Croci e lumini. Assurdo Capitale

Di MARGHERITA MENELAO

Nei giorni scorsi abbiamo assistito ad alcuni avvenimenti sconcertanti. La Capitale, infatti, è stata protagonista di episodi di violenza inauditi.

A Roma, di notte, si può assistere alle nemmeno tanto timide passeggiate di cinghiali, volpi, faine…


Come ormai è noto a tutti, le strade delle città, comprese quelle della nostra bella Roma, sono tornate ad essere invase da animali selvatici, attratti dall’immondizia non raccolta o gettata impropriamente. E così, soprattutto la notte, si può assistere alle nemmeno tanto timide passeggiate di cinghiali, volpi, faine. A volte si possono intravedere anche ricci e lepri. Se questi ultimi sono certamente per nulla pericolosi direttamente per l’uomo, di certo i primi possono diventarlo.


Gli uomini, in questi ultimi anni, vivono in preda ad un delirio di auto-condanna per la loro stessa esistenza.

Sembrano aver dimenticato, infatti, che l’opera di civilizzazione e urbanizzazione ha eliminato il sorgere e il diffondersi di molte malattie pestilenziali, che l’arginare certi tipi di animali oltre il confine della città ha consentito di avere una minore diffusione di malattie e di incidenti a volte invalidanti.

…Quasi contemporaneamente alla triste vicenda dei cinghiali e della loro mamma barbaramente uccisi in piena città, si svolgeva una polemica terribile e terrificante sul Cimitero degli Angeli, il luogo di sepoltura dei bambini non nati

Ricordo che alcune anziane signore di paesi rurali, del sud e del nord Italia in questo non vi era distinzione, raccontavano di quanti bambini fossero deformi e mutilati perché cresciuti dai contadini insieme ai maiali o ai cinghialetti, che avevano la decisamente poco carina abitudine di mangiucchiare i piedini e le manine degli infanti.


L’uomo contemporaneo, attratto com’è dalla vita di campagna – e giustamente! considerando quanto sia dannoso l’inquinamento e quanto spesso sia oppressiva la città -, non ricorda che la sua attività sulla natura è quella di darle un ordine.


Questa incapacità dell’essere umano contemporaneo, ovvero questa incapacità di ‘ordinare’, corrisponde ad una sua specifica carenza interiore, psichica e spirituale.

L’uomo contemporaneo ha perso il suo riferimento, ha tradito il suo proprio ordine interiore, il suo specifico ordine ontologico. In questo modo non riesce più a distinguere una gerarchia dei valori, a ragionare in termini di peso specifico delle cose e degli eventi. Non è più in grado di prendere le proprie misure intorno alla vita.


Quasi contemporaneamente alla triste vicenda dei cinghiali e della loro mamma, è vero barbaramente uccisi davanti ai bambini in piena città, si svolgeva sempre nella Capitale una polemica terribile e terrificante circa il cosiddetto Cimitero degli Angeli, ovvero il luogo di sepoltura dei bambini non nati.


Se possiamo certamente discutere delle modalità brutali con cui è stato risolto il problema cinghiali, in realtà non è stato risolto ‘il problema cinghiali’ ma quello specifico problema cinghiali, e sui modi certamente poco ortodossi di agire e di assumersi – o non assumersi – responsabilità di fronte alla comunità dei cittadini, che pure si erano attivati per una soluzione alternativa, non possiamo certamente tacere sulle modalità con cui la questione dei bimbi non nati sia stata affrontata dai media e dalla medesima comunità di cittadini (non intendo gli stessi identici cittadini, sia chiaro, ma in senso generale).


Su questo cimitero la polemica è nata perché una madre che ha abortito il proprio figlio – non interessano le motivazioni in questa sede -, dopo aver deciso di non occuparsi della sepoltura del suo bambino e aver demandato ogni pratica all’ospedale, ha scoperto dopo mesi che il suo bambino sarebbe stato sepolto, a cura di una associazione cattolica di volontari, e sulla croce sarebbe stato apposto il suo nome.

Lo scandalo e l’irritazione dei movimenti femministi

Da qui lo scandalo che ha fatto irritare i movimenti femministi e che ha condotto ad una serie di indagini per capire chi fosse il colpevole di cotanto ‘orrore’.


Si sono levate voci in difesa della libera scelta delle donne di abortire, che significa uccidere il proprio figlio; si sono gridate urla contro lo stigma sociale sulla donna che ha deciso di interrompere la gravidanza, contro il patriarcato e la Chiesa cattolica che si occupa abusivamente del ‘materiale fetale e del prodotto abortivo’ (già queste definizioni sono sufficienti di per sé a ridefinire l’uomo stesso).

È  stato urlato il diritto a gettare il proprio figlio nei sacchi dell’umido (entro le venti settimane i feti vengono considerati rifiuti speciali, dopo?), perché non è un essere umano (o forse perché lo è). A non dargli sepoltura e ad impedire che un atto di carità cristiana lo facesse in vece propria. È  stato chiesto di divellere le croci sopra le piccole tombe dei bimbi non nati, perché ci sono donne che abortiscono che non sono cristiane (vorrei vedere!), non sono cattoliche (mi pareva…) e non riconoscono la croce, anzi alcune la disprezzano.

Queste donne, che prima negano l’umanità del proprio figlio, dopo non gli riconoscono dignità di sepoltura, non accettano che qualcuno possa farlo al posto loro per amore, per quella Caritas divina che scintilla anche nell’essere umano e che ambisce a rimanere accesa e splendente. Perché in ogni concepito c’è non soltanto tutto il DNA dell’uomo ma anche ciò che farà e ciò che potrà essere.


Se possiamo discutere sull’opportunità di indicare il nome delle madri abortive, non possiamo certamente fare a meno di ragionare sull’opportunità di non gettare la vita umana via come fosse spazzatura.


E sull’opportunità – o sulla schizofrenia dilagante – di accendere tanti bei lumini per i cinghiali uccisi e di divellere le croci per gli uomini sepolti.


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Margherita Menelao, dopo una formazione accademica di alto livello, lavora nella PA. Svolge attività di ricerca indipendente, si dedica alla divulgazione storica e all’organizzazione di eventi culturali.

La formazione diffusa e il corpo del potere

di FABIO SONZOGNI

Lo stato di emergenza nei Paesi a regime liberale è una dichiarazione ufficiale emanata, tramite un decreto legislativo approvato da un atto parlamentare, da un Governo che constata l’esistenza di un pericolo imminente che minaccia la nazione.

C’è qualcosa di nuovo: si nega alla persona l’accesso alla formazione

Il filosofo Massimo Cacciari ci ricorda che “Son trent’anni che affrontiamo la crisi con regime di emergenza”. 1990 -1991, Guerra del Golfo; 11 settembre 2001: Torri Gemelle, 2004 – 2019: Terrorismo islamico (Al Qaeda, ISIS); 2008-2009: Crisi economica

…2020, Pandemia.

Quest’ultima ha caratteristiche proprie che tutti abbiamo imparato a conoscere, ma c’è invece qualcosa di nuovo, ed evidente, nel come affrontarla: si nega alla persona l’accesso alla formazione.

Dall’estate ad oggi ho frequentato – come molti di voi, immagino – i luoghi che il nuovo Dpcm ha segnalato come pericolosi. Mi riferisco ai Cinema, Teatri, Scuole. Insegno al Liceo, vado spesso al cinema e a teatro. Ho spesso affrontando il tema educativo-formativo, e in quelle occasioni ho scritto di formazione diffusa.

…la scuola ha scelto di informare – non di formare – alla competizione con l’altro, secondo il modello anglosassone

Ritengo la scuola il luogo privilegiato per tale compito, ma lavorandoci avverto che non è sempre così, al contrario sembra che la scuola abbia scelto di informare affinché i discenti possano corazzarsi e partecipare alla competizione con l’altro. Pratica collaudata da decenni dalla scuola anglosassone.

È anche per questo che credo sia giusto diffondere sull’intero territorio, fisico e psichico, proposte formative. I cinema, i teatri, insieme a biblioteche, librerie, attività sportive, relazioni in contesti strutturati, la famiglia, luoghi capaci di aggregare persone innamorate della stessa passione… insomma ogni luogo che favorisca l’incontro con l’altro nella condivisione.

Da fonte MIUR: “La scuola non ha avuto impatto sull’aumento dei contagi generali, se non in modo molto residuale”. Motivando questa affermazione con la percentuale (naturalmente molto piccola) di nuovi contagiati rispetto al totale di ciascuna categoria: 0,021% degli studenti, 0,047% dei docenti e 0,059% dei non docenti.

L’Agis, l’Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, ha monitorato 2.782 spettacoli tra lirica, prosa, danza e concerti, con una media di 130 presenze per ciascun evento. Nel periodo che va dal 15 giugno (giorno della riapertura dopo il lockdown) a inizio ottobre, le Asl territoriali hanno registrato un solo caso di contagio da coronavirus. “Una percentuale pari allo zero e assolutamente irrilevante – sostiene l’Agis – che testimonia quanto i luoghi che continuano ad ospitare lo spettacolo siano assolutamente sicuri”.

Perché questo accanimento nei confronti della formazione?

Perché questo accanimento nei confronti della formazione?

Spesso e giustamente quando si parla di Spettacolo, in relazione alle chiusure causate dal Covid-19, ci si riferisce ai lavoratori dello spettacolo. E di cosa perde lo spettatore, chi ne parla?

In alcuni ambiti l’arte è tuttora considerata inutile se non per divergere, divertire.

No, l’Arte non è divertimento, è un’opportunità per modificare lo sguardo, per alzare gli orizzonti, per abbandonare la staticità e mettersi in moto, per emozionarsi, per incontrare l’altro, le cose del mondo e sé stesso.

La volontà di sottrarre all’Uomo l’incontro e il coraggio di pensare

Chiudere quei luoghi significa distanziamento sociale (termine orribile e pericoloso), che rivela la volontà di sottrarre all’Uomo l’incontro, la condivisione, unica pratica formativa edificante, capace di generare il coraggio di pensare, autonomamente, in libertà.

Con strumenti più affinati potremo anche convivere con il nemico invisibile rielaborando, per comprenderle, paure e angosce altrimenti capaci di fare molto male, innanzitutto ai nostri ragazzi il cui contesto non è più soltanto liquido, ma approda, spesso, allo stato gassoso.

Ha ragione Cacciari quando dice che “le risposte alle crisi sono sempre state emergenziali e sempre tese a ridurre lo spazio politico, mettendo in crisi la democrazia parlamentare.”

Mi permetto una digressione, che mi suggerisce Elias Canetti nel suo mirabile testo: Massa e Potere.

Alla parola forza si ricollega l’immagine di qualcosa di vicino e di presente: la forza è più pressante e immediata del potere.

Intensificando l’espressione, si parla di forza fisica. Ai livelli più bassi, più animaleschi, è più esatto parlare di forza anziché di potere. Una preda viene afferrata con forza, e con forza portata alla bocca. Quando la forza dura a lungo, diviene potere; ma nell’istante acuto, che giungerà all’improvviso, nell’istante decisivo e irrevocabile, sarà di nuovo pura forza.

Quando la forza dura a lungo, diviene potere

Il potere è più generale e più ampio della forza, contiene di più, e non è altrettanto dinamico. È più complesso e possiede perfino una certa misura di pazienza. La parola stessa deriva dall’antica radice gotica “magan” che significa “potere, essere in grado di” e non ha alcun rapporto con il tema “machen” (fare). La differenza tra forza e potere può essere esemplificata in modo evidente se ci si riferisce al rapporto fra il gatto e il topo.

Il topo, una volta prigioniero, è in balia della forza del gatto. Il gatto lo ha afferrato, lo tiene e lo ucciderà. Ma non appena il gatto incomincia a giocare col topo, sopravviene qualcosa di nuovo. Il gatto infatti lascia libero il topo e gli permette di correre qua e là per un poco. Appena il topo incomincia a correre, non è più in balia della forza del gatto; ma il gatto ha pienamente il potere di riprendere il topo.

Permettendo al topo di correre, il gatto lo ha lasciato pure sfuggire dall’ambito immediato dell’azione della sua forza; ma finché il topo resta afferrabile dal gatto, continua ad esser in suo potere.

Lo spazio sul quale il gatto proietta la sua ombra, gli attimi di speranza che esso concede al topo, sorvegliandolo però con la massima attenzione, senza perdere interesse per il topo, per la sua prossima distruzione, tutto ciò insieme, spazio, speranza, sorveglianza, interesse per la distruzione, potrebbe essere definito come il vero corpo del potere, o semplicemente il potere stesso.

Ho la sensazione che, parafrasando Cacciari, è da trent’anni – e forse più – che siamo costretti ad interpretare inconsapevolmente il ruolo del topo.

Averne coscienza credo sia già un passaggio importante.

Quindi il gatto ha bisogno dell’emergenza perché, in quel caso, il suo compito sarà decisamente più semplice. E se nulla emergesse? Si crea subito un nuovo nemico, altrimenti il topo torna a ballare.

Mi scuso per la semplificazione eccessiva. La mia è una considerazione priva di ogni scientificità, che rasenta l’ovvio.

Ma a me accade spesso di cercare in profondità quello che sta in superficie.

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Fabio Sonzogni ha lavorato come attore con i registi: Luca Ronconi, Dario Fo, Antonio Syxty, Antonio Latella. Dal 2000 lavora come regista. Il suo ultimo lavoro teatrale, Signorina Julie di Strindberg è in tournée. Dalla prima edizione si occupa della direzione artistica del Siloe Film Festival. Per approfondire. 

Fantàsia

di ROBERTA FIDANZIA

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<<Questa scritta stava sulla porta a vetri di una botteguccia, ma naturalmente così la si vedeva solo guardando attraverso il vetro dall’interno del locale in penombra. Fuori era una fredda, grigia giornata novembrina e pioveva a catinelle. Le gocce di pioggia correvano giù lungo il vetro, sopra gli svolazzi delle lettere. Tutto ciò che si riusciva a vedere attraverso il cristallo era un muro macchiato di pioggia dall’altro lato della strada.
D’improvviso la porta venne spalancata con tanta violenza che un piccolo grappolo di campanellini d’ottone sospeso sul battente cominciò a tintinnare tutto eccitato e ci volle un bel po’ prima che si rimettesse tranquillo>>.

Inizia così il romanzo di Michel Ende, La Storia Infinita.

Inizia così il romanzo di Michel Ende, La Storia Infinita. Con una scritta al contrario sulla vetrina di un negozio, che potrà essere vista e letta correttamente solo una volta entrati al suo interno.

Inizia con una scritta al contrario sulla vetrina di un negozio, che potrà essere vista e letta correttamente solo una volta entrati al suo interno.

Rappresenta, quindi, un invito ad entrare in un mondo comprensibile, lasciandosi alle spalle un mondo divenuto incomprensibile perché mosso al contrario. Il mondo che si lascia alle spalle entrando in questa botteguccia, è il mondo degli uomini ordinari, la cui caratteristica è quella di subire l’ordine imposto e non di costituirlo.

Costoro sono privi di autonomia, privi di ragione perché non sanno più interpretare nemmeno il proprio codice linguistico.


L’ingresso in questa libreria rappresenta l’inizio di un’epica avventura in cui l’uomo-fanciullo ritrova se stesso, la sua umanità, la sua libertà, la sua potenza.

Se il regno di Fantàsia è in pericolo perché il Nulla lo sta distruggendo e Atreju se ne fa eroe salvatore, lo strumento della salvezza dell’umanità e dell’umano è il giovane Bastian, che ruba il libro al libraio Karl, come Prometeo ruba il fuoco agli dei.


La sovrapposizione delle realtà, entrambe intime ed epiche, dei protagonisti, conduce ad una storia di salvezza.

Il mondo che si lascia alle spalle entrando in questa botteguccia, è il mondo degli uomini ordinari, la cui caratteristica è quella di subire l’ordine imposto e non di costituirlo

Laddove la fantasia e il sogno sono spenti, sono avviliti, sono annichiliti, anche l’uomo viene annientato e ridotto ad una specie di automa, certamente in grado di sopravvivere ma non di vivere.

L’annientamento degli individui consente al Leviatano di fagocitare le volontà individuali, impadronendosi della loro luce e impedendone la libera espressione.

Quando le soggettività vengono avvolte dalle membra del Leviatano, l’autorità dello Stato è pari alla porzione di libertà individuale che ognuno gli delega con la rinuncia.

Quando le soggettività vengono avvolte dalle membra del Leviatano, l’autorità dello Stato è pari alla porzione di libertà individuale che ognuno gli delega con la rinuncia, per vivere in pace, ad esercitare i corrispondenti diritti collegati a tale libertà.

Quanto più ciascun individuo è disposto a rinunciare alla propria libertà, tanto più il Leviatano aumenterà il suo potere.


Allo stesso tempo e allo stesso modo, la fantasia che nel regno di Atreju si nutre della paura del Nulla o del Profondo Abisso, si autodistrugge, precludendosi presente e futuro.


Il regno di Fantàsia muore perché gli uomini, nutriti di paura, non sognano più.

E, in un circuito vizioso e inesorabile, come simboleggiato dall’Aurin, gli uomini non saranno più in grado di sognare se il regno di Fantàsia morirà. I colori spariranno, il cielo sarà plumbeo, l’aria sarà pesante e difficile da respirare. Ogni cosa cadrà in rovina e i due mondi, strettamente collegati tra loro, periranno, uno dopo l’altro, accasciandosi in un cumulo di macerie, ideali, etiche e spirituali.

L’umanità, privata della sua libertà, non sarà in grado di elevarsi, sarà richiusa nella sua meccanicità


L’aspetto onirico della psiche umana diventa pertanto fondamentale per la costruzione di una società equilibrata, che ha bisogno di stimoli esogeni ed endogeni per generarsi e rigenerarsi, innovarsi e rinnovarsi, per rispondere a quell’afflato interiore, costitutivo, che è la spinta verso l’esterno, verso l’altro e l’Altro, verso il prossimo e verso l’Eterno.

L’umanità, privata della sua libertà, non sarà in grado di elevarsi, sarà richiusa nella sua meccanicità, orientata a rispondere al suo più basso istinto che è quello di sopravvivere, ma non di eternarsi in uno slancio entusiastico e iperbolico al di fuori di se stessa.


L’aspetto onirico, quindi, diventa anche fondativo, ovvero risulta essere uno degli elementi necessari all’esistenza in vita, nel senso completo del termine del sostantivo femminile: forza attiva propria degli esseri umani, degli animali e dei vegetali, in virtù della quale essi sono in grado di muoversi, reagire agli stimoli ambientali, conservare e reintegrare la propria forma e costituzione e riprodurla in nuovi organismi simili a sé.

Guardare al di là del mero presente, restituire il giusto ordine alle cose del mondo

E, dunque, per l’umanità significa essere in grado di eternarsi, di guardare al di là del mero presente e di impegnarsi nella costruzione di un futuro, in cui ridare vita, nel circuito virtuoso dell’Aurin, a Fantàsia e a se stessa, restituendo il giusto ordine alle cose del mondo, nell’uscire dalla botteguccia d’Antiquariato Titolare Carlo Corrado Coriandoli.


 

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Roberta Fidanzia, è Dottore di Ricerca in Storia delle dottrine politiche e Filosofia politica presso l’Università Sapienza di Roma, ove ha collaborato per anni svolgendo anche attività di ricerca e docenza. È Diplomata in Storia e Storiografia multimediale, Università Roma Tre.  È Direttore di Storiadelmondo, Direttore editoriale di Femininum Ingenium. Collana di Studi sul genio femminile, co-Direttore della Collana Voci della Politica e co-Direttore di Christianitas.  E’ Presidente del Centro Studi Femininum Ingenium.

Senza libri

Biblioteche, Coronavirus e insipienza dei politici

di EDOARDO BARBIERI

Forse la cosa giusta l’ha fatta il Rettore della Statale di Milano che, dichiarando le biblioteche del suo Ateneo un bene essenziale, ne ha impedito la chiusura, anche nei momenti più cupi del lockdown.

Oltre un milione e mezzo di studenti universitari italiani (e i circa cinquantamila professori) sono rimasti senza libri, o quasi

Infatti, come molti si sono accorti, tra le istituzioni culturali che più hanno sofferto nei passati e nei presenti mesi (davvero anno bisesto, anno funesto!) ci sono le biblioteche (e gli archivi, ma lì la gente ci va di meno).

Una serie di davvero sfortunati eventi ha fatto sì che oltre un milione e mezzo di studenti universitari italiani (e i circa cinquantamila professori) siano rimasti senza libri, o quasi.

Per non parlare delle biblioteche storiche, di quelle di quartiere, etc. 

Indicazioni terroristiche e contraddittorie giunte dall’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro

Senza dubbio, a scatenare la tempesta perfetta hanno contribuito più fattori:

le indicazioni terroristiche e contraddittorie giunte dall’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro (che dovrebbe occuparsi di restauro di carta e legature, non delle infezioni eventualmente causate dai libri…) circa la quarantena cui sottoporre ciascun documento dopo la consultazione;

– una certa disaffezione al lavoro che ha colpito soprattutto i bibliotecari dipendenti dallo Stato, messi in smart working ma in larga maggioranza nullafacenti (mentre, a esempio nelle comunali, non pochi bibliotecari si sono battuti strenuamente per riaprire il servizio al pubblico);

La pandemia ha messo in risalto carenze che già erano presenti nelle nostre biblioteche di ogni ordine e grado

– la situazione già precaria di molte biblioteche a causa di personale anziano (lavoratori fragili), scarso, talvolta incompetente, una generale carenza di fondi, ma soprattutto di idee e iniziative.

Cioè la pandemia ha messo in risalto carenze che già erano presenti nelle nostre biblioteche di ogni ordine e grado.

Non voglio neppure pensare, invece, alle biblioteche scolastiche che sono state semplicemente buttate nei cassonetti nei mesi scorsi per far spazio ai banchi con le rotelle proposte dal Ministero…

A guardar bene la nostra situazione nazionale, le biblioteche non sono però un lusso che ci possiamo permettere di lasciar perdere.

Oltre a costituire il luogo di lavoro per decine di migliaia di cittadini e lo strumento di studio e ricerca per centinaia di migliaia di altri cittadini, costituiscono (nelle loro diverse articolazioni di servizio, strutturale e geografica) i presìdi più importanti del territorio per una formazione culturale critica e prolungata nel tempo (educazione permanente, si diceva un tempo).

Certo, le biblioteche devono ripensarsi, rilanciarsi, ridefinirsi, ma coscienti della propria essenziale importanza per la società italiana, per la conservazione della memoria nazionale, per lo sviluppo della cultura come fenomeno sociale, per la diffusione della lettura e della conoscenza evoluta della lingua italiana sia per i nativi sia per i non italofoni.

Contro lo sfascio delle biblioteche italiane. Un manifesto per i presìdi culturali del territorio

Ciò che sembra più sconcertante è l’ignavia della nostra classe dirigente e politica italiana rispetto al tema, compreso il Ministro dei Beni Culturali che, al di là di qualche slogan, pare interessarsi al massimo di musei e beni artistici, che comunque fanno più spettacolo.

Per questo con una decina di studiosi e bibliotecari abbiamo messo insieme un volume – gratuitamente disponibile – che vuole essere assieme di denuncia e di proposta: Contro lo sfascio delle biblioteche italiane. Un manifesto per i presìdi culturali del territorio.

Si tratta di un tentativo di analisi sfaccettata della situazione con un’attenzione sia a diverse tipologie di biblioteche, sia alle differenti funzioni da esse svolte, sia ai molteplici punti di vista che possono essere messi in atto.

La situazione è spesso disperata ed è ragionevole pensare che, se non ci saranno interventi seri e veloci, sollecitati dalla società civile, le nostre biblioteche subiranno un drammatico ridimensionamento

Si passa così dal tema della funzione del catalogo alle diverse situazioni a seconda della tipologia delle biblioteche, dalle difficoltà di accesso per il lettore alla dialettica tra conservazione e fruizione del materiale, dalla differenza tra fruizione in re e accesso digitale, dall’accessibilità per i disabili alle funzioni del personale bibliotecario, dai problemi della digitalizzazione alla situazione nelle biblioteche nordamericane.

Il tutto con uno stile che vorrebbe superare il semplice bibliotechese di molte pubblicazioni di settore, per chiarire la vocazione culturale delle biblioteche quali istituti centrali della nostra società.

Chiude il volumetto, un breve divertissement, che mostra come si possa anche sorridere su ciò che è accaduto (e accade) in molte nostre biblioteche.

La situazione è però spesso disperata ed è ragionevole pensare che, se non ci saranno interventi seri e veloci, sollecitati dalla società civile, le nostre biblioteche subiranno un drammatico ridimensionamento.

Sarebbe un danno immenso.

Come dopo le devastazioni alla Biblioteca dei Girolamini di Napoli (vi ricordate? Solo qualche povero professore universitario a denunciare lo scempio…) volute dal direttore stesso, un dipendente del Ministero dei Beni Culturali…

LINK E RISORSE

Contro lo sfascio delle biblioteche italiane. Un manifesto per i presìdi culturali del territorio, Edoardo Barbieri (a cura) – SCARICA GRATUITAMENTE IN .PDF

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Edoardo Barbieri è un bibliografo e accademico italiano. Ordinario di Bibliografia alla Università Cattolica di Milano.

Osiamo sognare

di ANDREA DEL PONTE

È molto interessante, per i suoi plurimi significati simbolici, il mito di fondazione di Atene: in tempi antichissimi, quando ancora la neonata città non aveva un nome, posarono gli occhi sulla bella regione dell’Attica due dèi dell’Olimpo, intendendo diventarne signori e protettori.

Erano Poseidone e Atena.  

Il dio del Caos e la dea della Ragione

Il primo era dio delle più elementari forze telluriche e geologiche: terremoti, sorgenti salutari, inondazioni disastrose, fenditure attraverso le quali l’acqua erompe o s’inabissa: il dio del caos naturale.

La seconda era la dèa della ragione e dell’intelligenza, nata già adulta dalla testa di Zeus e simboleggiata dalla civetta, i cui grandi occhi che vedono nel buio rappresentano la forza del pensiero: l’esatta lucidità intellettuale posseduta da Atena.

Dunque un giorno, all’improvviso, sgorgò sulla collina dell’Acropoli una sorgente di acqua salata, da cui secondo alcuni balzò fuori un cavallo; poco dopo, nei pressi, spuntò un alberello di olivo.

Il re del luogo, Cècrope, chiese un’interpretazione del fenomeno all’oracolo di Apollo, il quale gli rispose che si trattava dei doni delle due divinità in contesa per la protezione della città: si sarebbe chiamata Atene o Poseidonia a seconda della scelta che egli avrebbe fatto.

Un voto popolare per dirimere la contesa…

Astutamente, Cècrope non volle correre il rischio personale di inimicarsi l’uno o l’altro degli Olimpi e rimandò la decisione a un voto popolare.  

Gli uomini votarono in massa per Poseidone e le donne per Atena, ritenendo che il dono dell’ulivo fosse molto più utile della navigazione e della guerra: per un solo punto prevalse la dèa, che da allora in poi sarebbe stata il nume tutelare della città che da lei prese il nome.

La reazione di Poseidone per l’affronto subìto fu violenta: scatenò le onde del mare e allagò la regione. Prudentemente, gli Ateniesi vollero riconciliarsi con il dio offeso: con una decisione che testimonia il profondo maschilismo delle società antiche, tolsero tutti i diritti civili e politici alle donne e l’onorarono con un tempio sull’Acropoli, l’Eretteo, equamente diviso fra i due contendenti.

Così, Atene sarebbe diventata faro di cultura e civiltà per tutta la Grecia e nel contempo detentrice di un potentissimo impero marittimo.

Disordini, terrorismo, corruzione e crollo degli apparati statali, Covid19. Il dio offeso del XXI secolo

Quale lettura di questo mito possiamo dare oggi noi, europei del XXI secolo, spazzati da cambiamenti epocali di un’intensità e di una distruttività non inferiore a quella dello tsunami poseidoniano? E qual è il dio offeso che ci sta precipitando in un gorgo da cui non sappiamo bene come riemergere?

L’ultimo trentennio è stato scosso con tremenda violenza dal tridente di Poseidone. Il crollo e la dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991) hanno portato alla fine del mondo bipolare e all’apertura di profonde crepe geopolitiche nelle quali s’è inserito il sanguinario terrorismo islamico su scala globale: dichiarata la guerra all’Occidente l’11 settembre 2001 (attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono), esso ha poi minato per due decenni il sistema nervoso di Stati e popoli europei con i crudeli e imprevedibili attentati perpetrati dall’ISIS.  

In Italia la decapitazione della classe politica uscita dal dopoguerra, a partire dal 1992, ha determinato una caduta verticale della qualità degli apparati statali che pare non avere fine.

Vaste ondate migratorie, messe in moto sia dalla guerra civile siriana (dal 2009 a oggi) sia da gravissimi fattori di crisi nell’Africa sub-sahariana, hanno scosso le fondamenta del Vecchio Continente, modificando vita, abitudini, percezione di sicurezza dei cittadini.

La terza e quarta rivoluzione industriale hanno alterato profondamente non solo gli stili di vita ma anche proprio la mentalità e la rappresentazione di sé dell’uomo, alienandolo sempre di più da una normale relazione con i suoi simili e con la natura.

La crescente interazione fra dimensione biologica, digitale e virtuale sta sconvolgendo con la forza di sommovimenti tellurici l’economia, le prospettive di lavoro, i progetti e le esistenze di enormi masse, tanto più impaurite e smarrite quanto più alta è l’età media – come tipicamente avviene in Europa.

Infine, il mistero della pandemia da Covid 19 ha inferto il colpo forse finale a un Abendland non più sull’orlo di una crisi di nervi, ma proprio nel pieno di una nevrosi acuta.

Nel frattempo, Atena è risalita sull’Olimpo, lasciandoci di sé, appunto, non più che un’immagine virtuale, riflessa nei prodigiosi sviluppi dell’odierna tecnologia.

Atena si è ritirata, lasciando il posto a dèmoni vicari

Al suo posto, i dèmoni vicari che hanno sede a Cupertino (Apple), a Redmond (Microsoft), a Mountain View (Google), a Shenzhen (Huawei).

Per il resto, il crollo della cultura, dell’istruzione, dei saperi, ma anche dell’intelligenza in sé e per sé, nella società italiana e occidentale in genere, è testimoniato da un’infinità di prove che si possono trovare con facilità ovunque: nell’involuzione del linguaggio, sempre più confuso, labirintico e incapace di fotografare sinteticamente il reale.

Nella progressiva perdita della scrittura e della capacità espressiva nelle giovani generazioni nate dopo il Duemila; nella farragine dei regolamenti in cui asfissiano le libere professioni; nella perdita di contatto con la realtà inscritta nella natura; nello smarrimento dell’identità stessa dell’essere umano come creatura unica per la sua razionalità; nella perdita del senso della spiritualità e del fascino della ricerca teologica perfino ai vertici della Chiesa cattolica.

Siamo di fronte a un bivio: scendere rapidamente in un’epoca peggio che ferrea, oscura e servile per la maggioranza, dominata con pugno duro dai pochi detentori del sapere tecnologico e della ricchezza, oppure osare di tentare il miracolo di un nuovo Rinascimento

Nell’eclissi dei valori più antichi ed elementari, sostituiti da controfigure attaccate al qui e ora invece che a Idee permanenti; nella supina accettazione del conformismo e del nichilismo più spinto anche da parte delle più alte istituzioni di cultura, fino ai recenti casi di rimozioni di statue nella più totale indifferenza per il ridicolo contenuto nell’anacronismo di chi le pretendeva.

Siamo di fronte a un bivio: o scendere rapidamente in un’epoca peggio che ferrea, oscura e servile per la maggioranza, dominata con pugno duro dai pochi detentori del sapere tecnologico e della ricchezza, in un mondo doloroso per le disuguaglianze, le violenze e le persecuzioni; oppure osare di tentare il miracolo – in aree anche ristrette, vere oasi di salvezza – di un nuovo Rinascimento, dopo essere ruzzolati giù per un buon tratto di scale, dalla fine degli anni Sessanta ad oggi.

La via da percorrere dovrà partire dall’istruzione, restaurata e rinnovata nello stesso tempo, richiamando sulla terra l’intelligenza stabilizzatrice di Atena e riappacificandosi con l’energia libera e creativa di Poseidone: ulivo e cavallo dovranno essere, metaforicamente, i fattori trainanti di questo potente rinnovamento che osiamo sognare.


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Andrea del Ponte è professore di latino e greco e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collabora con articoli e ricerche scientifiche, con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista Zetesis di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi Grammata. È autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, ha collaborato con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ha tradotto per l’INDA di Siracusa i Sette contro Tebe al Festival giovani. Come saggista, ha pubblicato il volume Per le nostre radici – Carta d’identità del latino, con la prefazione di Salvatore Settis.

Santi e millennials

di MARGHERITA MENELAO

Il 10 ottobre è stato solennemente beatificato Carlo Acutis, giovane adolescente nato al cielo nel 2006, dopo pochissimi giorni di combattimento contro una malattia fulminea, rapida e inesorabile: la leucemia fulminante.

Il 10 ottobre è stato solennemente beatificato Carlo Acutis, giovane adolescente


La sua vita è stata un vero bagliore, nell’era della velocità e della comunicazione istantanea e globale.
Sarà riconosciuto come il patrono di internet, poiché aveva grandi doti informatiche ed era molto avanti per la sua età nella conoscenza e nell’uso del web. Ne avrebbe voluto fare uno strumento di diffusione del messaggio cristiano.


Carlo Acutis era un fervente, desiderava accostarsi alla Prima Comunione a sette anni e gli fu concesso. Quasi sentisse dentro di sé che non avrebbe avuto il tempo sufficiente per mangiare quel pane fino a saziarsi. Per questo si recava in chiesa tutti giorni, prendeva la Comunione tutti i giorni e la definiva l’autostrada per il Cielo.


Sembra quasi che la sua idea costante fosse la comunicazione, con Dio, con il mondo, con il prossimo.

Nello stesso giorno in cui lui è stato beatificato, in diretta televisiva, il primo beato dei millennials, i millennials vengono nuovamente colpiti al cuore della loro purezza e della loro bellezza

Nello stesso giorno in cui lui è stato beatificato, in diretta televisiva, il primo beato dei millennials, i millennials vengono nuovamente colpiti al cuore della loro purezza e della loro bellezza.

Non sarà più necessaria la prescrizione medica per le minorenni, per la pillola dei cinque giorni dopo


Sembra quasi un contraccolpo, un altro, quello dato ai giovani con la diffusione della Determina dell’Agenzia italiana del farmaco n. 998 dell’8 ottobre 2020, in base alla quale non sarà infatti più necessario l’obbligo della prescrizione medica per dispensare alle minorenni l’ ulipristal acetato, il farmaco usato per la contraccezione di emergenza fino a cinque giorni dopo il rapporto sessuale.

La decisione, definita una svolta per la tutela della salute fisica e psicologica delle adolescenti, nasconde in realtà l’inganno: si maschera con il termine contraccezione qualcosa che in verità è un meccanismo intercettivo, antiannidatorio che rendendo inospitale l’utero, impedisce all’embrione nelle primissime fasi del suo sviluppo di annidarvisi e di crescere (A. Morresi).

In una forma di aborto molto precoce, le ragazzine vengono lasciate sole, senza nemmeno la cura genitoriale


In sostanza, si tratta di una forma di aborto molto precoce (M. Casini Bandini), in cui le ragazzine vengono lasciate sole, senza nemmeno la cura genitoriale, immerse nella cultura dello scarto e della propria ingannevole autogestione e autodeterminazione.


Si tratta di svilire ulteriormente il corpo femminile, quasi fosse un oggetto mercificato che si può utilizzare fino all’inverosimile: tanto c’è la pillola che risolve tutto.


E non si tratta solo dell’uso del corpo femminile, o del suo abuso.

Si tratta di una questione di umanità.

Il sesso consumato e non amato recide la relazione, annienta la costruzione di legami che possano contribuire ad affrontare la vita e le difficoltà a cui a volte essa ci pone di fronte.

Svilire ulteriormente il corpo femminile

Questa pillola si presenta come una bacchetta magica che puff libera la donna, la ragazzina, dal problema. Di nascosto, in segreto, potenzialmente ogni volta che si espone a un rischio simile.

Quanto vale il suo corpo?

Quanto vale il suo dolore?

Quanto vale la sua vita?

Il costo di una pillola antiannidatoria, che può provocare effetti indesiderati più o meno gravi e frequenti.


A nulla vale anche sottolineare che il Consiglio di Amministrazione di AIFA sia composto esclusivamente da uomini, poiché non necessariamente la presenza di una donna avrebbe potuto far riflettere su quanto questa decisione sia nichilista e decostruttiva per l’identità della donna.

I genitori e la famiglia vengono espunti, prima che dai diritti, dai doveri che competono loro

E non solo. Poiché l’autodeterminazione femminile, in questo caso, ha incidenza sulla determinazione dell’umanità, cadendo essa vittima di un paradossale surplus di diritti a titolarità esclusivamente femminile.


Ulteriori conseguenze di questa decisione per così dire liberale, o meglio radicale, inoltre, contribuisce a minare la famiglia, nucleo fondativo della società, che in pedagogia è definita l’unica titolare della socializzazione primaria e del fondamento umano su cui si innestano le successive esperienze e che non può essere estromessa dal proprio ruolo educativo e formativo essenziale.


Nella liceità dell’abbandono della minore di fronte a tale decisione, i genitori e la famiglia vengono espunti, prima che dai diritti, dai doveri che competono loro.

Il beato dei Millennials potrà proteggere i giovani e le giovani da un mondo che sembra voglia distruggerli?


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Margherita Menelao, dopo una formazione accademica di alto livello, lavora nella PA. Svolge attività di ricerca indipendente, si dedica alla divulgazione storica e all’organizzazione di eventi culturali.