Il nichilismo dietro il silenzio per Noelia Castillo Ramos
di ROBERTA FIDANZIA

Il caso di Noelia Castillo Ramos, la venticinquenne spagnola rimasta paraplegica dopo un tentativo di suicidio seguito a violenze sessuali e recentemente scomparsa tramite eutanasia, scuote profondamente le coscienze. Tuttavia, ancora più inquietante della cronaca è la narrazione nichilista che spesso accompagna simili tragedie, come emerge da alcune riflessioni che vorrebbero ridurre la sua esistenza a una vita irrimediabilmente spezzata.
Il volto del nichilismo: quando la vita è dichiarata morta in anticipo
Sostenere, come qualcuno ha fatto, che Noelia fosse già morta prima di ottenere l’eutanasia o che la sua fosse una condizione in cui nessuno avrebbe potuto comunque salvarla, rappresenta la quintessenza del nichilismo contemporaneo. Questa visione nega alla radice il valore intrinseco dell’essere umano, riducendolo alla sola funzionalità biologica o all’assenza di dolore. Affermare che, con la morte, Noelia abbia smesso di soffrire, trasforma la fine della vita nell’unica terapia possibile, un paradosso che svuota di significato ogni sforzo di resilienza e accompagnamento.
La nascita alla luce e la parola perduta
È necessario recuperare il pensiero che vede la vita umana non come un dato biologico statico, ma come un processo di continua nascita. Per Maria Zambrano, filosofa spagnola, l’essere umano è <<l’essere che ha bisogno di nascere del tutto>>. Definire Noelia già morta prima dell’eutanasia è l’antitesi della ragione poetica di Zambrano: significa negare la possibilità che, anche nel buio più profondo della paraplegia e del trauma, possa sorgere un’aurora.
Il nichilismo, dunque, si manifesta come una rinuncia alla parola che salva. Zambrano insegna che la cura consiste nel restituire alla persona la propria parola perduta. Avallare il desiderio di morte di Noelia, invece di lottare per offrirle una nuova narrazione di sé, significa aver fallito nel compito umano di aiutarla a nascere nonostante le ferite.
La missione medica, in quest’ottica, non può limitarsi a constatare una sofferenza costante, ma deve farsi grembo che accoglie la vulnerabilità. L’errore del non giudizio è un’omissione di soccorso spirituale e morale. Non si giudica Noelia, la cui sofferenza era reale e atroce, ma si deve condannare con forza un sistema — quello che ha portato al decesso tramite l’intervento diretto del personale sanitario — che si è arreso. La vera sfida non è ratificare una sentenza di morte già scritta dal dolore, ma essere custodi instancabili di ogni frammento di umanità, pronti a difendere la vita anche quando essa stessa sembra voler rinunciare a se stessa.
L’attenzione come forma suprema di amore
Il soccorso della filosofia femminile giunge anche attraverso Simone Weil che definisce l’attenzione come l’aspetto più puro della cura. Per Weil, il dovere verso l’essere umano è assoluto e prescinde dalle sue condizioni. Affermare che nessuno avrebbe potuto comunque salvarla è una dichiarazione di impotenza che Weil, ad esempio, contesterebbe radicalmente: il salvataggio di una persona non coincide necessariamente con la guarigione fisica, ma con il riconoscimento della sua sacralità. Il rispettoso silenzio nei confronti della sua morte sarebbe, per Weil, un’attenzione distorta.
La vera attenzione non è voltarsi dall’altra parte nel nome del non giudizio, ma restare ai piedi della croce dell’altro. Condannare chi ha permesso l’eutanasia di Noelia, significa denunciare una società che ha smesso di esercitare questa attenzione, preferendo la soluzione tecnica della morte alla fatica di restare accanto al sofferente, offrendogli quei motivi per vivere che la pura biologia non può fornire.
L’aporia della missione medica e di cura
Qui emerge una insanabile aporia con la missione medica. La medicina nasce per curare, un termine che non significa solo guarire (heal), ma soprattutto prendersi cura (care). Quando il sistema sanitario, avallato da leggi come quella spagnola che permette l’intervento diretto del personale per causare la morte, si presta a interrompere una vita, tradisce il suo mandato originario. Se la risposta alla sofferenza cronica e invalidante diventa la soppressione del sofferente, la medicina cessa di essere un’alleata della persona per diventare uno strumento di gestione del fine vita inteso come smaltimento del dolore.
La lezione di Edith Stein
In questo scenario, risuona con forza il pensiero di Edith Stein (Santa Teresa Benedetta della Croce), la cui filosofia pone al centro la dignità trascendente della persona. Per Stein, l’essere umano è un’unità di corpo, psiche e spirito; una lesione fisica, per quanto grave come la paraplegia di Noelia, non intacca l’essenza dell’io. La filosofia femminile, di cui Stein è esponente, sottolinea il valore della custodia della vita. La donna, nella riflessione steiniana, ha una vocazione specifica all’accoglienza e alla protezione dell’umanità vulnerabile. Difendere e custodire la vita non è un atto burocratico, ma un dovere morale che riconosce nell’altro un valore assoluto, indipendentemente dalle sue condizioni di salute. La vita non è un possesso di cui disporre, ma un dono da proteggere, specialmente quando chi lo possiede non ne vede più la bellezza.
L’errore del non giudizio e la responsabilità di chi resta
Trincerarsi dietro un comodo non giudizio, invocando un rispettoso silenzio perché non siamo nessuno per giudicare, mostra dove si annida l’errore più insidioso. Non si tratta di giudicare Noelia — il cui dolore per le violenze subite e la disabilità è inimmaginabile — ma di condannare con fermezza chi avalla la sua richiesta di morte. Il rispettoso silenzio, infatti, rischia di diventare complicità o, peggio, indifferenza travestita da rispetto. Chi circonda una persona sofferente ha il dovere di non arrendersi al suo desiderio di farla finita. La vera pietà non è porgere il veleno, ma sforzarsi instancabilmente per dare a quella persona 10, 100, 1000 motivi per vivere. Accettare l’eutanasia come soluzione significa decretare il fallimento della comunità umana nel fornire calore, senso e sostegno a chi è nel buio.
Noelia Castillo Ramos cercava il riposo, ma una società che non sa offrire riposo se non nel cimitero è una società che ha rinunciato a umanizzare il dolore. Dobbiamo tornare a una cultura della cura che veda nella fragilità non un peso da eliminare, ma una chiamata alla responsabilità collettiva, dove la vita sia difesa sempre, come un tesoro che nessuna violenza o paralisi può realmente spezzare.
Noelia cercava il riposo; il nostro dovere sarebbe stato trasformare la sua vita in un luogo dove quel riposo fosse possibile senza dover smettere di esistere.
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Roberta Fidanzia, è Dottore di Ricerca in Storia delle dottrine politiche e Filosofia politica presso l’Università Sapienza di Roma, ove ha collaborato per anni svolgendo attività di ricerca e docenza. È Diplomata in Storia e Storiografia multimediale, Università Roma Tre. È Direttore di Storia de mondo e Direttore editoriale di Femininum Ingenium, Collana di Studi sul genio femminile, co-Direttore della Collana Voci della Politica e co-Direttore di Christianitas. È Presidente del Centro Studi Femininum Ingenium.
