“Federazioni e sportivi professionisti sono senza empatia”.

A denunciarlo, una associazione con più di 9000 genitori e 25000 minori. Che intanto lancia giornata per lo sport libero

L’11 giugno 2022: Festa dello sport libero.

Il Gruppo Gli Sportivi formato da circa 9300 genitori di 25mila minorenni italiani, dopo aver lottato fortemente e a lungo per la tutela del diritto allo sport dei giovani italiani senza esclusioni o discriminazioni, ha deciso di festeggiare il senso profondo e vero dello sport, quello che tanti hanno dimenticato cosa sia.

Le Federazioni e gli sportivi professionisti non hanno mai risposto ai nostri appelli, non hanno mai mostrato nemmeno un briciolo di empatia e solidarietà per chi veniva lasciato fuori dallo sport senza ragioni valide alcune. Le Federazioni che non hanno applicato nella realtà dei fatti i principi fondanti e forti dello sport come valore e diritto fondamentale di ogni cittadino per di più se minorenne, luoghi atti solo a farsi foto con il campione di turno o il selfie con il politico, speriamo un giorno si vergogneranno per aver consentito che questa barbarie accadesse senza alzare un dito.

Nel frattempo noi abbiamo deciso di incontrarci in parchi, palazzetti sportivi, palestre in varie città italiane in contemporanea e regalare ai nostri figli e a noi genitori una giornata OFF Line, scollegati dai monitor e insieme per lo sport, per un sorriso ed una partita. Abbiamo deciso di regalarci una giornata di sport vero, semplice e collaborativo.
Moltissimi i volontari che hanno consentito che questa giornata si organizzasse, genitori, comitati, associazioni, singoli cittadini e soprattutto allenatori. Il nostro bene più prezioso. Allenatori che in questi mesi di esclusione dei nostri figli per norme vigliacche e falsamente protettive hanno sostenuto senza risparmiarsi chi non aveva più accesso al suo sport, alla sua palestra, alla sua squadra. Persone meravigliose che gratis e con il cuore pieno d’amore hanno scelto di aiutare i ragazzi, di stare dalla loro parte, di non abbandonarli, di allenarli e farli stare insieme e bene. Perché lo sport è questo nulla di più. Anche se sembra che in tanti, troppi lo abbiano dimenticato.

In questa giornata dello sport libero avremo modo di incontrarci anche di persona e di rinsaldare il nostro legame per la tutela dei giovani martoriati da un Governo miope e bugiardo. Il messaggio che vogliamo si senta forte e chiaro è però uno ed uno soltanto. Noi non ci fermeremo anche se momentaneamente il green pass e il super green pass sono sospesi. Non ci fermeremo finché ai nostri figli e a tutti i giovani italiani non venga garantito il sacrosanto diritto a vivere la loro vita serenamente godendo appieno i loro
anni e loro diritti. Non ci fermeremo finché le Federazioni sportive italiane e i politici e le Istituzioni non si renderanno conto della gravità di quanto da loro avallato, promosso e messo in pratica. Ci batteremo affinché lo sport torni ad essere un valore da tutelare e non un coacervo di belle parole senza significato. Noi non ci fermeremo e con la costituzione del CO.N.S.I.L Comitato Nazionale Sport Italiano Libero e tutte le bellissime squadre di basket, di calcio, di pallavolo nate in questi mesi andremo avanti perché a nessuno mai possa essere consentito di discriminare o escludere anche solo
un ragazzo o una ragazza dal mondo dello sport.

 

Ci siamo meritati un sorriso, un abbraccio, una partita di basket o pallavolo, lo yoga, le
arti marziali e tanto altro ancora con i ragazzi e per i ragazzi che in questi mesi hanno pagato un prezzo altissimo per decisioni di adulti ignoranti e ciechi difronte a qualsiasi abominio perpetrato in nome di una scienza che non è più intesa come medicina ma come dogma a cui piegarsi in rigoroso silenzio. Gli Sportivi, i comitati, i genitori, i giovani, i cittadini tutti non consentiranno che questo orrore si ripeta e prenderemo tutte le doverose precauzioni affinché non accada MAI più.
Dedichiamo questo nostro 11 Giugno a chi ci ha sostenuto, a chi ha parlato del
problema dei ragazzi esclusi, a chi si è battuto con noi con forza. Dedichiamo questa giornata ai nostri figli esclusi, perché un domani imparando la solidarietà, il senso di giustizia, i veri valori dello sport e l’amore per il prossimo siamo certi che diventeranno i campioni del futuro.

Con il sostegno di: Studenti contro il green pass, Dissociati Liberi, Consil, Maestri
Veterani Wushu Kung Fu, Noi Ancona Unita, Comune di Felino. 

Nelle città di: Napoli, Roma, Milano, Pistoia, Vittoria, Udine, Padova, Ancona, Felino. 

Per aderire: sportnegato22@libero.it

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Gli Sportivi sono un gruppo di 9960 genitori e circa 25 mila ragazzi italiani.
Per contatti: sportnegato22@libero.it
Instagram: @sportnegato
Twitter: https://mobile.twitter.com/sportnega

Effetto Rosenthal. O del desiderio di appartenenza

di GIORGIO BIANCHI

Perchè la propaganda messa in campo negli ultimi anni attecchische più facilmente sui soggetti con alto tasso di scolarizzazione ?

Seguite il ragionamento de Il Pedante e lo scopreirete. Lo sforzo sarà ampiamente ripagato.

<<[…] Il meccanismo manipolatorio agisce su due fronti. Da un lato isola una o più caratteristiche di larga diffusione – l’istruzione superiore, la residenza in un’area metropolitana, la gioventù – e le trasforma in distintivi di appartenenza a una élite sedicente virtuosa in seno alla comunità di riferimento. Dall’altro crea un’aspettativa positiva associando queste caratteristiche a preferenze politiche presentate in termini altrettanto virtuosi – l’internazionalismo, l’europeismo, la “sinistra” – e generando così nei destinatari un obbligo morale ad aderirvi, per certificare la propria appartenenza alla schiera dei migliori.


Il fenomeno sottostante, noto agli psicologi sociali come Effetto Rosenthal o Effetto Pigmalione, descrive la possibilità di indurre i comportamenti e/o le qualità di un soggetto rendendogliene manifesta l’aspettativa da parte di un’autorità o di una guida riconosciuta. Se i giornali scrivono che i cittadini più istruiti votano progressista perché sono saggi, questi ultimi tenderanno ad avverare la profezia votando progressista, sì da essere degni di annoverarsi tra i saggi. Collateralmente anche i meno istruiti, purché esposti alla narrazione, orienteranno le proprie opinioni verso il medesimo standard per assimilarsi ai migliori.

In questo modo la descrizione mediatica diventa norma coattiva, avverando se stessa.
In un altro articolo di questo blog si è visto come il principale movente politico della vasta e longeva categoria dei moderati non risieda nell’interesse o negli ideali, ma piuttosto in un desiderio di celebrare la propria superiorità aderendo agli standard etico-politici di volta in volta fabbricati e magnificati dagli organi di stampa, cioè dal potere in carica. Si è anche visto come la coltivazione di exempla negativi da cui distinguersi – gli estremisti, i razzisti, i fascisti, i terroristi, gli indifferenti, la pancia degli elettori ecc. – sia strettamente funzionale all’allestimento letterario di quegli standard virtuosi e alla loro imposizione: il terrore di finire dietro la lavagna con il cappello dell’infamia spinge i gregari a suffragare qualsiasi atto, anche il più atroce.

È il terrore atavico dell’esclusione dal branco, la cui urgenza irrazionale diventa strumento di propaganda e di sottomissione in quanto prevale sugli interessi dei singoli, anche i più legittimi, e li annulla nell’imperativo di un presunto bene spersonalizzato e comune – cioè del personalissimo bene di chi detta le trame ai giornali. Ai mezzi di informazione spetta il compito di alimentare questa aggregazione autocelebrativa coltivando simboli, mode, antagonismi e dibattiti che, per aggredire i gangli prerazionali del target, devono affondare la loro suggestione negli archetipi più radicati e ancestrali. Limitandoci al caso qui analizzato, la dialettica centro-periferia allude, sotto l’apparenza asettica del dato demografico, alla connotazione morale e intellettuale dell’urbanitas latina in quanto eleganza di modi e di eloquio e “tacita erudizione acquisita conversando con le persone colte” (Quintiliano, Inst. orat. VI III 17), da contrapporre alla grezza rusticitas. Se città e civiltà condividono il medesimo etimo (civitas), la villa (cascina, podere e, per sineddoche, la campagna tutta) partorisce non solo il villico, ma anche il villano e l’inglese villain, cioè l’antagonista, il malvagio, l’irredimibile cattivo delle fiabe.


In quanto all’istruzione, il suo riflesso positivo e condizionato ha una radice quantomeno duplice. Da un lato rimanda anch’essa alla celebrazione classica dell’erudizione e, per successiva approssimazione e sovrapposizione semantica, alla sapientia della pneumatologia cristiana che in origine identifica discernimento e saggezza. Che i dotti debbano avocare a sé la guida delle cose pubbliche era già in Platone, là dove contrapponeva alla democrazia ateniese la sofocrazia, il governo dei filosofi e dei sapienti. Dall’altro, l’attenzione al grado di istruzione innesca un automatismo pedagogico che rispecchia l’infantilismo coltivato dai media e dove la qualità degli individui è misurata in termini di diligenza e non di intelligenza. Sicché lo studente/cittadino meritevole è quello che ascolta la maestra, passa gli esami e consegue il titolo di studio, così come il politico buono è quello onesto che si attiene alle regole senza metterle in discussione, il lettore buono è quello che ripete tutto ciò che legge sui giornali e il popolo buono è quello che fa i compiti a casa di merkeliana memoria, senza interrogarsi sulla bontà del progetto politico sotteso.


Il successo di questa articolata captatio benevolentiae è tale da suscitare non solo l’autocompiacimento dei suoi destinatari – sì da renderli argilla nelle mani del manovratore di turno – ma anche un odio acerrimo verso chi non si conforma allo schema. I moderati, nonostante rappresentino di norma la maggioranza dell’elettorato (diversamente il potere non se ne curerebbe), amano immaginarsi come uno sparuto manipolo chiamato a difendere la fiamma della civiltà dai barbari. La loro forza sta nella paura, e la paura genera odio. Sicché, nei rari casi in cui la realtà non si conforma alle loro aspettative, si scagliano contro chiunque ardisca trasgredire il catechismo impartito dai loro giornali.


[…]Il subumano va arginato e interdetto per il bene di tutti e in deroga a tutto.

Leggiamo Massimo Gramellini, il direttore de La Stampa, che rompendo ogni indugio porta l’attacco al cuore del dogma democratico: La retorica della gente comune ha francamente scocciato. Una democrazia ha bisogno di cittadini evoluti, che conoscano le materie su cui sono chiamati a deliberare. La vecchietta di Bristol sapeva che il suo voto, affossando la sterlina, le avrebbe alleggerito di colpo il portafogli, dal momento che i suonatori di piffero alla Farage si erano ben guardati dal dirglielo? Ecco, Gramellini si è scocciato del popolo. E nell’esprimersi con fastidio aristocratico per la “retorica delle gente comune” promuove evidentemente se stesso al rango della gente speciale e dei “cittadini evoluti”. A che titolo? E chi ve lo ha eletto? Non ce lo spiega, né soprattutto spiega che cosa ci sia di speciale in un’opinione ragliata all’unisono da tutti i maggiori mezzi di informazione.

Resta l’effetto: quello di rendere dicibile l’indicibile – la revoca del suffragio universale – e di gettarne il tarlo nelle teste dei lettori, così da prepararli ad applaudirne l’avvento e illuderli che, quando ciò accadrà, loro non ne saranno colpiti trovandosi al sicuro sulla sponda dei migliori.


[…] Avendo chiarito che le temibili decisioni della massa ignorante non sono altro che le decisioni sgradite alla massa degli opinionisti e dei loro lettori, non è del tutto ozioso chiedersi se esista davvero, e in che misura, una correlazione tra l’istruzione/informazione degli elettori e la qualità della loro partecipazione politica.
Nel mischione semantico postmoderno, scientia (conoscenza) e sapientia (saggezza) convergono nell’accezione burocratica del sapere certificato dai titoli di studio, sicché la sofocrazia platonica – il governo dei saggi – diventa il governo dei laureati e, a fortiori, di coloro che formano i laureati, cioè dei professori. Essa diventa quindi tecnocrazia, l’esito ossessivo della contemporaneità politica in cui l’equivoco di una seduzione antica si coniuga con l’ulteriore equivoco di una competenza che si vorrebbe rivolta agli strumenti – il diritto pubblico, i regolamenti di settore, le norme contabili ecc. – e non ai fini del governo comune.
Se gli strumenti nascono al servizio dei fini, escludere dalla determinazione dei fini coloro che non conoscono gli strumenti è un modo intellettualmente puerile per avocare a sé le decisioni, nel proprio interesse. Per lo stesso risibile principio, chi non ha studiato l’armonia tonale non potrebbe esprimere preferenze musicali, chi non conosce l’aerodinamica non potrebbe decidere su quale volo imbarcarsi e a chi ignora la geologia degli idrocarburi andrebbe vietato di impostare il termostato di casa. L’aristocrazia del passato, più onesta, spregiava il vile meccanico anteponendogli l’erudizione e il lignaggio. Quella odierna lo glorifica per dare una parvenza di asettica meritocrazia ai propri capricci.
[…] Un lettore diligente mi segnala un’interessante ricerca della professoressa Penny Lewis sulla ricezione della guerra di Vietnam presso il pubblico americano. Scorrendone il testo si apprende che:
[…] in generale, i settori più istruiti del pubblico hanno sostenuto più di tutti il prolungamento dell’impegno militare americano [in Vietnam]. Nel febbraio del 1970, ad esempio, Gallup sottoponeva al campione il seguente quesito: “Alcuni senatori sostengono che dovremmo ritirare immediatamente le nostre truppe dal Vietnam: siete d’accordo?“. Tra coloro che fornirono una risposta, si espressero in favore del ritiro immediato oltre la metà degli adulti in possesso di licenza elementare, circa il 40% dei diplomati e solo il 30% di coloro che avevano frequentato un’università. Non si trattava di un’anomalia statistica. Nel maggio del 1971 il 66% dei rispondenti laureati riteneva che la guerra fosse stata un errore, a fronte del 75% dei diplomati. In generale, un’attenta lettura dei dati dimostra che nella maggior parte delle questioni riguardanti la guerra, la più forte opposizione al coinvolgimento americano in Vietnam provenne dalla parte meno istruita della popolazione.

Poiché raramente i programmi di storia dei licei si spingono oltre il Fascismo, ci piace ricordare anche ai più istruiti che cosa fu la guerra in Vientam: una lunga, inutile e sterminata carneficina, la più grande dopo la seconda guerra mondiale, con oltre 5 milioni di morti di cui quasi 4 civili, dieci nazioni coinvolte, rappresaglie, stupri, torture e milioni di sopravvissuti traumatizzati a vita. Ma essa fu anche la più grande sconfitta politica e militare degli Stati Uniti, che in quell’avventura persero oltre 160 miliardi di dollari e quasi 50.000 uomini senza ottenere nulla, se non la vergogna di un attacco infame e di una disfatta su tutti i fronti.

Inaugurata con il pretesto evergreen di proteggere un gruppuscolo esotico dai cattivoni di turno (allora erano i comunisti, oggi frequenterebbero una moschea) e degenerata nella penosa illusione di “rendere credibile la potenza” americana (cit. JFK), la guerra in Vietnam durò vent’anni. E in quei vent’anni l’opinione pubblica americana ne conobbe le atrocità leggendo i reportage, seguendo i documentari e ascoltando le testimonianze dei rimpatriati. Con il passare degli anni anche la prospettiva di un esito favorevole del conflitto appariva sempre più remota, sicché sostenere l’impegno militare dopo 15 anni di inutili stragi non era da ignoranti, ma da stupidi. E i più stupidi erano proprio i meno ignoranti.

Più avanti, nello stesso libro, si riporta la conclusione di uno studio condotto dal prof. Richard Hamilton nel 1968, secondo il quale:

    … la preferenza per le alternative politiche più “dure” si riscontra con maggior frequenza tra i seguenti gruppi sociali: i più istruiti, coloro che occupano posizioni di prestigio, le categorie ad alto reddito, i giovani e le persone che prestano molta attenzione ai giornali e alle riviste.

La testimonianza è di sorprendente attualità. Non solo perché le categorie sociali citate – gli istruiti, i prestigiosi, i benestanti, i giovani, prevalenti tra i falchi politicamente miopi di allora – sono esattamente le stesse in cui la stampa di oggi pretende invece di celebrare l’elettorato più lungimirante, ma soprattutto per la chiave di lettura che si anticipa nella chiusa. Queste persone non sono semplicemente informate, ma “prestano molta attenzione ai giornali e alle riviste“. La ricerca di Hamilton evidenzia una correlazione tra quegli status sociali e una maggiore inclinazione a lasciarsi orientare dall’informazione stampata, cioè dalla propaganda. Elidendo i termini centrali, le retoriche degli opinionisti moderni si potrebbero allora ritradurre e semplificare così: l’elettore buono è quello che fa ciò che gli dicono i giornali. A prescindere dalla condizione sociale, che è strettamente funzionale a fabbricare nei manipolati l’illusione della propria superiorità e indipendenza (se in altre circostanze i più obbedienti fossero stati gli incolti, si sarebbe detto che i colti erano inconcludenti, debosciati ecc.).

Ma perché i cittadini più istruiti sono, mediamente, anche i più esposti alla propaganda? Sul tema una lettrice mi segnala una riflessione del sociologo francese Jacques Ellul, qui sintetizzata dal curatore dell’edizione inglese di Propagandes (1962), che mi sembra centrare perfettamente il punto:

Un punto… centrale della tesi di Ellul, è che la moderna propaganda non può funzionare senza “istruzione”. Egli ribalta così la nozione prevalente secondo cui l’istruzione sarebbe la migliore profilassi contro la propaganda. Al contrario, Ellul sostiene che l’istruzione, o comunque ciò che è comunemente designato con questo termine nel mondo moderno, è il prerequisito assoluto della propaganda. Di fatto, il concetto di istruzione è ampiamente sovrapponibile a ciò che Ellul chiama “pre-propaganda”: il condizionamento delle menti tramite l’immissione di grandi quantità di informazioni tra loro incoerenti, già dispensate per altri fini e presentate come “fatti” e “cultura”. Ellul prosegue il ragionamento designando gli intellettuali come la categoria più vulnerabile alla propaganda moderna, per tre motivi: 1) assorbono la più grande quantità di informazioni non verificabili e di seconda mano; 2) sentono il bisogno impellente di esprimere un’opinione su qualsiasi importante questione di attualità, e pertanto soccombono facilmente alle opinioni offerte loro dalla propaganda su informazioni che non sono in grado di comprendere; 3) si considerano in grado di “giudicare per conto proprio”. Hanno letteralmente bisogno della propaganda.

In termini pedanti, l’istruzione scolastica al netto delle competenze tecniche che impartisce (da cui l’illusione tecnocratica) è il veicolo di trasmissione di un’impalcatura simbolica che riflette e rafforza, in termini necessariamente schematici e riduttivi, gli automatismi ideali della comunità politica di appartenenza.

Il meccanismo si è dispiegato con rara nitidezza nel corso delle recenti elezioni presidenziali austriache, dove alla netta polarizzazione dell’elettorato lungo l’asse della scolarizzazione – l’80% dei laureati e il 73% dei diplomati sceglievano l’europeista Van der Bellen – corrispondeva una polarizzazione del dibattito pre elettorale attorno al tema del presunto nazionalsocialismo del contendente di destra e della FPÖ. Nell’Austria contemporanea – come in Germania, e in Italia con il fascismo – il trascorso nazista del Paese ha subito nella memoria collettiva un processo di cristallizzazione e tabu-izziazione che lo ha relegato negli spazi irreali e irrealmente suggestivi del simbolo. Esso è diventato il Male, e non già un male storicamente attestato le cui cause possono quindi ripresentarsi – come sta infatti avvenendo nell’Europa dell’austerità brüningiana. Sicché, per fuggire l’orrore di un presunto simbolo del nazionalsocialismo, chi ne ha studiati gli orrori si rifugia in un progetto politico che ne ripropone nei fatti le cause – austerità, deflazione, disoccupazione – e le prerogative, germanocentriche e antidemocratiche.

Un ulteriore esempio, tra i tanti, è la permeabilità del pubblico al discorso pseudoscientifico (ne abbiamo scritto qui), che veicola messaggi privi di fondamento scientifico ammantandoli del lessico e del contesto – accademico, editoriale, mediatico ecc. – propri della scienza. La seduzione di questa cosmesi è evidentemente tanto più efficace verso coloro che hanno maturato un rispetto acritico e istintivo verso le insegne della scienza e dei suoi luoghi, cioè in chi ne ha più a lungo subito l’autorità nel corso degli studi. Ciò realizza puntualmente l’intuizione di Ellul: l’istruzione è necessaria per affermare l’autorità dei maestri, ma quasi mai sufficiente per verificarne gli insegnamenti.

[…] È un caso etimologico che “dotto” e “indottrinato” condividano la stessa radice (dŏcĕo), e così anche “sedotto” ed “educato” (dūco). Non è invece un caso che i cittadini più istruiti, sia per il maggior prestigio sociale di cui mediamente godono, sia per l’impalcatura simbolica dispensatagli dalla scuola, sia per un risibile e mal dissimulato orgoglio di classe, siano i bersagli non solo preferiti dalla propaganda, ma anche i più facili>>.

IL PEDANTE

Quelli della megliocrazia

Chi sta uccidendo la brand identity

di ALBERTO CONTRI

Per il marketing e la comunicazione, l’identità è un concetto fondamentale, addirittura sacro. Perché ci vogliono anni a costruire quella di una azienda e quella di marca a base di comportamenti coerenti, reputazione, eccellenti pipe-line di prodotti, ottimi servizi, pubblicità memorabile, sorprendente e convincente.

E molto altro.

Bene.

Lo stesso avviene in natura. Che si esprime con un indelebile imprinting nel DNA di qualunque essere vivente al momento del concepimento. Da quel momento in poi l’identità del soggetto è assegnata, il suo percorso è stabilito.

Vi sono esseri umani che non si sentono a proprio agio nel sesso che gli è stato assegnato dall’incontro tra spermatozoo maschile e ovulo femminile. Per costoro comincia un percorso di sofferenza e poi anche di rivendicazione di un terzo sesso (o addirittura di 52 sfumature di diversa sessualità) e anche di giustificate campagne contro le discriminazioni, gravissime in passato.

Negli ultimi anni queste battaglie sono tuttavia diventate la bandiera di una forma di politically correct che l’Economist ha definito La dittatura della tolleranza, dove si afferma che “Qualsiasi opinione contraria all’orto­dossia libertaria si scontra con una forma di tolleran­za zero che etichetta chi la esprime come razzista, omofobo o transfobico. I gruppi di minoranza stan­no imponendo i loro valori e i loro stili di vita a tut­ti gli altri”.

Il pensiero di questi gruppi di minoranza è stato adottato da grandi società di consulenza e da brand planetari, che lo stanno imponendo ai dipendenti e al grande pubblico tramite un’opzione di cultura aziendale chiamata diversity and inclusion. Opzione ovviamente corretta, quando si occupa di evitare discriminazioni di sorta o gap salariali. Assai meno quando diventa una forma di indottrinamento tramite la pubblicità o i corsi di educazione di genere per i figli dei dipendenti, che arrivano a considerare l’identità una gabbia da cui liberarsi, nei quali si insegna che il sesso biologico non esiste, e che è moderno e soprattutto politically correct non sentirsi vincolati dall’imprinting scritto nel DNA.

E quanto sia giusto, se uno lo ritiene, perseguire la fluidità di genere, o addirittura il rifiuto del genere stesso – si parla anche e soprattutto di minori -.

È davvero paradossale che questa specie di guerra di liberazione venga applicata agli esseri umani, quando nel mondo del marketing è semplicemente considerata una bestemmia. Anche perché ci sono stati un bel po’ di errori pagati cari da chi ha voluto ignorare il valore dell’identità. Il più famoso è quello della CocaCola, che nel 1985 cambiò gusto per assomigliare alla Pepsi, e dopo soli 79 giorni dovette fare precipitosamente marcia indietro per le clamorose proteste dei consumatori. In più, dopo diverse modifiche alla confezione, sono state pure ripristinate le antiche e molto riconoscibili bottigliette in vetro.

Lo stesso è avvenuto, ad esempio, – prima dell’avvento dei canali pay e dei produttori di serie tv, nel campo delle reti tv. Quanti errori abbiamo visto nei tentativi di “ringiovanire” o cambiare senso a una rete modificando i palinsesti o intervenendo sugli orari dei programmi! Perché una rete in realtà è la memoria storica sul telecomando: quel numerino non significa solo una posizione nella scala delle frequenze, ma un appuntamento con contenuti, palinsesti, narrazioni che costituiscono, per l’appunto, l’identità del canale. Cambiarla perché il nuovo direttore vorrebbe farne un’altra cosa, espone agli stessi problemi che incontra chi ritiene di poter cambiare sesso o diventare “gender fluid”.

Sarebbe poi troppo lungo citare i grandi errori fatti nel sostituire i valori di marca promossi per anni in campagne di successo per inseguire qualche araba fenice del momento. O smettere di esaltare valori distintivi per promuovere valori genericamente promossi da tutti. Promuovere la parità di genere o combattere le discriminazioni di qualsiasi tipo dovrebbe essere oramai parte integrante della gestione di ogni impresa. Mentre diventa un argomento troppo generico se sfruttato da tutti indistintamente, oltretutto con fini commerciali.

Ne consegue che l’identità è un bene prezioso, che invece va coltivato e difeso sia nel marketing che nella vita degli esseri umani. È quindi sempre più incomprensibile che grandi brand abbraccino e promuovano l’ideologia gender che mira a delegittimare la famiglia tradizionale in favore di quella omogenitoriale. Perché un conto è chiedere rispetto e riconoscimento di diritti per determinate scelte di vita (come peraltro è già avvenuto con le unioni civili), un conto è promuovere anche presso i più piccoli uno stile di vita che porta inevitabilmente al crollo delle nascite: per cui non si capisce a chi venderanno tra qualche anno i loro pannolini e tutti i loro prodotti per bambini.

Espressi questo dubbio tempo fa in un articolo su Avvenire, ma nessuno dei brand in questione ha risposto, ancorché anche autorevoli esperti di ricerca sociale li abbiano esortati a lasciar perdere un troppo abusato politically correct per tornate a battere una strada mainstream.

Ma è altrettanto grave che il virus dell’ideologia gender abbia attecchito fortemente anche nei programmi della RAI, Servizio Pubblico pagato dal canone, che dovrebbe informare, intrattenere ed educare, invece che diseducare con visioni del mondo assai poco condivisibili, come avviene sempre più spesso nei programmi più raffinati, meglio montati e meglio condotti della RAI: quelli in cui l’ottima Barbara Carfagna ci mette al corrente delle novità del digitale e dell’intelligenza artificiale.

Riprendo qui parte di un articolo che ho pubblicato da poco su IlSussidiario.net: “In Codice – la vita è digitale (e non è vero! n.d.a) e negli speciali TG1 curati dalla Carfagna, l’accurato racconto delle novità tecnologiche si accompagna sempre più spesso ad un convinto riduzionismo ad una costante promozione di teorie transumaniste e ad una incrollabile fede nella Singolarità come inevitabile destino dell’uomo.

Fra i tanti esempi si può citare l’incresciosa intervista, in una puntata di Codice, ad una ricercatrice dell’Istituto Italiano di Tecnologia che illustrava un metodo di rimozione degli stereotipi negativi (secondo il pensiero unico del momento, of course) tramite l’elettrostimolazione cerebrale. Roba che neanche gli scienziati criminali di Hitler avevano saputo immaginare.

Ma l’abominio della desolazione è stato però raggiunto nello Speciale TG1 dedicato all’identità digitale, in cui l’ideologia gender, che Papa Francesco ha definito “la modalità più specifica con cui si manifesta il male oggi…perché auspica una nuova torre di Babele” è stata presentata come uno dei traguardi più avanzati dell’era contemporanea. Riporto qui la trascrizione letterale del testo, letto con accento assai assertivo, affinché se ne possa percepire la gravità :“Il digitale consente ai giovanissimi di oltrepassare le identità rigide di genere. Se per le generazioni passate l’identità di genere era biologica, in un contesto di possibilità di assumere identità multiple nelle reti, le giovani generazioni possono vivere una condizione di opzione sessuale temporanea. Esistono il maschile, il femminile ma anche il genere non binario, il non conformista, e così via”.

A supportare la presunta validità di questi enunciati della teoria gender, è stato intervistato il direttore di Vanity Fair. Ma come! Uno si sarebbe aspettato almeno un neuroscienziato, uno psichiatra, e invece no, si è scelto di interpellare su tale delicato argomento il direttore di una rivista di gossip e di tendenze modaiole.

Che ha sentenziato: “I ragazzini della generazione Z (ragazzini mica tanto, hanno 21 anni, n.d.a), stanno cercando di scrivere un nuovo linguaggio del genere…ad esempio il gender fluid, o addirittura l’a-gender che rifiuta l’anima binaria”. Incalzava Barbara Carfagna con un inno alla transizione di genere, mentre sullo schermo compariva un balletto di efebi seminudi intenti ad occhieggiarsi e a strusciarsi: “L’esempio concreto con cui il digitale si fonde con la nostra identità è la transizione di genere. È comune nella comunità transgender rivolgersi alla comunità digitale (le ripetizioni sono nel testo, n.d.a.) per trovare supporto e sostegno prima, durante e dopo la transizione. L’identità digitale nella forma di un profilo di social media o di avatar diventa una componente integrante dell’essenza. Le nuove generazioni vivono il processo di identità non più come qualcosa da preservare, ma come una gabbia da cui fuggire”. Sic.

Così è stata sistemata una questioncella fondamentale come l’identità, che da sempre è alla base della cultura dei popoli, dei rapporti umani ma anche economici, industriali e commerciali, insieme a un bel po’ di incontrovertibili leggi di natura.

Che dire?

Basta leggere e rileggere queste righe per rendersi conto, con preoccupato allarme, che sulla rete ammiraglia della RAI è andato in onda, per fortuna ad ora tarda, il sonno della ragione che genera mostri.

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Da cinquant’anni in comunicazione, Alberto Contri è stato ai vertici di multinazionali della pubblicità e di istituzioni del settore: presidente dell’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, della Federazione Italiana della Comunicazione, unico italiano mai cooptato nel Board della European Association of Advertising Agencies. Già consigliere della RAI, A.D. di Rainet, presidente e D.G. della Lombardia Film Commission. Ha presieduto fino la la Fondazione Pubblicità Progresso (1999 – 2019), che ha trasformato in un Centro Permanente di Formazione alla Comunicazione Sociale, con un Network (Athena) di oltre 100 docenti di 85 Facoltà e Master. Già Docente di Comunicazione Sociale presso le Università: La Sapienza, S.Raffaele-Vita, Iulm, attuale Presidente del Centro Responsabilità Sociale S.Bernardino. Autore di “McLuhan non abita più qui? La comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” edito da Bollati Boringhieri nel 2017, “Comunicazione sociale e media digitali” , edito da Carocci nel 2018 e “La Sindrome del Criceto” edito da La Vela nel 2020.