La danza liturgica

di FEMININUM INGENIUM

Riprendono le attività del Centro Studi Femininum Ingenium.

Apriamo questo nuovo anno con la presentazione del volume di Giuliva Di Berardino La Danza Rituale. Dalla pietà popolare alla liturgia, Centro Liturgico Vincenziano, Roma 2020.

L’evento è organizzato dal Centro Studi Femininum Ingenium in collaborazione con il Centrum Latinitatis Europae di Genova, che parteciperà con un intervento del Presidente Andrea Del Ponte in dialogo con l’Autrice. Introduce e modera Roberta Fidanzia.

Il volume offre alcune interessanti e molto ben articolate riflessioni sul tema della danza rituale nel Cristianesimo, ricostruendone percorsi e dinamiche storiche. Attualmente la danza rituale nel rito cattolico è ammessa solo in pochi casi, che sono comunque rappresentativi. La ricerca proposta dalla Di Berardino offre tanti spunti di riflessione non solo in ambito teologico, liturgico e pastorale, ma tocca temi nevralgici anche in ambito filosofico, antropologico, pedagogico, scientifico, artistico, culturale, pure in considerazione della importante e ampia bibliografia con cui l’Autrice si è confrontata.

“Bisogna imparare a guardare la liturgia attraverso il ritmo, il movimento, lo scambio, le interazioni, le relazioni, la mobilità dei simboli, la trasformazione delle singole identità, in una comunione di diversità che vibra, che si versa e che si espande, verso la vita eterna. Intesa in questo senso, la profonda e autentica qualità relazionale che esiste tra i credenti in Cristo, si rende possibile e visibile anche attraverso il movimento armonico dei corpi che celebrano il loro Signore. Cogliere i movimenti e le dinamiche di una celebrazione, esaminandone in particolare il movimento, ci rende capaci di comprendere e gestire meglio la qualità relazionale che la liturgia esprime. Studiare il ritmo e le direzioni spaziali del corpo nel rito, ci aiuta a prendere coscienza della finalità del rito stesso: la comunione tra Dio e l’umanità”.

QUANDO

Lunedì 11 gennaio alle ore 18.00

ISCRIZIONI

L’evento è gratuito, per partecipare: eventi.CSFI@gmail.com entro le ore 18.00 del 10 gennaio.

Croci e lumini. Assurdo Capitale

Di MARGHERITA MENELAO

Nei giorni scorsi abbiamo assistito ad alcuni avvenimenti sconcertanti. La Capitale, infatti, è stata protagonista di episodi di violenza inauditi.

A Roma, di notte, si può assistere alle nemmeno tanto timide passeggiate di cinghiali, volpi, faine…


Come ormai è noto a tutti, le strade delle città, comprese quelle della nostra bella Roma, sono tornate ad essere invase da animali selvatici, attratti dall’immondizia non raccolta o gettata impropriamente. E così, soprattutto la notte, si può assistere alle nemmeno tanto timide passeggiate di cinghiali, volpi, faine. A volte si possono intravedere anche ricci e lepri. Se questi ultimi sono certamente per nulla pericolosi direttamente per l’uomo, di certo i primi possono diventarlo.


Gli uomini, in questi ultimi anni, vivono in preda ad un delirio di auto-condanna per la loro stessa esistenza.

Sembrano aver dimenticato, infatti, che l’opera di civilizzazione e urbanizzazione ha eliminato il sorgere e il diffondersi di molte malattie pestilenziali, che l’arginare certi tipi di animali oltre il confine della città ha consentito di avere una minore diffusione di malattie e di incidenti a volte invalidanti.

…Quasi contemporaneamente alla triste vicenda dei cinghiali e della loro mamma barbaramente uccisi in piena città, si svolgeva una polemica terribile e terrificante sul Cimitero degli Angeli, il luogo di sepoltura dei bambini non nati

Ricordo che alcune anziane signore di paesi rurali, del sud e del nord Italia in questo non vi era distinzione, raccontavano di quanti bambini fossero deformi e mutilati perché cresciuti dai contadini insieme ai maiali o ai cinghialetti, che avevano la decisamente poco carina abitudine di mangiucchiare i piedini e le manine degli infanti.


L’uomo contemporaneo, attratto com’è dalla vita di campagna – e giustamente! considerando quanto sia dannoso l’inquinamento e quanto spesso sia oppressiva la città -, non ricorda che la sua attività sulla natura è quella di darle un ordine.


Questa incapacità dell’essere umano contemporaneo, ovvero questa incapacità di ‘ordinare’, corrisponde ad una sua specifica carenza interiore, psichica e spirituale.

L’uomo contemporaneo ha perso il suo riferimento, ha tradito il suo proprio ordine interiore, il suo specifico ordine ontologico. In questo modo non riesce più a distinguere una gerarchia dei valori, a ragionare in termini di peso specifico delle cose e degli eventi. Non è più in grado di prendere le proprie misure intorno alla vita.


Quasi contemporaneamente alla triste vicenda dei cinghiali e della loro mamma, è vero barbaramente uccisi davanti ai bambini in piena città, si svolgeva sempre nella Capitale una polemica terribile e terrificante circa il cosiddetto Cimitero degli Angeli, ovvero il luogo di sepoltura dei bambini non nati.


Se possiamo certamente discutere delle modalità brutali con cui è stato risolto il problema cinghiali, in realtà non è stato risolto ‘il problema cinghiali’ ma quello specifico problema cinghiali, e sui modi certamente poco ortodossi di agire e di assumersi – o non assumersi – responsabilità di fronte alla comunità dei cittadini, che pure si erano attivati per una soluzione alternativa, non possiamo certamente tacere sulle modalità con cui la questione dei bimbi non nati sia stata affrontata dai media e dalla medesima comunità di cittadini (non intendo gli stessi identici cittadini, sia chiaro, ma in senso generale).


Su questo cimitero la polemica è nata perché una madre che ha abortito il proprio figlio – non interessano le motivazioni in questa sede -, dopo aver deciso di non occuparsi della sepoltura del suo bambino e aver demandato ogni pratica all’ospedale, ha scoperto dopo mesi che il suo bambino sarebbe stato sepolto, a cura di una associazione cattolica di volontari, e sulla croce sarebbe stato apposto il suo nome.

Lo scandalo e l’irritazione dei movimenti femministi

Da qui lo scandalo che ha fatto irritare i movimenti femministi e che ha condotto ad una serie di indagini per capire chi fosse il colpevole di cotanto ‘orrore’.


Si sono levate voci in difesa della libera scelta delle donne di abortire, che significa uccidere il proprio figlio; si sono gridate urla contro lo stigma sociale sulla donna che ha deciso di interrompere la gravidanza, contro il patriarcato e la Chiesa cattolica che si occupa abusivamente del ‘materiale fetale e del prodotto abortivo’ (già queste definizioni sono sufficienti di per sé a ridefinire l’uomo stesso).

È  stato urlato il diritto a gettare il proprio figlio nei sacchi dell’umido (entro le venti settimane i feti vengono considerati rifiuti speciali, dopo?), perché non è un essere umano (o forse perché lo è). A non dargli sepoltura e ad impedire che un atto di carità cristiana lo facesse in vece propria. È  stato chiesto di divellere le croci sopra le piccole tombe dei bimbi non nati, perché ci sono donne che abortiscono che non sono cristiane (vorrei vedere!), non sono cattoliche (mi pareva…) e non riconoscono la croce, anzi alcune la disprezzano.

Queste donne, che prima negano l’umanità del proprio figlio, dopo non gli riconoscono dignità di sepoltura, non accettano che qualcuno possa farlo al posto loro per amore, per quella Caritas divina che scintilla anche nell’essere umano e che ambisce a rimanere accesa e splendente. Perché in ogni concepito c’è non soltanto tutto il DNA dell’uomo ma anche ciò che farà e ciò che potrà essere.


Se possiamo discutere sull’opportunità di indicare il nome delle madri abortive, non possiamo certamente fare a meno di ragionare sull’opportunità di non gettare la vita umana via come fosse spazzatura.


E sull’opportunità – o sulla schizofrenia dilagante – di accendere tanti bei lumini per i cinghiali uccisi e di divellere le croci per gli uomini sepolti.


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Margherita Menelao, dopo una formazione accademica di alto livello, lavora nella PA. Svolge attività di ricerca indipendente, si dedica alla divulgazione storica e all’organizzazione di eventi culturali.

La Torre di Babele. Marxismo, ateismo e “neo-umanesimo” visti con gli occhi di Dostoevskij

di REDAZIONE

 

Condividiamo questa profonda e colta riflessione di Alberto Strumia, sacerdote e teologo italiano.

Partendo dalla letteratura distopica – Benson, Orwell – e visionaria – Soloviev -, Strumia approfondisce lo sguardo di Dostoevskij sull’ateismo rivoluzionario, attraverso Lubac.

Portando alla luce come esso costituisca le basi delle ideologie contemporanee del transumanesimo e del neo-umanesimo.

Diffuse, a dire del sacerdote, anche nella Chiesa.

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La Torre di Balele

da ALBERTO STRUMIA

 

Immagino, o almeno spero, che non siano pochi, tra i lettori di questo blog, coloro che hanno letto libri divenuti famosi per il loro carattere predittivo, per non dire “propriamente profetico” – e addirittura “apocalittico” – dell’attuale situazione del mondo, e anche della Chiesa, come Il padrone del mondo  (del 1907) di R.H. Benson, o 1984 (del 1948-49) di G. OrwellIl racconto dell’Anticristo di V.S. Soloviev (del 1899).

Immagino, o almeno spero, che non siano pochi, tra i lettori di questo blog, coloro che hanno letto libri divenuti famosi per il loro carattere predittivo, per non dire “propriamente profetico“…

Meno noto è certamente un altro libro, più impegnativo per i suoi riferimenti filosofici e teologici oltre che letterari, tipici di uno studioso, ma non meno “profetico”, come Il dramma dell’umanesimo ateo di H. De Lubac (pubblicato nel 1945).

Sono libri che sembrano scritti per noi oggi.

Ne propongo qui un brano, tratto dal paragrafo intitolato “La Torre di Babele” nel quale l’autore segue la lettura “profetica” condotta da Dostoevskij nei suoi scritti, facendosi egli stesso in qualche modo profeta con lui.

Ne Il dramma dell’umanesimo ateo, De Lubac ci mostra la visione di Dostoevskij

Per alleggerirne la lettura, densa di elementi anche piuttosto “tecnici”, ho estratto dal testo, senza alterarle, quelle parti che mi sono sembrate ben leggibili e cariche di giudizi e indicazioni per i nostri giorni.

Ho inserito anche, in parentesi quadra, qualche mia breve annotazione per facilitare alcuni riferimenti agli accadimenti dei nostri anni.

Ecco il testo:

<<L’avventura che agli sguardi di tutti appare più attuale, è quella simboleggiata dalla Torre di Babele. Dostoevskij adatterà l’antico simbolo biblico per esprimere l’avventura socialista [oggi fusasi con quella “liberal laicista occidentale”, come Orwell aveva previsto nel suo 1984], da lui intesa in un senso particolare.

Socialismo, ateismo e la Torre di Babele, ovvero il mondo senza Dio

Per lui “il socialismo non è soltanto la questione operaia o quella del quarto stato, è anzitutto la questione dell’ateismo, della sua incarnazione contemporanea; è la questione della Torre di Babele, che si costruisce senza Dio, non per raggiungere i cieli dalla terra, ma per abbassare i cieli fino alla terra” (I fratelli Karamzov, I, 32).

Questa Torre di Babele, diciamolo subito, l’uomo non la può costruire da solo.

Se non sarà Dio ad aiutarlo, bisognerà che intervengano i demoni.

Essa sarà l’opera di veri demoni, e se questi da soli non ci riusciranno, allora altri, più realisti, si rivolgeranno segretamente al capo delle armate del male, a Satana.

“La Torre di Babele resterà senza dubbio incompiuta, come la prima, dice il Grande Inquisitore. Gli uomini verranno a trovarci dopo di avere penato degli anni per costruirla, e saremo noi a portarla a termine” [il satanismo in progressiva crescita, in forme criptate, come “gioco” e “sfida”, o esplicite, attraverso le sette, i film e internet, oggi ha raggiunto giovani, gente comune, capi di stato e potentati finanziari].

Dostoevskij ci propone due formule di socialismo ateo: l’una fa l’oggetto del romanzo I demoni; l’altra viene esposta dal Grande Inquisitore immaginato da Ivan in I Fratelli Karamazov.

Dostoevskij ci propone dunque due formule di socialismo ateo, tutte e due diaboliche: l’una fa l’oggetto del romanzo I demoni; l’altra viene esposta dal Grande Inquisitore immaginato da Ivan in I Fratelli Karamazov.

I demoni è una discesa nelle profondità più tenebrose dell’anima umana, e nello stesso tempo il gesto annunciatore in cui l’Europa leggerà il suo destino.

E quali profondità nella diagnosi!

Non ci si deve però ingannare.

Se egli si mostra feroce per i rivoluzionari, di cui scolpisce così bene i lineamenti, non mostra però di avere maggiore pietà per il mondo che questi fanno crollare; “meno di qualunque altro, ha scritto Berdiaev, egli si farebbe il difensore del vecchio mondo borghese; nello spirito, egli è rivoluzionario, ma vuole una rivoluzione con Dio e con Cristo” (Les sourses et les sens du communism russe116).

I demoni è una discesa nelle profondità più tenebrose dell’anima umana, e nello stesso tempo il gesto annunciatore in cui l’Europa leggerà il suo destino.

C’è qualche cosa nella sua anima che cospira perfino con quei demolitori da lui esecrati, e la visione apocalittica che sorge dinanzi a lui, non prende tutta la sua sostanza dagli orrori vissuti di cui si informa: essa procede pure dalle sue “disposizioni apocalittiche”.

I socialisti rivoluzionari sono gli eredi dei liberali che alla scuola dell’Occidente sono diventati atei. “Annientare Dio”, questo è il primo punto del loro programma, la prima parola d’ordine che essi diffondono con i loro fogli di propaganda. Poi tirano le conseguenze di questo ateismo: non contentandosi di una vaga fede nel progresso, essi intraprendono la costruzione di una umanità senza Dio. Sono logici. Ma dove li condurrà questa logica?

Distruggere la società, cacciare i sogni…

La prima fase del loro lavoro è distruttiva: distruzione della vecchia società, soprattutto distruzione di tutto quello che derivava dalla fede in Dio. Non solo il cielo viene vuotato, ma l’uomo viene sconsacrato. Più nulla in lui deve richiamare una origine trascendente ed un destino sacro. Bisogna cacciare tutti i sogni, ed allora sulla base della scienza, si potrà mettersi a costruire un nuovo edificio, si potrà organizzare il benessere della umanità.

Si tratta sempre della famosa Torre. Ma una volta che l’uomo si sia liberato di Dio, sarà poi libero di fatto? Quelli che vogliono procurare la sua felicità, capiscono molto presto che la dovranno procurare suo malgrado.

Tra i congiurati uno solo ha seriamente riflettuto al problema; uno solo ha concepito un piano completo per ciò che dovrà tener dietro alla rivoluzione. Il suo sistema è semplice ed egli lo riassume in questa formula: “partito dalla libertà illimitata, sono arrivato al dispotismo illimitato”.

Che si divida dunque la umanità in due parti. Un decimo avrà sugli altri nove decimi una autorità assoluta. Questa è la condizione necessaria per instaurare il Paradiso.

Senza dubbio, come gli viene suggerito, sarebbe ancor più logico di sterminare questi nove decimi; allora non resterebbe altro “che un pugno di gente istruita, che organizzandosi secondo i principi scientifici, vivrebbe felice per sempre”. Questa idea non ha che un difetto: è troppo difficile a mettersi in pratica.

Dostoevskij con questo intende suggerirci “che i sistemi sociali fuori delle basi cristiane, la sola sorgente capace di trasformare l’uomo, diventano fatalmente dei sistemi di violenza e di schiavitù”.

I fatti hanno forse mostrato che la sua convinzione non era arbitraria!

Ma egli pensava inoltre che l’esperienza non poteva essere spinta fino in fondo. Alla base della impresa, c’è ancora troppa utopia! Supponiamo infatti la vecchia società sia abolita e che incominci ad edificarsi la nuova: “ne risulterebbero tali tenebre, un tale caos, qualche cosa di grossolano, di così cieco ed inumano, che tutto l’edificio crollerebbe sotto le maledizioni della umanità, prima ancora che fosse finito di costruire” (Diario di uno scrittore,I, 348).

I fratelli KaramazovA questo punto entra in scena il Grande Inquisitore. Costui, l’uomo che suscita una fede frenetica nel gregge che disprezza e che ha il potere spaventoso di fare rinnegare Gesù da parte di quegli stessi che un’ora prima l’acclamavano, appartiene ad una famiglia spirituale ben diversa da quella dei nostri rivoluzionari.

Egli non ha mai dato ricetto nel suo cervello al minimo atomo di utopia; non incomincia col sognare “liberazioni”. Volendo lui pure il bene dell’umanità, egli ne conosce fin da principio le condizioni; ne pone nettamente l’antitesi: libertà o felicità.

Per essere felici, sono totalmente alienati

[…] Il sistema del Grande Inquisitore non si arresta alla costrizione esterna ma asservisce le anime. In grazia sua gli uomini trovano “un depositario della loro coscienza”.

La “grave preoccupazione di scegliere” è loro ormai risparmiata; non hanno più né da pensare, né da volere. Neppure in faccia alla morte, avranno la rivelazione del loro destino: è prevista la loro eutanasia spirituale [oltre  a quella del corpo].

Per essere felici, essi sono totalmente alienati. Ora la Torre può essere eretta; le fondamenta sono solide. L’Inquisitore ha scavato fino alle radici dell’essere, ed ha estirpato ogni germe perturbatore. Egli, senza nulla perdere della sua calma sovrana, ha fatto alleanza con Satana, “lo Spirito terribile ed intelligente, lo Spirito della negazione e del nulla, lo Spirito profondo, eterno, assoluto”. È il profeta del nulla, ed è ciò che costituisce la sua forza terribile. Egli solo può riuscire, perché egli solo ha l’audacia di affrontare Dio, come la sua vivente antitesi; cos’è infatti Dio se non un creatore di libertà? Egli solo ha dunque il diritto di dire al Cristo, quando questi vuole ancora venire ad immischiarsi nelle faccende di questo mondo: “Perché ci vieni a disturbare?”. Egli solo può proclamarsi l’Anti-Cristo.

Il pensiero dominante di Dostoevskij è che uccidendo Dio nell’uomo, si uccide con ciò stesso l’uomo. […]

Socialismo e superomismo

Il Grande Inquisitore con il partito che associa al suo segreto ed alla sua opera combina assieme il tipo del “socialista” e il tipo del superuomo, quali sono stati abbozzati negli altri romanzi; due volte ateo – cioè sempre contro Dio –, due volte, per conseguenza, contro l’uomo: negli altri ed in se stesso. Se questa figura è la più impressionante, è pure la più profetica tra tutte quelle che sono state generate dal genio di Dostoevskij. Poco importa lo scenario su cui l’ha collocata. Egli credeva veramente, noi lo sappiamo, che il “cattolicismo romano” avesse “venduto il Cristo in cambio del regno della terra” [il paragone con i nostri ultimi anni è raccapricciante, ma “inevitabile”!].

Ma quel socialismo del Grande Inquisitore non rassomiglia affatto a quello che la storia già gli mostrava nei suoi primi protagonisti, né a quello che aveva descritto ne I demoni, prendendo le mosse dai terroristi russi.

Oggi tutto questo è il “Nuovo ordine mondiale” massonico, il tanto predicato (nella politica come anche nella Chiesa) “nuovo umanesimo”…

È notevole il suo carattere positivista. Il Grande Inquisitore ed i suoi associati sembrano essere fratelli di quei “servitori della Umanità” sognati da Comte; “degni ambiziosi” che “si impadroniscono del mondo sociale non per diritto alcuno, ma per dovere evidente”, per poter organizzare l’“ordine finale” [oggi tutto questo è il “Nuovo ordine mondiale” massonico, è il tanto predicato (nella politica come anche nella Chiesa) “nuovo umanesimo”, è quello che vediamo accadere “intorno” e ormai anche “addosso” a noi].

Anche il potere che instaurano, si presenta come fosse anzitutto l’opera di una volontà di potenza.

Quelli che la realizzeranno sono una razza di Dominatori.

Ideologie sociali, neo-paganesimo, ambientalismo, panteismo

Per stabilire l’ordine nuovo, essi pensano dapprima al loro dominio: “Noi ci siamo dichiarati i dominatori della terra” [mediante l’ideologia: sociale, ecumenista, pagana, ambientalista, naturalista, panteista, ecc.]; bisogna che essi portino a termine la loro conquista: “noi raggiungeremo il nostro scopo, saremo Cesare, il nostro regno sarà deificato”; solamente in seguito essi si occuperanno dell’umanità che disprezzano ed ingannano: “Noi allora penseremo alla felicità universale”. Non annunciano essi forse il “tempo del disprezzo”? Ma profezia non è previsione; è anticipazione spirituale.

Questo profeta conviene leggerlo secondo lo spirito di ogni profezia, e, pur senza rinunciare alla speranza di trovarvi dei segni che ci aiuteranno a interpretare il nostro tempo, ricordarci che egli ci trasmette un genere di verità di cui nessuna realizzazione storica può esaurire il senso.

Secondo il Grande Inquisitore, l’umanità è tormentata da un bisogno di unione universale, e se tutti l’accolgono con riconoscenza, è perché tutti trovano in lui non solo un padrone, non soltanto un depositario della loro coscienza, ma ancora “un essere” che fornisce loro i mezzi di unirsi per non fare più che un grande formicaio. Dostoevskij sa che questo bisogno si trova di fatto nel cuore dell’uomo. Ma egli sa anche che il “formicaio”, il “grande formicaio uniforme” non lo soddisfa affatto.

Il fatto si è che non c’è unione degna di questo nome che tra persone, e non c’è persona senza libertà, come non c’è libertà senza Dio.

La legge di un mondo che rifiuta Dio è una legge di frazionamento e di isolamento completo, tanto più marcata quanto più stretta è la rete formata dai legami sociali

Le bestie del branco non sono unite affatto.

La legge di un mondo che rifiuta Dio è una legge di frazionamento e di isolamento completo, tanto più marcata quanto più stretta è la rete formata dai legami sociali. “In questo secolo tutti sono frazionati, ognuno si allontana dai suoi simili, ed allontana i suoi simili da sé; invece di affermare la loro personalità, tutti cadono in una solitudine completa”; così “gli sforzi degli uomini non sboccano che al suicidio totale”. “Questo isolamento terribile un giorno finirà certamente”, ma quel giorno sarà il giorno in cui il segno del Figlio dell’Uomo apparirà in cielo…

Al messianismo terrestre, Dostoevskij oppone dunque l’apocalisse cristiana; ai sogni di un paradiso collocato nell’avvenire umano, la speranza del Regno di Dio.

Conosciamo le interpretazioni di un troppo facile conservatorismo, che sul piano politico e sociale ha potuto accogliere un tale pensiero. Ma ora questo non ci interessa. Non sfuggiremo una verità per paura dei suoi abusi, o per diffidenza delle condizioni psicologiche che hanno potuto favorire il suo sbocciare. Così pure non si tratta qui di adesione, ma di intelligenza, e Dostoevskij non può essere compreso che in profondità.

Dostoevskij denuncia l’utopia socialista ancora sotto un altro aspetto.

Questa Torre di Babele, supposto che un giorno si innalzi, che alla fine essa offra una dimora abitabile, in nome di che cosa mi si può costringere oggi a seppellirmi nelle sue fondamenta? Ogni generazione vale come un’altra, e la città futura non potrebbe mai interessarmi, come invece mi interessa un Regno eterno…[…]

Ora è venuta “la bonaccia e gli uomini sono rimasti soli, come volevano: la grande idea di un tempo li ha lasciati; la grande sorgente di energia che finora li ha alimentati e riscaldati si è ritirata, ma ora è l’ultimo giorno dell’umanità. E tutto ad un tratto gli uomini hanno compreso che sono rimasti completamente soli, hanno sentito bruscamente un grande abbandono di orfani”. Divenuti orfani, che faranno essi se non serrarsi gli uni contro gli altri, prendersi le mani, sapendo ormai che essi sono tutto gli uni per gli altri? Con Dio, anche l’immortalità li ha abbandonati. E per questo “tutto quel grande eccesso di amore” che era orientato verso l’aldilà, troverà forse ora il suo oggetto sulla terra? Non lavoreranno essi tutti gli uni per gli altri, consolandosi a vicenda, ciascuno facendosi tutto a tutti?

Villaggi interi, città e nazioni intere ne erano contaminate e perdevano la ragione

In altra parte egli ha visto cosa diventano gli uomini orfani; ha visto un flagello inaudito abbattersi sull’Europa: “Certi esseri parassiti, esseri microscopici di una specie nuova [oggi abbiamo un virus cinese; e poi che cosa dobbiamo aspettarci? Un microchip che ci pilota nel pensare e nell’agire?], avevano fatta la loro comparsa, eleggendo il loro domicilio nel corpo delle persone. Ma questi animaletti erano spiriti dotati di intelligenza [artificiale?] e di volontà [di chi li ha fatti programmare in nome del potere?]. Gli individui che ne erano affetti, diventavano all’istante pazzi furiosi. Ma mai, mai gli uomini si erano tanto creduti così in possesso della verità quanto credevano di esserlo quegli afflitti.

Mai avevano tanto creduto alla infallibilità dei loro giudizi, delle loro conclusioni scientifiche, dei loro principi morali e religiosi.

Villaggi interi, città e nazioni intere ne erano contaminate e perdevano la ragione.

Tutti erano in angoscia, e non si comprendevano più gli uni gli altri [il relativismo è la nostra Torre di Babele. E quando la verità è ridotta a opinione essa non si impone più per la sua evidenza o la sua razionalità, ma viene imposta come ideologia in un “pensiero unico” da chi ha il potere del momento].

Ognuno credeva di possedere da solo la verità (la sua opinione) e di discernere ciò che era il bene ed il male.

Non si sapeva chi condannare, chi assolvere [in queste condizioni il peccato non è più una colpa personale, ma viene scaricato sulle “strutture”. Questo è il marxismo nascosto nelle nostre apparenti democrazie stataliste.

[Ma oggi, finalmente, non è più affatto nascosto, se non agli occhi degli ingenui, o dei suoi complici]. Gli uomini si uccidevano gli uni gli altri, sotto l’impeto di una collera assurda [sono i delitti di oggi, domestici come in strada, per futili motivi, efferati nei modi e nelle conseguenze, perché satanici nella loro origine]. Scoppiarono incendi, poi fu la fame… La pestilenza faceva strage e si propagava sempre più. In tutto il mondo soltanto alcuni potevano essere salvi: erano i puri e gli eletti, predestinati a rinnovare la terra; ma nessuno in nessun posto faceva attenzione a quegli uomini, nessuno ascoltava la loro voce” (Delitto e castigo, II, 557). [È un piccolo resto del popolo cristiano che, nascostamente, in piccoli gruppi, non senza l’intervento di Dio, salva la ragione e la fede]>>.

 

(H. De LubacIl dramma dell’umanesimo ateo, Morcelliana, Brescia 1979, pp. 259-268)

NOTE

L’articolo è leggibile per intero su Alberto Strumia e  Sabino Paciolla.

 

LINK E RISORSE

Il padrone del mondo, di Robert Hugh Benson – Fazi editore

1984, George Orwell – edizioni Mondadori

Il racconto dell’Anticristo, Vladimir Solov’ëv – Fazi editore

H. De LubacIl dramma dell’umanesimo ateo, Editrice Morcelliana

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Alberto Strumia è sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari.  www.albertostrumia.it