Italiani brava gente

di FABRIZIO MASUCCI

Per la memoria di mia madre, sono stato molto felice per l’avvenuta presentazione di un suo importante studio, che ho – spero non troppo indegnamente – ultimato e annotato. La mia sincera gratitudine va a tutti coloro che, a vario titolo, hanno partecipato all’incontro tenutosi lo scorso lunedì al Maschio Angioino.

Sapendo di interferire con un rassicurante processo di rimozione collettiva, non posso tuttavia non ricordare che due anni fa, esattamente di questi tempi, a un incontro simile non avrei potuto neanche presenziare. In virtù del mero rifiuto di esibire il marchio di obbedienza a un mostruoso garbuglio di norme che non aveva il benché minimo senso logico, sanitario o giuridico, fino a poco più di un anno e mezzo fa potevo parlare solo nelle gallerie, nelle piazze o nelle strade. In diverse occasioni, ho dovuto farlo – insieme ai professori universitari che tenevano lezioni all’aperto durante quei ritrovi – sotto l’occhio vigile di due agenti della Digos. In una circostanza, poi, fui interrotto dalle grida ingiuriose di un passante, mentre Mario Di Fonzo e io condividevamo letture e riflessioni da sovversivissimi racconti di Buzzati e Cortázar.

Qui non si tratta certo di mettersi a fare gli eroi o i martiri (figurarsi, l’emarginazione, quella vera, sono ben altri ad averla conosciuta), ma solo di ricordare. Ricordare che la maggioranza dei bravi cittadini ha ritenuto giuste, o giustificabili, o comunque tollerabili cose ben più gravi di quelle che mi è toccato in sorte di sperimentare personalmente. Di fronte a uomini e donne che perdevano il lavoro, a dodicenni che non potevano più salire su un tram, entrare in un cinema o praticare sport all’aperto (!), al discorso d’odio e ai piccoli e grandi arbitrî – più arbitrari delle norme stesse – praticati con sbandierato orgoglio da industriosi sciami di “responsabili”, di fronte a questi e mille altri abomini da cui conseguiva un corollario di disagi (pratici, psicologici, relazionali) che chi non ha vissuto faticherebbe a immaginare, lo spettro delle reazioni dei più andava dall’esultanza belluina all’indifferenza, passando per il senso di rivalsa piccoloborghese alimentato dal meschino piacere di sentirsi migliori per una primula nel taschino.

Quasi tutti noi, se interrogati in proposito, affermiamo di fregarcene di ciò che la gente pensa sul nostro conto, ma è una pietosa bugia che raccontiamo per farci belli davanti a noi stessi e agli altri: sono davvero in pochi a essere totalmente insensibili alla considerazione altrui e non ho la presunzione di iscrivermi tra questi. Una cosa però posso dirla senz’altro: quando le massime cariche istituzionali, i media, i colleghi, i conoscenti, gli amici e i familiari ti etichettano in una categoria e ti considerano d’un tratto ottuso, disturbato, egoista, pericoloso, insomma meritevole di essere un reietto, e tu sai e senti con ogni cellula del tuo cervello e del tuo corpo di non essere nulla di tutto ciò (o almeno di non esserlo per i motivi che ti addebitano), fai un progresso di proporzioni gigantesche in termini di consapevolezza e serena noncuranza dell’altrui giudizio. Mi è capitato di riscontrare questo salutare “salto” anche in molte delle persone che ho conosciuto negli ultimi anni.

In quell’immane esperimento di Milgram a medio voltaggio che è stata – soprattutto in Italia – la gestione della seconda fase della pandemia, i decisori si sono a mio avviso comportati in modo irresponsabile e indegno, oltre che insensato (oddio, insensato mica tanto, hanno sapientemente dirottato la frustrazione generale su capri espiatori costruiti a regola d’arte). Tuttavia, a distanza di tempo, penso che tocchi tutto sommato ringraziarli per non essersi spinti oltre nel delirio: ha perfettamente ragione infatti il mio amico Vanni Trentalance nel sostenere che c’è stato un momento, tra l’autunno del 2021 e l’inverno del 2022, in cui se si fosse deciso di caricare i renitenti alla leva sui treni per inviarli in centri di isolamento, nessuno o quasi nessuno avrebbe levato una voce o eccepito alcunché nel vedere così puniti il vicino di casa, l’amica di una vita, la propria cognata, il proprio fratello. A nessuno stimolo potevano ormai rispondere i cuori necrotizzati, l’elettrocardiogramma della società civile era totalmente piatto. L’elettroencefalogramma poi… vabbè, niente.

Ho piena percezione di quanto tornare su questi temi – e con questi contenuti – sia la morte sociale oggi più di allora, e immagino pertanto il tipo di reazioni che queste parole potrebbero suscitare in molti di coloro che dovessero imbattercisi (fino a qui, tra l’altro, giustamente non ci arrivano mica…). Ma, cosa volete, noi sorci abbiamo imparato ad amare la nostra sorcitudine e non vorremmo che gli altri se ne dimenticassero, mescolarsi con noi può comportare alla lunga una brutta influenza… Nel ricordarlo, in fondo, non facciamo altro che pagare il nostro tributo alle convenzioni sociali: sono solo, come sempre, questioni di “etichetta”. E gli italiani, se ho capito bene, sono massimi esperti in materia.

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Fabrizio Masucci. Manager culturale, già Direttore del Museo Cappella Sansevero.

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