Una rosa è una rosa, una rosa, una rosa? Il cuore del ddl Zan

di MARINA TERRAGNI*

Il sondaggio (realizzato in crowfunding da associazioni femministe tra cui Se Non Ora Quando, RadFem Italia, Libreria delle Donne, Udi e altre) non misura il generico consenso al ddl Zan ma punta l’obiettivo sul vero core del ddl: l’identità di genere, la libera percezione di sé a prescindere dal sesso di nascita –anzi, come si dice oggi: attribuito alla nascita-, totalmente dematerializzato.

La battaglia sull’identità di genere ha corso in mezzo mondo: Spagna, Germania, per arrivare al Perù. In Gran Bretagna si è chiusa con la sconfitta dei sostenitori del genere percepito.

Le ingiustizie subite da Malika o dai due ragazzi che si baciano in metro’: si pensa a questo quando si ragiona sul ddl, non all’identità di genere.

Il sondaggio mette invece a fuoco tre aspetti della questione, a cominciare dal self-id o libera autocertificazione di genere con un semplice atto all’anagrafe, senza perizie o sentenze: netta la maggioranza dei contrari, 66%, con lieve prevalenza degli uomini, dei più giovani e dei più scolarizzati. A favore solo il 20%; il 14% non si pronuncia. Con notevole impatto sociale, il self-id è già legge in Canada, a Malta e in altri Paesi.

Bloccanti della pubertà per i minori in attesa che decidano il proprio genere: anche qui nettissima prevalenza dei contrari (66%), scendono al 13% i favorevoli, 21% gli incerti.

Il blocco ormonale della pubertà –pochi lo sanno- è autorizzato in Italia con semplice perizia medica. In Gran Bretagna invece serve l’ok di un tribunale: la svolta dopo l’aumento esponenziale, + 4000% in pochi anni, di transizioni tra bambine (soprattutto) e bambini, e dopo la causa vinta dalla giovanissima detransitioner Keira Bell contro il Servizio Sanitario Nazionale.

Intervistato pochi giorni fa dal Guardian lo psichiatra David Bell, già in servizio presso il servizio di Sviluppo dell’Identità di Genere (GIDS) alla Tavistock Clinic di Londra, ha affermato che i bambini, spesso avviati frettolosamente alla terapia, in molti casi “sono gay… alcuni sono depressi” o soffrono di “anoressia, autismo o hanno alle spalle una storia di traumi”.

Infine, la partecipazione delle atlete trans agli sport femminili: caso noto in Italia, la velocista paraolimpica Valentina Petrillo. Anche qui una maggioranza di contrari: 56% (69% fra gli uomini, normalmente più attenti allo sport), 30% i favorevoli, 14% i non so.

Negli Usa è una questione politica di primissimo piano. Nelle prime 24 ore del suo mandato Joe Biden ha emesso un executive order che ammetteva le atlete trans negli sport femminili: la battaglia negli Stati infuria, la rete globale Save Women’s Sport combatte, molte atlete T si preparano alle Olimpiadi. Proprio in queste ore è al centro di un furioso shitstorm l’icona trans Caitlyn Jenner, già campione olimpico di Decathlon, patrigno di Kim Kardashian e in lizza per il governo della California. E solo per avere detto, da atleta, che le pare sleale che le trans gareggino con le donne.

L’identità di genere è questo, e sta al centro del ddl Zan. Quanti lo sanno?

Approvato frettolosamente alla Camera in novembre, quando si riempivano le terapie intensive, il ddl si prepara per il rush finale al Senato.”Quel testo non si modifica!“: Monica Cirinnà chiude un dibattito mai aperto.

Temi sensibili come divorzio, aborto e fecondazione assistita hanno impegnato la società italiana a discutere per anni. L’identità di genere è tema ancora più sensibile, ha a che fare con la sessuazione umana e con la materialità dei corpi ridotta all’insignificanza: una vera rivoluzione antropologica.

Nel 1984 Ivan Illich, padre dell’ecologismo europeo, profetizzava l’annullamento della differenza sessuale, “cambiamento della condizione umana che non ha precedenti”. Il mercato richiederà il neutrum oeconomicum, soggetto fluido, flessibile, fungibile. Una “scomparsa del genere che degrada le donne più ancora degli uomini”, il linguaggio sarà “contemporaneamente neutro e sessista”.

Con buona pace della senatrice Cirinnà, qui c’è davvero molto da discutere.

*Per concessione di Marina Terragni, La Stampa del 5/5/2020

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Marina Terragni, giornalista e scrittrice. Autrice di Vergine e piena di grazia, La scomparsa delle donne, Un gioco da ragazze e Temporary Mother – Utero in affitto e mercato dei figli.

Machinarium

di EUGENIA MASSARI

 

Bene, la soluzione si chiama Passaporto sanitario integrato al vaccino anti-Covid. Chi non potrà esibire il documento non dovrà essere autorizzato a: fruire dei mezzi di trasporto (bus –treni –navi –aerei); accedere ai pubblici esercizi (bar-ristoranti-discoteche-negozi); accedere all’interno di teatri, musei, stadi e centri commerciali; Frequentare luoghi pubblici con rilevante presenza di soggetti a rischio come scuole e ospedali

(Davide Faraone, PD)

L’esclusione della comunità ebraica dalla società tedesca d’inizio ‘900 non avvenne da un giorno all’altro. Fu attuata con passi graduali.

All’inizio fu il grande pericolo.

Un grande pericolo minacciava la Germania – nuovamente sull’orlo del precipizio-. La politica vedeva nella comunità ebraica un nemico interno. Cominciò dunque a responsabilizzarla per la situazione in cui il Paese versava. Non il potere, ma una parte di popolazione aveva la responsabilità del disastro economico e militare da cui la Germania a stento si tirava fuori.

La responsabilità era dapprima morale. Seguì una fase di decostruzione informale del Diritto Civile. Se non sancito dalla legislazione, cominciava tuttavia ad essere consentito di eludere i diritti senza che la giustizia prendesse nessun provvedimento. 

Era possibile deridere, insultare, calunniare una parte di cittadinanza. Era consentito identificare questa parte di cittadinanza in un’unica fazione. I dissidenti erano una minoranza eppure la maggioranza, che controllava ormai tutte le strutture decisionali, se ne sentiva minacciata.  I cittadini rientranti nella categoria designata erano ormai portatori di un pericolo nella vita quotidiana: il potere aveva delegato al cittadino il compito di esercitare una pressione sociale su questa parte della cittadinanza.

E venne il giorno.

All’individuazione del nemico pubblico interno, allo sgretolamento della società civile, all’esclusione di una parte di cittadinanza dal godimento della comunità e dal dibattito politico, insomma alla consuetudine, seguì il Diritto [1].

Un Diritto Nuovo e aberrante, scritto dall’Uomo Nuovo che ribaltava e modificava i diritti naturali, piegandoli alla volontà del potere. Che era anche una volontà di potere.

A una parte di popolazione fu fatto divieto di accedere alle scuole. A una parte di popolazione fu fatto divieto di lavorare. A una parte di popolazione fu espropriato gradualmente tutto – incluse attività, botteghe, negozi -. Una parte di popolazione fu tenuta ad identificarsi. Una parte di popolazione fu tenuta a rispondere alle autorità di ogni spostamento. Una parte di popolazione fu tenuta a non lasciare le zone di confinamento.

Andò come andò.

Come sempre andrà, ogni qual volta l’Esecutivo – le forze economiche ed umane, le somme di interessi specifici che lo guidano – sarà reso totalmente libero di non rendere conto dei Diritti Umani. Non importa quale sia il motivo, l’emergenza, il grande pericolo da fronteggiare.

Quando questi meccanismi sono innescati, si muovono con una vita propria.

Sono ingenerati indotti economici cui i singoli si piegano o all’interno dei quali si arricchiscono. Figure che a condizioni normali occupano ruoli non in vista nella comunità o esercitano mestieri stressanti, hanno l’occasione di uscire dall’ordinario ed emergere nell’eccezionalità dell’evento, trascinati dal machinarium, pronti a servirlo, finalmente potendovisi associare e identificare.

Quando il potere comincia a schiacciare, veramente necessari sono solo i gangli del machinarium schiacciante. La produzione di beni di sopravvivenza, l’industria pesante e la grande produzione, gli apparati militari, gli apparati della burocrazia nel limite contenuto dello stretto necessario. Schiavizzati gli agricoltori, eliminato l’artigianato, limitati i culti. Teatri, letteratura, musica resi belletti del mortaio.

Tutte le dittature sono sempre state la dittatura dei gangli.

Tanto più desertificatrici, quanto più affondate nelle radici della mediocrità.

Odi privati, stadi spirituali inevoluti, malvagità, sadismo, narcisismo.

Il machinarium richiama dal fosso la folla delle malimpressioni.

Così, venuto meno il velo dell’apparente similitudine, caduto a terra l’abito di carne, emerge – sconvolgente – il segreto del Numero.

Su mille, uno.

È la natura umana, baby.

PER APPROFONDIRE

L’Olocausto iniziò con l’esclusione degli ebrei dal mondo del lavoro – Una storia vera, di Giulia Morpurgo 28 gennaio 2020

Le tappe della Shoah. Emigrazione, ghettizzazione e sterminio, Giovanni de Martis

Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

NOTE

[1]  <<La prima serie di leggi, emanata tra il 1933 e il 1934, puntava soprattutto a limitare la partecipazione degli Ebrei alla vita pubblica in Germania. La prima disposizione a ridurre in modo significativo i diritti dei cittadini ebrei fu la “Legge per la Restaurazione del Servizio Civile Professionale”, varata il 7 aprile 1933, secondo la quale funzionari e impiegati pubblici ebrei – insieme a quelli giudicati “politicamente inaffidabili” – dovevano venire esclusi dalle cariche e dalle funzioni pubbliche. Il nuovo Codice della Pubblica Amministrazione costituì la prima formulazione, da parte delle autorità tedesche, di quello che sarebbe poi diventato il cosiddetto Paragrafo Ariano, un regolamento studiato apposta per escludere gli Ebrei (e per estensione spesso anche altri gruppi “non ariani”) dalla maggior parte delle organizzazioni, da molte professioni e da altri aspetti della vita pubblica. Nell’aprile del 1933, la legge tedesca limitò il numero di studenti ebrei che potevano frequentare le scuole e le università. Nel corso dello stesso mese, altre leggi ridussero fortemente le “attività ebraiche” nella professione medica e in quella legale. Leggi e decreti successivi limitarono il rimborso ai medici ebrei da parte delle assicurazioni sanitarie costituite con fondi pubblici. La città di Berlino proibì agli avvocati ebrei e ai notai di lavorare su materie legali; il sindaco di Monaco, inoltre, vietò ai medici ebrei di curare pazienti non-ebrei e il Ministro dell’Interno bavarese negò agli studenti ebrei l’ammissione alla facoltà di medicina. A livello nazionale, il governo nazista revocò la licenza ai commercialisti ebrei; impose una quota, non superiore all’1.50%, di “non ariani” che potessero frequentare le scuole e le università pubbliche; licenziò gli impiegati civili ebrei dell’esercito e, all’inizio del 1934, proibì agli attori ebrei di esibirsi, a teatro come sullo schermo>>.

(Enciclopedia dell’Olocausto, United States Holocaust Memorial Museum, Washington)

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Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Autrice su Il Mondo di Pannunzio, design editoriale e co-founder Media Emporia.

Senza libri

Biblioteche, Coronavirus e insipienza dei politici

di EDOARDO BARBIERI

Forse la cosa giusta l’ha fatta il Rettore della Statale di Milano che, dichiarando le biblioteche del suo Ateneo un bene essenziale, ne ha impedito la chiusura, anche nei momenti più cupi del lockdown.

Oltre un milione e mezzo di studenti universitari italiani (e i circa cinquantamila professori) sono rimasti senza libri, o quasi

Infatti, come molti si sono accorti, tra le istituzioni culturali che più hanno sofferto nei passati e nei presenti mesi (davvero anno bisesto, anno funesto!) ci sono le biblioteche (e gli archivi, ma lì la gente ci va di meno).

Una serie di davvero sfortunati eventi ha fatto sì che oltre un milione e mezzo di studenti universitari italiani (e i circa cinquantamila professori) siano rimasti senza libri, o quasi.

Per non parlare delle biblioteche storiche, di quelle di quartiere, etc. 

Indicazioni terroristiche e contraddittorie giunte dall’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro

Senza dubbio, a scatenare la tempesta perfetta hanno contribuito più fattori:

le indicazioni terroristiche e contraddittorie giunte dall’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro (che dovrebbe occuparsi di restauro di carta e legature, non delle infezioni eventualmente causate dai libri…) circa la quarantena cui sottoporre ciascun documento dopo la consultazione;

– una certa disaffezione al lavoro che ha colpito soprattutto i bibliotecari dipendenti dallo Stato, messi in smart working ma in larga maggioranza nullafacenti (mentre, a esempio nelle comunali, non pochi bibliotecari si sono battuti strenuamente per riaprire il servizio al pubblico);

La pandemia ha messo in risalto carenze che già erano presenti nelle nostre biblioteche di ogni ordine e grado

– la situazione già precaria di molte biblioteche a causa di personale anziano (lavoratori fragili), scarso, talvolta incompetente, una generale carenza di fondi, ma soprattutto di idee e iniziative.

Cioè la pandemia ha messo in risalto carenze che già erano presenti nelle nostre biblioteche di ogni ordine e grado.

Non voglio neppure pensare, invece, alle biblioteche scolastiche che sono state semplicemente buttate nei cassonetti nei mesi scorsi per far spazio ai banchi con le rotelle proposte dal Ministero…

A guardar bene la nostra situazione nazionale, le biblioteche non sono però un lusso che ci possiamo permettere di lasciar perdere.

Oltre a costituire il luogo di lavoro per decine di migliaia di cittadini e lo strumento di studio e ricerca per centinaia di migliaia di altri cittadini, costituiscono (nelle loro diverse articolazioni di servizio, strutturale e geografica) i presìdi più importanti del territorio per una formazione culturale critica e prolungata nel tempo (educazione permanente, si diceva un tempo).

Certo, le biblioteche devono ripensarsi, rilanciarsi, ridefinirsi, ma coscienti della propria essenziale importanza per la società italiana, per la conservazione della memoria nazionale, per lo sviluppo della cultura come fenomeno sociale, per la diffusione della lettura e della conoscenza evoluta della lingua italiana sia per i nativi sia per i non italofoni.

Contro lo sfascio delle biblioteche italiane. Un manifesto per i presìdi culturali del territorio

Ciò che sembra più sconcertante è l’ignavia della nostra classe dirigente e politica italiana rispetto al tema, compreso il Ministro dei Beni Culturali che, al di là di qualche slogan, pare interessarsi al massimo di musei e beni artistici, che comunque fanno più spettacolo.

Per questo con una decina di studiosi e bibliotecari abbiamo messo insieme un volume – gratuitamente disponibile – che vuole essere assieme di denuncia e di proposta: Contro lo sfascio delle biblioteche italiane. Un manifesto per i presìdi culturali del territorio.

Si tratta di un tentativo di analisi sfaccettata della situazione con un’attenzione sia a diverse tipologie di biblioteche, sia alle differenti funzioni da esse svolte, sia ai molteplici punti di vista che possono essere messi in atto.

La situazione è spesso disperata ed è ragionevole pensare che, se non ci saranno interventi seri e veloci, sollecitati dalla società civile, le nostre biblioteche subiranno un drammatico ridimensionamento

Si passa così dal tema della funzione del catalogo alle diverse situazioni a seconda della tipologia delle biblioteche, dalle difficoltà di accesso per il lettore alla dialettica tra conservazione e fruizione del materiale, dalla differenza tra fruizione in re e accesso digitale, dall’accessibilità per i disabili alle funzioni del personale bibliotecario, dai problemi della digitalizzazione alla situazione nelle biblioteche nordamericane.

Il tutto con uno stile che vorrebbe superare il semplice bibliotechese di molte pubblicazioni di settore, per chiarire la vocazione culturale delle biblioteche quali istituti centrali della nostra società.

Chiude il volumetto, un breve divertissement, che mostra come si possa anche sorridere su ciò che è accaduto (e accade) in molte nostre biblioteche.

La situazione è però spesso disperata ed è ragionevole pensare che, se non ci saranno interventi seri e veloci, sollecitati dalla società civile, le nostre biblioteche subiranno un drammatico ridimensionamento.

Sarebbe un danno immenso.

Come dopo le devastazioni alla Biblioteca dei Girolamini di Napoli (vi ricordate? Solo qualche povero professore universitario a denunciare lo scempio…) volute dal direttore stesso, un dipendente del Ministero dei Beni Culturali…

LINK E RISORSE

Contro lo sfascio delle biblioteche italiane. Un manifesto per i presìdi culturali del territorio, Edoardo Barbieri (a cura) – SCARICA GRATUITAMENTE IN .PDF

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Edoardo Barbieri è un bibliografo e accademico italiano. Ordinario di Bibliografia alla Università Cattolica di Milano.