Pride olimpici. Lasciateli fare!

di MATTIA SPANÒ

Rimossa dalla cultura popolare l’incombenza del culto del sacro è stato tutto un fiorire di cerimonie laiche, celebrazioni di giornate mondiali della memoria, dell’acqua tonica, dell’ asparago autoctono.

Il numero delle ricorrenze da celebrare è lievitato come i mutui a tasso variabile: migliaia di messe (in piega) col loro coté di sacerdoti, paramenti, liturgie profane, eucarestie abborracciate. Non solo il numero dei riti si è moltiplicato, come d’estate le zanzare in un acquitrino: anche la loro durata si è estesa come una dermatite trascurata.

La giornata dell’orgoglio omosessuale è diventata il mese dell’orgoglio omosessuale: giugno è consacrato all’esibizione di corpi spesso sfatti e lattiginosi, deretani piumati e gadget in technicolor che sono un insulto all’estetica del brutto. Per trovare un giorno senza nulla da festeggiare bisognerà imitare Gauguin: rifugiarsi su qualche atollo polinesiano dove perdere la nozione del tempo in compagnia di indigeni che arrostiscono triglie nelle foglie di banano.

Ho assistito alla serata inaugurale delle Olimpiadi di Parigi. Mi sono sottoposto alla somministrazione del maxi-evento in pillole a lento rilascio: la brodaglia catodica che inchioda il genere umano per tre ore e fischia davanti allo schermo mi causa epilessia.

È la riedizione vellutata, armocromatica della Cura Ludovico immortalata da Kubrick in Arancia Meccanica. Riprogrammato per diventare un ectoplasma inerte, Alex torna più feroce che pria. Meditino nelle alte sfere: una volta scatenata la furia, non sempre si riesce a indirizzarla dove si vuole. Come Robespierre e il dottor Frankenstein insegnano, si rischia di cadere vittime del proprio genio manipolatorio.

La serata inaugurale dei Giochi Olimpici 2024 è stato un tripudio di gaiezza, sessualità allusiva e francamente sciatta, qualche vilipendio alla religione cattolica che si porta sempre benissimo e la solita paccottiglia esoterica. Alberto Contri ha fatto le pulci in tempo reale ad un’esibizione abbastanza povera, televisivamente parlando. Quando uno è del mestiere.

Quella Francia woke e inclusiva che se la prende con cattolicesimo e buon gusto

Del resto, già per l’Inaugurazione dei Giochi di Londra 2012 avevamo assistito alla rappresentazione spaventosa dell’umanità piagata da una pandemia e ridotta in schiavitù al servizio di Moloch. Cos’è accaduto dal 2020 in poi lo sappiamo. Per tacere degli ormai numerosissimi vaticini contenuti ne I Simpson. Previsioni talmente accurate da risultare incredibili (infatti sono derubricate alla voce mirabilia). D’altra parte, il sistema non può vendere il passato, tempo morto, né il presente schiacciato da bisogni primari e urgenze: è la previsione-prevenzione del futuro il luogo metafisico dove si trova tutto il profitto del mondo. Il modo migliore per prevedere il futuro è fabbricarlo.

Prenotiamo le vacanze un anno prima (a “sconto”) senza sapere se saremo vivi, ci vacciniamo contro tutto, investiamo quattro soldi marci nel corso online del fuffaguru, che ci renderà milionari a Dubai lavorando mezz’ora al giorno. Tutto giusto e possibile ma guarda caso sempre domani, il mese prossimo, l’anno che verrà. Un’esistenza grama trascorsa a calciare il barattolo. Fallisci? La colpa è tua. Perché rovinare belle teorie con sgradevoli fatti, quando puoi vendere a soli 5 euri e 99 al mese il prossimo “sciogno”?

Siamo gli adepti di una setta para-religiosa i cui giubilei sono queste celebrazioni di eventi di massa che prefigurano il futuro artificiale: l’uomo padrone di sé e del suo destino perché fabbrica entrambi, e quando è improduttivo e stanco, lo si toglie di mezzo.

Si può dire che l’evento catodico serva ad addomesticare la psiche dei popoli? Senza dubbio sì. Si può dimostrare che sia così? Senza dubbio no. Ma proprio questo sbattere in faccia alle masse tele-imbambolate simbolismi così accurati, senza che i destinatari possano decodificarli, denota l’intento profetico o se preferite pseudo-religioso, di simili iniziative. Che non vanno capite: vanno mandate a memoria, credute e possibilmente venerate.

La religione, sosteneva Popper, è per definizione non falsificabile, al contrario della scienza. Il carattere religioso della cerimonia è evidente nella risposta di Thomas Jolly, ideatore e regista della cerimonia, il quale così ha replicato alle proteste delle autorità cattoliche: “In Francia siamo liberi di amare chi ci pare”. Tutto bellissimo, solo una piccola domanda molesta: questo cosa c’entra con lo sport? Una beata mazza.

Qual è allora il punto? Il punto è che a parte un nutrito drappello di Guardie della Rivoluzione Arcobaleno, i pasdaran woke che pigolano di ignoranza e bigottismo, brandendoli contro chiunque manifesti legittime obiezioni verso l’agenda dei diritti delle minoranze, una moltitudine di persone comincia a rompersi le balle. Non mi soccorre nessun tecnicismo migliore.

Dal caso Budweiser alle perdite astronomiche di Netflix e Disney, che schiaffano frociaggine ovunque – Papa Francesco dixit – il senso di nausea da abboffata rituale di contenuti mostruosamente manipolati e sessualmente pasticciati è palpabile e pervade la maggioranza silenziosa, che non parla per non inciampare nello stigma sociale, forse non riflette nemmeno più ma è nauseata e agisce di conseguenza: de panza, appunto.

Si consideri l’evoluzione dei neri nella cinematografia: un conto è la schiava Mamie di Via col vento che dice “zì badrone”, un conto il negro-spalla nei film d’azione anni ‘80 simpatico ma sfortunato (di solito muore così da appagare le attese del razzista quanto quelle dell’inclusivo egalitario: tutti contenti, o tollerabilmente infelici), un altro vedere Lupin, Cleopatra e La Sirenetta afro-bianchi. I primi due sono stereotipi, esecrabili finché si vuole, ma il terzo è pura idiozia sesquipedale.

Allo stesso modo l’omosessualità – ma anche il transgender nei cartoni animati – è rappresentata come positiva, colta, civile in un mondo di odio e barbarie contro il quale prevale. Via di mezzo – il realismo – questa sconosciuta.

Quand’ero bambino passai un’estate a casa di mia zia, la quale un bel mattino afoso mi rivolse una domanda innocente: “Ti piace pasta e ceci?”. “Sì, zia”. Era vero: sono convinto che la pasta e ceci rappresenti un gusto fondamentale nel definire l’inclinazione al bello, al vero e al giusto di una persona. I ceci hanno una forma sfuggente, armoniosamente irregolare, e un sapore al crocevia fra la terra, il cielo e il mare. Non è un cibo povero: è un cibo per tutti, cosa diversa.

Per ben due settimane a pranzo e cena la zia servì a me e mio fratello pasta e ceci. Credo ne avesse intercettato un bilico a prezzo stracciato. Fu così che la mistica rudimentale sui ceci andò scemando: per nausea. La recuperai da adulto con meno trasporto e più equilibrio.

Non è questione di odio omofobo. La questione è che non si può accendere la tv, comprare un divano, un maglione, pagare una bolletta, guardare una partita di calcio, leggere un giornale, usare un pronome, declinare al maschile invece di un femminile o fare gli esami del sangue senza essere aggrediti dalla propaganda woke omosessualista e liquida. Tanto è vero che non sono pochi gli stessi omosessuali (naturalmente omofobi, come Dolce & Gabbana) che cominciano a manifestare vibrante insofferenza verso questa setta di sacerdoti miliardari e il loro manipolo di chierichetti.

Come se ne esce? Considerati i potenti mezzi finanziari e mediatici che il sistema mette a disposizione della nota lobby (presente anche in Vaticano), a parte fissare il punto in luoghi minori ma qualificati come questo blog, molto poco. Solo una cosa, che costa niente ed è alla portata di tutti: memori dei ceci della zia Teresina, lasciarli fare. Subire e lasciare che psiche e organismo si allineino, come fanno sempre. Non sanno e non possono fermarsi: si andranno a schiantare con la loro hybris.

Dirò di più: visto il delirio fanatico che circonda il progresso medico-scientifico, la guerra, la transizione verde e il wokismofrocio” – cosa molto diversa dall’omosessualità – che mette nel mirino anche e soprattutto i bambini, sono persuaso che l’impostura cadrà su una di queste cose, o tutte insieme.

Esiste un sentimento molto più antico, forte e spietato dell’eccitazione da acquisto-adesione compulsiva e il relativo consumo bulimico che ti rendono membro attivo di una community: la noia che viene dopo, che stronca lo spirito più elevato come quello più depresso. Bisogna lasciarli fare.

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Mattia Spanò si occupa di marketing online, copywriting e business intelligence.

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