di EUGENIA MASSARI
George Orwell
Per tutta la storia dell’umanità le bambine hanno giocato con le bambole: è la voce narrante di tutto Barbie, il film inizia così. La voce spiega cosa è reale e cosa no, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Contro la regola aurea della sceneggiatura – show dont’tell -, qui tutto è detto ed intimato, pena l’ esclusione sociale.
Il film ha la struttura di un documentario.
Gli attori servono ad illustrare – come disegni o burattini – il discorso calato dall’alto. La scenografia, piatta e limitata, nonostante quello che si potrebbe pensare guardando il trailer, funge da scenario statico per il passaggio dei concetti. Il linguaggio è a metà tra la fiaba e l’istruzione data.
Barbie, insomma, non è un film, è materiale propagandistico per bambini. Istruisce con il tono didascalico di una lezione sui vulcani, ma con la perentorietà maoista, priva di alternative e suadentemente intimidatoria.
“Per tutta la storia dell’umanità le bambine hanno giocato con le bambole, ma le uniche bambole erano bambolotti e loro giocavano a fare le mamme, il che può essere divertente, ma solo per un po’… chiedete a vostra madre…” la voce introduce la prima vignetta. La scena rimanda a 2001:Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, ecco che appare una donna immensa, un idolo sexy. Le bambine sono vestite in modo triste, con grembiulini color fango, tutti identici. Vedendo la Barbie si alzano e cominciano a sfracassare al suolo i bambolotti, spaccandogli la testa contro le rocce.
2001: Odissea nello spazio
La scena è disturbante. In sala, una minoranza del pubblico stempera l’imbarazzo di aver appena assistito a qualcosa di profondamente sbagliato da mettere in scena davanti a dei bambini. Ma la maggioranza ride fragorosamente, spandendo nella sala un’atmosfera inumana e surreale, da éducation sentimentale al contrario.
La scena è violenza simbolica che rimanda a una violenza reale: le bambine uccidono la madre che potrebbero essere, uccidono con gioia e rigetto i bambolotti che simboleggiano i figli.
Nella scena successiva sono presentate tutte le bambole che abitano lo scenario. Avvocatessa, giudice, chirurga, etc. etc. , ma hanno tutte lo stesso nome, Barbie. Annegano negli oggetti – case, abiti, macchine…-, non sono dotate di identità individuale ma solo di identità collettiva, è il gruppo ed il ruolo assegnato nel gruppo a determinare la loro identità. Di sfuggita la voce narrante illustra una Barbie incinta: “la Mattel l’ha subito tolta dal mercato e noi adesso non la nomineremo più e non la vedremo più, del resto è troppo strana una bambola incinta…!”.
La Barbie incinta viene uccisa socialmente dalla voce narrante, che invita gli spettatori a fare lo stesso. Si susseguono scenette in cui i personaggi mimano i concetti che il materiale didattico vuole fare passare: “il mondo era immerso nel patriarcato …gli umani hanno inventato il patriarcato perché si sentivano deboli e soli… Noi vogliamo aiutare le bambine del mondo e renderle felici e potenti“. Potenti è l’aggettivo associato alle donne/bambine.
Nel mondo di Barbie i maschi -i Khen – sono degli inferiori e non hanno nessun ruolo nella società, non hanno nessuna influenza nemmeno sulla Costituzione. Quando il loro tentativo di sovversione – per “instaurare il patriarcato” anche nel mondo delle bambole – fallisce, la suadente voce narrante sottolinea che “non ci sarà parità e loro non possono essere giudici, semmai in una piccola corte secondaria, e forse, se ce la faranno, un giorno raggiungeranno la posizione che hanno ora le donne nel mondo reale…“.
Come riescono le Barbie a stroncare la rivolta? La voce narrante illustra alle Barbie -bambine/spettatrici – il metodo: “noi li divideremo, li metteremo gli uni contro gli altri, così saranno impegnati a combattere …“. La voce narrante insegna dunque alle bambine ad usare il corpo e la sessualità per sedurre gli uomini, ma solo al fine di creare conflitto: “siate carine…fatevi vedere vulnerabili….flirtate con loro, ma solo per potervi avvicinare e farli litigare…”.
È la prima volta che mi capita di vedere un prodotto per bambini in cui è esplicitamente insegnato a fare il male, in modo manualistico.
Nel finale, la bambola incontra la sua Creatrice, la fondatrice della Mattel (!):”Io…non voglio fare parte delle idee, voglio essere tra chi le crea, io non voglio essere una cosa creata ma voglio essere tra i creatori”.
Il picco più noioso di sempre, dall’Eden ad oggi. La solita solfa del demonio, dei narcisi e dei personaggi shakespeariani che sbarellano: voglio essere come Dio, voglio essere Dio!
Sono le credenze dei padroni dell’economia, Da uomini a dei, scrive Harari, Rifare la natura ma meglio, senza gli errori, dicono i Transumanisti.
Lettera a Madre Natura
Ora, siccome nel mondo distorto l’individuo può cambiare la realtà, piegandola ai propri desideri, Barbie diventa una donna. Il suo corpo cambia. Lei si auto-crea. Ed eccola nel finale, che affronta il momento più importante della vita di una donna. La visita dal ginecologo.
Fine del film.
Ed ora, immaginate uno stivale fuxia che calpesta un volto umano.
Per sempre.
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Eugenia Massari, comunicazione culturale e content design. Autrice su Il Mondo di Pannunzio, design editoriale e co-founder Media Emporia e Zenobia.
