Giurarono tutti

Leggi fascistissime e pubblico impiego

di PAOLO ARIGOTTI

Il 30 ottobre 1922 Benito Mussolini ricevette da Vittorio Emanuele III l’incarico di formare il nuovo governo, che poté godere del sostegno di un’ampia maggioranza parlamentare, nonostante il partito fascista contasse appena una trentina di deputati degli oltre cinquecento che componevano l’assemblea di Montecitorio.

Nel primo biennio del Gabinetto Mussolini, il Fascismo non instaurò apertamente un regime dittatoriale a partito unico, che tradizionalmente si affermò a partire dal 1925, con il famoso discorso del Duce dinanzi alle Camere. Messe in un angolo le opposizioni – già ridotte al lumicino dopo le elezioni del 1924 – il governo non ebbe problemi a far approvare, tra il ’25 e il ’26, una serie di disposizioni che, in pratica, disegnavano l’assetto istituzionale del nuovo regime. Ci riferiamo, in particolare, alle cosiddette Leggi Fascistissime del 1926, che usando come pretesto alcuni falliti attentati alla vita di Mussolini, imbavagliarono le ultime voci libere, fecero piazza pulita delle ultime forze dell’antifascismo e consolidarono gli apparati repressivi del dissenso.

Assumendo il pretesto della riforma del comparto pubblico, in nome di una maggiore efficienza dell’apparato burocratico, vennero promulgate nuove disposizioni che avevano una duplice finalità: irregimentare i pubblici dipendenti, introducendo un assetto militarizzato e fortemente gerarchico (tra l’altro fu imposto il saluto romano nei rapporti tra i diversi livelli) ed espellere tutti coloro che non si fossero allineati col regime. Seguendo l’ordine cronologico, partiamo con la legge 26 novembre 1925, n. 2029, che regolava le attività di associazioni, enti ed istituti, imponendo una serie di limitazioni, pure con specifico riferimento al personale dipendente della pubblica amministrazione. Col pretesto di contrastare la massoneria, venivano imposti una serie di obblighi e prescrizioni, che nei fatti creavano un penetrante sistema di vigilanza e controllo nei confronti di ogni forma di associazionismo che si collocasse fuori dal regime, prevedendo sanzioni (anche detentive) contro tutti coloro che si ponessero contro la nuova normativa. In pratica, col pretesto di non meglio precisate ragioni di “ordine e sicurezza pubblica”, venne cancellata la libertà di associazione (politica e non), mentre nel 1926 nuove norme vietarono tutti i partiti politici diversi da quello fascista e affidavano in via esclusiva ai sindacati di regime ogni funzione di negoziazione e rappresentanza per conto dei lavoratori (nel pubblico impiego venne proibita ogni attività sindacale propriamente detta). Ai dipendenti veniva imposto un obbligo di comunicazione circa la qualità di socio e/o ogni eventuale carica detenuta in organismi associativi, fino a prevederne la destituzione in caso di appartenenza ad associazioni all’interno delle quali gli appartenenti fossero vincolati al segreto e/o a modus operandi clandestini o occulti (sul punto era palese il riferimento alla massoneria, per la quale fu sancita l’incompatibilità con l’appartenenza al PNF). Il 24 dicembre 1925 fu approvata la legge n. 2300, significativamente rubricata “Dispensa dal servizio dei funzionari dello Stato”, che in pratica dava al governo poteri assoluti (e arbitrari) per dispensare dal servizio (cioè licenziare) per tutto il 1926 «anche all’infuori dei casi preveduti dalle leggi vigenti, i funzionari, impiegati ed agenti di ogni ordine e grado civili e militari, dipendenti da qualsiasi Amministrazione dello Stato, che, per ragioni di manifestazioni compiute in ufficio o fuori di ufficio, non diano piena garanzia di un fedele adempimento dei loro doveri o si pongano in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del Governo». Poco meno di un anno dopo, il 25 novembre, venne varata la legge n. 2008 la quale, tra i “Provvedimenti per la difesa dello Stato” (questo il nome della legge) comminava la reclusione (fino a dieci anni) e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici (per un dipendente pubblico voleva dire il licenziamento) per coloro che svolgessero attività politiche o intellettuali contro il regime, come – ad esempio – la ricostituzione o la militanza in partiti politici o associazioni contestualmente disciolti e/o che facessero  «propaganda della dottrina, dei programmi e dei metodi d’azione di tali associazioni, organizzazioni o partiti.» E non finisce qui, visto che l’art. 5 della stessa legge puniva (con pene che potevano arrivare a 15 anni di carcere e con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre alla revoca della cittadinanza e alla confisca dei beni) tutti coloro che diffondessero all’estero  «voci o notizie false, esagerate o tendenziose sulle condizioni interne dello Stato», ritenute lesive di non meglio precisati “prestigio e interessi nazionali”. A queste normative si aggiunsero l’obbligo di giuramento di fedeltà al regime, esteso nel 1931 anche ai docenti universitari, e il progressivo imposizione della tessera del partito per accedere e/o conservare il posto statale.

L’avvento delle infami leggi razziali ebbe le sue ripercussioni anche nel settore del pubblico impiego. Il Regio Decreto n. 1390 del 1938 espelleva dalle scuole di ogni ordine e grado insegnanti, studenti e personale amministrativo di “razza ebraica”, mentre il n. 1728 dello stesso anno escludeva dalle pubbliche amministrazioni civili e militari e da una serie di enti e aziende finanziati o vigilati dal potere pubblico tutti gli appartenenti alla “razza ebraica”, contestualmente espulsi anche dal partito e associazioni di regime. A queste odiose prescrizioni, si aggiungeranno una serie di stringenti limitazioni all’esercizio di diverse libere professioni (come notariato, avvocatura, sanitarie e molte altre), introdotte con la legge 29 giugno 1939, n. 1054 e le esclusioni dal campo dello spettacolo e della cultura, varate con una delle ultime disposizioni sulla razza, la legge 19 aprile 1942, n. 517.

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