Oltre il Mare. La grandezza di Tolkien

di FRANCESCO MASSONE

<<Amo solo ciò che difendo: la città degli Uomini di Númenor; e desidero che la si ami per tutto ciò che custodisce di ricordi, antichità, bellezza ed eredità di saggezza>>.

J.R.R.Tolkien

Tolkien ci ha lasciato molto di più che romanzi fantastici d’evasione, esotici e simpatici, buoni per quando si è adolescenti. Al contrario, le sue opere hanno conquistato moltissimi lettori perché è stato capace di parlare al loro cuore e donargli gioia.

Attraverso la fantasia – che considerava naturale attività umana, forma più elevata d’arte…- e
il linguaggio simbolico del mito, Tolkien ha creato un Mondo Secondario, con una propria cosmogonia, una teologia, con miti fondativi e una geografia storica, con linguaggi e popoli. Il tutto sapientemente racchiuso in un’epica religiosa e in una precisa filosofia.

Noi moderni viviamo un tempo demitizzato, desacralizzato e appiattito su abitudini sociali e spirituali sempre più scadenti. Tolkien lo sapeva, proprio per questo sentì il bisogno di dare una mitologia alla sua Inghilterra e una direzione ai suoi amati figli.

È semplicemente uno dei più grandi scrittori che il mondo abbia mai avuto, uno della risma di Dante, di Milton, di Goethe, di Borges, di Bulgakov”, così dice di Tolkien, Franco Cardini, il suo merito grandissimo è stato quello di “fondere un’aspirazione cosmologica proveniente dalla Bibbia con miti di origine celtica e germanica per costruire non solo uno splendido edificio di heroic fantasy, ma anche una profonda meditazione analogica e allegorica sui nostri giorni, sui guasti prodotti dal consumismo e dal materialismo occidentale, sulle conseguenze della desacralizzazione della vita“.

Da appassionato di saghe nordiche e di antiche mitologie europee, da filologo e docente di lingua e letteratura anglosassone a Oxford, Tolkien preferì il mito e il simbolo alla trattazione filosofica, avendo una concezione della fantasia e delle fiabe, ben diversa da quella dei critici del suo tempo. Le funzioni della fantasia si scontravano infatti con i valori su cui si fondava l’Inghilterra industrializzata e materialista e con i suoi cantori nelle aule universitarie. Nella fantasia, Tolkien vedeva infatti un potere salvifico sull’umanità.

Ne Il Silmarillion e ne Il Signore degli anelli, troviamo
descritta una “storia sacra”, ovvero la parabola di una Caduta: dalla creazione musicale del principio, alla prima ribellione che comportò la discordia nel mondo e, infine, lo scontro eroico fra i Popoli Liberi e l’antico Nemico, senza dimenticare i misteriosi aiuti della Provvidenza divina. Un conflitto non solo mitico, ma anche e principalmente filosofico e religioso. Tolkien si interroga sul male, sulla sua origine e sulla sua inesauribile opera distruttiva. Lo fa con la storia della disobbedienza a Eru Ilúvatar (Dio) di Melkor, l’angelo più sapiente e potente che decade, del suo odio per ciò che fu creato liberamente per amore della musica originaria e del suo ingannevole operato nell’opera di tentazione e corruzione delle creature più nobili: gli Elfi.

Il discorso di Tolkien rimanda alla storia umana, alle filosofie dannose e alle idolatrie che ne hanno pervertito la vicenda. Carlo Magno, Re Artù, i re taumaturghi medievali si celano nel volto regale di Aragorn; mentre la fortezza della fede e l’affidamento mistico alla Grazia di Frodo ricordano l’Annunciazione Mariana, la chiamata al Cielo degli eremiti medievali o, perfino, la Passione di Gesù Cristo.

In Tolkien, il fantastico è percepito come tremendamente e stupendamente vero, come la nostalgia del Mare e della ricerca delle Terre Imperiture oltre il mare, da parte di Elfi e Uomini.

È il desiderio profondissimo, condiviso dai popoli celtici irlandesi, scozzesi e britanni, ebbri di un cristianesimo radicale e mistico, che infiammò un popolo già di per sé febbrilmente assetato di Verità e d’Assoluto.

Così, attraverso la fantasia e il mito, Tolkien ci guida nella battaglia eterna fra Dio e gli idoli, fra la Carità e il
Dominio, rinfocolando la fede – l’eroismo e la santità – e l’attenzione all’inesistente perfezione del
mondo
: percepire è riconoscere ciò che soltanto ha valore, ciò che soltanto esiste veramente.

E che altro esiste veramente in questo mondo, se non ciò che non è di questo mondo?

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