In Yun. O del destino

di EUGENIA MASSARI

Se avete voglia di grazia e profondità, Past Lives di Celine Song fa per voi.

È una fiaba. Con momenti delicati che ricordano Miyazaki. È dedicata al concetto coreano di In Yun. Concetto non traducibile direttamente con “destino“, ma che ha a che fare con gli incontri tra persone.

Due ragazzi si amano, sono molto piccoli. I genitori di lei si trasferiscono dalla Corea in Canada, così i due si separano. Lui non la dimentica. Passano dodici anni, lei si è nuovamente trasferita – un altro sradicamento… – a New York. Ormai porta un nome occidentale – e proprio la metafora della perdita del nome ritorna nei lavori di Miyazaki…-. Lui la cerca online. Cominciano così a parlare. Lei però lo lascia di nuovo, perché lontani e impossibilitati ad incontrarsi, e sposa un altro uomo. Lui non riesce a sposarsi. Proprio al marito, appena conosciuto, la donna racconta la credenza coreana nello In-Yun: tutti quelli che incrociamo, persino i casuali vicini in un viaggio in treno, hanno a che fare spiritualmente tra loro. Nessun incontro è casuale, le anime che capitano vicine, nello stesso luogo e momento, hanno già avuto a che fare tra loro. Quando due anime hanno accumulato ottomila In Yun, allora il legame è così forte che diventano marito e moglie. Passano altri dodici anni. Lui, ormai uomo, va a cercarla. Lei decide di incontrarlo, suo marito acconsente. Quando l’uomo arriva, i due ragazzi si trovano immediatamente bene. Lei parla in coreano ed è di nuovo autenticamente sé stessa.

Il marito si confida con la donna: “lui è il tuo In Yun“, le dice. Profilando una idea di destino spezzato dalla sua stessa presenza. La donna lo avrebbe sposato passivamente, le chiede se è davvero appagata e felice.

Il ragazzo, nel momento di salutarla per sempre, le confessa di pensare che lei sia “lo In Yun che resta”, per suo marito, mentre è “lo In Yun che se ne va” dalla sua vita. Una forte impressione di passato, ma non destinati a stare insieme.

La donna risponde al marito che il destino non può essere diverso da ciò che è. E se dunque lei è con lui, vuol dire che è lì che doveva stare. Quando il ragazzo se ne va, però, torna a casa abbandonandosi ad un pianto disperato.

Come in una fiaba di Platone o in un conte di Éric Rohmer, i tre personaggi mettono in scena tre idee di destino: l’ uomo americano crede in un ruolo attivo, dove antagonisti e protagonisti determinano attraverso le loro scelte il corso degli eventi. I due orientali, invece, si abbandonano alla potenza universalistica del destino e lo riconoscono nella sua essenza quasi collettiva, come forza che connette gli esseri. Affrontando il dolore di dover accettare le cose così come sono. Il ragazzo, tuttavia, cerca di agire, mentre la donna rinuncia.

Aleggia tuttavia sul film un sospetto:

La ragazza, infatti, non ha scelto di andare. È stata portata via. E dunque, letteralmente, è stata sradicata da genitori che inseguivano chissà che di moderno, nel mondo occidentale. Un qualcosa di puramente materiale, come il successo. Portata via dalla sua terra, la ragazza è quindi anche allontanata dal suo destino e dall’amore stesso. Ha due nomi, è il ragazzo che, dopo tanti anni, la riconosce e la chiama con il suo vero nome. “Solo mia madre mi chiama ancora così“. Il vero io della donna è al contempo la bambina.

Ora, tutto questo non è mentale. Bensì semplice, delicato e per nulla raccontato. I dialoghi sono pochi e scarni. Una piccola perla di film che, raccontando una cosa, ne implica molte, molte altre.

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