Voleranno coltelli. Risultato garantito.

E mica solo l’uomo e la donna. Non c’è dubbio che un ghiacciolo alla melanzana fritta variegato al pomodoro con topping di granella di mozzarella possiamo chiamarlo parmigiana di melanzane, con un po’ di fantasia. E state sereni che commercialmente funzionerebbe: gente abituata al cibo precotto e incellofanato (per fare prima) non avrà difficoltà ad acquistare e consumare del cibo già digerito ed evacuato (sempre per fare prima). Basta non chiamarlo cacca ma, che so, Save the Planet.

Magari il ghiacciolo alla parmigiana è pure rinfrescante, specie d’estate. Ma non è parmigiana di melanzane, così come la carbonara destrutturata non è carbonara. Piano piano forte forte si sta togliendo all’uomo della strada e alla casalinga di Voghera libero arbitrio, capacità di giudizio e libertà di parola, imbottendolo di patologie psichiatriche e psicofarmaci. Le malattie mentali esplodono soprattutto nel ricco Occidente: è un mercato che vale 16 triliardi di dollari. Da leccarsi i baffi.

Chissà com’ è potuto accadere. Nessuna correlazione col fatto che non si possa più dire se un uomo sia tale, altrimenti lui si offende e voi siete delle brutte persone. Non si può sapere se un pollo sia un pollo, se un vaccino immunizza o non ha effetti spiacevoli come procurarti un cappotto di legno (ma in fondo chissenefrega: ci vacciniamo per gli altri).

Non è dato sapere se a Gaza il governo si Netanyahu sta macellando donne e bambini, e magari qualche terrorista sparso (ci fosse un leader di Hamas a Gaza: li trovano tutti con precisione chirurgica a Beirut e Teheran, allora che senso hanno i massacri di Gaza?). Vedere sì, si vede tutto e in technicolor, ma sapere no. Netanyahu dice davanti al Congresso americano che a Gaza non è morto nessun civile, e noi ci spelliamo le mani. Oste, com’è il vino?

Khelif è donna, lo dice la scienza. Ha il corpo di un uomo, la forza di un uomo, forse ha anche il pene ma è donna. Quelli strani sono quelli che dubitano e fanno domande. Nel migliore dei casi vengono istericamente derisi e bacchettati, nel peggiore silenziati. Il CIO, comitato organizzatore delle Olimpiadi, afferma che il test del DNA non si deve fare: mica vogliamo tornare ai tempi medievali dell’ispezione genitale. “È una questione di diritti umani” pigolano indignati.

A parte il fatto che gabellare un esame poco invasivo – tale è il DNA – come l’equivalente dell’ispezione genitale vuol dire considerare la gente molto più idiota di quanto non sia. In secondo luogo se per giocarmi l’oro olimpico mi chiedessero la colonscopia, la farei. Non ne sarei felice ma la farei.

I diritti umani decadono nel caso della più gigantesca raccolta di campioni genetici della storia – cari vaccinatelli e non, diciamo la verità: almeno un tamponcino lo abbiamo fatto tutti… dove pensate siano finite le nostre caccole? – per ricomparire magicamente in tutto il loro vigore a tutela della Khelif. Non siamo nel Medioevo, perdinci. Quindi i tamponi a tappeto durante il Covid erano una pratica medievale, che non ha frenato né contenuto un ceppa di niente.

Il che ci conduce dritti, dritti alla seconda conseguenza macabra di questa vicenda: tolta la facoltà di giudicare liberamente e pubblicamente, l’uomo privato dei diritti – riservati ormai ai testimonial di questa o quella anomalia, come Khelif – è socialmente e politicamente morto. Andato, finito, kaputt. Questo è il vero obiettivo del circo: disinnescare la reazione.

Del resto tutto ci perviene filtrato dagli schermi dei telefonini. Il carico cognitivo è enorme, giudicare inutile. La disintermediazione dei rapporti ha trasformato le persone in profili digitali, sostanzialmente tutti equivalenti, e soprattutto tutti incapaci di agire e reagire. Le persone che sorseggiavano tisane all’ombra dei gazebo nei loro giardini d’inverno durante il remote-working vengono licenziate via Whatsapp (a Catania è già legittimo). Persone che hanno affastellato “competenze certificate” come i taglialegna scendevano dai boschi carichi di fascine, di colpo scoprono di essere utili come un pollice mummificato in un cocktail.

Trovo affascinante che ci abbiano portato a tutto questo con un raffreddore e un paio di simpatiche ragazzette col pene, ma questa è un’altra storia. In attesa di vedere come va a finire il Grand Guignol della post-modernità (io lo so, no spoiler), sorseggio birra, mastico pop-corn e canticchio la donna è pugile, qual pugno al mento…

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Mattia Spanò si occupa di marketing online, copywriting e business intelligence.

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